sabato 9 febbraio 2008

La politica come professione.

M. WEBER: LA POLITICA COME PROFESSIONE
Max Weber (Erfurt 1864 - Monaco 1920), sociologo tedesco formatosi nella tradizione liberale, partecipa alle discussioni del Circolo per la Politica Sociale, di ispirazione socialista. E' autore di importanti ricerche sociologiche sul rapporto tra religione ed economia. Nelle conferenza "La politica come professione" (1919), chiedendosi cosa possa significare la politica come professione, fornisce alcune categorie importanti per la definizione del politico.

Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l'uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una "causa" (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. [...] Essa non crea l'uomo politico se non mettendolo al servizio di una "causa" e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell'azione. Donde la necessità della lungimiranza - attitudine psichica decisiva per l'uomo politico - ossia della capacità di lasciare che la realtà operi su di noi con calma e raccoglimento interiore: come dire, cioè, la distanza tra le cose e gli uomini. La "mancanza di distacco" (Distanzlosigkeit), semplicemente come tale, è uno dei peccati mortali di qualsiasi uomo politico e una di quelle qualità che, coltivate nella giovane generazione dei nostri intellettuali, li condannerà all'inettitudine politica. E il problema è appunto questo: come possono coabitare in un medesimo animo l'ardente passione e la fredda lungimiranza? La politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell'animo. E tuttavia la dedizione alla politica, se questa non dev'essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente umana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla passione. Ma quel fermo controllo del proprio animo che caratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilettanti della politica che semplicemente "si agitano a vuoto", è solo possibile attraverso l'abitudine alla distanza in tutti i sensi della parola. La "forza" di una "personalità" politica dipende in primissimo luogo dal possesso di doti siffatte.
L'uomo politico deve perciò soverchiare dentro di sé, giorno per giorno e ora per ora, un nemico assai frequente e ben troppo umano: la vanità comune a tutti, nemica mortale di ogni effettiva dedizione e di ogni "distanza", e, in questo caso, del distacco rispetto a se medesimi.
La vanità è un difetto assai diffuso, e forse nessuno ne va del tutto esente. Negli ambienti accademici e universitari è una specie di malattia professionale. [...] Giacché si danno in definitiva due sole specie di peccati mortali sul terreno della politica: mancanza di una "causa" giustificatrice (Unsachlichkeit) e mancanza di responsabilità (spesso, ma non sempre, coincidente con la prima). La vanità, ossia il bisogno di porre in primo piano con la massima evidenza la propria persona, induce l'uomo politico nella fortissima tentazione di commettere uno di quei peccati o anche tutti e due. Tanto più, in quanto il demagogo è costretto a contare "sull'efficacia", ed è perciò continuamente in pericolo di divenire un istrione, come pure di prendere alla leggera la propria responsabilità per le conseguenze del suo agire e di preoccuparsi soltanto "dell'impressione" che egli riesce a fare. Egli rischia, per mancanza di una causa, di scambiare nelle sue aspirazioni la prestigiosa apparenza del potere per il potere reale e, per mancanza di responsabilità, di godere del potere semplicemente per amor della potenza, senza dargli uno scopo per contenuto. [...] Il mero "politico della potenza" (Machtpolitiker), quale cerca di glorificarlo un culto ardentemente professato anche da noi, può esercitare una forte influenza, ma opera di fatto nel vuoto e nell'assurdo. In ciò i critici della "politica di potenza" hanno pienamente ragione. Dall'improvviso intimo disfacimento di alcuni tipici rappresentanti di quell'indirizzo, abbiamo potuto apprendere per esperienza quale intrinseca debolezza e impotenza si nasconda dietro questo atteggiamento borioso ma del tutto vuoto. [...]
E' perfettamente vero, ed è uno degli elementi fondamentali di tutta la storia (sul quale non possiamo qui soffermarci in dettaglio), che il risultato finale dell'azione politica è spesso, dico meglio, è di regola in un rapporto assolutamente inadeguato è sovente addirittura paradossale col suo significato originario. Ma appunto perciò non deve mancare all'azione politica questo suo significato di servire a una causa, ove essa debba avere una sua intima consistenza. Quale debba essere la causa per i cui fini l'uomo politico aspira al potere e si serve del potere, è una questione di fede. Egli può servire la nazione o l'umanità, può dar la sua opera per fini sociali, etici o culturali, mondani o religiosi, può essere sostenuto da una ferma fede nel "progresso" non importa in qual senso - oppure può freddamente respingere questa forma di fede, può inoltre pretendere di mettersi al servizio di una "idea", oppure, rifiutando in linea di principio siffatta pretesa, può voler servire i fini esteriori della vita quotidiana - sempre però deve avere una fede. Altrimenti la maledizione della nullità delle creature incombe effettivamente - ciò è assolutamente esatto - anche sui successi politici esteriormente più solidi.

(da La politica come professione, in M. Weber, Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, Torino 1967, 101-104).

La donna che tradusse il giovane Holden.

La donna che tradusse il giovane Holden.

Un libro le ha cambiato la vita. Chissà se i libri cambiano davvero le vite, e figurarsi uno. Ma è bello sentire qualcuno dirlo, fingere di crederci, chiedere quale libro. Quale libro vi ha cambiato la vita? Ascoltare risposte originali, titoli sconosciuti, racconti commossi. E libri noti, quelli che se non cambiano la vita, ci passano almeno attraverso quando la vita si fa, a venti, trent'anni. Siddharta, lo Zen e la motocicletta, Grandi Speranze. E il Giovane Holden, per forza. A lei, già, la vita l'ha cambiata il Giovane Holden, come a molti altri. Solo che a lei l'ha cambiata davvero: non l'ha letto, lo ha tradotto. Che, non fosse stato per Salinger, forse nessuno l'avrebbe tolta dall'ufficio stampa della Società Autostrade, e chissà che altra carriera, che altra vita, che altra città che non questa Roma da cui sta traslocando. È La donna che ha tradotto Il giovane Holden.Adriana Motti, il nome sul frontespizio, ha settantacinque anni, cinque meno di Salinger, ed è oggi una delle più note traduttrici italiane. Note a chi? "Non si presta mai nessuna attenzione al nome del traduttore: è un lavoro aberrante e io mi sono tremendamente pentita di averlo fatto. Nessuna soddisfazione, si guadagna pochissimo e si perde completamente la propria identità. E si sta sempre soli, noi e il libro e nient'altro". La signora ha tradotto Karen Blixen, Lawrence Durrell, E.M. Forster, Wodehouse, Shikibu Murasaki, Catherine Porter e Colette dal francese. E Ivy Compton Burnett e altri ancora.A ventitré anni, nel '47, le capitò la prima traduzione, un Wodehouse: "me lo sono totalmente inventato 'sto mestiere ed è stato molto divertente cominciare con Wodehouse". Figlia di un avvocato romano, a quel tempo faceva la giornalista all'Avanti, dove era entrata rispondendo con un suo articolo a uno scritto di Benedetto Croce. Le traduzioni le fecero poi perdere l'attitudine a scrivere, dice: "non finisco mai niente, solo cose brevissime, fulminee, ma non si può vivere di cose fulminee"."A Roma in quegli anni capitava di conoscere tutti e io avevo la smania degli scrittori. Mi sembravano esseri sublimi, che poi non è affatto vero, ma allora ci credevo". In America negli stessi anni usciva "Questo mio folle cuore", un film con Dana Andrews e Susan Hayward liberamente tratto dal racconto di Salinger "Lo zio Wiggily nel Connecticut". Deluso dal risultato, lo scrittore andò poi dicendo che se a Hollywood avessero tratto un film da "Un giorno ideale per i pescibanana" avrebbero dato a Edward G. Robinson la parte della bambina Sybil. E così Holden racconterà per tutto il romanzo il suo odio per il cinema e i film e i dubbi sul fratello scrittore che è andato a Hollywood.Alcuni anni dopo la signora Motti fu contattata da Einaudi e fece un'impressione eccellente. "Le traduzioni sono opere affini agli originali, Croce le chiamava "le belle infedeli". La libertà che è lasciata al traduttore e che il traduttore deve prendersi è grandissima. E ognuno se ne prende di diverse: Faulkner fu tradotto sia da Vittorini che da Pavese. Vittorini quasi parola per parola, con rigoroso rispetto della cadenza. Pavese in un suo stile. A me piaceva più il primo. Pavese era troppo Pavese e Faulkner diventava un po' uno delle Langhe". Il primo lavoro per Einaudi fu Diario d'amore di Maude Hutchins, "che non ebbe nessunissimo successo".Poi Einaudi ebbe delle difficoltà e Adriana Motti andò a lavorare per tre anni all'ufficio stampa della società Autostrade, "sempre per campare, ovviamente". Quando Einaudi si "rimpannucciò", nel 1961, le affidarono The catcher in the rye, e lei si dimise dalle Autostrade ("la più grande cretinata della mia vita"). In America il libro aveva già venduto un milione e duecentomila copie. "Sembrerà un'eresia: sono diventata celebre col Giovane Holden che io non ho preso sul serio per niente. Mi è piaciuto, molto acuto, molto profondo, ma non gli ho dato quest'importanza: divenne un dogma, un catechismo che non capisco tutt'ora. È un libro individualista, la crisi esistenziale di un ragazzo americano. Per dei ragazzi di sinistra italiani, Salinger avrebbe dovuto essere il tipico americano altoborghese e radical chic, non vedevo che rapporto ci fosse con dei giovani marxisti. Lo dissi anche a tre di loro che vennero a parlarmi per fare un pezzo sul giornale di Lotta Continua, e si fecero prestare delle lettere. Più rivisti, né loro né le lettere".
In Italia di Salinger allora si sapeva meno di oggi, malgrado il successo del libro in patria: "la gente crede che quando uno fa il traduttore si mette in comunicazione con l'autore: forse la Pivano lo fa, perché aveva la possibilità di conoscere Hemingway, di andare in America. Ma io che lo facevo per mestiere, dalla mattina alla sera, se avessi dovuto prepararmi, conoscere l'autore, non traducevo più. Campavo d'aria?"Spesso si sente dire però che una buona traduzione nasce da una profonda conoscenza dell'autore e del suo testo: leggerlo e rileggerlo, prima di mettersi all'opera. "Macché, se lo leggo prima, non lo traduco: mi viene la nausea e diventa una barba terribile".Esausta dal lavoro precedente, tradusse tutto Holden sdraiata nel suo letto, accatastando parole in un quadernetto a quadretti, come ha sempre fatto, il testo sulle pagine di destra e le correzioni su quelle di sinistra, impiegandoci alcuni mesi, "sono sempre in ritardo, alla fine". Con la morte di Giacomo Debenedetti, che era stato suo compagno per ventitré anni, venne un periodo molto brutto. "Tutte le volte che avevo un dubbio Giacomo mi consigliava e adesso pensavo di non poter far niente da sola. Durò a lungo. Poi, quando ebbi tradotto la Blixen senza di lui, pensai di aver superato l'esame".Torniamo a Holden. Adriana Motti non ha letto gli altri libri di Salinger e apprende divertita che tre anni fa Baricco e Veronesi proposero a Einaudi di rifare la sua traduzione. La proposta si perse lì, com'era giusto. Il giovane Holden italiano è scritto in maniera formidabile proprio perché lo ha scritto lei, ed è una traduzione che spesso brilla di luce propria, costretta a emanciparsi continuamente dall'originale. A momenti si potrebbe pensare addirittura che la Motti si sia prese troppe libertà. Ma Holden come lo conosciamo noi oggi non potrebbe scrollarsi di dosso i suoi "e tutto quanto", "e compagnia bella", "eccetera eccetera", "e quel che segue", "e via discorrendo", che traducono sempre e soltanto l'espressione "and all" dell'originale, che come tutte le opere in inglese non ha il nostro fastidio per le ripetizioni. Né chi ha letto Holden in italiano potrebbe pensarlo denudato di tutto il suo slang fatto di "una cosa da lasciarti secco", "marpione sfessato", "infanzia schifa", e compagnia bella. "Allora i ragazzi parlavano così. Mi son dovuta adeguare, e chiedere ai miei nipoti: in americano poteva essere più sobrio, aveva lo stile di Salinger che lo sosteneva, in italiano io dovevo reinventarmelo"."Non si faccia venire un esaurimento nervoso", le scrisse una volta Calvino: "se non ci darà il libro in maggio, ce lo darà in giugno, se non in giugno in luglio, se in luglio non ce l'ha ancora dato mandiamo un sicario a ucciderla, ma lei deve lavorare tranquilla, come in un letto di rose".Quando riascolta le parole che infilò dentro Il giovane Holden le viene da ridere, "Salinger usava espressioni che non potevo tradurre e cercavo di compensare, per rendere il suo stile. E chiedendo ai miei nipoti. Una cosa sola me la sono inventata io, perché nessuno mi sapeva dire niente: che lui se l'era stantuffata sui sedili dietro della macchina. Chiedevo a tutti come si diceva e tutti mi dicevano le stesse cose che sapevo anch'io!""Una volta in Wodehouse c'era un personaggio che parlava in uno slang americano vistoso, e come lo rendevo? Ci ho messo un linguaggio grossolano, e qualche cacchio (mi pareva che tutto sommato un piccolo cacchio ogni tanto): mi hanno fatto una rimenata sul Catholic Digest, chiamandomi "signorina maleducata", e con nome e cognome, che non mettevano mai se dovevano fare un complimento. Mi sono proprio arrabbiata"."Comunque la traduzione del Giovane Holden fu abbastanza stroncata, a cominciare dal titolo". Una celebre nota in apertura dell'edizione italiana del romanzo spiega l'intraducibilità del titolo originale: "la scrisse Calvino".
Adesso la signora Motti legge poco ("ho letto tanto in vita mia, che adesso ci vedo poco"), i libri "moderni" non le piacciono e piuttosto rilegge Tolstoj e Dostoevskij: "Kafka mi aveva troppo sconvolta. Giacomo mi portò Il messaggio dell'imperatore appena uscito e io lo scaraventai contro il muro, dicendo che non doveva farmi leggere quelle cose, in un mondo come il nostro. Ero tutta permeata di realismo socialista e quello mi porta Kafka. Poi mi ci appassionai"." Dei suoi libri ama soprattutto quelli di Karen Blixen e ha riletto solo Passaggio in India. "Li so a memoria"."È un lavoro atrocemente sottopagato (e io ero arcipagata), io capisco che i traduttori possano tradurre male: conviene tradurre i gialli, ci metti meno". E che i ragazzi, anche in questo momento, leggano espressioni che si è inventata lei, non le fa un po' piacere? "Mi meraviglia moltissimo di accorgermi ora di avere una fama perché la gente non legge mai il nome di un traduttore. Poi mi dicono, ma lei è quella che ha tradotto Il giovane Holden? tutti, sempre, e mi fa ridere, io ho tradotto quaranta libri e si ricordano solo quello. E la Blixen?" (affinità: "Chiamerei volentieri Isak Dinesen", dice Holden, innamorato de La mia Africa).Adriana Motti ha messo parole italiane nelle bocche di Jeeves e Holden Caulfield, di Adela Quest e del principe Genji, e decine di migliaia di persone le hanno lette e se ne sono innamorate (l'anno passato Il giovane Holden ha venduto in Italia altre ventimila copie). Lei ha smesso di tradurre da qualche anno, con un libro di David Garnett. Si alza dalla poltrona e va a cercarlo nella libreria, lamentandosi della poca memoria e della sua schiena, "vecchiaia schifa", dice.

