sabato 22 marzo 2008

Il Vangelo secondo Matteo.

di Alberto Moravia L'Espresso, 4 ottobre 1964
Alcuni critici si sono meravigliati che Pier Paolo Pasolini, scrittore marxista, traducendo sullo schermo Il Vangelo secondo Matteo, si sia mantenuto fedele al testo originale. Non c'è, infatti, incompatibilità assoluta fra il cristianesimo e il marxismo? Fra gli apostoli e i ragazzi di vita? Fra la poesia civile di sinistra e il cattolicesimo di destra? Nella meraviglia si esprimeva il moralismo d'una società come quella italiana, pochissimo religiosa e perciò costretta ad un conformismo di comportamento, Pasolini s'era “comportato” fin ora in un certo modo; come poteva, ad un tratto, “comportarsi” in un modo tanto diverso?
In realtà Pasolini s'è mantenuto soprattutto fedele a se stesso; e poiché il cristianesimo costituisce in lui il nesso sentimentale e ideologico che collega le ardue esperienze opposte del marxismo e del decadentismo, egli è stato anche, in maniera molto naturale, fedele al cristianesimo. Un cristianesimo, appunto, di specie insieme popolare e raffinata, che gli ha permesso da un lato di illuminare il carattere rivoluzionario del messaggio cristiano, dall'altro di recuperare la bellezza che è nel testo del Vangelo e nelle interpretazioni che ne ha dato l'arte di tutti i tempi.
Rispetto ad Accattone, Il Vangelo secondo Matteo segna un processo indubbio, prima di tutto per l'eccezionale impeto espressivo che in questo film rivela direttamente e immediatamente quali sono le cose che stanno a cuore a Pasolini. E in secondo luogo perché, nelle singole parti, Pasolini mostra questa volta di sapere alleare la poesia ad una rifinitezza e levità che in Accattone, più elementare, non si potevano ancora che intravvedere.
Pasolini ha un senso acuto della realtà del volto umano, come luogo d'incontro di energie ineffabili che esplodono nell'espressione, cioè in qualche cosa di asimmetrico, di individuale, di impuro, di composito, insomma il contrario del tipico. I primi piani di Pasolini sarebbero sufficienti da soli a mettere Il Vangelo secondo Matteo sopra un livello eccezionale. Ma questi primi piani non basterebbero a darci la storia di Gesù, come una galleria di ritratti non basta a darci l'idea degli avvenimenti ai quali hanno preso parte i personaggi. Il film, dunque, sarà un alternarsi di volti in primo piano e di scene drammatiche per lo più contemplate da lontano, cioè come può vederli uno spettatore il quale ora fissi lo sguardo sulle facce, ora cerchi d'abbracciare la scena intera. Niente dunque di naturalistico in questa maniera ora di avvicinare, ora di allontanare, volti e scena, semmai una rappresentazione francamente estetizzante, che non pretende mai, come fa il naturalismo, di darci la verità fotografica delle cose.
Pasolini ha capito il valore plastico e poetico, così del silenzio, come della parola. Diciamo subito che i silenzi sono la forza del film e le parole la debolezza. I silenzi di Pasolini sono affidati all'organo che è più legato al silenzio: gli occhi. Non parliamo qui degli occhi degli spettatori, bensì degli occhi dei personaggi. Le sequenze silenziose del Vangelo secondo Matteo sono le più belle, appunto perché il silenzio è il mezzo più sicuro per farci fare il salto vertiginoso all'indietro che ci propone Pasolini con il suo film. La parola è sempre storica; il silenzio si pone fuori della storia, nell'assolutezza delle immagini: il silenzio della Annunciazione, il silenzio che accompagna la morte di Erode, il silenzio degli apostoli che guardano Gesù e di Gesù che guarda gli apostoli, il silenzio di Giuda che sta per tradire, il silenzio di Gesù che sa di essere tradito. Il silenzio nel film di Pasolini non è, d'altra parte, quello del cinema muto, cioè un silenzio per difetto; bensì è il silenzio del parlato, cioè un silenzio plastico, espressivo, poetico.
Mentre i silenzi sono di Pasolini, le parole, ovviamente, sono del Vangelo. Abbiamo sempre pensato che la parola nel cinema ha un carattere veristico, cioè, in fondo, superfluo, come dimostra se non altro il fatto che per molto tempo il cinema fu muto e tuttavia lo stesso completamente e felicemente espressivo. Questo carattere della parola nel cinema rendeva tanto più difficile la trascrizione cinematografica d'un linguaggio così denso e così ricco di metafore, come quello del Vangelo.
Vedendo il film di Pasolini si riporta l'impressione che lo schermo, per sua natura adatto all'immagine che scorre e si mostra, piuttosto che alla parola che si ferma e dice, non sia il luogo migliore per accogliere la risonanza di un discorso che sembra esigere le architetture e gli sfondi dipinti d'un tempio. Pasolini, il quale s'è servito della voce assai efficace di Enrico Maria Salerno, ha cercato in tutti i modi di risolvere il problema di questa incompatibilità, ma non vi è riuscito che parzialmente.
Adesso resta da dire che specie di Gesù è questo di Pasolini. Diciamo subito che si tratta d'un Gesù molto diverso da quello conformistico che predomina ancora oggi. Non vogliamo sprecare troppe parole su un fatto ovvio: è chiaro che la bontà di Gesù ha, in sede storica, un carattere paradossale e rivoluzionario, e che, nel momento stesso che Gesù diceva: “Ama il tuo prossimo come te stesso”, egli diceva qualche cosa che non era soltanto l'espressione di un sentimento, ma soprattutto, rispetto al mondo di allora, qualcosa di oggettivamente sovvertitore.
Per questo, Pasolini ha mirato a darci un Gesù duro, violento, iconoclasta, inflessibile, come appunto doveva apparire ai suoi contemporanei e non come appare oggi a noi che, com'è stato già detto, non possiamo non dichiararci tutti cristiani.
Lo stesso va detto dell'ambiente nel quale Gesù si trovò a predicare. Per essere pienamente rivoluzionario, il cristianesimo doveva essere non soltanto paradossale, ma anche “invisibile”. Che cosa di più invisibile allora, d'una religione predicata da un povero tra i poveri, in una provincia remota, in un linguaggio sconosciuto ai potenti? E così ci pare che anche il “miserabilismo” di Pasolini trovi una sua giustificazione storica e ideologica oltre che artistica.
Pasolini ha preso i suoi attori dalla strada, sia si tratti di amici dell'ambiente letterario, sia di popolani dei luoghi dove il film è stato girato. E stata ancora una volta una buona idea e il rendimento è notevole. Enrique Irazoqui, lo studente spagnolo che interpreta il personaggio di Gesù, ha un volto che ricorda il greco, i bizantini e i primitivi. Questo volto, spesso grave oppure adirato, più di rado sorridente, è una delle più belle invenzioni del film.

mercoledì 19 marzo 2008

Io, schiavo di Puglia.