venerdì 8 febbraio 2008

Sud e poesia.

C'è tanta eco. E sponda. Si contano affinità ed analogie in un'area geografica vasta ed affollata che se non parla riesce comunque a far parlare di se stessa. E tutto questo, nel bene e nel male, oltre i luoghi comuni. Nel Sud si vive e si sopravvive. Del Sud si parla e si sparla. Sul Sud più di qualcuno ha creato la sua fortuna, a cominciare da una classe politica paladina dei propri filiani (e interessi) ed estranea, anzi, talvolta malvagia verso la propria terra. C'è chi ha scritto e chi scrive; chi ne ha fatto momento ed oggetto di poesia e chi si ingegna a farlo. Poesia ruvida e tagliente come pietra. Poesia sul filo della memoria, spesso prossima allo scontro. Poesia di sette dolori e di una qualche speranza. Poesia-denuncia di giustizia negata, di usi ed abusi. Poesia di amore sociale, come un credo.Ai "tre legati ereditari"del Sud (malaria, frane e terremoti, solo la malaria è stata debellata) si aggiungono la malaria politica e le sue complicazioni infettive. Ecco perché ci interessiamo di Sud e poesia. Ecco perché abbiamo voluto dedicare un convegno su Rocco Scotellaro a Nusco nella terra d'Irpinia, sede del Centro di Documentazione sulla poesia del Sud.Scotellaro, poeta della libertà contadina, è meritevole di un contributo a più voci e di diverso aspetto. E' quanto abbiamo voluto dare - auspice il prof. Paolo Saggese - insieme all'Amministrazione comunale, unitamente all'apporto di accademici e studiosi. Ma più di qualcosa con questa "pulce rossa" - il vezzo familiare con cui Rocco veniva chiamato - è condivisibile; in parte come eredità, per altra come scelta e testimonianza di vita. Un impegno civile che sul fronte meridionale trova Vittorio Bodini, Lorenzo Calogero, Franco Costabile, Libero de Libero, Leonardo Sinisgalli, Domenico Rea e Mario Trufelli. E su quello irpino Nicola Arminio, Antonio La Penna, Pasquale Martiniello, Giuseppe Saggese, Pasquale Stiso, Giuseppe Tedeschi. Anche chi scrive ritiene Scotellaro un modello di valenza poetica e politica, oltre la militanza e la tessera. Un manifesto lirico-sociale che si fa ancora apprezzare per lettura e rivelazione.Anzi con fierezza irpina, facciamo nostro l'assunto di Guido Dorso, ovvero "La rivelazione poetica" come "la più perspicua forma dell'intelligenza umana". Una verità rivelante a dispetto di Arcadia e di accademie. Una verità ed una poesia reale, ansi neorealista che, incuneandosi tra le crepe e le maglie sociali, rivela l'humus, radici e detriti.Per Scotellaro nucleo essenziale è la famiglia, altare domestico. A cominciare dal padre, campione di dignità e di resistenza, senza compromessi. "Mio padre misurava il piede destro/ vendeva le scarpe fatte da maestro/ nelle fiere piene di polvere,/ tagliava con la roncella/ la suola come il pane,/ una volta fece fuori le budella/ a un figlio di cane....E morì - come volle - di subito,/ senza fare la pace col mondo."Per continuare con la madre "Intenta ai corredi nuziali/ e rifinire le tomaie alte" - un rapporto privo di ogni conflitto - fatta segno di ogni attenzione e dolcezza: "Mamma, tu sola sei vera/ e non muori perché sei sicura" o ancora "Se mi prendete voglio volare/ su mia madre lontana formica". Qui ci sono orgoglio e compostezza. Riscontri che ritroviamo nei "Canti della memoria" di Martiniello e in "Madre del Sud" di Saggese.Dalla famiglia la poesia si trasferisce - ma resta un tutt'uno - alla casa, al paese. Orizzonte. Siepe ed infinito. Il paese "continua la sua storia/ "sotto il cielo stellato a foglia a foglia". Un rapporto ombelicale, dove corpo e spirito sono sfibrati dalla doppia faccia della gente, che rivendica con prepotenza il suo voler essere "padrone" "ed è geloso a morte dell'uguale". Con queste pretese chi va in frantumi è proprio il paese, oggetto per un tempo di fantasiose teorie sociologiche condensate in un ''familismo amorale" responsabile di incrostazioni e contesti incartapecoriti, sicuri ostacoli al progresso e alla civiltà.In Scotellaro non c'è malanimo. In un susseguirsi di immagini, dai forti richiami classici (Alceo, Quasimodo), c'è la conferma di un incarnato amore sociale. Soprattutto con i santi Padri contadini, a cui giunge l'esortazione: "Mettete il vino, beviamo stasera"; o ancora: "Beviamoci insieme una tazza colma di vino!/ che all'ilare tempo della sera/ s'acquieti il nostro vento disperato".Hanno una vivacità quasi esiodea, ma anche un moderato contenuto fescennino i versi: "E sto bevendo con gli zappatori/ non m'han messo il tabacco nel bicchiere,/ abbiamo insieme cantato/ le nenie afflitte del tempo passato/ col tamburello e la zampogna". In questa scena apparentemente oleografica si inserisce una matrice comune, riscontrabile nella tradizione delle feste contadine (in primo luogo quella del Carnevale, così cara anche a noi dell’Irpinia). In quel mondo statico e in subbuglio, in cui la campagna era ad un tempo Eden ed Inferno, la poetica di Scotellaro trova denunce e sogni da svelare. In fondo - scriveva Franco Compasso, tra i primi a credere nel legame poesia-Mezzogiorno - la poesia, quando non è il compiacimento individuale ed estetizzante di una visione, di un sogno, di un amore e cioè di un amore esterno e spesso astratto - è sempre una denuncia sociale, un impegno civile di lotta, un inno di protesta, una ricerca di libertà e di verità". E quindi un atto d'amore, in ogni senso.

Giuseppe Iuliano

Viaggi nel Sud.

Chiara Lico

Il Sud. Quello della festa, quello del pianto, quello del canto. Il Sud simbolico, rituale, favoloso. Quello dei guaritori e delle loro clientele accanto a quello del gioco della falce, del lamento funebre, della malattia magica. Ma anche quello mitico e fuori dal tempo, come un muro assolato, un vecchio che aspetta, lo scialle di una donna. Il Sud del tarantismo, che vibra al suono del violino e del tamburello, che soffre ballando. Che ballando rinasce. Il Sud fermo lì: difficile e senza scelte, senza scampo. Come un bianco e nero senza possibilità di riscatto.
A permettere di rivisitare il Meridione degli anni Cinquanta attraverso gli scatti di Arturo Zavattini, Franco Pinna e Ando Gilardi è la mostra fotografica I viaggi nel Sud di Ernesto de Martino ospitata, fino al 28 maggio, a Sesto Fiorentino presso la villa S. Lorenzo al Prato. Nata da una collaborazione tra l'Istituto Ernesto de Martino e Bollati Borighieri Editore (per i cui tipi è uscito il prezioso volume che da il titolo alla mostra), l'iniziativa punta i riflettori sull'espressività popolare e, soprattutto, sul particolare metodo di ricerca con il quale de Martino anticipò quella che oggi è definita "antropologia visuale". "Curiosa. Definirei così questa mostra, perché accanto alla povertà dei mezzi e all'aspetto espositivo quasi inesistente riesce a regalare una forte qualità di immagini, frutto dell'impegno di fotografi che sapevano guardare la realtà".
Clara Gallini, etnologa e presidente dell'associazione internazionale intitolata al grande studioso, spiega così quest'iniziativa che, aggiunge, "ha una duplice importanza" perché "accanto all'idea di un percorso culturale che guarda al passato per comprendere il presente, si sente forte la spinta all'approccio con mondi diversi. Significa che c'è bisogno di confrontarsi e, soprattutto, di prendere coscienza del metodo conoscitivo cui si è fatto ricorso. Non basta dire che a emergere è la memoria di un passato contadino o la necessità di rivedere come si era prima: quello che viene fuori è la volontà di una ricostruzione. Anche attraverso un appello al simbolismo e al rito".I viaggi di de Martino, dall'inchiesta a Tricarico (1952) alla "spedizione" in Lucania (1952), fino alla ricerca sul tarantismo nel Salento (1959), effettuati in condizioni precarie per tempi e circostanze, furono organizzati al solo scopo di conoscere una realtà dall'accesso culturale difficile, tanto da richiedere la mediazione di Vittoria de Palma, il cui apporto fu determinante nel facilitare l'approccio con la popolazione locale, soprattutto con le donne. E' grazie a queste incursioni "in un altro pianeta", come lo definì lo stesso de Martino, e al materiale fotografico che ne è derivato che oggi è possibile osservare e conoscere un'altra realtà "esotica", assolutamente lontana dall'omologazione dello sviluppo. Il che non ha significato limitare il campo di studio al solo Sud dell'Italia: la ricerca dell'espressività popolare è un percorso analitico che attraversa tutta la penisola. Ivan della Mea, presidente dell'Istituto Ernesto de Martino, fondato da Gianni Bosio sulla base degli insegnamenti del grande etnologo e della sua équipe per proseguire e incentivare le ricerche da loro intraprese, non crede che ci siano confini di cui tener conto. "Dal punto di vista metodologico, ci occupiamo di tutte le forme espressive autonome a livello di base, sia del contadino che dell'urbano: il nostro scopo è quello di garantire, in Italia, l'indirizzo scientifico della storiografia orale". Della Mea non esita però a palesare le grandi difficoltà d'accettazione che questo metodo comporta in un panorama di studio fedele ai metodi classici e fin troppo resistente a quelli sperimentali: "E' ovvio che qualsiasi studio, per accettare questo punto di vista, deve mettere in discussione alcune delle categorie sue proprie. E qui ci sono forti resistenze".
Il presidente dell'Istituto si dice scettico nei confronti delle riscoperte cicliche dell'etnografia. Piuttosto, preferisce come campo d'azione quello di una ricerca globale che tenga conto dei processi di sviluppo e che cerchi la registrazione dei fenomeni in progressione. In questo senso, uno dei terreni d'analisi privilegiati è la musica, soprattutto "la canzone popolare", fondamentale perché è stata, ed è, "strettamente correlata alla vita dei popoli contadini". Ma proprio per questo "va assolutamente contestualizzata", precisa della Mea: non va dimenticato che questa musica, sottratta al suo ambiente, perde senso e ragione di essere. Non è un caso, infatti, che organismi come l'Istituto de Martino, autofinanziati e forti delle risorse di chi vi si adopera, collaborino con associazioni indipendenti come la Società di Mutuo Soccorso di Venezia, la Lega di cultura di Piadena o l'Associazione Aramiré, impegnata, oltre che nella pubblicazione di libri e nell'approfondimento di un percorso di rivisitazione storica che va dagli anni Settanta a oggi, nella divulgazione di musica popolare salentina. "La musica è determinante in operazioni di ripristino e di diffusione di culture specifiche perché rappresenta un momento di sintesi delle realtà di cui è portavoce e di quelle popolari in particolare" spiega Luigi Chiriatti, presidente di Aramiré e leader dell'omonimo gruppo musicale nato nel 1996. Una musica regalata "tutta dagli altri, dagli anziani". Lui stesso racconta di aver imparato dagli antichi cantori, "ma adesso inizia a essere diverso: si possono frequentare corsi di tamburello e anche a scuola si insegna ai ragazzi a non perdere le loro tradizioni. Bisogna evitare che si ripeta ciò che è avvenuto al canto polivocale, troppo trascurato e ingiustamente". Ma il dialetto, in questo senso, che ruolo gioca? Chiriatti, che riconosce come guida degli Aramiré la lezione e l'insegnamento di de Martino, non lo vede vincolante o limitativo per la diffusione di una cultura e dei valori che le appartengono: "La musica è musica. E, banale a dirsi, prima di tutto va suonata: lo si può fare bene o male. Una cosa è certa: se non c'è partecipazione, non dipende dal dialetto. Che comunque funziona e va mantenuto". Questa musica: un tesoro ereditato per diritto. Un gene trasmesso senza saperlo. Potente e maledetta: che non può andare persa e non può arrivare lontano. Ma che forse neanche vuole. Aramiré. Che nell'orecchio resta, come suono. Sì, ma che cosa vuol dire? "Nasce da una filastrocca che diceva proprio così: aramiré, aramiré...una filastrocca che non credo avesse alcun senso o se ce l'aveva non ho mai saputo quale fosse".

giovedì 7 febbraio 2008

Della fuga e dei vaganbodaggi.