di Fabrizio Gatti


Il padrone ha la camicia bianca, i pantaloni neri e le scarpe impolverate. È pugliese, ma parla pochissimo italiano. Per farsi capire chiede aiuto al suo guardaspalle, un maghrebino che gli garantisce l'ordine e la sicurezza nei campi. "Senti un po' cosa vuole questo: se cerca lavoro, digli che oggi siamo a posto", lo avverte in dialetto e se ne va su un fuoristrada. Il maghrebino parla un ottimo italiano. Non ha gradi sulla maglietta sudata. Ma si sente subito che lui qui è il caporale: "Sei rumeno?". Un mezzo sorriso lo convince. "Ti posso prendere, ma domani", promette, "ce l'hai un'amica?". "Un'amica?". "Mi devi portare una tua amica. Per il padrone. Se gliela porti, lui ti fa lavorare subito. Basta una ragazza qualunque". Il caporale indica una ventenne e il suo compagno, indaffarati alla cremagliera di un grosso trattore per la raccolta meccanizzata dei pomodori: "Quei due sono rumeni come te. Lei col padrone c'è stata". "Ma io sono solo". "Allora niente lavoro".
Non c'è limite alla vergogna nel triangolo degli schiavi. Il caporale vuole una ragazza da far violentare dal padrone. Questo è il prezzo della manodopera nel cuore della Puglia. Un triangolo senza legge che copre quasi tutta la provincia di Foggia. Da Cerignola a Candela e su, più a Nord, fin oltre San Severo. Nella regione progressista di Nichi Vendola. A mezz'ora dalle spiagge del Gargano. Nella terra di Giuseppe Di Vittorio, eroe delle lotte sindacali e storico segretario della Cgil. Lungo la via che porta i pellegrini al megasantuario di San Giovanni Rotondo. Una settimana da infiltrato tra gli schiavi è un viaggio al di là di ogni disumana previsione. Ma non ci sono alternative per guardare da vicino l'orrore che gli immigrati devono sopportare.
Sono almeno cinquemila. Forse settemila. Nessuno ha mai fatto un censimento preciso. Tutti stranieri. Tutti sfruttati in nero. Rumeni con e senza permesso di soggiorno. Bulgari. Polacchi. E africani. Da Nigeria, Niger, Mali, Burkina Faso, Uganda, Senegal, Sudan, Eritrea. Alcuni sono sbarcati da pochi giorni. Sono partiti dalla Libia e sono venuti qui perché sapevano che qui d'estate si trova lavoro. Inutile pattugliare le coste, se poi gli imprenditori se ne infischiano delle norme. Ma da queste parti se ne infischiano anche della Costituzione: articoli uno, due e tre. E della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Per proteggere i loro affari, agricoltori e proprietari terrieri hanno coltivato una rete di caporali spietati: italiani, arabi, europei dell'Est. Alloggiano i loro braccianti in tuguri pericolanti, dove nemmeno i cani randagi vanno più a dormire. Senza acqua, né luce, né igiene. Li fanno lavorare dalle sei del mattino alle dieci di sera. E li pagano, quando pagano, quindici, venti euro al giorno. Chi protesta viene zittito a colpi di spranga. Qualcuno si è rivolto alla questura di Foggia. E ha scoperto la legge voluta da Umberto Bossi e Gianfranco Fini: è stato arrestato o espulso perché non in regola con i permessi di lavoro. Altri sono scappati. I caporali li hanno cercati tutta notte. Come nella caccia all'uomo raccontata da Alan Parker nel film 'Mississippi burning'. Qualcuno alla fine è stato raggiunto. Qualcun altro l'hanno ucciso.
Adesso è la stagione dell'oro rosso: la raccolta dei pomodori. La provincia di Foggia è il serbatoio di quasi tutte le industrie della trasformazione di Salerno, Napoli e Caserta. I perini cresciuti qui diventano pelati in scatola. Diventano passata. E, i meno maturi, pomodori da insalata. Partono dal triangolo degli schiavi e finiscono nei piatti di tutta Italia e di mezza Europa. Poi ci sono i pomodori a grappolo per la pizza. Gli altri ortaggi, come melanzane e peperoni. Tra poco la vendemmia. Gli imprenditori fanno finta di non sapere. E a fine raccolto si mettono in coda per incassare le sovvenzioni da Bruxelles. 'L'espresso' ha controllato decine di campi. Non ce n'è uno in regola con la manodopera stagionale. Ma questa non è soltanto concorrenza sleale all'Unione europea. Dentro questi orizzonti di ulivi e campagne vengono tollerati i peggiori crimini contro i diritti umani.
Non ci vuole molto per entrare nel mercato più sporco dell'Europa agricola. Qualche nome inventato da usare di volta in volta. Una fotocopia del decreto di respingimento rilasciato un anno fa a Lampedusa dal centro di detenzione per immigrati. E la bicicletta, per scappare il più lontano possibile in caso di pericolo. Il caporale che pretende una ragazza in sacrificio controlla la raccolta dei perini a Stornara. Uno dei primi campi a sinistra appena fuori paese, lungo il rettilineo di afa che porta a Stornarella. Meglio lasciar perdere. Per arrivare fin qui bisogna pedalare sulla statale 16 e poi infilarsi per dieci chilometri negli uliveti. Il borgo è una piccola isola di case nell'agro. Alla stazione di Foggia, Mahmoud, 35 anni, della Costa d'Avorio, aveva detto che quaggiù la raccolta, forse, è già cominciata. Lui, che dorme in una buca dalle parti di Lucera, è senza lavoro: lì a Nord i pomodori devono ancora maturare. Così Mahmoud campa vendendo informazioni agli ultimi arrivati in treno. In cambio di qualche moneta.
Oggi dev'essere la giornata più torrida dell'estate. Quarantadue gradi, annunciavano i titoli all'edicola della stazione. Sperduta nei campi appare nell'aria bollente una stalla abbandonata. È abitata. Sono africani. Stanno riposando su un vecchio divano sotto un albero. Qualcuno parla tamashek, sono tuareg. Un saluto nella loro lingua aiuta con le presentazioni. La segregazione razziale è rigorosa in provincia di Foggia. I rumeni dormono con i rumeni. I bulgari con i bulgari. Gli africani con gli africani. È così anche nel reclutamento. I caporali non tollerano eccezioni. Un bianco non ha scelta se vuole vedere come sono trattati i neri. Bisogna prendere un nome in prestito. Donald Woods, sudafricano. Come il leggendario giornalista che ha denunciato al mondo gli orrori dell'apartheid. "Se sei sudafricano resta pure", dice Asserid, 28 anni. È partito da Tahoua in Niger nel settembre 2005. È sbarcato a Lampedusa nel giugno 2006. Racconta che è in Puglia da cinque giorni. Dopo essere stato rinchiuso quaranta giorni nel centro di detenzione di Caltanissetta e alla fine rilasciato con un decreto di respingimento. Asserid ha attraversato il Sahara a piedi e su vecchi fuoristrada. Fino ad Al Zuwara, la città libica dei trafficanti e delle barche che salpano verso l'Italia. "In Libia tutti gli immigrati sanno che gli italiani reclutano stranieri per la raccolta dei pomodori. Ecco perché sono qui. Questa è solo una tappa. Non avevo alternative", ammette Asserid: "Ma spero di risparmiare presto qualche soldo e di arrivare a Parigi". Adama, 40 anni, tuareg nigerino di Agadez, ha fatto il percorso inverso. A Parigi è atterrato in aereo, con un visto da turista. Poi gli è andata male. Dalla Francia l'hanno espulso come lavoratore clandestino. Ed è sceso in Puglia, richiamato dalla stagione dell'oro rosso. "Questo è l'accampamento tuareg più a Nord della storia", ride Adama. Ma c'è poco da ridere. L'acqua che tirano su dal pozzo con taniche riciclate non la possono bere. È inquinata da liquami e diserbanti. Il gabinetto è uno sciame di mosche sopra una buca. Per dormire in due su materassi luridi buttati a terra, devono pagare al caporale cinquanta euro al mese a testa. Ed è già una tariffa scontata. Perché in altri tuguri i caporali trattengono dalla paga fino a cinque euro a notte. Da aggiungere a cinquanta centesimi o un euro per ogni ora lavorata. Più i cinque euro al giorno per il trasporto nei campi. Lo si vede subito quanto è facile il guadagno per il caporale. Alle due e mezzo del pomeriggio arriva con la sua Golf. E la carica all'inverosimile. "Davvero questo è africano?", chiede agli altri davanti all'unico bianco. Nessuno sa dare risposte sicure. "Io pago tre euro l'ora. Ti vanno bene? Se è così, sali", offre l'uomo, calzoncini, canottiera e sul bicipite il tatuaggio di una donna in bikini ritratta di schiena.
Si parte. In nove sulla Golf. Tre davanti. Cinque sul sedile dietro. E un ragazzo raggomitolato come un peluche sul pianale posteriore. Solo per questo trasporto di dieci minuti il caporale incasserà quaranta euro. I ragazzi lo chiamano Giovanni. Loro hanno già lavorato dalle 6 alle 12.30. La pausa di due ore non è una cortesia. Oggi faceva troppo caldo anche per i padroni perché rinunciassero a una siesta. Giovanni si presenta subito dopo, guardando attraverso lo specchietto retrovisore: "Io John e tu?". Poi avverte: "John è bravo se tu bravo. Ma se tu cattivo...". Non capisce l'inglese né il francese. E questo basta a far cadere il discorso. Ma il pugnale da sub che tiene bene in vista sul cruscotto parla per lui. Amadou, 29 anni, nigerino di Filingue, rivela lo stato d'animo dei ragazzi: "Giovanni, oggi è venerdì e non ci paghi da tre settimane. Ormai stiamo finendo le scorte di pasta. Da quindici giorni mangiamo solo pasta e pomodoro. I ragazzi sono sfiniti. Hanno bisogno di carne per lavorare". I tre euro l'ora promessi erano solo una bugia. Ma Giovanni promette ancora. Quando risponde dice sempre: "Noi turchi". Anche se la targa della macchina è bulgara. E per il suo accento potrebbe essere russo oppure ucraino. "Ti giuro su Dio", continua il caporale, "oggi arrivano i soldi e vi paghiamo. Tu mi devi credere. Io lavoro come te a Stornara. Non prendo in giro i miei colleghi". Giovanni abita alla periferia. Un villino di mattoni sulla destra, a metà del rettilineo per Stornarella. Quasi di fronte a un'altra stalla pericolante senz'acqua, riempita di materassi e schiavi.
Si smette solo quando il sole va a nascondersi dietro i monti Dauni. Michele sta meglio. I rumeni si raccolgono intorno al loro caporale. Giovanni scatta una foto ai suoi ragazzi. Serve per i pagamenti e per scoprire se qualcuno scappa dal gruppo. Poi fa firmare il registro con le ore lavorate. Oggi si finisce prima del solito. Il perché lo racconta il caporale ad Amadou, in macchina durante il ritorno: "Ci sono in giro i carabinieri". Giovanni segnala un campo di pomodori lungo la strada: "Vedi qua? Questo pomeriggio i carabinieri sono venuti a prendere dei miei ragazzi. Io lavoro anche qui. Africani come te e rumeni. Li hanno portati via per il rimpatrio. Ma non avere paura, il campo dove lavorate voi", dice indicandosi le spalle come se avesse i gradi, "è controllato dalla mafia". Succede spesso quando è giorno di paga. A volte sono gli stessi padroni a chiamare vigili, polizia o carabinieri e a segnalare gli immigrati nelle campagne. Basta una telefonata anonima. Così i caporali si tengono i loro soldi. E la prefettura aggiorna le statistiche con le nuove espulsioni.
Amadou però fa notare che nemmeno oggi i ragazzi verranno pagati: "Tu sei musulmano?", chiede Giovanni: "Sì? Allora io ti giuro su Allah che la prossima settimana vi pago tutti. E se avete bisogno di carne, ti giuro che vi invito tutti a casa mia. Ovviamente la prossima settimana. Quando potrete pagare la carne".
Il 14 maggio 1904 qua vicino la polizia attaccò una manifestazione di braccianti. C'era anche il giovane Giuseppe Di Vittorio. Morirono in quattro quel giorno. Tra le vittime Antonio Morra, 14 anni, amico d'infanzia del futuro leader sindacale. Adesso le proteste vengono spente prima che possano dilagare. I caporali agiscono come una polizia parallela. Gli imprenditori si rivolgono a loro se ci sono problemi. A cominciare dall'imposizione delle regole: "Domani mattina vengo a prendervi alle cinque", annuncia Giovanni dopo aver scaricato i suoi passeggeri. Sono quasi le dieci di sera ormai. Calcolando una doccia improvvisata con l'acqua del pozzo e la misera cena, restano appena cinque ore di sonno. I ragazzi africani spiegano subito le sanzioni. Chi si presenta tardi, una volta al campo viene punito a pugni. Chi non va a lavorare deve versare al caporale la multa. Anche se si ammala. Sono venti euro, praticamente un giorno di lavoro gratis.
Una cinquantina di chilometri più a nord, stesse storie. La carta stradale indica Villaggio Amendola. Era un borgo agricolo. Ora è solo un paese fantasma riempito da immigrati rumeni e bulgari ridotti in schiavitù. Come l'ex zuccherificio di Rignano o il Ghetto che la sera, al suono della township music, sembra Soweto. Al Villaggio Amendola perfino la chiesa abbandonata è stata riempita di materassi. Qui il cento per cento degli abitanti non è italiano. Tutti raccoglitori. E tutti stranieri. Tranne una. Giuseppina Lombardo, 51 anni. Viene dalla Calabria. Per gli agricoltori del posto è una santa donna. Lei e il suo amico tunisino che si fa chiamare Asis sono capaci di mettere insieme una squadra di raccoglitori di pomodori in meno di mezz'ora. Giuseppina e Asis con gli schiavi ci campano. L'unico pozzo di Villaggio Amendola è loro. L'acqua è inquinata ma la vendono ugualmente: cinquanta centesimi una tanica da 20 litri. Anche l'unico negozio del borgo è loro. Hanno bottiglie di minerale, se uno proprio non vuole perdere la giornata per la dissenteria. E hanno carne e pollame: "A prezzi maggiorati del cento per cento e di dubbia qualità", dicono gli abitanti. Non è facile infiltrarsi come immigrato in questo ghetto e vincere la paura dei suoi prigionieri. Perché Asis, come tutti i caporali, non perdona chi parla. Lui e la sua compagna qui sono l'unica legge. Chi c'era si ricorda bene cosa è successo la settimana di Pasqua del 2005. Quel pomeriggio un ragazzo rumeno, 22 anni, arrivato da appena quattro giorni, torna al Villaggio Amendola con i sacchetti della spesa. È stato a Foggia e cammina davanti al negozio del caporale con quello che si è procurato. Una bottiglia d'olio, un po' di pasta. Il testimone che parla con 'L'espresso' è convinto che Asis abbia considerato quel gesto una ribellione al suo controllo. I rumeni raccontano di aver visto poco dopo due uomini affrontare il nuovo arrivato. Uno, secondo i testimoni, è parente di Asis. Con una spranga lo centrano in mezzo alla testa. Un colpo solo. Poi trascinano il corpo sanguinante e semisvenuto su un furgone. Nessuno al villaggio rivedrà più quel ragazzo.