di Lorella Spinello

«Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa (…) che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga spesso, quando si è lontani dalla costa, è il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione.» [1]
Henry Laborit, biologo francese, nel suo Elogio della fuga, disserta sul bisogno inestinguibile dell’uomo di afferrare la libertà, ma, per svincolarsi dai condizionamenti sociali, dalle costrizioni mentali, non conviene la ribellione solitaria, fonte di emarginazione:« (…) non rimane che la fuga. Ci sono diversi modi di fuggire. Alcuni si servono di droghe dette «psicogene». Altri della psicosi. Altri del suicidio. Altri della navigazione solitaria. Forse c’è un altro modo ancora: fuggire in un mondo che non è di questo mondo, il mondo dell’immaginazione. Qui il rischio di essere inseguiti è minimo.» [2]
La fuga e il vagabondaggio letterari sono stili di vita o solo scelte di gusto? È possibile annodare artisti e opere, talvolta così distanti stilisticamente, attraverso un nesso biologico e letterario, l’istinto di fuga? Ma quale fuga è concessa ai personaggi letterari?
Sarà forse la fuga borghese, amorosa, ideologica, religiosa, psichica o ancora il vagabondaggio, corollario poetico e inscindibile di molte fughe? [3]
Dall’Odissea omerica all’Eneide virgiliana, dal capolavoro della letteratura italiana trecentesca, la Commedia dantesca, ai romanzi cavallereschi, mille e più racconti di viaggi avventurosi, ricerche e pellegrinaggi, allontanamenti da patrie perdute e ritorni l’uomo ha elaborato, tentando di fondere il suo intimo peregrinare con esteriori forme di movimento.
Il primo “romanzo” dell’età moderna, il Don Chisciotte di Cervantes, una parodia dei libri cavallereschi, è esso stesso un romanzo cavalleresco: il personaggio attua una folle ricerca di avventure che ricalchino quelle dei cavalieri delle saghe arturiane; Cervantes critica l’eccessiva passione libresca di don Chisciotte, figura intrisa di letteratura che reinventa la sua vita come fosse il canovaccio di un possibile romanzo. La sua pazzia è una volontaria fuga dalla mediocrità verso una ridicola esistenza da fantomatico cavaliere errante.
Ma è nella letteratura novecentesca che il motivo della fuga ha trovato espressione nelle più differenti combinazioni e forse con i migliori esperimenti, altalenando tra le polarità del viaggio come scoperta o esilio.
Il tema del viaggio come esilio e il conseguente senso di non appartenenza, la solitudine cosmica, concernono la linea europea, ma soprattutto quella letteratura mitteleuropea che vive la crisi di un mondo e una società in dissoluzione.
In Fuga senza fine, Joseph Roth ripropone una struttura che appartiene a molte delle sue opere, «vale a dire l’odissea dell’ebreo errante verso occidente.» I suoi personaggi sono dei fuggitivi, Franz Tunda è inseguito, nella sua fuga infinita tra le steppe russe, fino in Europa; la sua famiglia – la madre è un’ebrea polacca mentre il padre è un maggiore austriaco – rimanda ai controversi legami fra le razze, fonti di smarrimento e ferite. «(…) l’iter del personaggio rothiano è scandito su quello emblematico dell’ebreo che abbandona lo shtetl» ma, se gli ebrei sono costretti ad abbandonare la cara patria, «i reduci cercano di ritornarvi.» [4] Il ritorno è vano, però, le patrie sono definitivamente scomparse, annullate, essi restano come esseri sperduti e sradicati. [5]
Nel romanzo Verso la libertà, pubblicato da Schnitzler nel 1908, un nobile musicista si innamora di una cantante appartenente alla piccola borghesia; la ragazza resterà incinta ma partorirà un bimbo morto, e l’uomo, scegliendo di non sposarla, si persuaderà d’aver preso la strada verso la libertà. [6]
Il protagonista di Fuga nelle tenebre, figura paragonabile ai pazienti di Freud diventati casi letterari, scopre gradualmente che le sue ossessioni si trasformano in terribili gesti poi perduti nell’oblio. Il tema della psicosi, della follia s’intreccia a quello della fuga, necessaria risoluzione delle paure maniacali di Robert; egli è, a tratti, lucidamente consapevole della sua malattia: «(...) sapeva di avere già fatto migliaia di volte quella stessa strada e di essere destinato a fuggire migliaia di volte ancora, per l’eternità, nelle notti azzurre, risonanti.» [7]
Marcel Proust scelse, per uno dei capitoli del La recherche, il titolo La fugitive, in una ideale contrapposizione con l’altra fondamentale sezione, La prisonnière, ma il libro apparve per la prima volta con il titolo: Albertine disparue. Il testo si rivela profondamente autobiografico, la separazione del protagonista da Albertine è una sofferenza inaspettata, poiché la fuga della donna, agognata come una salvezza, giunge improvvisa e dolorosa.«Madamoiselle Albertine est partie!» [8]
Il protagonista de Il primo uomo, [9] alter ego di Albert Camus, decide di ritrovare il ricordo del padre, perito durante la prima guerra mondiale quando lui era piccolo, e torna in Algeria per incontrare chi l’aveva conosciuto. La terra natale risveglierà la memoria dell’infanzia a Belcour, un quartiere povero della capitale. Il libro è una sorta di romanzo di formazione a ritroso, racconto di una vita dalla nascita al liceo.
Le opere dell’irlandese Joyce sono frutto di meditazione sulla propria condizione e su quella del suo Paese: un’isola, l’Irlanda, tormentata come la Sicilia, odiata e amata con uguale passione dagli isolani. Due dei suoi libri contengono un nome-simbolo: Dedalo, l’uomo uccello e Ulisse; il primo mito è interpretato come un volo liberatorio verso Parigi, con un sogno ardimentoso di bellezza e vita, il secondo è un volo della creatività negli antri della memoria e delle proprie radici; entrambe le figure possiedono la superiorità intellettuale, l’inventiva, l’acutezza e il destino dell’esilio e del pellegrinare. [10] Dublino sarà, nonostante l’esilio volontario in Francia e in Italia, la città della sua ossessione e la prima donna dei suoi romanzi, da Gente di Dublino a Finnegan’ s Wake.
L’istinto d’avventura, il mito della frontiera, appartengono per natura agli scrittori americani; Marc Twain, acuto osservatore degli sconvolgimenti che nell’Ottocento interessarono gli Stati Uniti (dal razzismo alla guerra civile, al capitalismo agguerrito), trasformò il romanzo d’avventura, di tradizione picaresca, in uno strumento di analisi sociale. Le avventure di Huckleberry Finn, scritto nel 1884, è un viaggio lungo il grande fiume d’America che il selvaggio Huck e lo schiavo fuggiasco Jim compiono in cerca di libertà, ma soprattutto di se stessi. Twain usa, a fini narrativi, il passato della propria infanzia ma tale meccanismo corrisponde ad una fuga dall’America di quegli anni: mentre Huck è un pidocchioso vagabondo che vive alla giornata non tenendo conto delle formalità e tanto meno delle costrizioni sociali, il suo migliore amico Tom Sawyer, diverrà il suo antagonista, la minaccia per la sua libertà, poiché si adatterà al suo ambiente restandone imbrigliato. L’unica via d’uscita è una meravigliosa avventura lungo il fiume, una fuga che ha il fascino della scoperta. [11]
Hermann Melville immaginò un formidabile personaggio: il capitano Achab. Questi insegue Moby Dick per sete di vendetta, ma la brama di distruggere si trasforma in sete di possedere, di conoscere. [12]
In Uomini e topi John Steinbeck traccia alcune figure di sradicati: «Gente come noi, che lavora nei ranches, è la gente più abbandonata del mondo, non hanno famiglia, non sono di nessun paese. Arrivano nel ranch e raccolgono una paga, poi vanno in città e gettano via la paga, e l’indomani sono già in cammino alla ricerca di lavoro e di un altro ranch. Non hanno niente da pensare per l’indomani.» [13]
Nel Viaggiatore solitario, [14] scritto nel 1960, Jack Kerouac fa il resoconto di un viaggio frenetico, solitario, squattrinato da New York a San Francisco, da Città del Messico a Tangeri, da Parigi a Londra, alla ricerca della “libertà assoluta”. Lo scrittore sceglie la vita On the road, [15] come recita il titolo del suo più famoso romanzo, manifesto della beat generation.
Gli intermediari tra la cultura d’oltreoceano e il nostro paese furono Pavese e Vittorini, i quali, traducendo alcune opere americane, produssero un impulso di rinnovamento della letteratura italiana.
Gli scrittori italiani del “Nord” (Cesare Pavese, Carlo Levi) viaggiano, in maniera ricorrente, per problemi politici, ma le loro esplorazioni celano solitamente un significato superiore.
«Qui non ci sono nato, è quasi certo, dove sono nato non lo so; non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch’io possa dire « Ecco cos’ero prima di nascere ». (…) Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.» [16] «(…) un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.» [17] Nel 1935 Pavese fu condannato a tre anni di confino per aver protetto la donna amata, militante del PCI. Questi anni fruttarono il racconto Terra d’esilio del 1936, La casa in collina e Il carcere (entrambi composti nel 1948).
L’artista meridionale fugge dal dolore e cerca la guarigione, ma sprofonda in una realtà che non gli appartiene ammalandosi di malinconia.
La Sicilia ha prodotto tutta una letteratura ferita da smanie rinnovatrici e autolesioniste.
Il capolavoro di Verga, intessuto di fughe, agognate e ineluttabili, offre spunti utili al nostro breve iter tematico: fuggono i personaggi amareggiati dalla sconfitta; Alfio Mosca afferma perentoriamente: «Uno che se ne va dal paese è meglio che non ci torni più»; [18] ’Ntoni abbandona la Trezza della sua infanzia, ripetendo ossessivamente «Devo andarmene», [19] ma indugiando, infine, a partire; segno, questo, di un profondo attaccamento alla sua terra, ripudiata perché depositaria di sofferenze.
Nell’introduzione al libro di Rosso di San secondo, La fuga, Pirandello fa una dissertazione sul genere del romanzo, «componimento poetico d’indole morale o religiosa in Provenza (…) nel nord della Francia racconto d’avventura (…) in Italia prevalse questo secondo significato (…)». [20] Secondo lo scrittore persino la Commedia di Dante potrebbe essere definita un romanzo d’avventura. La fuga di Rosso è un viaggio verso la salute; Dante l’aveva cercata attraverso i regni oltremondani, «(…) altri viaggiò sulla luna per ritrovarvi il senno degli uomini». [21]
«Qui è un uomo del Sud che ha in sé veramente tutta la dannazione dei peccati, il male della vita e del sole», la salvezza è per lui il nord dove la ragione doma la passione. «Il viaggio, l’esperimento hanno però un esito, al tutto contrario. Il male della vita e del sole, contro ogni riparo della neve, dell’intelligenza, della ragione, s’attacca insidiosamente a chi è eletto a guarirlo». [22] Il malato contagia il presunto guaritore e poi fugge in preda a rinnovate passioni.
Nei romanzi di Rosso si avverte la condizione autobiografica dell’autore, di un uomo del Meridione trapiantato nel clima e tra la gente settentrionale, esseri inabissati nella spiritualità che si negano alle passioni di cui sono ingordi i solari uomini del Sud. Ne La fuga il confronto fra Nord e Sud è il punto focale della vicenda: il Nord attrae con la promessa di salute ma le sue reali forme sono inaccettabili e diventa essenziale fuggire. Il protagonista attua una nuova fuga per trovare una ragione d’esistere. «La fuga, dunque, non è più un momento, ma uno stato, un modo d’essere, un’esigenza esistenziale». [23]
Il finale del romanzo di Rosso, con l’intrusione degli zingari rumorosi e sanguigni in quel freddo Nord, rappresenta una rottura: il protagonista non auspica un ritorno ad una fantomatica patria, ma la vita nomade propria del gitano. Come il protagonista del romanzo di Roth egli auspica una fuga senza limiti di sorta: «Un vento mi spinge e non temo di andare a fondo». [24]
Ne La morsa Dionisio e Dorina fuggono, dalla routine delle loro vite verso un amore passionale; Dionisio scopre però in questa passione la morsa a causa della quale compierà l’ennesima fuga. [25]
L’unica fuga permessa al fantasma di donna, voce unica del monologo La mia esistenza d’acquario, è la sua metamorfosi in essere acquatico. [26]
«È in questo vuoto che culmina, lungo un itinerario dunque coerentemente nichilistico, la «fuga senza fine» dei personaggi di Rosso? È nel torbido alveo delle acque prenatali che occorre identificare quella « vita anteriore » vagheggiata come autentica patria dagli errabondi « emigranti » della Fuga?» [27]
Giuseppe Antonio Borgese, altro siciliano fuggitivo, disegna Filippo Rubè, uno dei migliori ritratti di un’epoca confusa e rigogliosa di fermenti, illuminandolo di sue esperienze: il personaggio passa dall’attivismo esagerato alla bramosia di affondare e nascondersi, esplicitata dal vagabondaggio in Italia. La fuga verso la passione e poi il ritorno si concluderanno entrambi con finali tragici, mortali. Anche la figura divina, questo ignoto dio, è rappresentata dal simbolo del viaggio: sarà il Viaggiatore Sconosciuto a condurre Rubè alla morte. Nella furia logorroica dei suoi pensieri si augura per sé e per il figlio una sorte da “viaggiatore sconosciuto”, senza nome e senza memoria.
L’eroe che riesce, anche se per breve tempo, a crearsi il ruolo di viaggiatore sconosciuto e misterioso, padrone di un potere illimitato, capace di gestire una vita veramente sua perché da lui inventata, ma in fondo fittizia e rischiosa, è Mattia Pascal. Pirandello inserisce nel suo romanzo i due poli della fuga come salvezza e del ritorno impossibile da attuare, definibile piuttosto come un’ennesima fuga dall’ostacolo. Lo scrittore agrigentino scriverà «(…) di notte, vegliando la moglie paralizzata, un capitolo dopo l’altro, il suo capolavoro. La frattura, il distacco dalla realtà insopportabile, speculare a quella della moglie, lo compie Mattia, grazie alla realtà effettuale di un cadavere, con un suicidio formale, civile». [28] La sua vita sarà per l’ennesima volta sconvolta da un altro amore doloroso «(…) l’amore per Marta Abba, amore che lo butterà in una ulteriore disperazione, lo costringerà alla fuga, ad errare da una città all’altra.» [29]
Mattia Pascal «decide di accettare il proprio suicidio, di ricominciare la vita come un uomo nuovo, in grado di fabbricarsi con le proprie mani la propria personalità e il proprio destino.(…) adesso la sua piena disponibilità potrebbe consentirgli la scelta morale, in nome di quel principio che solo più tardi l’uomo nuovo, arrivato a una più matura consapevolezza, potrà formulare in bocca di Sartre: l’avvenire è la mia scelta». [30] Pirandello tiene fuori, come un estraneo, il suo personaggio dalla storia, ma non riesce ancora ad esaminare a fondo l’uomo nuovo che avrebbe voluto creare, si ferma al momento del trapasso e avvia nuovamente il romanzo verso un’altra narrazione avventurosa di fatti. Il personaggio resta chiuso tra quelle parentesi irrisolvibili, il suo gesto gli aveva donato la libertà di scegliere un’altra vita, ma quest’esistenza inventata, per essere vissuta appieno, aveva bisogno di relazionarsi con l’ambiente esterno; ecco nuovi condizionamenti che diventano morse da sfuggire. [31]
Il vero straniero è l’uomo del Nord che si ferma nelle aride lande di Sicilia: nella novella Lontano, il norvegese Lars Cleen dispera di sentirsi a casa in questa passionale terra, suo porto d’approdo, «(…) ah, partire, fuggire coi suoi compagni, parlare di nuovo la sua lingua, sentirsi in patria (…) fuggire da quell’esilio, da quella morte!». [32] A colui che fugge pare, ad un tratto, bellissimo e lontano il suo paese natale, e vi fa ritorno fisicamente, con l’illusione dei sogni o solo con i suoi racconti.
Fondamentale è questo tema del ritorno per lo scrittore siciliano: ma è pentimento o costrizione?
Nel Don Giovanni in Sicilia, Vitaliano Brancati in una storia di ritorni sottolinea la pericolosità dell’oblio isolano e dell’esilio, facendo sprofondare il suo personaggio nel sonno come in una ragnatela che avvinghia.
Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo è un‘opera immane sul nostos di un marinaio il quale, finita la guerra che lo ha sottratto alla casa, vi fa ritorno. Il mondo che l’uomo si troverà ad affrontare ha perso le sembianze di un tempo, egli non può riconoscerlo: il suo, che era un viaggio alle origini e alle madri, diventa un viaggio luttuoso e definitivo, estremo tentativo di salvare un passato irrimediabilmente perduto.
Anche Elio Vittorini, in Conversazione, scrive il suo immaginario ritorno nella terra delle madri: «Poi viaggiai nel treno per le Calabrie, ricominciò a piovere, a esser notte e riconobbi il viaggio, me bambino nelle mie dieci fughe da casa e dalla Sicilia, in viaggio avanti e indietro è per quel paese di fumo e di gallerie, e fischi inenarrabili di treno fermo, nella notte, in bocca a un monte, dinanzi al mare, a nomi da sogni antichi.» [33] È possibile suddividere il libro in fasi cicliche ben definite: così si muove Di Grado nel saggio sullo scrittore siracusano. [34] Egli, servendosi di un metodo già usato da Lévi-Strauss e da Todorov, enumera quattro momenti, riscontrabili in tutto il romanzo: l’intreccio inizia con un momento di “quiete”, poi, attraverso un “messaggio di rottura”, tale fase subisce una metamorfosi che dà vita ad un “viaggio”, il ciclo si conclude con il “ritorno alla quiete”. Ma Elio Vittorini non tornerà mai, come il suo alter ego Silvestro, in quella terra che non possedeva la forza del rinnovamento, il coraggio della riscossa, doti che egli troverà nel mito americano.
Dal baudelairiano voyage au fond de l’inconnu [35] l’idea del viaggio ha ispirato la poesia del Novecento che, immergendosi nei miti dei viaggiatori antichi, palesa la brama di evadere da prigioni fisiche o mentali.
Ungaretti, novello Ulisse, anima in viaggio dall’Egitto alla Francia, con cuore e lingua italiane scrive ne La terra promessa:
«E se, tuttora fuoco d’avventura,Tornati gli attimi da angoscia a brama,D’Itaca varco le fuggenti mura,So, ultima metamorfosi dell’aurora,Oramai so che il filo della tramaUmana, pare rompersi in quell’ora.» [36]
Con Il congedo del viaggiatore cerimonioso, il genovese d’adozione Giorgio Caproni scrive la sua malinconia per la città grigia ma scintillante: [37] la sua poesia si immerge nella Genova della sua infanzia, «infanzia come luogo – come là – dove a nessuno è consentito di tornare, anche se io avuto l’impressione, per un attimo, d’esserci tornato davvero.» [38]
L’approccio psicoanalitico alle opere letterarie fornisce le fil rouge che lega autori e opere così diversi; le analisi di Frye, Richard e Starobinski danno avvio ad una ricerca del “tema più insistente” nell’attività letteraria di un’intera generazione di artisti o nell’opera di un solo autore.
«La (…) definizione del motivo, basata sulla recursività, è quella che si rifà più direttamente all’etimo (movere) e all’uso comune in musica del Leitmotiv: essa valorizza la funzione, in apparenza ornamentale, ma in sostanza di sottolineatura, di potenziamento, anche di convinzione e di suggestione che ha il ripetersi di affermazioni, considerazioni, descrizioni, allusioni, etc. nella tessitura verbale». [39] I temi sono gli elementi stereotipi di cui è intessuto un testo; i motivi sono unità minori, la cui iteratività spesso dà luogo ad un tema. [40] Una serie di motivi similari, potrebbero essere ricondotti ad un unico tema o idea ricorrente (secondo Propp una serie di motivi rappresenta un’unica funzione).
Nella sua Anatomia della critica (1957), Frye chiama le unità elementari archetipi, derivando il sostantivo dalla psicanalisi junghiana. Attraverso l’archetipo, cioè un’immagine tipica e ricorrente, il critico può collegare fra loro le opere. Eliminando i confini della ricerca, tale metodo critico permette di analizzare un gran numero di opere inscrivendole tutte nel quadro delle strutture archetipiche (Frye considera archetipi non solo alcune immagini ricorrenti nella letteratura, ma anche alcune azioni ripetute: egli fa confluire Moby Dick di Melville, la storia della caccia alla balena, nella tradizione “mostruosa” dal Vecchio Testamento in poi.) Si potrebbe avanzare l’ipotesi di un archetipo “fuga-ritorno” risalente alla letteratura greca (il mito di Ulisse) che percorre la letteratura cristiana (la fuga in Egitto, la fuga degli ebrei verso la terra promessa), e attraversando la letteratura romanza (la saga cavalleresca con il mito della ricerca, la fuga verso la maturazione o l’amore) giunge fino al Novecento. [41]
Il romanzo ottocentesco scivola lentamente nella consunzione e cede il passo a nuove forme di sperimentazione, dolorosi tagli, annunciate scoperte: le opere novecentesche approdano a livelli di allarmante originalità. Ma gli archetipi non mutano, secondo Frye, tutta la letteratura naviga in un mare di miti: il critico distingue tra “azioni” e “tema” (l’idea o il pensiero poetico). La nostra ricerca si riferisce ad un tema (l’immagine del viaggio fisico o mentale, volontario o forzato) che è anche un’azione ed ha la funzione di modificare l’equilibrio statico di una narrazione, di creare una nuova possibilità narrativa.
La critica tematica è un’analisi che si muove tra i due poli della psicanalisi e della semiologia: «(…) secondo Starobinski, « non basta inventariare » i temi che rientrano nell’immaginario di un autore, bisogna interrogarsi su quale tema abbia la maggiore e più decisiva rilevanza.» [42] Il suo metodo ha in comune con la psicoanalisi questa ricerca del tema più insistente, ma rimprovera alla critica psicoanalitica di compiere un percorso a ritroso verso gli antecedenti dell’opera, e di perdere di vista il testo. Uno degli studi più interessanti di Starobinski è Ritratto dell’artista da saltimbanco: egli studia la figura del clown e immagini simili (pagliaccio, saltimbanco, ballerina, acrobata), riflettendo sulla reiterazione di quest’immagine nella letteratura e nella pittura tra Ottocento e Novecento. Secondo il critico gli autori non troverebbero nel clownismo solo un tema suggestivo, ma si rispecchierebbero in questa figura, in un’epoca in cui agli artisti è concessa poca attenzione e poca dignità.
Un altro eminente studioso, Jean-Pierre Richard, nel suo lavoro, Proust e il mondo sensibile, in cui analizza La recherche sottolineando i momenti epifanici, le scoperte del senso e dei desideri scrive: «(…) la ricostruzione tematica si basa su un’attenzione fluttuante e rivolta all’implicito, al lancinante, all’ossessivo, all’iterativamente involontario: (…) tra quello che il testo non tematizza da sé, non riconosce. Tematica che perciò sarebbe forse più giusto definire atematica». [43]
Ricordando l’emblematico titolo dello studio di Claudio Magris sui luoghi del ritorno e della fuga, Itaca e oltre, [44] sarebbe utile interrogarsi sul valore pregnante della fuga come motivo dominante nella letteratura moderna e contemporanea. Fuggire lontano spinti da un languore di libertà, tornare alle radici della propria storia tramite una quête psicoanalitica, e poi ancora viaggiare in preda ad affannosa sete di conoscenza: la molteplicità del motivo ciclico fuga-ritorno e l’inesauribile ricchezza semantica delle opere citate offrono agli studiosi notevoli opportunità di ricerca nonché spunti per esercitazioni scolastiche.