Michele ritorna a caricare il rimorchio aiutato da altri rumeni. Ma dopo mezz'ora è ancora seduto a terra. Si tiene la testa. Perde molto sangue dal naso. Un suo compagno di lavoro spreme un pomodoro maturo per bagnarli la fronte. Cosa ha fatto lo spiega a Leonardo l'uomo con i baffetti curati: "Ho dovuto spaccargli una pietra in mezzo agli occhi. Ho dovuto. Quello stronzo se l'è presa con me perché tu prima l'hai picchiato. E poi perché stasera non ci sono i soldi per pagarli. Ma che c'entro io? Lui ha raccolto una pietra e io gliel'ho tolta dalle mani. Tu pensa se un rumeno di merda mi deve minacciare". Leonardo sorride.
Si smette solo quando il sole va a nascondersi dietro i monti Dauni. Michele sta meglio. I rumeni si raccolgono intorno al loro caporale. Giovanni scatta una foto ai suoi ragazzi. Serve per i pagamenti e per scoprire se qualcuno scappa dal gruppo. Poi fa firmare il registro con le ore lavorate. Oggi si finisce prima del solito. Il perché lo racconta il caporale ad Amadou, in macchina durante il ritorno: "Ci sono in giro i carabinieri". Giovanni segnala un campo di pomodori lungo la strada: "Vedi qua? Questo pomeriggio i carabinieri sono venuti a prendere dei miei ragazzi. Io lavoro anche qui. Africani come te e rumeni. Li hanno portati via per il rimpatrio. Ma non avere paura, il campo dove lavorate voi", dice indicandosi le spalle come se avesse i gradi, "è controllato dalla mafia". Succede spesso quando è giorno di paga. A volte sono gli stessi padroni a chiamare vigili, polizia o carabinieri e a segnalare gli immigrati nelle campagne. Basta una telefonata anonima. Così i caporali si tengono i loro soldi. E la prefettura aggiorna le statistiche con le nuove espulsioni.
Amadou però fa notare che nemmeno oggi i ragazzi verranno pagati: "Tu sei musulmano?", chiede Giovanni: "Sì? Allora io ti giuro su Allah che la prossima settimana vi pago tutti. E se avete bisogno di carne, ti giuro che vi invito tutti a casa mia. Ovviamente la prossima settimana. Quando potrete pagare la carne".
Il 14 maggio 1904 qua vicino la polizia attaccò una manifestazione di braccianti. C'era anche il giovane Giuseppe Di Vittorio. Morirono in quattro quel giorno. Tra le vittime Antonio Morra, 14 anni, amico d'infanzia del futuro leader sindacale. Adesso le proteste vengono spente prima che possano dilagare. I caporali agiscono come una polizia parallela. Gli imprenditori si rivolgono a loro se ci sono problemi. A cominciare dall'imposizione delle regole: "Domani mattina vengo a prendervi alle cinque", annuncia Giovanni dopo aver scaricato i suoi passeggeri. Sono quasi le dieci di sera ormai. Calcolando una doccia improvvisata con l'acqua del pozzo e la misera cena, restano appena cinque ore di sonno. I ragazzi africani spiegano subito le sanzioni. Chi si presenta tardi, una volta al campo viene punito a pugni. Chi non va a lavorare deve versare al caporale la multa. Anche se si ammala. Sono venti euro, praticamente un giorno di lavoro gratis.
Una cinquantina di chilometri più a nord, stesse storie. La carta stradale indica Villaggio Amendola. Era un borgo agricolo. Ora è solo un paese fantasma riempito da immigrati rumeni e bulgari ridotti in schiavitù. Come l'ex zuccherificio di Rignano o il Ghetto che la sera, al suono della township music, sembra Soweto. Al Villaggio Amendola perfino la chiesa abbandonata è stata riempita di materassi. Qui il cento per cento degli abitanti non è italiano. Tutti raccoglitori. E tutti stranieri. Tranne una. Giuseppina Lombardo, 51 anni. Viene dalla Calabria. Per gli agricoltori del posto è una santa donna. Lei e il suo amico tunisino che si fa chiamare Asis sono capaci di mettere insieme una squadra di raccoglitori di pomodori in meno di mezz'ora. Giuseppina e Asis con gli schiavi ci campano. L'unico pozzo di Villaggio Amendola è loro. L'acqua è inquinata ma la vendono ugualmente: cinquanta centesimi una tanica da 20 litri. Anche l'unico negozio del borgo è loro. Hanno bottiglie di minerale, se uno proprio non vuole perdere la giornata per la dissenteria. E hanno carne e pollame: "A prezzi maggiorati del cento per cento e di dubbia qualità", dicono gli abitanti. Non è facile infiltrarsi come immigrato in questo ghetto e vincere la paura dei suoi prigionieri. Perché Asis, come tutti i caporali, non perdona chi parla. Lui e la sua compagna qui sono l'unica legge. Chi c'era si ricorda bene cosa è successo la settimana di Pasqua del 2005. Quel pomeriggio un ragazzo rumeno, 22 anni, arrivato da appena quattro giorni, torna al Villaggio Amendola con i sacchetti della spesa. È stato a Foggia e cammina davanti al negozio del caporale con quello che si è procurato. Una bottiglia d'olio, un po' di pasta. Il testimone che parla con 'L'espresso' è convinto che Asis abbia considerato quel gesto una ribellione al suo controllo. I rumeni raccontano di aver visto poco dopo due uomini affrontare il nuovo arrivato. Uno, secondo i testimoni, è parente di Asis. Con una spranga lo centrano in mezzo alla testa. Un colpo solo. Poi trascinano il corpo sanguinante e semisvenuto su un furgone. Nessuno al villaggio rivedrà più quel ragazzo.
Lo stesso accade il 20 luglio di quest'anno. Il giorno prima Pavel, 39 anni, ha una discussione con Giuseppina Lombardo. Gli sono caduti quindici euro nel negozio e lei crede che glieli abbia rubati dalla cassa. Pavel in Romania faceva il cuoco per 150 euro al mese. Dal 20 marzo 2004, quando è arrivato in Puglia, sopporta violenze e angherie. Lo fa per mandare quanto risparmia alla moglie e alla sua "fata", la figlia studentessa, che ha 15 anni. Pavel ha braccia veloci. L'anno scorso è riuscito a riempire fino a 15 cassoni al giorno: 45 quintali di pomodori, lavorando dall'alba a notte. Con il cottimo a 3 euro a cassone, era una buona paga secondo lui: tolti il trasporto al campo e la tangente per il caporale, Pavel riusciva a guadagnare anche 25 o 30 euro al giorno. Ma il 20 luglio Asis gli impedisce di ripetere il record. Qualcuno gli ha riferito che Pavel ha protestato per la faccenda dei soldi e per lo sfruttamento dei braccianti. Il tunisino lo colpisce nel sonno, in una giornata senza lavoro, alle due del pomeriggio. Pavel si protegge la testa con le braccia. La sbarra di ferro gli rompe le ossa e apre profonde ferite nella carne.
Lui è sicuro di non essere stato ucciso soltanto per l'intervento dei suoi compagni di stanza. Ma lo lasciano lì a sanguinare sul materasso fino all'una di notte. Gli altri stranieri hanno troppa paura di Asis. Anche di chiamare la polizia e correre il rischio di essere rimpatriati. Alle otto di sera qualcuno finalmente telefona di nascosto all'ospedale. L'ambulanza e una pattuglia dei carabinieri, al Villaggio Amendola, arrivano soltanto cinque ore dopo. Così è andata, secondo la denuncia.
Il 31 luglio Pavel viene dimesso dall'ospedale di Foggia. È stato operato da appena quattro giorni. Ha quasi due mesi di prognosi. Ferri e chiodi nelle ossa. Le braccia ingessate. Medici e infermieri lo consegnano alla polizia, violando il codice deontologico. E in questura lo trattano da clandestino. Anche se dal primo gennaio 2007 tutti i rumeni potrebbero essere cittadini dell'Unione europea. Con le braccia immobilizzate, Pavel non riesce a impugnare la penna. Il 'Primo dirigente dottoressa Piera Romagnosi', siglando la notifica del decreto di espulsione, scrive che lui 'si rifiuta di firmare'. Anche la prefettura di Foggia va per le spicce: nel decreto di espulsione annota che Pavel è 'sprovvisto di passaporto'. Un'aggravante. Eppure Pavel il passaporto ce l'ha. Alla fine, non trovando alternative, un ispettore gli dona dieci euro. E una macchina della questura lo riporta al Villaggio Amendola. Lo scaricano davanti al negozio di Giuseppina e Asis. Il tunisino se ne occupa subito. Vuole dimostrare a tutti chi comanda. Minaccia Pavel e lui va a rifugiarsi in un casolare a un chilometro dal villaggio. Qualche connazionale gli porta in segreto un po' di pane e da bere. Dopo nove giorni di dolori e sofferenze un amico rumeno riesce a contattare un avvocato di Foggia, Nicola D'Altilia, ex poliziotto al Nord. L'avvocato trova il casolare. Incontra Pavel e lo riporta immediatamente in ospedale. Le ferite sono infette. Il bracciante rumeno è grave. Denutrito. Viene ricoverato per setticemia. Il resto è cronaca degli ultimi giorni. Il 21 agosto Pavel è di nuovo dimesso dall'ospedale. Va in questura a completare la denuncia contro il caporale tunisino e la sua complice italiana, che era riuscito a presentare al posto di polizia del pronto soccorso soltanto il 14 agosto. Lo accompagna l'avvocato che l'ha salvato. Ma dopo una giornata in questura, la Procura fa arrestare Pavel come immigrato clandestino: non ha rispettato il decreto di espulsione che, così è scritto, lo obbligava a lasciare l'Italia dall'aeroporto di Roma Fiumicino. Non importa se in quelle condizioni comunque non avrebbe potuto viaggiare. Lo costringono a dormire su una panca di legno nelle camere di sicurezza. Nonostante le operazioni, le ossa rotte e le ferite ancora fresche.
Il giorno dopo si apre il processo, immediatamente rinviato a ottobre. Oltre ad aver perso il lavoro, grazie alla legge Bossi-Fini Pavel rischia da uno a quattro anni di prigione. Più di quanto potrebbe prendersi il suo caporale che intanto resta libero. "Quell'uomo", racconta Pavel terrorizzato, "mirava alla testa. Voleva uccidermi". Qualche bracciante morto da queste parti l'hanno già trovato. Slavomit R., polacco, aveva 44 anni quando è stato bruciato il 2 luglio 2005 in un campo a Stornara. Un caso irrisolto. Come quello di due cadaveri mai identificati abbandonati a Foggia. Le scomparse sono un altro capitolo dell'orrore. Nessuno sa quanti siano i lavoratori rumeni, bulgari o africani spariti. I caporali, quando li ingaggiano o li massacrano di botte, non sanno nemmeno come si chiamano. Gli unici casi sono stati scoperti grazie alle denunce dell'ambasciata di Polonia. Hanno dovuto insistere i diplomatici di Varsavia. È dal 2005 che cercano notizie di tredici connazionali. Erano venuti a lavorare come stagionali nel triangolo degli schiavi. E non sono più tornati a casa. L'elenco compilato in agosto dal consolato sulle ricerche delle persone scomparse non rende onore all'Italia. Su dodici "richieste indirizzate alla questura di Foggia", l'ambasciata ha dovuto prendere atto che per nove casi non c'è stata "nessuna risposta da parte della questura". Dopo mesi di inutile attesa l'appello è stato girato al Comando generale dei carabinieri. E, attraverso gli investigatori del Ros, la Procura antimafia di Bari ha finalmente aperto un'inchiesta.
Nessuno sta invece indagando sulla morte di un bambino. Perché quello che è successo apparentemente non è reato. Il piccolo sarebbe nato a fine settembre. Liliana D., 20 anni, quasi all'ottavo mese di gravidanza, la settimana di Ferragosto arranca con il suo pancione tra piante di pomodoro. La fanno lavorare in un campo vicino a San Severo. Né il marito, né il caporale, né il padrone italiano pensano a proteggerla dal sole e dalla fatica. Quando Liliana sta male, è troppo tardi. Ha un'emorragia. Resta due giorni senza cure nel rudere in cui abita. Gli schiavi della provincia di Foggia non hanno il medico di famiglia. Sabato 18 agosto, di pomeriggio, il marito la porta all'ospedale a San Severo. La ragazza rischia di morire. Viene ricoverata in rianimazione. Il bimbo lo fanno nascere con il taglio cesareo. Ma i medici già hanno sentito che il suo cuore non batte più. Anche lui vittima collaterale. Di questa corsa disumana che premia chi più taglia i costi di produzione.
L'industria alimentare campana paga i pomodori pugliesi da 4 a 5 centesimi al chilo. Sulle bancarelle lungo le strade di Foggia i perini salgono già a 60 centesimi al chilo. A Milano 1,20 euro quelli maturi da salsa e 2,80 euro al chilo quelli ancora dorati. Al supermercato la passata prodotta in Campania costa da 86 centesimi a 1,91 euro al chilo. I pelati da 1,04 a 3 euro al chilo. Eppure, nel ghetto di Stornara, nemmeno stasera che il mese è quasi finito ci sono i soldi per comprare un pezzo di carne. "Donald, non te ne andare", si fa avanti Amadou, "Giovanni è molto arrabbiato con te perché hai lasciato il gruppo. Ti sta cercando, vado a dirgli che sei qui". Nel fondo di questa miseria, Amadou sa già con chi stare. Tra tanti uomini costretti a inginocchiarsi, lui ha scelto i caporali. È il momento di prendere la bici e scappare. Nel buio. Prima che Giovanni decida di chiamare i suoi sgherri. E di dare il via alla caccia nei campi.