[1] H. Laborit, Elogio della fuga, traduzione di L. Prato Caruso, Milano, Oscar Mondadori, 1997, p. 7.
[2] Ivi, p. 14.
[3] «Ah, la vera voglia di viaggiare non è altro che quella voglia pericolosa di pensare senza timori di sorta, di affrontare di petto il mondo e di volere avere delle risposte da tutte le cose, gli uomini, gli avvenimenti. (…) Quando a noi vagabondi giunge il richiamo del ritorno e per noi irrequieti si delinea il luogo del riposo, allora la fine non sarà un congedo, una timida resa, ma piuttosto un assaporare, grati e assetati, la più profonda delle esperienze.» H. Hesse, Il vagabondo, a cura di P. Sorge, Roma, Newton, 1995, pp. 58-59.
[4] C. Magris, Lontano da dove. Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale, Torino, Einaudi, 1971, p. 26.
[5] Nel libro Hotel Savoy, Roth descrive un kafkiano albergo,« in cui s’incontrano e si separano le vittime della guerra disperse in una continua fuga, è uno specchio del vuoto spirituale lasciato dal crollo del “mondo di ieri”». Ivi, pag. 44.
[6] «Georg von Werghentin, sognante, indeciso, è l’inequivocabile rappresentante tipico di quella società del «vuoto dei valori» (…) è quindi un individuo estremamente incostante, con una tendenza a rifugiarsi nel sogno ad occhi aperti, che scopre le sue incertezze esistenziali e l’incapacità a risolverle razionalmente.» A. Schnitzler, Verso la libertà, postfazione di G. Farese, Milano, Bompiani, 1993, p.314.
[7] A. Schnitzler, Fuga nelle tenebre, traduzione di G. Farese, Milano, Adelphi, 1981, p. 143.
[8] M. Proust, À la recherche du temps perdu, Paris, Quarto Gallimard, 1999, p. 1919.
[9] A. Camus, Il primo uomo, traduzione di E. Capriolo, Milano, Bompiani, 1966.
[10] Cfr. E. R. Curtius, Letteratura europea, Bologna, Il Mulino, 1963, pp. 331-361.
[11] Cfr. M. Twain, Le avventure di Tom Sawyer, introduzione di G. Zanmarchi, traduzione di E. Giachino, Torino, Einaudi, 1981.
[12] Cfr. H. Melville, Moby Dick o la balena, traduzione di C. Pavese, Milano, Adelphi, 1987.
[13] J. Steinbeck, Uomini e topi, Milano, Bompiani, 1938, pp. 30-31.
[14] J. Kerouac, Viaggiatore solitario, traduzione di A. Gorbia e S. Duichin, Milano, SugarCo, 1987.
[15] J. Kerouac, Sulla strada, traduzione di M. de Cristofaro, prefazione di F. Pivano, Milano, Mondadori, 1967.
[16] C. Pavese, La luna e i falò, Torino, Einaudi, 1950, p. 9.
[17] Ivi, p. 12.
[18] G. Verga, I Malavoglia, a cura di S. Zappulla Muscarà, Milano, Mursia 1982, p.291.
[19] Ivi, pp. 298-299.
[20] Cfr. P. M. Rosso di San Secondo, La fuga, prefazione di L. Pirandello, Milano, Treves, 1936, p. 9.
[21] Ivi, p. 10.
[22] P. M. Rosso di San Secondo, La fuga, cit., p. 11.
[23] P. M. Sipala, Appunti sulla narrativa di Rosso di San Secondo, in Borgese, Rosso di San Secondo, Savarese, Atti del Convegno di studio, Catania - Caltanissetta 1980-82, a cura di P. M. Sipala, Roma, Bulzoni Editore, 1983, p. 267-268.
[24] J. Roth, Fuga senza fine, Adelphi, 1976, p. 58.
[25] Cfr. P. M. Sipala, Introduzione a P. M. Rosso di San secondo, La morsa (Milano, Treves, 1918), Palermo, Salvatore Sciascia Editore, 1991, pp. VII-XI.
[26] «(…) il personaggio romanzesco (…) s’accompagna semmai coi vagabondi di Walser o coi fuggiaschi «senza fine» di Roth, con gli esuli e gli apolidi che come svagati o smagati relitti si lasciano trascinare dalla rapinosa deriva di quell’irreversibile crisi. dall’aurorale irrequietezza del pìcaro al fiacco e sodo panico del fuggiasco: e perché mai le considerazioni semiserie del nomade rosso e il destino dei suoi sonnolenti «emigrati», l’uno e gli altri perennemente in fuga da un mondo senza centro e stelle polari, dovrebbero sottrarsi a questa fatale metamorfosi?» in A. Di Grado, Introduzione a P. M. Rosso di San Secondo, La mia esistenza d’acquario (Milano, Treves, 1926), Palermo, Salvatore Sciascia Editore, 1991, pp. VII-VIII.
[27] A. Di Grado, Introduzione a P. M. Rosso di San Secondo, La mia esistenza d’acquario, cit., pp. XVI.
[28] V. Consolo, Postfazione, in Luigi Pirandello, Lettere a Lietta, (trascritte da M. L. Aguirre D’Amico), Milano, Mondadori, 1999, p. 134.
[29] Ivi, p. 136.
[30] G. Debenedetti, Il romanzo del Novecento, Quaderni inediti, presentazione di E. Montale, Milano, Garzanti, 1987, p. 333.
[31] Cfr. Debenedetti, Il romanzo del Novecento, cit., pp. 333-346.
[32] L. Pirandello, Lontano in La mosca, Milano, Oscar Mondadori, 1993, p. 148
[33] E. Vittorini, Conversazione in Sicilia, illustrazioni di R. Guttuso, introduzione e note di G. Falaschi, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1995, p. 138.
[34] A. Di Grado, Il silenzio delle Madri, Vittorini da Conversazione in Sicilia al Sempione, Catania, Edizioni Prisma, 1980.
[35] «Nous voulons, tant ce feu nous brûle le cerveau,/ Plonger au fond du gouffre, Enfer ou Ciel, qu’importe?/ Au fond de l’Inconnue pour trouver du nouveau!» C. Beaudelaire, Les fleurs du mal, traduzione di A. Bertolucci, Milano, Garzanti, 1999, p. 258.
[36] G. Ungaretti, Canzone, in La terra promessa, a cura di L. Piccioni, Milano, Mondadori, 1950, pp. 11-12.
[37] «No, non è questo il mio/paese. Qua/- fra tanta gente che viene,/tanta gente che va-/io sono lontano e solo/(straniero) come/l’angelo in chiesa dove/non c’è Dio. Come,/allo zoo, il gibbone./Nell’ossa ho un’altra città/che mi strugge. È là./l’ho perduta. Città/grigio di giorno e, a notte,/tutta una scintillazione/di lumi- un lume/per ogni vivo, come,/qui al cimitero, un lume/per ogni morto. Città/cui nulla, nemmeno la morte/- mai -, mi ricondurrà.» G. Caproni, Il gibbone, in Congedo del viaggiatore cerimonioso, Milano, Garzanti, 1965, p. 81.
[38] Nota, in G. Caproni, Il gibbone, in Congedo del viaggiatore cerimonioso, op. cit.
[39] C. Segre, Avviamento all’analisi di un testo letterario, Torino, Einaudi, 1985, p. 342.
[40] Ivi, p. 349.
[41] «Quest’epoca di eroi romanzeschi è in larga misura un’epoca nomade, e i suoi poeti sono spesso degli errabondi. Il menestrello errante cieco è tradizionale sia nella letteratura greca che in quella celtica (…) i trovatori e gli autori di satire goliardiche percorsero nel medioevo tutta l’Europa; Dante stesso fu in esilio. Oppure se il poeta rimane dov’è, è la poesia che viaggia (…) il viaggio meraviglioso è fra tutti i generi della letteratura di invenzione, il più inesauribile, ed è esso che è stato scelto e funge da parabola nella commedia di Dante (…) La poesia dell’esilio, il lamento del Widsith o viandante che può essere un menestrello errante, un amante respinto o un poeta satirico nomade si oppone normalmente ai mondi della memoria e dell’esperienza.» N. Frye, Anatomia della critica, traduzione di Paola Rosa-Clot e Sandro Stratta, Torino, Einaudi, 1969, pp. 77-78.
[42] J. Starobinski, Ritratto dell’artista da saltimbanco, traduzione di C. Bologna, Torino, Boringhieri, 1984.
[43] J. P. Richard, Proust e il mondo sensibile, traduzione di E. Klersy Imberciadori, Milano, Garzanti, 1976, p. 234.
[44] C. Magris, Itaca e oltre, Milano, Garzanti, Gli elefanti, 1999.

martedì 5 febbraio 2008

Fortunato Seminara.

Le baracche Gangemi - 1990, 208 pp., Euro 12,39

Una storia di vinti, di umili e diseredati che vivono, nel primo dopoguerra, nelle baracche di un paese della piana. Il figlio di un benestante proprietario terriero, Micuccio Caporale, si invaghisce di Cata, una bella ragazza delle baracche che è considerata come una donna perduta, quando Micuccio riesce a baciarla.
Durante un pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Polsi al quale partecipano Cata e sua madre, succedono tumulti e liti che vengono interpretati come segni della volontà della Madonna, che Cata non debba, perché “indegna”, presentarsi al Santuario. In questa occasione, un calderaio cinquantenne, Girolamo, chiede Cata in sposa alla madre. Dapprima Cata, che sente nel suo cuore che solo Micuccio potrà essere da lei amato, rifiuta, ma poi, influenzata da amiche e mezzane, cede e sposa il calderaio. Questi, però, viene ucciso durante la cerimonia nuziale, da uno storpio, Gianni di Saia, deficiente, povero relitto umano che aveva sperato di poter sposare Cata. L’epilogo del romanzo è catastrofico: la “spagnola” decima la popolazione delle baracche, Cata cade inevitabilmente nelle mani di Micuccio («Era destinato che finisse così», «Non s’è fatto di tutto per evitarlo? Era destino»), le baracche sono distrutte da un incendio che scoppia improvvisamente in una notte di settembre.
In questa prima opera, come nella maggior parte della sua produzione letteraria, sono ben chiare le caratteristiche principali della sua narrativa e della sua originalità di scrittore meridionalista.
Molto vicino ai canoni realistici e veristici, Seminara rappresenta con crudezza, al di fuori di ogni lirismo autobiografico o sentimentale, il mondo degli umili, dei vinti, che è un mondo rimasto fuori dalla civiltà moderna. E questa rappresentazione nasceva da un’esperienza concreta (la sua), quella di una Calabria misera e abbandonata, per secoli, da governi e classi dirigenti, interessati a mantenere questa terra nell’emarginazione; quella di un popolo avvilito, stanco e abbrutito dalle dure condizioni di vita.
Nel 1963, alla Fiera Letteraria, Seminara così si espresse: «Sono nato in una regione e in una condizione sociale, la cui realtà dura e drammatica colpì per tempo fortemente la mia fantasia, preservandomi dalle evasioni romantiche e dai vagheggiamenti decadentistici». Queste parole indicano quanto fosse sentita, quasi necessariamente, l’adesione dell’autore al Naturalismo, proprio quando il Naturalismo era scomparso; continuava infatti ad osservare i vecchi canoni dell’impersonalità, dell’obiettività di fronte alle storie da lui narrate, coinvolto e avvolto com’era da quel pessimismo, che era dei suoi miserabili vinti , dei suoi derelitti.
I motivi conduttori delle Baracche sono la fatalità e l’ineluttabilità, inscindibilmente legate a quella realtà fatta di miseria, ignoranza, invidia, arretratezza. Gli abitanti delle baracche, poveri, laceri, affamati, sono dei personaggi insoliti nella nostra letteratura. Ma quell’ambiente, così sordido, è veramente esistito. Nelle baracche «….ammucchiati in poco spazio, vive una folla di poveri: là piacere, dolore, vizio e delitto, formano una catena che avvince gli uomini senza scampo, li domina e li piega col suo potere…..». Gli abitanti delle baracche vivono il disfacimento: «….Le tavole brulicano di insetti e le mosche ronzano a nugoli nell’aria. La gente ha la faccia pallida e smunta, lo sguardo languido: sembra un popolo condannato a macerarsi lentamente……». Lo scrittore ha colto lo sfacelo storico, sociale ed economico e lo rappresenta in quell’ambiente in cui vizi e violenze , abbrutimento e povertà, continuavano, incuranti dei cambiamenti, il loro corso, perché la condizione storica ed umana non era mutata. Ignoranti e incoscienti, sfruttatori e mendicanti, storpiati e subumani, utopisti e camorristi vengono fuori da una cultura subalterna deformata, caratterizzata da miti malandrineschi, da condizionamenti e forme di difesa radicate in una società chiusa, frutto di un feudalesimo plurisecolare, ricco di usurpazioni e sopraffazioni.
E le donne, vittime di una condizione di vita brutale e disumana, sono espressione anch’esse di questa società, ora “adeguandosi” al carattere malandrinesco di alcuni personaggi maschili, come la mezzana Betta e la signora Caporale che demonizzano la povera Cata per trarne diverso profitto personale, ora rappresentando più incisivamente l’accettazione passiva del tragico destino, senza possibilità di alcun riscatto, come la stessa Cata e sua madre. Forse, in nessun altro romanzo del Novecento, è così crudemente rappresentata l’emarginazione della donna , senza risorse, costretta alla fatica più disumana («….donne che per una minestra muovevano per “comandi” da un paese all’altro, dalle stelle della mattina a quelle della sera….») o addirittura alla prostituzione.
Gli umili, gli oppressi non sono capaci di organizzare i sentimenti, le sofferenze sono ataviche, e l’unica strada percorribile è la rassegnazione nel dolore e nel sacrificio.
Seminara conosceva bene la sua terra, perché scelse di non abbandonarla, di non allontanarsi da quel piccolo mondo che era un tutt’uno con la sua persona. Il fatto che Seminara abbia vissuto, quasi sempre a Maropati, il suo paese natale, fa di lui uno scrittore originale, diverso da altri autori calabresi (Alvaro, per esempio), che invece vissero lontano dalla Calabria. Infatti, non sono mai presenti, nelle sue opere, componenti emotive legate, per esempio, alla nostalgia o ad altri sentimenti provocati dalla lontananza dalla propria terra. Quella di Seminara è la rappresentazione, sì fredda e distaccata, ma in fondo carica di una volontà di riscatto da una realtà dura: il dramma di gruppi di uomini che lottano contro una condizione, ineluttabilmente e fatalisticamente avversa.
I personaggi delle Baracche, ma anche delle altre opere di Seminara (La Masseria, Il vento nell’uliveto, Disgrazia in casa Amato, Il mio paese del Sud) testimoniano la presenza di una “umanità inferiore” che propone da sola il problema dell’ineguaglianza tra gli uomini, delle prepotenze, delle sopraffazioni, e già questo è denuncia sociale, nonostante lo scrittore si rinchiuda nel pessimismo, che era stato del Verga, dei suoi miserabili vinti.
Il legame dello scrittore con la sua terra, come già è stato detto, era molto forte, tanto da renderlo testimone ed interprete acuto dei problemi meridionali; e questo aspetto, che rende così incisiva la sua opera, è reso molto eloquente dalle sue stesse parole: «Credo che sia difficile approfondire i motivi della narrativa meridionale, se non si cerca di conoscere il Sud……….Il Sud contadino, nella campagna, cela il suo intimo e tragico segreto……»

lunedì 4 febbraio 2008

Il medico dei poveri.