martedì 18 marzo 2008

I nuovi poveri: donne e stranieri.

Sempre più emarginati, anche gli anziani e chi ha perso il lavoro.
Don Virginio Colmegna: "La povertà peggiore è la conseguenza della solitudine e dell´abbandono" Indagine della Caritas.
Tra gli immigrati soffrono anche i giovani tra i 18 e i 35 anni che hanno un titolo di studio
ZITA DAZZI
Poveri e non sempre belli. Molte donne, ucraine, affaticate e malinconiche per i figli lasciati in patria. Molti anziani, italiani, rimasti senza lavoro e spesso anche senza famiglia, con problemi di alcol e di depressione. E accanto a loro, un esercito di giovani uomini arrivati dal Terzo mondo, con un inutile diploma di scuola superiore in tasca, alla ricerca disperata di un´occupazione, anche in nero, disposti ad accamparsi in qualche modo in dieci per stanza, pagando cifre esorbitanti per l´affitto. Sono alcuni degli identikit dei poveri che abitano nelle province di Milano, Lecco e Varese, il territorio della Diocesi, ambito sul quale la Caritas Ambrosiana ha studiato per realizzare il suo primo «Rapporto sulle povertà». Uno studio di 160 pagine appena pubblicato con le edizioni Oltre, che contiene l´analisi dei 12.757 questionari elaborati nel corso di 30.625 colloqui con gente bisognosa che nel corso del 2001 si è rivolta ai centri d´ascolto nelle parrocchie. È la prima indagine di queste dimensioni sui bisogni delle fasce deboli nel territorio milanese. Le sorprese sono molte. L´EMARGINATO TIPO. Donna, straniera, di età compresa fra 18 e 35 anni, coniugata, con livello di scolarità medio-alto, in cerca di lavoro e priva di reddito sufficiente a soddisfare le normali esigenze. Sono queste le caratteristiche prevalenti fra le oltre 12.000 persone che hanno chiesto aiuto ai centri d´ascolto. Il 64,3 per cento delle schede elaborate racconta storie di donne, mentre il campione di uomini arriva al 35,7 per cento. Inoltre il 70 per cento delle richieste è arrivato da stranieri, mentre il 30 per cento da cittadini italiani. IL BOOM DELL´ECUADOR. Le cinque nazioni più rappresentate fra i poveri che hanno chiesto aiuto alla Chiesa sono Ecuador (31,6 per cento), Perù (17,7 per cento), Marocco /,7 per cento) Albania (5,1 per cento), Ucraina (4,5 per cento). Percentuali che non corrispondono per nulla a quelle ufficiali degli stranieri residenti e delle comunità più numerose, statistiche che mettono al primo posto filippini, egiziani, cinesi, peruvani e srylankesi. Nell´indagine Caritas trovano riscontro infatti i problemi dei clandestini, che rappresentano il 56 per cento degli immigrati censiti in questo studio, una realtà in continuo cambiamento. E così da questi dati emerge il fenomeno nuovo dell´arrivo in massa degli ecuadoregni, che sono aumentati dell´81,6 per cento nel corso del 2000. Fra gli stranieri in regola prevalgono i permessi di soggiorno per motivi di lavoro (il 28 per cento) e quelli per motivi di famiglia (8 per cento). POVERI ITALIANI. Il 90 per cento dei poveri avanti con gli anni che si sono rivolti alla Curia è costituito da italiani, confermando le più recenti analisi sociologiche che raccontano la terza età come quella più a rischio di disagio, di emarginazione, di esclusione dal circuito degli affetti e del lavoro. Fra gli ultrasessantenni prevalgono i vedovi (45 per cento), ma una buona quota è quella dei coniugati (28,2 per cento). Anche in questo caso le donne sembrano essere «le più esposte al rischio di povertà per l´intreccio di processi di diseguaglianza, la dipendenza economica in combinazione con la fragilità del legame matrimoniale», ha spiegato una delle curatrici, la sociologa Meri Salati. I BISOGNI PRIMARI. I 12.757 poveri hanno fatto presente ai centri d´ascolto 70.785 richieste. Sia tra gli italiani che tra gli immigrati il problema cardine è quello del lavoro (65 per cento fra gli stranieri, 38 per cento fra gli italiani), dal quale discendono a catena la questione della casa e dei mezzi economici per comperare il necessario per vivere. Gli stranieri sottolineano meno degli italiani la questione abitativa, per il semplice fatto che sono rassegnati ad adattarsi a qualsiasi condizione, a vivere in tuguri o anche per strada. LE NUOVE POVERTÀ. Le vecchie povertà sono quelle connesse ai bisogni materiali (reddito, casa, lavoro) che oggi colpiscono in maniera più dura gli stranieri clandestini, mentre le nuove povertà sono quelle forme di indigenza che non hanno come parametro la disponibilità di risorse economiche, ma la qualità della vita: è la povertà che oggi affligge soprattutto gli italiani, che vivono disagi e forme di esclusione protratte nel tempo, legate ai maltrattamenti, ai problemi psicologici, alle forme di depressione. Don Virginio Colmegna, direttore della Caritas Ambrosiana, a questo proposito sottolinea l´«esigenza di servizi sociali distribuiti sul territorio, capaci di ascoltare e supportare le vulnerabilità più complesse, le povertà estreme che hanno l´aspetto esteriore della normalità e che nascondono malattie gravi, sofferenza psichica, solitudine, abbandono».

lunedì 17 marzo 2008

PierPaolo Pasolini


Frammento alla morte

Vengo da te e torno a te,
sentimento nato con la luce, col caldo,
battezzato quando il vagito era gioia,
riconosciuto in PierPaolo
all'origine di una smaniosa epopea:
ho camminato alla luce della storia,
ma, sempre, il mio essere fu eroico,
sotto il tuo dominio, intimo pensiero.
Si coagulava nella tua scia di luce
nelle atroci sfiducie
della tua fiamma, ogni atto vero
del mondo, di quella
storia: e in essa si verificava intero,
vi perdeva la vita per riaverla:
e la vita era reale solo se bella...

La furia della confessione,
prima, poi la furia della chiarezza:
era da te che nasceva, ipocrita, oscuro
sentimento! E adesso,
accusino pure ogni mia passione,
m'infanghino, mi dicano informe,
impuro
ossesso, dilettante, spergiuro:
tu mi isoli, mi dai la certezza della vita:
sono nel rogo, gioco la carta del fuoco,
e vinco, questo mio poco,
immenso bene, vinco quest'infinita,
misera mia pietà
che mi rende anche la giusta ira amica:
posso farlo, perché ti ho troppo patita!

Torno a te, come torna
un emigrato al suo paese e lo riscopre:
ho fatto fortuna (nell'intelletto)
e sono felice, proprio
com'ero un tempo, destituito di norma.
Una nera rabbia di poesia nel petto.
Una pazza vecchiaia di giovinetto.
Una volta la tua gioia era confusa
con il terrore, è vero, e ora
quasi con altra gioia,
livida, arida: la mia passione delusa.
Mi fai ora davvero paura,
perché mi sei davvero vicina, inclusa
nel mio stato di rabbia, di oscura
fame, di ansia quasi di nuova creatura.

Sono sano, come vuoi tu,
la nevrosi mi ramifica accanto,
l'esaurimento mi inaridisce, ma
non mi ha: al mio fianco
ride l'ultima luce di gioventù.
Ho avuto tutto quello che volevo,
ormai:
sono anzi andato anche più in là
di certe speranze del mondo: svuotato,
eccoti lì, dentro di me, che empi
il mio tempo e i tempi.
Sono stato razionale e sono stato
irrazionale: fino in fondo.
E ora... ah, il deserto assordato
dal vento, lo stupendo e immondo
sole dell'Africa che illumina il mondo.

Africa! Unica mia
alternativa

Alla mia nazione

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

domenica 16 marzo 2008

Aldo Moro, il ricordo di Alfredo Reichlin.