Moscati "Medico dei poveri" Ma innanzitutto "Medico povero"
Un frammento inedito di S. Giuseppe Moscati
Sebastiano Esposito s.j.
Una singolare ricetta

Tra i frammenti autografi di Moscati, se ne conserva uno, abbastanza singolare. Singolare nella stesura, nel tono, nel genere letterario, persino nella grafia. Forse, proprio a questa sua "stranezza" va attribuito il fatto che esso sia rimasto finora - per quel che mi consta - sfortunatamente inedito.
Penso, in verità, che esso vada rimesso in luce, esaminato a fondo, perché - a mio parere - è uno scritto molto rivelatore della maturazione evangelica del Prof. Moscati, oltre ad essere un condensato di saggezza per tutti.
Il foglietto, con qualche slabbratura e un piccolo taglio in alto, misura cm 12,5 per 18. Più esattamente, bisogna parlare del rovescio di un foglietto che era servito originariamente come ricetta medica ad un collega del Santo (la firma di quest'ultimo è purtroppo indecifrabile). Nulla d'importante, eccetto un particolare, e cioè la data della prescrizione: "17-7-1926". Una data che ci permette di assegnare il testo vergato a tergo dal Moscati agli anni della sua piena maturità... Supponendo, infatti, che le parole di Moscati siano scritte nel medesimo giorno - il che non è molto probabile - ci troveremmo a meno di un anno dalla morte del Santo.
È vergato con inchiostro rosso (caso raro, ma non unico negli scritti di Moscati). Lo trascriviamo:
La migliore delle cure ricostituenti è quella di sposare "sorella povertà", facendo grandi elemosine, distribuendo tutto ai poveri, ai nostri ospedali e ritirandosi in una caverna, mangiando solo locuste e miele selvatico! G. Moscati
La frase, come si vede, enuncia un pensiero ben compiuto (1) e la falsariga che struttura il pensiero è, chiaramente, una ricetta medica. Piú esattamente, la prescrizione di una cura ricostituente, anzi della "migliore delle cure ricostituenti". Si tratta di un pensiero rivolto anche "a se stesso", ma indirizzato quasi certamente ad un altro, come testimonia la firma. Quest'altro, molto probabilmente, sarà stato un collega medico, o un "paziente" piuttosto benestante.
Moscati elenca gl'ingredienti di questa eccellente cura ricostituente. Il tono, più che scherzoso, può definirsi sorridente (ridentem dicere verum, quid vetat?). Moscati, infatti, non scherza, ma accompagna con un sorriso di grande umanità una cura che è sì "la migliore", ma non certo la più facile. Una cura che costa, che impegna, che crocifigge.
Le "medicine" sono attinte a due scuole, che fanno capo a due grandi Maestri, molto familiari a Moscati: Francesco d'Assisi e Giovanni il Battista (2) .
Da Francesco mutua la determinazione di "sposare sorella povertà". E, per far capire che non si tratta di figure retoriche, di immagini estetiche, o di semplici aspirazioni ideali, egli specifica, con precisione notarile: "facendo grandi elemosine, distribuendo tutto ai poveri". Uno spogliamento, quindi, non solo affettivo ma anche e soprattutto effettivo, secondo lo spirito e la lettera del Vangelo: "Vendete ciò che avete e datelo in elemosina" (3); o come dice Cristo al giovane ricco: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri" (4); o secondo la prassi della Chiesa primitiva: "quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli Apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno" (5).
A questo punto Moscati cita il comportamento dell'altro Maestro e modello: Giovanni il Battista. Cristo ha detto di lui: "tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista" (6).
Giovanni è, infatti, il prototipo del distacco dal mondo, della fuga saeculi, la sentinella e l'annunciatore del Regno di Dio che si avvicina. "II suo cibo erano locuste e miele selvatico" (7). Circa la "caverna", si tratta di una dimora classica dei grandi asceti cristiani (si pensi al Sacro Speco di Subiaco, o alla Verna) (8).
Ma non solo per questo distacco ascetico viene evocata dà Moscati la figura di Giovanni il Battista, in questo contesto. Da buon conoscitore della Scrittura, egli sapeva ché tanta parte del messaggio del Precursore verte sulla condivisione (oltre alla semplice spoliazione) dei beni terreni. Narra Luca: "Le folle lo interrogavano: "Che cosa dobbiamo fare?" Rispondeva: "Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto" (9).
"...ai nostri ospedali"
C'è però, nel testo di Moscati, un breve inciso - tre parole in tutto - che non è riconducibile né ai Fioretti né alla figura o alla predicazione del Battista, ma che rappresenta l'applicazione concreta, personalizzata di quegli insegnamenti. Un inciso, che ad una lettura frettolosa può anche passare inosservato. Moscati scrive e specifica: "distribuendo tutto ai poveri, ai nostri ospedali".
In queste poche parole si nasconde la matrice che struttura la biografia esterna ed interiore del Medico Santo. "I nostri ospedali" rappresentano, per chi conosce Moscati, molto più che un semplice luogo di lavoro, o il posto dove si esercita, anche se con onestà e competenza, una "professione".
Qui mi preme sottolineare che l'ospedale, per Moscati, non è soltanto uno spazio di sofferenza e di dolore. No: per Moscati l'ospedale è il luogo dove vivono e soffrono i poveri di Cristo, (i "poveri Cristi"), coloro, cioè, a cui bisogna dare tutto quel che si ha e quel che si è, se si vuole essere cristiani secondo il Vangelo, ad imitazione di Francesco o di Giovanni il Battista. L'ospedale è per Moscati il luogo dell'incontro con il povero, al quale non si dona soltanto un aiuto o una elemosina, ma col quale si condivide, in umile servizio e in continuo spogliamento, tutto quel che si possiede, per rendersi più simili a Cristo, che secondo la parola di Paolo, "da ricco che era si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà" (
10)
A ben guardare, tutta la biografia di Moscati è l'esplicitazione di questa radicale condivisione con i poveri. Qui s'inserisce, e diventa evangelicamente comprensibile, la sua rinuncià ad una carriera accademica, che già nei primissimi anni si preannunciava sfolgorante, per un servizio più immediato e diretto in favore dei poveri negli ospedali. Nominato Primario della III Sala dell'Ospedale degli Incurabili, promette con energia:
"Procurerò, con l'aiuto di Dio, con le mie minime forze [...] di collaborare alla ricostituzione economica dei vecchi ospedali napoletani, tanto benemeriti della carità e della cultura, ed oggi tanto miseri" (11)
Sappiamo fino a che punto egli ha tenuto fede a questo impegno, per tutta la vita, non solo con il lavoro e l'entusiasmo contagioso del suo insegnamento, ma con interventi ripetuti, accorati, a volte polemici (ricordano un po' il tono del Battista) in favore degli ospedali, cioè dei poveri. E ciò sempre pagando di persona, materialmente e spiritualmente. A meno di un anno dalla morte, potrà scrivere alla Madre Provinciale delle Suore della Carità:
"Rev.ma, Madre, Ho con il cuore più che con la presenza, partecipato al giubilo per l'elevazione agli altari della B. Giovanna Antida Thouret, legata alla storia degli Ospedali di Napoli, a cui detti la mia giovinezza e quel poco che ho potuto" (12).
Qui si inserisce anche tutta la sterminata aneddotica della sua carità inesausta ed umanissima, piena d'inventiva e di sorridente pudore. Ma bisogna far attenzione. Questa aneddotica ci ha ingigantito, sì, la figura di Moscati "benefattore", ma a volte ha lasciato nell'ombra la figura reale ed eroica del Moscati povero.
Se non ci lasciamo ingannare da quel suo aspetto sorridente e signorile, ed esaminiamo da vicino il suo stile di vita reale, noi ci troviamo di fronte ad una condizione di vita quotidiana distinta da un ascetismo impressionante, per un uomo del suo rango e della sua notorietà. Quando si dà uno sguardo al suo letto, ai suoi mobili, al suo vestiario, alle note delle sue spese, si comprende fino a che punto egli abbia portato a compimento la povertà francescana ed evangelica, nonostante che la sorella Nina, austera sì ma teneramente sollecita della salute del fratello, si sforzasse di temperarne le asprezze (13)
"Io sono povero: ecco tutto"
Non basta parlare di Moscati soltanto come del "Medico dei poveri". Moscati è il Medico povero, al servizio di Cristo povero nel luogo dolente della povertà: l'ospedale.
Certo, del signore, anzi del gran signore, gli rimarrà sempre l'educazione, la cortesia, la cultura, il tratto affascinante, la consuetudine con uomini di alto rango. Ma la sua quotidiana discesa nel limbo dei poveri rimane la cifra e il suggello della sua santità eroica.
A conferma di queste considerazioni, vorrei riportare le parole di una lettera del Moscati, scritta poco più di un mese prima della morte, ad un giovane che a lui si era rivolto per ottenere sussidi pecuniari, facendone poi un uso piuttosto sconsiderato. È vero che si tratta di una lettera con un intento pedagogico, ed in genere è stata letta sempre in questa chiave, ma ci sono due o tre frasi sulla povertà del Medico dei poveri, che illustrano e confermano, meglio di qualsiasi commento, quello che abbiamo tentato di dire finora. Moscati scrive secco:
"Mio caro giovane, Ma che credi che io sia lo zio d 'America?! Io sono povero: ecco tutto. E i poveri non sono amati. Ma è bene che te lo dica, perché se da una parte finirai di farmi la corte, dall'altra non commetterai più sciocchezze! Quei pochi soldi che ho, debbo lasciarli ai pezzenti come me "(14 ).
Il grande Maestro non si vergogna di descrivere la sua condizione, adoperando i termini più aborriti dalla stragrande maggioranza degli uomini: "povero", "pezzente". Lo sposalizio con la Sorella Povertà non è più un sogno, o una prescrizione da praticare, ma una realtà già pienamente compiuta. Un mese dopo, quest'uomo potrà presentarsi, umile ma sereno, al cospetto di Cristo, il Signore fattosi povero.
"Io sono povero: ecco tutto": queste parole di Moscati fanno comprendere, secondo la testimonianza unanime dei suoi contemporanei, quanto modesto – per scelta – sia stato il tenore di tutta la sua vita. Ancor oggi, ce ne possiamo accorgere dando un'occhiata alla suppellettile della sua casa e del suo studio.
" II Servo di Dio - ha deposto un suo alunno, il Dott. Enrico Sica - fu amante della virtù della povertà. Egli, quantunque di famiglia ricca, fin dalla gioventù rifuggì dalle cose superflue. In seguito affermatosi nel campo professionale in maniera così brillante che avrebbe potuto guadagnare onestamente molte centinaia di migliaia di lire all'anno, volontariamente cercava di rifiutare quanto più compensi gli fosse possibile, convinto che la ricchezza era un grande ostacolo a condurre una vita di virtù. In molti episodi riferiti negli interrogatori precedenti ho avuto occasione di dare la dimostrazione di questa sua grande virtù, che gli faceva talvolta esclamare: "Com'è antipatico l'atto del compenso per l'opera professionale"
"Una ricetta per tutti"
Questa volontà inesausta di condivisione con i poveri non si arresta con la fine terrena di Moscati. Oltre ai miracoli di guarigione, Moscati, fattosi "povero" e "pezzente" per Cristo, sta suscitando un movimento continuo e crescente di evangelica condivisione nelle anime di tanti cristiani, che sotto il soffio dello Spirito, stendono la mano alle necessità dei propri fratelli, vicini o geograficamente lontani. (Si pensi ai Fioretti che Moscati, tramite l'aiuto di tanti cristiani, sta scrivendo nelle terre di missioni, a sollievo dei più poveri tra i poveri). È il miracolo della carità di Moscati, il Medico povero, il "pezzente" di Cristo, degno commilitone di Bartolo Longo e fratello maggiore di Giorgio La Pira.
Tornando al frammento inedito, alla "ricetta" spirituale, da cui siamo partiti, ci si può domandare a chi fosse indirizzata. Rispondo: non lo sappiamo. Di una sola cosa si può essere certi: è una ricetta valida per tutti quei cristiani che, come Francesco d'Assisi e Giuseppe Moscati, vogliono vitalmente immedesimarsi con Cristo crocifisso e risorto.