Pubblichiamo il discorso che Alfredo Reichlin ha tenuto durante la commemorazione di Aldo Moro del gruppo Pd alla Camera dei Deputati. 28 febbraio 2008
Ricordiamo oggi Aldo Moro nel vivo di un passaggio cruciale della vicenda politica e della vita civile italiana. Dove sta andando il paese? L’animo è sospeso tra il timore di un tramonto e la speranza di un’alba nuova. Una cosa mi sembra certa. E’ in atto (quale che sia l’esito delle elezioni) una “rivoluzione politica”, un sommovimento profondo come da molti anni non avveniva, essendo venuta in discussione l’insieme della vecchia struttura politica. La comunità, priva com’è della vecchia rappresentanza, chiede una nuova guida. Questa è la posta in gioco. C’è nei dilemmi di oggi qualcosa che ricorda la crisi dell’altro fine secolo. E’ la tesi che, fin dagli anni ’80, sosteneva Beniamino Andreatta. La svolta del 1901. Da un lato le cannonate di Bava Beccaris spingevano all’indietro l’Italietta, verso quello che si chiamò il “ritorno allo Statuto” e tutto questo in un quadro fosco con Milano che (anche allora) minacciava di separarsi dal Mezzogiorno. Ma dall’altro lato prevalse la svolta giolittiana che rilanciava la democrazia parlamentare, includendo in essa il mondo socialista e del lavoro. In pochi anni l’Italia fece un balzo nella modernità, creò una grande industria, ci fu il riconoscimento dei sindacati e delle otto ore, la fine del “non expedit” e il ritorno dei cattolici alla vita politica. Il primo suffragio universale maschile. Io non so quale sarà l’esito del dilemma di oggi. Spero che a prevalere saranno le forze democratiche. E’ alla luce di questo passaggio che chiama all’appello le risorse profonde, anche intellettuali, del paese che noi sentiamo l’attualità di Aldo Moro, la mancanza di uomini come lui, la nostalgia di una concezione della politica che non parte da sé, dai disegni personali di potere ma da una più alta coscienza storica. Dal compito –si potrebbe dire- che la storia ci assegna qui e ora, nell’assolvere il quale sta la grandezza e la moralità della politica. Così penso a Moro e al significato del suo assillo tenace, ininterrotto su come dare una risposta al problema di fondo, tuttora irrisolto, della storia italiana: la democrazia difficile. E’ questa l’espressione che ritorna continuamente nelle sue parole. Ed è su questo che vorrei ragionare. Perché è da qui che parte tutto il suo sforzo di allargare le basi della democrazia italiana e dare un nuovo fondamento popolare allo Stato. Fu il suo grande tema, ed è impressionante come questo tema continui ancora oggi ad essere attuale. Certo, nessun fascismo è alle porte. Non torneranno le camice nere. Il rischio è un altro. E’ di passare dal governo della politica, intesa come sovranità del cittadino al governo delle cosiddette “consorterie”. Cosa, del resto, non nuova nella storia italiana. Ieri era il partito di Corte, i grandi notabili, la massoneria. Oggi può essere –se vince la destra- lo svuotamento del Parlamento e delle istituzioni democratiche.La facciata resta ma al di là di essa ritorna la grande domanda che la crisi italiana ripropone: chi comanda? chi governa i grandi poteri, più o meno opachi, in lotta tra loro? Ai tempi di Moro la crisi della democrazia rappresentativa non era arrivata a questo punto. Ma colpisce molto come affrontò la crisi del centrismo e il tipo di analisi che poi lo spinse a realizzare la svolta del centro-sinistra. Era chiara in lui l’idea che al tramonto inesorabile dell’Italia contadina non si poteva rispondere con una visione troppo astratta e formale della libertà politica con il rifiuto di fornire nuovi strumenti di rappresentanza alle masse escluse. E’ la polemica perfino aspra che egli fece col suo partito. “Dovete capire bene –disse rivolto al gruppo dirigente- perché, “attenti come siamo (parla di lui) a ogni evoluzione democratica guardiamo con particolare attenzione là dove sono masse di popolo e di lavoratori, là dove sono ideali e aspirazioni che riguardano l’avvenire della società e la difesa della dignità umana”. Questa era per lui la politica. Capire e interpretare i “tempi nuovi”. Quale risposta dare (era questo il suo assillo) all’esplosione della protesta giovanile e, insieme, ai bisogni delle plebi povere che abbandonavano il Mezzogiorno e che pur di entrare nelle fabbriche si adattavano a vivere nei tuguri di città sconosciute e premevano quindi per avere nuovi diritti non solo politici ma sociali. E tutto questo mentre le lotte operaie facevano saltare una delle condizioni essenziali su cui si reggeva il compromesso tra la democrazia repubblicana e una classe padronale ristretta, meschina: da un lato l’immensa fatica del lavoro umano sottopagato e dall’altro un capitalismo senza capitali finanziato dalla banca pubblica. Saltava cioè quel fattore che era stato alla base della recente industrializzazione: il cosiddetto regime dei bassi salari. Io credo che dopo tanti anni bisognerebbe pur dire le cose come stanno e capire perché il centro-sinistra spaventò tanto i ceti privilegiati e perché la sua rapida eclisse apparve alla intelligenza di Moro non una conseguenza dell’eterna disputa tra PSI e PCI ma la conferma che la democrazia italiana quando si arriva al dunque di certe riforme, diventa difficile. Cominciò così la tormentata riflessione morotea sulla necessità di aprire una “terza fase” della vita italiana (dopo il centrismo e dopo il centro-sinistra). E quindi la sua attenzione verso la natura e l’evoluzione del comunismo italiano. Di che cosa si è trattato? Voglio essere breve e quindi –temo- sommario. Siamo chiari. Moro non era un “catto-comunista”. Era il capo della DC e aveva l’orgoglio di chi guida anche intellettualmente un grande partito che era al tempo stesso partito Stato e partito società. Per di più una forza che, si poneva come un avamposto di quella cortina di ferro che separava l’Italia da un mondo che era altro rispetto ai suoi valori: democratici e cristiani. Di questi valori io sono e continuerò a essere il vostro garante, disse Moro ai suoi parlamentari nel momento stesso in cui proponeva l’apertura al PCI. Parlo di quel discorso drammatico di 30 anni fa e che oggi ricordiamo. Moro era –lo disse egli stesso- un anticomunista. Ma –cito parole sue- il “nostro non è l’anticomunismo della destra, è un anticomunismo democratico”. E io vorrei dire perché ricordo questa categoria così poco frequentata (l’anticomunismo democratico). Perché essa segnò in realtà un vero discrimine, senza tener conto del quale non si capisce molto della storia della democrazia italiana. E’ troppo semplice ridurre questa storia alla scelta tra comunismo e democrazia. Quale democrazia? Già De Gasperi, resistendo a pressioni che furono potentissime,(dalla Chiesa al Dipartimento di Stato) tenne fermo che il PCI non dovesse essere combattuto con mezzi autoritari. Moro fondò tutta la sua riflessione sulla idea che la convivenza democratica poteva essere difesa solo con il concorso delle grandi forze popolari. Ma con ciò non pensava affatto che i governi di solidarietà nazionale significassero “passare la mano –sono parole sue- da uno schieramento all’altro né rinunciare al ruolo centrale della DC”. Ricordo queste cose perché non sarebbe serio né rispettoso da parte mia essere reticente o ambiguo su questo punto. E, poi, sarebbe ridicolo riscrivere la storia a soggetto, rappresentandola come un lungo antefatto del partito democratico. Non fu così. Ma allora è anche giusto che io dica un’altra cosa: che “cattocomunisti” non eravamo nemmeno noi, i capi del PCI. Venivamo da un marxismo letto come storicismo assoluto. Il nostro referente non era lo scientismo socialista alla Engels ma Gramsci e la sua polemica con il positivismo. Il nostro pensiero era certamente classista ma soprattutto dominato dall’assillo di promuovere quella rivoluzione intellettuale e morale che l’Italia moderna non aveva conosciuto mai. La nostra fede era l’uomo, il suo stare nella società e nel divenire del mondo. E in ciò stava la nostra alterità verso la Chiesa e, al tempo stesso, un certo disprezzo per l’anticlericalismo che consideravamo piccolo-borghese. Noi conoscevamo il peso dei cattolici nella storia d’Italia ma, anche –voglio aggiungere- le speranze che il cattolicesimo democratico aveva suscitato nell’altro dopoguerra e poteva tornare a suscitare. Fu Palmiro Togliatti che mi spiegò che non bisognava confondere la questione vaticana con la questione cattolica e che mi fece leggere quella famosa nota di Gramsci del 1919 in cui egli considerava la fondazione del partito popolare di don Sturzo come qualcosa che potenzialmente equivaleva, nella storia italiana, per importanza, all’avvio, finalmente, di una riforma religiosa (testuale). E ciò nel senso che il rapporto che i cattolici laici stabilivano con lo Stato, pur arrivando tardi rispetto alla Francia, avveniva però nella forma più avanzata e moderna di un partito politico di massa. Quindi non c’era più bisogno della mediazione politica del Vaticano. Finiva la tentazione neo-guelfa. Si spiega anche così –credo di poterlo dire- il fascino che Moro esercitava sul secondo piano di Botteghe Oscure. Non proponeva patteggiamenti. Era però acutamente consapevole che la crisi strisciante della democrazia italiana fosse arrivata al punto che il “destino non è più nelle nostre mani”. Il discorso era rivolto alla DC ma io credo che l’ammonimento non valesse solo per il suo partito. C’era in quella frase il timore che si stesse rompendo tutto l’equilibrio su cui si reggeva la Prima Repubblica e di cui la DC era l’architrave. Da un lato una democrazia di massa, basata sul consenso popolare ma che per le logiche della guerra fredda escludeva dal governo il PCI (ma fino a quando, -ecco la domanda- se raccoglieva un terzo dei voti?); dall’altro lato una economia mista largamente protetta dallo Stato ma che non reggeva più alle sfide dei grandi mercati che scavalcavano ormai i confini nazionali; e in più il fatto che la distensione entrava in crisi per il ritorno di fiamma del riarmo missilistico e della guerra fredda con tutte le conseguenze sulla sovranità di quel paese di confine che era l’Italia. E’ in nome di questa consapevolezza che Moro parlò ai suoi e sostenne che la DC era interessata a un incontro serio, non diplomatico con la realtà del comunismo italiano scommettendo sul fatto che il cammino di Berlinguer si era ormai diviso da quello dell’URSS. Era vero. Ma per andare dove? Questa è la domanda che egli si era posto già nel grande discorso di Benevento. Ma alla quale, in verità, -se vogliamo dire le cose come stanno-, nemmeno noi sapevamo rispondere. E infatti cominciò il suo declino. Berlinguer si poneva gli stessi interrogativi. Quali forze profonde, oscure, stavano tramando contro la democrazia italiana? Il Cile era una metafora. La realtà era il vuoto, l’assenza di una classe dirigente autonoma, consapevole della sua responsabilità nazionale. Il vero problema che stava alla base della proposta del compromesso storico era come reggere al rischio di una controffensiva di destra -quale del resto si profilava, dopo il ventennio Keinesiano e socialdemocratico, in tutto l’Occidente- la cosiddetta rivoluzione conservatrice. In sostanza ci domandavamo anche noi come si poteva dare una base più larga e più solida alla democrazia italiana. Io posso testimoniare che Berlinguer sentiva in modo perfino angoscioso che la Repubblica era a rischio. Chi la minacciava? L’anomalia del PCI? Certo, questo era un problema grosso. Ma, in realtà, la minaccia veniva da qualcosa di più profondo, cioè da qualcosa che in ultima istanza era la base storica stessa della Repubblica, la sua novità e la sua forza ma anche il suo “scandalo”. Parlo della ragione per cui la destra non ha mai sentito la Costituzione come propria. Quel documento infatti non fu scritta dalle forze realmente dominanti, quelle che stanno alla base della trama profonda e non contingente del potere. Fu scritta –ecco lo scandalo- dai capi delle masse escluse cioè da quelle forze popolari che erano state tenute fuori dalla costruzione della Nazione. Da un lato il mondo del lavoro, i famosi “sovversivi” animati dall’ideale socialista, e dall’altra il mondo popolare cattolico tenuto fuori dallo Stato anche per decisione della Chiesa che non aveva riconosciuto Porta Pia. Questo fu lo scandalo. Quella Costituzione è vero che garantiva a tutti (ricchi e poveri borghesi e proletari si sarebbe detto sull’Unità ai miei tempi) la libertà, la democrazia parlamentare e i diritti universali ma era stata scritta dai capi di quelle masse, i quali (peggio) venivano dall’esilio o uscivano dalle prigioni. La storia sappiamo come poi è finita. Su di essa è tuttora aperta una riflessione. Può essere discutibile come io l’ho evocata. Fu la storia di una illusione già fuori del tempo oppure quella di una grande occasione? A me importa soprattuto che sia chiaro il senso della drammaticità di quel passaggio. E’ li che si è misurata la grandezza di Moro, la sua statura di statista, il suo coraggio. E più passa il tempo più emerge la gravità e il senso di quel terribile delitto politico. Abbiamo osato troppo mi disse con l’aria smarrita uno dei suoi più stretti collaboratori. Può darsi. E può darsi che noi sbagliammo (mi ci metto anch’io: ero direttore dell’Unità), che cioè non fummo abbastanza realisti. Ma è stato realista la cultura politica di questi anni? Ed è realistico il disegno del partito democratico? Questa è oggi la domanda. Io credo che ogni cosa ci dice che aveva ragione Pietro Scoppola quando ci esortava, parlando delle ragioni del P.D. di portare a compimento quello che chiamava “il processo fondativo della democrazia italiana”. In sostanza, ciò che le vecchie classi dirigenti italiane, a differenza dei grandi paesi europei, non hanno mai voluto fare: accettare, cioè quel fondamentale “compromesso” democratico con il loro popolo che consiste nel riconoscere i suoi rappresentanti come governanti a pieno titolo. Senza di che ogni cambio di governo finisce in Italia col determinare una specie di crisi di regime. La guerra fredda, i caratteri specifici e gli errori del PCI hanno molto pesato ma non spiegano la singolarità della storia italiana: il fascismo (che viene prima del PCI) e il perché la borghesia italiana si affidò ad esso, nonché il fatto che anche dopo il crollo del comunismo e la fine del PCI il paese non è tornato ad essere normale. Vennero invece in piena luce le contraddizioni e le “incongruenze” della storia italiana. Riemerse, dal profondo della società, una destra senza storia di tipo non europeo, insieme con i vizi antichi di un popolo restio alla legalità, insofferente dello Stato e la debolezza, al tempo stesso, di uno Stato lontano dalla società. Di qui –dice Scoppola- l’esigenza del compimento del processo fondativo della democrazia italiana, compimento che solo in parte era avvenuto con la Resistenza e il patto repubblicano e costituzionale ma che subì un duro colpo con l’assassinio di Moro. Si tratta quindi, necessariamente, di chiamare ad essere protagonisti i soggetti popolari radicati nella storia del Paese in stretta collaborazione con altri filoni del riformismo italiano. E aggiungeva (cito): “Abbiamo un po’ tutti commesso l’errore di immaginare la transizione italiana a un livello esclusivamente politologico; di non vederne le condizioni più profonde culturali ed etiche. Come se il passaggio al maggioritario e al bipolarismo garantisse di per sé il compimento di quello che ho chiamato (parla Scoppola) il processo fondativo della democrazia italiana”. Perciò Moro è attuale. E si capisce il perché del partito democratico. Esso, se vuole essere davvero un partito nuovo, e al tempo stesso avere un fondamento, deve riprendere questo processo incompiuto e portarlo avanti coerentemente. Non si tratta solo di culture riformiste da mettere insieme ma di pezzi di popolo che hanno perduto le vecchie identità e hanno bisogno di ritrovarsi in una identità comune, più ampia e più comprensiva. Questo è il nostro compito. E noi possiamo portarlo a buon fine. Ma se possiamo guardare avanti è perché alle nostre spalle c'è una storia la cui trama più profonda ci accomuna.

mercoledì 12 marzo 2008

La libertà individuale come impegno sociale.

Sen, Amartya, La libertà individuale come impegno sociale.Bari, Laterza, 2007, pp. 101, € 6,50, ISBN 8842083191.
Recensione di Gennaro De Falco – 08/07/2007
Filosofia politica
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Un invito alla riflessione sulle libertà individuali, sulla giustizia sociale, sull’impegno degli Stati per colmare le disparità tra le classi: questi sono alcuni temi affrontati da Amartya Sen nei due saggi – il primo del 1990, il secondo del 1996 – raccolti in questo libro dalla scrittura chiara e limpida, arricchito da esempi concreti che l’autore attinge sia dalla sua esperienza vissuta (pp. 4-8), come la carestia del Bengala del 1943, che da eventi storici a tutti noti.
Benché i due saggi abbiano ormai qualche anno, il lettore troverà attuali gli argomenti affrontati, le soluzioni tratteggiate, come pure la descrizione dei problemi relativi alla globalizzazione economica.
Amartya Sen inizia la sua analisi affrontando la nozione di libertà, avvertendo che tale concetto può essere oggetto di pericolose ambiguità.
È possibile individuare due diverse concezioni della libertà: la prima interpretata in senso positivo “riguarda ciò che, tenuto conto di tutto, una persona può o meno conseguire” (p. 9); la seconda, intesa in senso negativo, “si concentra precisamente sull’assenza di una serie di limitazioni che una persona può imporre a un’altra (o che lo Stato o altre istituzioni possono imporre agli individui)” (p. 9).
Le due libertà hanno una natura ontologica diversa: “una violazione della libertà negativa implica una violazione della libertà positiva, mentre non è vero il contrario” (p. 10).
Sen, pure affermando l’importanza delle due libertà, perché entrambe necessarie all’emancipazione ed all’affermazione dell’individuo nella società, è tuttavia convinto che l’intervento dello Stato, in certe situazioni, si configuri come l’unico elemento in grado di salvaguardare in maniera sostanziale le libertà positive: è il caso delle carestie avvenute nel paese natale dell’autore, l’India, dove un sistematico intervento pubblico, consistente principalmente nell’attuazione di politiche economiche basate su forme di integrazione di reddito delle fasce più vulnerabili della popolazione, ha consentito di limitare gli effetti atroci di queste situazioni che, come avverte lo stesso Sen, “sono avvenute quando la disponibilità di cibo era al suo massimo livello” (p. 14).
L’autore prosegue la sua analisi, focalizzando l’attenzione sul rapporto evidente che intercorre tra l’intervento statale nell’erogazione di servizi pubblici e il tasso di mortalità: “gli uomini hanno meno probabilità di raggiungere i quaranta anni nei sobborghi neri di Harlem a New York che nell’affamato Bangladesh” (p. 32); e ciò si spiega senz’altro a causa della irrilevanza negli Stati Uniti di politiche pubbliche in materia di sanità.
Ciò che Sen rende evidente è il modo in cui uno Stato, con le sue scelte sociali, influisce sulle libertà dell’individuo, in base ad una scala di valori che saranno (o così dovrebbe essere), in un paese democratico, il frutto del costante confronto tra forze politiche contrapposte. Amartya Sen sostiene con decisone la tesi secondo la quale la democrazia, e soprattutto un uso corretto degli efficaci mezzi di comunicazione di massa, capaci di sensibilizzare l’opinione pubblica, siano strumenti fondamentali per garantire ed estendere le libertà dell’individuo: “se le notizie di carestie, pubblicate sui giornali, sconvolgono il pubblico e mettono sotto pressione il governo, questo avviene proprio perché le persone si interessano a quanto succede agli altri” (p. 42).
Un esempio di quanto detto è dato dalla politica degli Stati Uniti: le sue scelte realizzano nel massimo grado le libertà negative; la realizzazione delle libertà positive è per lo più affidata alla carità dei ricchi, proprio come è accaduto durante la carestia del 1943 nel Bengala.
Sulla stessa linea prosegue il secondo saggio raccolto in questo libro.
Sen analizza il rapporto tra l’impegno sociale ed i doveri di rigore e conservatorismo finanziario volti a non eccedere nella spesa pubblica (p. 45 sg.): da un lato quindi l’impegno della società a raggiungere un’eguaglianza sostanziale di tutti gli individui, e dall’altro la costante preoccupazione dei governi di tenere sotto controllo il bilancio dello Stato.
Dopo aver accennato all’importanza dei movimenti socialisti sorti come critica al capitalismo (p. 64) e al conseguente rischio che la prosperità economica possa avvantaggiare solo alcuni ceti sociali, Amartya Sen sofferma la sua analisi sull’Europa e sulle scelte monetarie e fiscali che l’hanno caratterizzata a partire dagli inizi degli anni Novanta. Tali scelte puntavano sostanzialmente all’eliminazione dell’inflazione, con la chiara conseguenza della rinuncia a politiche fondamentali in termini di impegno sociale: “è assai significativo come l’impegno sociale teso ad evitare una disoccupazione non necessaria abbia perso rilievo fra gli obbiettivi politici perseguiti nell’Europa contemporanea” (p. 78).
Il rapporto tra disoccupazione ed impegno sociale è stato analizzato da diversi studiosi, tra i quali il sociologo Zygmunt Bauman.
Bauman, così come Sen, afferma che in Europa sia scomparso il dovere di protezione sociale verso le fasce più deboli della popolazione: svilimento delle tutele del lavoratore, precariato e terziarizzazione esasperati sarebbero prove a conferma di tale situazione.
L’estremismo nelle scelte finanziarie degli Stati, ulteriore prova di quanto sostengono numerosi studiosi, non deve ridimensionare quelle priorità sociali (salute, istruzione, libero accesso alle posizioni sociali, uguaglianza di capacità), che fungono da sistemi di bilanciamento e di garanzia delle libertà e dei diritti fondamentali – in primis il diritto alla sopravvivenza – appartenenti a tutte le popolazioni della Terra, a tutti gli individui in quanto persone.
È questo il messaggio finale che ci consegna l’autore, avvertendo nel contempo che le scelte dei governi non possono essere disgiunte dal confronto sociale e dalla concertazione (p. 87).
Una politica unidirezionale porta ad esiti rovinosi che non possono durare a lungo: Sen porta l’esempio di Chirac e degli interventi sulle spese sociali che il suo governo intraprese senza alcuna preventiva consultazione con le parti interessate (e, sempre pensando alla Francia, sono recenti le sommosse delle Banlieue che dimostrano ancora una volta il disagio sociale presente in alcune fasce della popolazione).
Una politica di tal genere è anche il frutto dell’eccessivo potere dato ai tecnocrati: il loro operato non può essere d’impedimento alla realizzazione degli obblighi sociali.
A tal proposito è indicativo l’esempio delle banche centrali, la cui unica preoccupazione è quella legata all’aspetto finanziario del quadro economico. Nel contempo, tuttavia Sen prende atto del fatto che, con maggiore forza ed incisività, i movimenti politici dovrebbero sostenere le politiche sociali (p. 91).
A fronte dell’insufficiente azione da parte dei movimenti politici e del loro sostanziale fallimento, gli scettici potranno non condividere lo slancio di fiducia nutrito da Sen verso gli individui che non perseguono solo il loro interesse personale, in quanto “come persone sociali, hanno valori e obbiettivi di più vasta portata” (p. 41); tuttavia è vero che la nascita e la diffusione di movimenti e organizzazioni in grado di cambiare e sensibilizzare l’opinione pubblica, sono il frutto di individui che hanno oltrepassato, con la forza degli ideali e la passione che gli ideali fanno nascere, l’orizzonte del loro interesse personale.
Indice
La libertà individuale come impegno socialeImpegno sociale e partecipazione: esigenze di equità e vincolo di bilancio

Amartya Sen (Santiniketan, Bengala, 1933) ha insegnato a Calcutta, Cambridge, Delhi, alla London School of Economics, Oxford e Harvard. Premio Nobel per l’economia nel 1988, nello stesso anno è divenuto rettore del Trinity College a Cambridge. Tra le sue opere ricordiamo: Poverty and Famines (1981), Utilitarismo e oltre (con Bernard Williams, 1984), Scelta, benessere, equità (1986), Etica ed economia (1988), Risorse, valori e sviluppo (1992), Il tenore di vita (1993), La disuguaglianza (1994), Lo sviluppo è libertà (2000), Identità e violenza (2006).

lunedì 10 marzo 2008

...con le armi della cultura...


La decadenza di una nazione si riflette anche nella sua letteratura. Il romanzo italiano, tranne le solite poche, doverose eccezioni, è noioso, asfittico, ripetitivo. Pratica il narcisismo, naviga nel qualunquismo, rimastica il vittimismo, sonnecchia nell'intimismo. Al fondo c'è sempre un io meschino e provinciale, sentimental-ideologico, e pianti, e tremori per un amore andato a male, per una causa politica rivelatasi fallimentare, per le ingiustizie della società... Non va da nessuna parte la nostra narrativa, continua a rimirarsi, a gemere, a compiangersi... Se si butta sul sesso fa della bassa macelleria, se riscopre l'impegno sbraca nella retorica, se pratica il disimpegno imbocca decisa la strada della banalità. Nei loro libri i nostri romanzieri viaggiano poco, e anche quelli che viaggiano molto in realtà non si muovono mai di casa. Che vadano in Centroamerica o in Cocincina, dietro c'è sempre l'Italia cinematografica dei Salvatores e dei Pieraccioni, l'eterno tanfo cittadino e campagnolo, gli eterni sfigati delusi che fuggono dal niente che erano per ritrovarsi nel niente che sono, le litanie dei tradimenti, dei rimpianti e dei rimorsi, le vecchie zie e i nuovi pederasti, le zingarate da liceali mai cresciuti, da precari della vita e del benessere... Nella vita di tutti i giorni, probabilmente viaggiano quanto l'italiano medio, tanto. Ma non vedono nulla e niente resta loro in mano. Perché viaggiano con l'occhio puntato a Merate o a Signalunga, raffrontando ciò che vedono con il metro locale di ciò che hanno lasciato, ingurgitano chilometri ma sono sempre nel cortile di casa, nell'androne, sulle scale... in attesa di rimettersi le pantofole del pensiero, di crogiolarsi nell'universo pensionistico delle loro certezze. Gli manca la dimensione della sfida e del sogno, gli fa paura l'ignoto, detestano l'avventura per quel coté “fascista” che anni di pensiero minimo gli hanno insegnato si porta con sé. Un Paese mediocre, senza ambizioni, senza volontà di grandezza, senza aspirazioni che vadano oltre la macchina nuova e il videoregistratore si rispecchia in una narrativa mediocre, dove gli orizzonti sono limitati, i protagonisti sono da operetta, le trame inesistenti o consunte, lo stile frusto, e solo l'ambizione, di carriera, di apparire, di monetizzare, è smisurata. La democristianeria applicata al romanzo... E poi ci si lamenta perché gli italiani leggono poco. Qualche anno fa chiesero a J.M.G. Le Clézio, scrittore francese poco noto in Italia ma che la nostra editoria, se volesse far bene il suo mestiere, dovrebbe tenere di conto, cosa fosse per lui scrivere. “Scrivere è AGIRE”, fu la risposta, con quel secondo verbo tutto in lettere maiuscole. Cosa sia l'azione per Le Clézio è ben spiegato nei suoi due ultimi libri, Gens des nuages (Stock editore) e La fête chantée (Gallimard). Innanzitutto è uscire dalla rotta ben oleata della modernità, con il suo pensiero unico, con l'idea che il modello di sviluppo occidentale sia il solo metro di giudizio per tutte le culture, e che il progresso, tecnico, scientifico, sociale sia una divinità a sé stante cui vada sacrificata ogni idea di diversità, di moderazione, di equilibrio. Quella di Le Clézio è una concezione sferica, non lineare, dell'esistenza: “La vita è tonda”, non c'è un inizio e una fine, una progressione continua... Si parte e si ritorna, siamo impastati del nostro ieri che sarà anche il nostro domani, e capire ciò che si è stati ci permette di affrontare con cognizione di causa ciò che siamo e che saremo. Come dice un antico verso arabo, “Questo mondo è una montagna. Le nostre azioni sono un grido il cui verso sempre ci ritorna addosso”. Viaggiare, così, non è necessariamente una fuga da qualcosa: “Non sono un disertore. Al contrario è sentire che qualcosa ti attrae. Io non fuggo la Francia, mi sento aspirato verso il Messico”. Fra la terra d'origine e quella d'elezione, Le Clézio divide più o meno equamente il suo tempo e La fête chantée è un atto di omaggio a quest'ultima, alla polvere di stelle che è rimasta delle grandi civiltà che la nutrirono, un mondo “che non era fondato sulla ragione, animato da questa danza, questo slancio verso la magia, il soprannaturale; basato su una percezione differente, più primitiva”. Nei suoi romanzi come nei suoi saggi, ciò che affascina Le Clézio sono i grandi spazi, le distese, il legame con la natura e con la storia, l'idea di un'identità, di una tradizione comuni pur nelle diversità delle esperienze umane. E' un antimoderno non perché sogna impossibili ritorni al passato, ma perché non condivide l'ansia da possesso, la frenesia dei ritmi e dei rapporti, lo sradicamento e l'esistenza da formicaio che il mondo moderno porta con sé. Gens des nuages è il viaggio fantastico ma reale che in compagnia di Jemia, la moglie marocchina della stirpe degli Aroussiyne, compie sulle tracce del passato di lei, “immagine sconosciuta di lei stessa”. “Volevamo sentir risuonare i nomi che sua madre le aveva insegnato, come un'antica leggenda, e che ora prendevano un senso diverso, un senso vivo: le donne blu, l'assemblea del venerdì, che aveva battezzato Jemia; la tribù chorfa (discendenti del Profeta); gli Ahel Jmal, il popolo del cammello; gli Ahel Mouzna, le genti delle nuvole, alla ricerca della pioggia”. E' un viaggio a rébours, all'indietro che però proietta chi lo fa in una dimensione senza tempo dove i piani si confondono, le tracce di ciò che è stato si legano al presente di quello che si è, servono a cementare cosa si sarà. E' un viaggio alla ricerca di un'armonia perduta, che non consiste in un rousseauismo vacuo e di maniera, un'età dell'oro, dell'amore e della bontà mai esistita, ma nella convinzione che la libertà dal bisogno va di pari passo con la libertà dal possesso, che i valori veri non si misurano con l'ottica del profitto, che esiste una dimensione del tempo più piena e più consona all'essere umano di quella che quest'ultimo ha poi finito per imporsi. Viaggiatore incantato dagli incanti del mondo, Le Clézio conferma nei suoi libri che la scrittura e l'azione vanno di pari passo nell'elaborazione di una Weltanschauung pluralista e non dogmatica, rispettosa delle diversità e dove l'uomo ritrova la sua libertà di essere e di creare.

domenica 9 marzo 2008

A Matteo Salvatore.

27-8-2005
Oggi Matteo è morto. Era malato da tempo. Se n'è andato via un grande artista. Un vero artista. Geniale, imprevedibile, folle, sregolato. Nessun telegiornale ha annunciato la sua scomparsa. Troppo occupati a parlare di banalità sui rientri dalle ferie. Poi come parlare del grande Matteo in pochi istanti, come ridurre la sua complessità. La sua giovinezza fatta di grande miseria, di analfabetismo - condizioni che il nostro paese non ama ricordare ma che hanno riguardato molti nostri connazionali - riscattata con la dolcezza della sua chitarra, la forza poetica delle sue parole. Un precursore Matteo Salvatore, l'inventore di un nuovo stile, il cantastorie che ha anticipato la generazione dei grandi cantautori italiani (alcuni di loro lo riconoscono come maestro). Ma anche un "lazzarone", una persona sospettosa, intrattabile, inaffidabile. Insomma un artista. Piero Ciampi diceva: "Morto un poeta, se ne fa un altro". Spiace contraddirlo ma si sbagliava. I poeti sono sempre di meno. E un altro Matteo Salvatore non ci sarà più. Ma le sue canzoni rimarranno per sempre. E ci parleranno ancora di un mondo lontano ma sempre presente, di sentimenti veri, di sogni e bisogni. Un mondo senza silicio, senza plastica.
Addio Matteo

Per Matteo Salvatore
di Teresa De Sio
Matteo è stato un vero uomo del Sud. Della vita ha conosciuto la durezza e la dolcezza, l’aspro e il passionale, e queste cose le ha sempre trasformate in musica. Quando ho incontrato Matteo per la prima volta (circa due anni fa) per me era già una leggenda, conoscevo a memoria le sue canzoni, le cantavo, sapevo della sua vita difficile e turbolenta. Pensavo che avrei trovato un uomo “domato”. Invece lui era una tigre. Inchiodato dall’indigenza, già molto malato, dimenticato da molti. Abitava in un monolocale a pian terreno in una sgangherata via di Foggia. Una tigre sulla sedia a rotelle. Matteo non voleva mollare. Quando gli parlai di “Craj”, lui disse: “Se facciamo questa cosa io campo un altro anno.” Ostinato nella vita è riuscito a camparne altri due. Mi sembrò che in lui ci fosse una vena di follia, ma non di quella follia che è elusiva della realtà, anzi, Matteo emanava un’intera “versione del mondo”, poeticamente compatta, diversa e niente affatto subalterna. La povertà dell’infanzia, il lavoro, la vita dei braccianti, gli amori, le donne. Le donne, che hanno avuto parte importante, grave, nella sua vita, gioco sulla sua anima, peso nelle sue canzoni. Non so se Matteo sapesse di essere un “grande”. Forse aveva accolto questo suo destino eccentrico di cantastorie maledetto, come un pescatore che si rassegna alla mareggiata. Se avesse avuto più fortuna sarebbe stato ricco come Modugno (che peraltro come lui stesso mi ha raccontato, lo amava molto e con cui lavorò). Se fosse stato un ragazzo degli anni settanta sarebbe stato una sorta di Syd Vicious. Se il mondo della cultura e della musica del nostro paese fosse meno volubile, ingrato, disattento e mercenario, Matteo oggi sarebbe celebrato da molte più persone. Io lo saluto, alzando a lui il mio brindisi (come gli sarebbe piaciuto). Continuerò a cantare le sue canzoni, perchè sono belle e perché sò che le cose che hanno radici così forti, col tempo, non possono che fiorire di più.
C'è una ragione precisa perché si scriva tanto poco e si sia così avari di riconoscimenti formali nei confronti di un artista e di un produttore di cultura, quale è Matteo Salvatore, che pure in oltre cinquant'anni di attività ha dato alla Puglia, al Sud, all'Italia e al mondo uno straordinario contributo musicale, vocale, linguistico e tematico, giustamente considerato unico per quantità, qualità e tipologia. Questa ragione risiede nel carattere di Matteo, anzi nel suo caratteraccio, nella sua disperazione, nel suo anarchismo, nella sua ruffianeria, nella sua brutale e autistica indisciplinatezza. Diciamo pure nella sua doppiezza. E' difficile parlare di un angelo (in questo caso un angelo della musica popolare, del mondo dei diseredati), è difficile anche solo parlare con questo angelo, se puntualmente e improvvisamente egli appena smette di cantare come solo lui sa fare, passando con divina disinvoltura dai toni profondi al falsetto, e di suonare la chitarra, cioè di fare quello che vuole con la chitarra ti confonde e ti scoraggia opponendoti atteggiamenti, diciamo così, profanatori. Nel senso che profanano e quasi smentiscono quell'angelicità. Ma forse sta proprio qui la persistente grandezza di Matteo: nella sua irriducibilità, anzi nella sua imprendibilità. Così forse lui si è difeso per tutta la vita da un mondo che non è mai riuscito a capire o anche solo ad accettare nella sua complessità, rimanendo il solo, l'unico vero cantante popolare italiano, non cellofanato né dalla consapevolezza e dalla ricerca culturale né dall'industria discografica e dello spettacolo. E' rimasto quello di sempre: solo, disperato, intrattabile. Beppe Lopez
... Matteo si racconta, al solito, alternando fatti veri e quelle che sembrano a lume di buon senso sbruffonerie. La poverissima infanzia ad Apricena (dove è nato nel 1925). Il papà facchino e la mamma, "camuffata da mutilata", che va a chiedere l'elemosina a Poggio Imperiale per procurare un po' di pane ai figli. Fa il garzone di cantina a otto lire l'anno. Gli muore una sorella di quattro anni per denutrizione. E' tra gli uomini e i bambini di sette-nove anni che stanno "nella piazza del paese per essere venduti". "Gente, io ci sono stato nei campi di grano a mietere. Sotto il sole cocente, curvo dall'alba al tramonto". L'incontro storico con il vecchio maestro Pizzicoli, cieco, suonatore di violino, mandolino e chitarra, "portatore di serenate" (quasi esclusivamente canzoni napoletane), dal quale Matteo in tre anni impara a suonare "alla perfezione". A 20 anni si sposa con Antonietta, che però muore di tumore dopo poco più di un anno. A Benevento, che frequenta per contrabbando di tabacco, conosce e sposa una ragazza, con la quale ha una prima figlia. Finalmente emigra a Roma: ci mette un mese per arrivarci, saltando da un carretto di passaggio ad un altro. Cominciano gli anni vissuti in baracca. Canta con la chitarra canzoni napoletane ai tavoli di "Giggetto er Pescatore", ai Parioli. Qui lo nota il regista Giuseppe De Santis, che lo incarica di andare a registrare in Puglia canzoni popolari per un film ("Uomini e lupi" con Yves Montand). E' a questo punto che nasce l'angelotruffatore. "Dopo aver composto quattro ballate, telefonai a De Santis, spacciandole per canti popolari". Porta moglie e due figli da Benevento a Roma. Qui, in baracca, gli nasce il terzo figlio. Un giorno canta in una trattoria di Trastevere e viene scoperto da Claudio Villa, col quale farà poi tournée all'estero. Incide il primo 78 giri, quattro canzoni per facciata: La morte traditrice, Lu pugliese a Roma, Lu vecchie, Lu limone, Cuncettina, I maccheroni, I capelli neri, Zompa cardille. Verranno poi le incisioni per la Vis radio, la Fonit Cetra, la Cgd. Comincia il successo, Ma anche la sua guerra contro i discografici: lui sospetta sempre che vogliano imbrogliarlo e derubarlo ("non mi consegnavano tutto quanto mi spettava di diritto") e quindi è lui a imbrogliarli (consegnando le stesse incisioni, in esclusiva, a più etichette). Verranno le trasmissioni radiofoniche, grazie anche all'aiuto di amici ed estimatori come Renzo Arbore. Matteo diventa ricco. C'è poi la lunga e drammatica storia con Adriana, l'amante, ispiratrice e collaboratrice. Lo scoprono gli intellettuali: prima il regista Maurizio Corgnati, quindi Franco Antonicelli e Italo Calvino (per lo scrittore "Matteo è l'unica fonte di cultura popolare, in Italia e nel mondo, nel suo genere"). E' del 1966 il suo primo lp, inciso a Milano: Il lamento dei mendicanti, accolto trionfalmente dal mondo della cultura. Nel 1968 partecipa al Cantagiro con Lu soprastante. Vive ancora in baracca quando fa la sua prima tournée in Canada. "Ho inciso anche lì. Avevo guadagnato più di due miliardi di oggi". Nel 1972 arriva il suo capolavoro, Le quattro stagioni, un cofanetto di quattro lp con cinquanta canzoni incise per la Rca-Amico. Ad un certo punto Matteo annota: "La povera Adriana morì d'infarto". Si tratta in effetti di una vicenda oscura, per la quale Matteo conosce anche il carcere. Dopo, "per quattro lunghi anni sono uscito fuori dall'arte". Seguono un periodo di tournée e incisioni autogestite, il ritorno a Foggia ma anche i riconoscimenti informali di tutti coloro che praticano la musica popolare nei confronti del Maestro, del Pioniere. Lo venerano in particolare i napoletani: i Barra, i Bennato, Pino Daniele (per il quale Matteo "è il più grosso fenomeno musicale italiano, potrebbe rappresentare la nostra musica nel mondo"). Beppe Lopez
Un uomo assolutamente fuori dal comune. Cantautore famoso, ha vissuto una giovinezza di miseria e di analfabetismo, riscattandosi poi con la dolcezza della sua chitarra e la forza poetica delle sue parole. Un riscatto accompagnato da mille straordinarie follie, poiché Matteo Salvatore è uomo che sfugge a ogni regola e a ogni legge, arguto e imprevedibile come ogni lazzarone, geniale e sregolato come un vero artista, ruffiano e incantatore come ogni uomo destinato al successo.-----------------------------------------------------------------------... non ricorre esplicitamente ad alcuna tradizione: inventa un nuovo stile, staccandosi da qualunque passato e anticipando la generazione dei grandi cantautori italiani che riconoscono nel cantastorie pugliese il loro maestro. Egli trova parole di struggente poesia e suona, anzi arpeggia, la chitarra divinamente, componendo stupende melodie...-----------------------------------------------------------------------... La poesia di Matteo non è solo moto dell’animo, ma, pur nella non conoscenza delle regole, è anche sapiente e raffinata capacità di piegare la sua lingua alle necessità del verseggiare, con genio, passione ed ironia.

La Politica come servizio alla speranza.

Ogni giorno i politici italiani litigano fra loro, non importa che siano di centro, di sinistra o di destra. Soprattutto litigano all’interno delle alleanze, delle unioni, delle coalizioni e del governo. Sicuramente la stampa ingigantisce il fenomeno, che comunque è esteso e preoccupante. Il voto degli italiani è tenuto in poco conto, e quello che è stato scelto dalle elezioni viene cambiato quando e come si preferisce. Spesso il voto è dato dopo avere valutato un programma politico, ma a causa dei litigi, dei disaccordi e purtroppo, alcune volte, della volontà di non realizzarlo (il programma) diventa inutile (il voto e il programma). L’Italia ha bisogno di progredire di migliorare, ma il cambiamento è lento, troppo lento, le leggi importanti non si fanno e se si fanno si fanno male. Si torna spesso indietro e si va poco avanti. Le coalizioni non sono più un bacino di idee da mettere in pratica, un sistema per trovare soluzioni migliori di quelle pensate da pochi, ma un modo per ottenere quello che si vuole minacciando la caduta del governo o dell’amministrazione locale. Molti politici si preoccupano e gridano che fra gli italiani sta crescendo il male: l’antipolitica. Si sbagliano, non è antipolitica, ma è voglia di fare e di riscoprire la politica, i fatti lo dimostrano: l’Italia è uno dei pochi paesi che hanno un’altissima affluenza alle urne. Protestare contro il modo di fare di molti parlamentari, assessori, ministri,… , non vuol dire essere contro la politica, desiderare un cambiamento in meglio è naturale. In parlamento non si va a litigare, ma ad attuare il programma, senza lotte per le poltrone, senza favori da chiedere e da soddisfare. Certo il confronto di idee ci deve essere, ma come accade nel resto del mondo civilizzato: proponendo, valutando, discutendo insieme per il bene di tutto il paese e di tutti i cittadini.

mercoledì 5 marzo 2008

Elogio della brevità. Le Città invisibili della memoria.

di Ilaria Scola

Il laboratorio della leggerezza Le città invisibili La memoria


«Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia; in entrambi i casi è ricerca d'un'espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile. È difficile mantenere questo tipo di tensione in opere molto lunghe; e d'altronde il mio temperamento mi porta a realizzarmi meglio in testi brevi: la mia opera è fatta in gran parte di short stories. Per esempio il tipo d'operazione che ho sperimentato in Le cosmicomiche e Ti con zero, dando evidenza narrativa a idee astratte dello spazio e del tempo, non potrebbe realizzarsi che nel breve arco della short story. Ma ho provato anche componimenti più brevi ancora, con uno sviluppo narrativo più ridotto, tra l'apologo e il petit-poème-en prose, nelle Città invisibili e ora nelle descrizioni di Palomar. Certo la lunghezza o la brevità del testo sono criteri esteriori, ma io parlo d'una particolare densità che, anche se può essere raggiunta pure in narrazioni di largo respiro, ha comunque la sua misura nella singola pagina».1
I. Il laboratorio della leggerezza
Nel brano in epigrafe, tratto dalle Lezioni americane, una raccolta postuma di conferenze che Italo Calvino avrebbe dovuto tenere all'Università di Harvard, si possono rintracciare alcune ragioni delle scelte e tecniche narrative dello scrittore. Le sue parole ci sembrano quasi un elogio del racconto breve come misura narrativa ideale per mantenere la tensione, l'energia interiore che deve permeare ogni trama narrativa.Alla scrittura Calvino affida il compito di trasformare in leggerezza «la pesantezza, l'inerzia, l'opacità del mondo». Leggerezza significa per lo scrittore alleggerimento del linguaggio, astrazione del discorso attraverso l'uso di immagini simboliche, ma soprattutto creazione di una sequenza narrativa rapida ed essenziale. In un testo come le Città invisibili (1972) Calvino ospita nei confini del racconto breve temi di una enorme densità concettuale come l'infinito, lo spazio, il tempo. Quello che risulta straordinario è la sua abilità di concentrarli in poche pagine grazie a una notevole precisione ed essenzialità espressiva.

II. Le città invisibili
Con le Città invisibili Calvino realizza una scrittura sospesa, fuori dal tempo, una specie di colloquio con se stesso che prende forma in città immaginarie, astratte e inafferrabili, che non corrispondono a città reali e collocano la scrittura nella dimensione surreale della memoria e dell'immaginazione. Le città di Calvino riflettono lo spazio interiore dei desideri e delle paure:
«È delle città come dei sogni: tutto l'immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure».2
Se le città hanno quindi la stessa forma dei sogni, Calvino può ricostruire nelle geometrie di città indefinite le tappe di un «viaggio nella memoria»: la città ricordata da Marco Polo è una città reinventata dalla immaginazione e, come dice Calvino nella Presentazione del libro, è costituita di «paesaggi della mia vita […] città immaginarie, fuori dal tempo e dallo spazio».3Calvino afferma nella sua Presentazione alle Città invisibili : «il libro è nato un pezzetto per volta, a intervalli anche lunghi».4 L'autore paragona la stesura delle Città invisibili a quella della poesia: «mettevo sulla carta, seguendo le più varie ispirazioni»5 e ancora: «cercavo di lasciare che ogni discorso avanzasse per conto suo».6 Queste parole ci fanno pensare alle Città invisibili come a una narrazione che si sviluppa senza un disegno preciso: «il libro si discute e si interroga mentre si fa».7 Calvino ci informa sul processo che lo ha portato alla elaborazione delle Città invisibili, sulla sua intenzione di dare, attraverso la struttura formale, un «intreccio, un itinerario, una soluzione»8 anche a un libro che manca di intreccio nel senso stretto del termine. La mancanza di un intreccio tematico è confermata dal fatto che si può leggere in ogni punto del libro e trovare un senso. La narrazione segue molteplici piani: «è un libro fatto a poliedro - dice lo stesso Calvino - e di conclusioni ne ha un po' dappertutto, scritte lungo tutti i suoi spigoli».9 Calvino parla di conclusioni «epigrammatiche o epigrafiche»10 disseminate in tutto il libro e, con questo, ci permette di sostenere che la sua scrittura con le Città invisibili si fa aforistica. L'aforisma è posto in genere a chiusura della descrizione e si armonizza con lo stile lapidario e enigmatico di tutto il libro. Si realizza quella rapidità che Calvino teorizza nelle Lezioni americane:
«La rapidità e la concisione dello stile piace perché presenta all'anima una folla d'idee simultanee, così rapidamente succedentesi, che paiono simultanee, e fanno ondeggiar l'anima in una tale abbondanza di pensieri […]. La forza dello stile poetico, che in gran parte è tutt'uno con la rapidità, non è piacevole per altro che per questi effetti, e non consiste in altro».11
Gli aforismi nella loro concentrazione concettuale rompono con la chiara razionalità di Cosmicomiche o Ti con zero dove tutto viene spiegato e chiarificato. Essi contribuiscono a rafforzare la natura metaforica del linguaggio delle Città invisibili. La metafora centrale è rappresentata da Eudossia: la città rappresenta i lettori mentre il suo tappeto rappresenta il testo delle Città invisibili:
«I ragli dei muli, le macchie di nerofumo, l'odore di pesce, è quanto appare nella prospettiva parziale che tu cogli; ma il tappeto prova che c'è un punto dal quale la città mostra le sue vere proporzioni, lo schema geometrico implicito in ogni suo minimo dettaglio».12
Il tappeto rappresenta dunque la conoscenza che ogni abitante di Eudossia guarda «quando confronta all'ordine immobile del tappeto una sua immagine della città, una sua angoscia, e ognuno può trovare nascosta tra gli arabeschi una risposta, il racconto della sua vita, le svolte del destino».13 Attraverso le due voci di Marco Polo e Kublai Kan, la scrittura si sviluppa come monologo alternato a dialogo ovvero, nei termini calviniani, "frammenti" alternati a "intermezzi" o "corsivi". Questi ultimi costituiscono la cornice della narrazione e introducono un livello polifonico che movimenta la trama silenziosa delle descrizioni.Gli intermezzi contrastano la frammentazione del discorso narrativo perché attraverso il filo dei dialoghi tra Polo e Kan legano le città in un discorso unitario. Se osserviamo da vicino la struttura delle Città invisibili, vediamo che la narrazione si sviluppa entro una cornice di otto intermezzi e di nove sezioni. Gli intermezzi fungono da introduzione e conclusione in forma di dialogo alle nove sezioni che invece sviluppano la narrazione sotto forma di descrizione. Le sezioni I e IX descrivono dieci città mentre dalla sezione II alla sezione VIII ogni sezione contiene la descrizione di cinque città. La struttura risulta dunque rigorosamente organizzata e unitaria e cerca di unificare la frammentazione della narrazione sia dal punto di vista formale che da quello tematico attraverso una sottile strategia di continuità per sottrazione per cui il primo titolo di ogni sezione scompare nella sezione successiva e automaticamente il secondo titolo della sezione precedente diventa il primo di quella successiva. Possiamo riconoscere in quest'attività il movimento continuo della memoria che annulla lo schema cronologico della storia e passato e futuro si sovrappongono nel presente: il viaggio è fatto per rivivere il passato e ritrovare il futuro.14La continuità tematica è assicurata da questa strategia ma anche dal sentimento di nostalgia che scaturisce dal «guardare da lontano» la propria patria e che Polo, alter ego dell'autore, sente egualmente con la stessa intensità davanti a tutte le città descritte: «viaggiando ci s'accorge che le differenze si perdono: ogni città va somigliando a tutte le città, i luoghi si scambiano forma ordine distanze, un pulviscolo informe invade i continenti».15 Questo punto ci autorizza a pensare che le numerose città descritte da Polo siano le variazioni di un'unica città, Venezia.L'attenzione metaletteraria di Calvino si riconferma anche nelle Città invisibili dove viene problematizzata, in termini saussurriani, l'arbitrarietà del rapporto tra linguaggio e cose: la menzogna e l'inganno riguardano tanto il linguaggio («non c'è linguaggio senza inganno»)16 quanto le cose («la menzogna non è nel discorso, è nelle cose»).17 Calvino metaforizza l'arbitrarietà del rapporto significato/significante nell'immagine della città Moriana che come il segno linguistico «non ha spessore, consiste solo in un diritto e in un rovescio, come un foglio di carta, con una figura di qua e una di là, che non possono staccarsi né guardarsi».18Sebbene si intraveda una possibilità di comunicare nonostante il rapporto arbitrario che lega le parole alle cose («Nessuno sa meglio di te, saggio Kublai, che non si deve mai confondere la città col discorso che la descrive. Eppure tra l'una e l'altro c'è un rapporto»),19 la sfiducia nel linguaggio resta e la città di Tamara ne diventa l'emblema: «Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l'uomo esce da Tamara senza averlo saputo».20

III. La memoria
Nella problematica non manca il riferimento al silenzio che si configura come spazio vuoto, non riempito di parole. Il silenzio diventa paradossalmente la via indicata da Calvino per combattere l'oblio e la perdita. Leggiamo infatti nell'intermezzo in cui Kan chiede a Polo di parlargli di Venezia: «le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano… Forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo. O forse parlando d'altre città, l'ho già perduta a poco a poco».21 La parola anziché conservare il ricordo lo cancella nel momento in cui lo restituisce sbiadito e cristallizzato.La narrazione si muove tra il passato della vicenda narrata (il tempo dei viaggi di Polo) e il presente della narrazione (quando Polo racconta i viaggi al Kan). Le Città invisibili si sviluppano dunque da quel procedimento che Gerard Gènette chiama "metalessi" cioè dall'intreccio della storia (passato) con l'atto del narrare (presente). Calvino realizza un'operazione tipica della scrittura autobiografica in quanto, portando il passato sul piano del presente, trasforma la diacronia del vissuto in sincronia del narrato.La narrazione delle Città invisibili presenta la strategia di scrittura caratteristica di molti suoi romanzi e racconti dove a tessere le fila della narrazione è la prima persona del narratore che ha avuto diretta esperienza dei fatti ma che è anche osservatore distaccato dei fatti. Di nuovo crea nel testo la figura dell'ascoltatore, Kublai Kan, che gli garantisce uno spazio dialettico per se stesso: «il veneziano sapeva che quando Kublai se la prendeva con lui era per seguire meglio il filo d'un suo ragionamento; e che le sue risposte e obiezioni trovavano il loro posto in un discorso che già si svolgeva per conto suo, nella testa del Gran Kan».22 Per spiegare i rapporti dialogici tra Polo e Kan interviene direttamente la voce dell'autore: «ossia, tra loro era indifferente che quesiti e soluzioni fossero enunciati ad alta voce o che ognuno dei due continuasse a rimuginarli in silenzio».23Ritorna nelle Città invisibili il tentativo di dare ordine al mondo e all'irrazionalità del caso, e di creare una letteratura che serva come «mappa del mondo e dello scibile».24 La scrittura riconferma il suo compito di razionalizzare il caos del mondo. Le Città invisibili rivelano infatti una continua tensione tra l'io dello scrittore e il mondo, un continuo interrogarsi che porta a conclusione del libro all'accettazione di un mondo fatto di frammenti dove, ci ammonisce Calvino, bisogna «cercare e saper riconoscere chi e che cosa in mezzo all'inferno non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».25