Note
1. Non si può escludere che esso facesse parte di una lettera più ampia, come potrebbe suggerire l'iniziale minuscola del periodo. Comunque, il periodo è, ripetiamo, completo in se stesso.
2. Oltre alle numerose testimonianze del suo spirito francescano (su qualcuna ritorneremo più avanti), fra i "santini" che Moscati portava nel suo portafogli, spiccano varie immaginette di San Francesco. Una di queste, stampata in inglese, reca a tergo alcuni detti preferiti del Santo d'Assisi. Significativamente per ciò che qui c'interessa, è segnata con una crocetta il detto: "Se tu avessi raggiunto il Creatore, non dovresti rimanere attaccato alle creature". Inoltre, di San Giovanni Battista, Moscati possedeva una statuetta bronzea di buona fattura.
3.Luca 12,33
4. Matteo 19,21
5. Atti, 4,34-35
6. Matteo 11,11
8. A quest'ultima si riferisce Moscati in una lettera, dalla quale traspare la sua ammirazione (ed assimilazione) dell'ideale francescano. Parlando del suo confessore P. Pio, fa notare: "Egli è un toscano, e viene dalla Serafica provincia della Verna, dai monti ove il Padre Francesco ebbe "l'ultimo sigillo" [Moscati cita Dante: "nel crudo sasso intra Tevero e Arno/da Cristo prese l'ultimo sigillo" (Parad., 11,106-107)]. Ed aggiunge: "Ogni notte, anche quando nevica, i Padri di quel Convento si recano in processione, salmodiando, al posto ove il Patriarca ebbe impresse le Sacre Stimmate; e si è osservato da secoli che anche i tiepidi s'infervorano, dimorando in quella sede". (Cfr. A. Marranzini, Giuseppe Moscati modello del laico cristiano di oggi, Roma, 1987, p. 324).
9. Luca 3,10-11.
10.2. Cor., 8,9.
11. A. Marranzini, Giuseppe Moscati modello..., p. 111.
12. Cfr. A. Marranzini, Op. Cit., p. 330.
13."Semplice nel costume, modesto nel tenore della vita privata, era un filantropo, disinteressato (...) ed i bisognosi soccorreva con denaro o affidava alla sua caritatevole sorella, signorina Anna, che tanto gli rassomigliava nel fisico e nel morale, vivendo come Lui, francescanamente, nella sua stessa casa". Così testimoniava un suo allievo (E. Polichetti, Giuseppe Moscati e la malattia mortale di Enrico Caruso, in La Riforma Medica, 70 [1956], p. 490).
14. A. Marranzini, op. cit., p. 226.

domenica 3 febbraio 2008

Il mestiere di vivere.

Pavese era un grande rappresentante dell’intellighenzia democratica del Novecento. Il mio primo contatto con lui fu orale, qualcuno mi parlò del finale del Mestiere di vivere, quello che annuncia la catastrofe, il fallimento della scrittura, il suicidio. Fu l’avvio di un amore vorace che mi ha dettato le regole del mestiere». (Manuel Vázquez Montalbán, Cena d’autore, dedicata a Cesare Pavese, Grinzane, 2000)
Iniziato il 6 ottobre 1935 durante il periodo del confino, Il mestiere di vivere accompagna Cesare Pavese fino al 18 agosto 1950, nove giorni prima della sua prematura scomparsa, e diventa a poco a poco lo strumento privilegiato cui affidare i pensieri sul proprio mondo di poeta, scrittore e di uomo e, soprattutto, le confessioni ultime su quei laceranti tormenti intimi che segnavano la sua vita.
Amaro, disperato, sarcastico, raramente sereno e mai felice, Pavese ci consegna, pagina dopo pagina, una profonda riflessione sulla vita, sui sogni, sui ricordi e sull’arte, condotta con estremo rigore intellettuale e morale, lucido testimone del proprio personale mestiere di vivere.
Il mestiere di vivere, non è soltanto la storia di uno scrittore che ha deciso di uccidersi perché anche l'ultima donna l'ha lasciato, è molto di più. Il mestiere di vivere è un cult-book per qualche generazione. L’ultima edizione Einaudi, a cura di Laura Nay e Marziano Guglielminetti, ne reintegra la maggior parte dei tagli fatti a suo tempo per motivi di riservatezza.
Le parti recuperate dell’opera testimoniano ulteriormente il dolore, e il rancore per l’abbandono da parte di Tina, «belle dame sans merci», figura fatale e tragico annuncio d’impotenza e solitudine, mettendo in risalto la vera tensione di Pavese verso una letteratura che sia «difesa contro le offese della vita».
«… sei stato lasciato nell’avvilimento più atroce… (quello di un uomo di cui si dice: è un pesce. L’ha mandato al confino e poi si è fatta fottere da un altro)»
È la chiave che ci consente di entrare nel laboratorio poetico di Cesare Pavese e di scoprire le sue letture, le sue riflessioni non soltanto sugli uomini ma sulla letteratura, sulla poetica e il suo rapporto con la sua stessa arte: si nutriva anche di classicità e di antropologia, di sentimento religioso e psicanalisi. Un rapporto forte, direi drammatico. Vedi la riflessione del 27 giugno 1946: «Aver scritto qualcosa ti lascia come un fucile sparato...».
Talmente fisica, e violenta, è la drammaticità di molte delle sue pagine, il loro affanno; e tale è la partecipazione che, in alcuni momenti, esse ci richiedono. Non è un caso se l'autore si uccide proprio quando pensa di aver concluso ogni possibile sperimentazione letteraria, e quindi di aver terminato il suo rapporto con la scrittura.
La sua epigrafe conclusiva del diario, redatta in solitudine in una camera di hotel, non è forse questa: «16 agosto 1950. La mia parte pubblica l’ho fatta — ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti […] Non scriverò più».
È un congedo dalla scrittura e dalla vita, ormai intrecciate indissolubilmente.
Finché la scrittura ha garantito un significato alla vita, tutto ha avuto uno scopo, poi la presa di coscienza di aver speso ogni possibile energia nello scrivere e le stesse vicende personali dell'esistenza hanno insieme contribuito alla fine, tragica, del poeta (e per quanto sia ben difficile dire parole definitive sulle cause del suo gesto, è utile ricordare una frase della sua ultima annotazione, scritta sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, prima di morire: «Non fate troppi pettegolezzi»).
Italo Calvino, anni dopo, scriverà: «Il diario di Pavese è insieme la ricerca di una tecnica poetica e di un modo di stare al mondo».
Riguardo a chi consiglia oggi questo testo ai ragazzi, io lo farei, ma con qualche attenzione e spiegazione: è un libro talvolta molto difficile, rischia di venire letto come “diario intimo” o “diario di lavoro”, o, peggio ancora, di fornire un’immagine distorta, di un novello Abele, che interpreta la debolezza fatale della vittima sacrificale.
La figura di Pavese trae luce e forza dalle sue stesse contraddizioni, dall’impotenza e infelicità di fronte al tramonto di tutti i valori: si ha sul serio la sensazione che lì vi sia riposta e scritta una storia che non appartiene solo allo scrittore, ma alla collettività, a tutti quelli che sono infelici.
Così il Caino che si avventa contro Pavese non è la cultura, l’ingiustizia sociale o il moralismo politico e neppure la storia: è semplicemente, con un perché o senza un perché, leopardianamente, la vita.
«Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, infermità, nulla».

sabato 2 febbraio 2008

Viaggio di Carlo Levi tra parola e tela.

Il viaggio mentale e reale, letterario e pittorico di Carlo Levi (1902-1975), nato a Torino, città-laboratorio del socialismo liberale, si è effettuato lungo diversi decenni del '900, segnati da avvenimenti storici che nella prima metà del secolo hanno colpito drammaticamente, a volte tragicamente, diversi intellettuali, i quali, anche dopo la fine della seconda guerra mondiale, non hanno cessato né di guardarsi intorno, né di riflettere su quanto accaduto, né di continuare a proporre nuove modalità di esistenza.
Un viaggio in un al di là non trascendente, ma che, pur emergendo dalle sacre viscere della terra e del mito, è ancorato ad una realtà concreta, geograficamente connotata, ad un tempo indeterminato, diverso da quello oggettivamente misurabile cui siamo abituati.Quello di Carlo Levi è un viaggio reale, perché nei suoi testi il protagonista approda veramente, con vari mezzi di trasporto, in terre a lui sconosciute, dall'Italia insulare e meridionale alla Germania all'Unione Sovietica; in Cristo si è fermato a Eboli il suo occhio indaga, curioso di capire le trasformazioni, i miti, l'immobilismo di una realtà sociale, una nera civiltà che, ai margini della Storia, immersa in un tempo immobile, non riesce a sottrarsi al dolore ed all'inconciliabilità di due mondi opposti, quello dei contadini " in cui confluirebbero le categorie produttive "e quello degli sfruttatori, dei parassiti, degli esattori, dei burocrati, ovvero dei "luigini", dal nome del podestà di Gagliano, Luigi Magalone, maestro alle scuole elementari e sorvegliante dei confinati nel paese, il più giovane e il più fascista fra i podestà della provincia di Matera.
Cristo si è fermato a Eboli è un romanzo-documento-saggio che, propositivo nei confronti della questione meridionale, rispecchia la letteratura della sorpresa, della ricerca e della consapevolezza; ambientato negli anni della guerra d'Etiopia, pubblicato nel 1945 e trasferito in film nel 1978 da Francesco Rosi con Gianmaria Volontè nei panni di Carlo Levi, è stato tradotto in tutto il mondo e commentato da critici e scrittori di professione come Italo Calvino e Jean Paul Sartre. Racconta il viaggio dell'intellettuale Don Carlo, ovvero dello stesso Levi, dal Nord al Sud, inviato al confino dal regime fascista in un paese della desolata e malarica terra di Lucania, viaggio che s'intreccia con quello dei contadini che impiegano diverse ore per raggiungere i loro campi ed altrettante ore per ritornare a casa, con la monotonia di un'eterna marea; è un viaggio su e giù per il paese, tra la curiosità di uomini, donne e bambini che vivono in simbiosi con gli animali, capre, cani, maiali, serpenti, cinghiali, lupi ed altri ancora; gente eternamente paziente, negata alla Storia e allo Stato, che gradualmente scopre nel nuovo arrivato un amico ed un medico sensibile, disposto ad ascoltarli e, nei limiti del suo status di sorvegliato speciale, ad aiutarli: una complicità testimoniata dal primo flashback del romanzo, quando lo scrittore rimpiange di non aver potuto mantenere la promessa di tornare tra i suoi contadini; però, anche se non torna, costituiranno sempre un argomento del suo impegno politico, culturale, incluso quello pittorico: i paesani del Sud popoleranno le sue esposizioni, inclusa una Biennale di Venezia degli anni '50, esprimeranno sulle tele il loro pianto, come in occasione della morte di Rocco Scotellaro, grande rapsodo della cultura contadina, morto nel 1953 ed amico di Carlo Levi.
E' un viaggio attraverso la noia zodiacale-secolare che raramente si interrompe, attraverso le nuvole di polvere sollevate dal vento tra case costruite in disordine ai lati della strada, contornate da poveri orticelli e magri olivi; in queste case però vive gente, la cui fisionomia misteriosa e mitica stupisce ed affascina il protagonista, proveniente da un mondo abituato ad usare un metro razionale per misurare e interpretare la realtà, un mondo integrato nella Storia.Un mondo, quello dell'intellettuale Levi, estraneo alle fatture, ai monachicchi, ai licantropi, ai riti magici, alla sapienza stregonesca, ai ricordi dei briganti che ancora vivono nell'immaginario contadino e per la vita avventurosa e per i tesori nascosti sottoterra e nei boschi; un mondo estraneo alle credenze che tre angioli di notte proteggano le case dai lupi e dagli spiriti cattivi o che, per esempio, bastino le filastrocche sui giorni della settimana per incantare e far morire i vermi dei bambini [...]
Domenica è Pasqua
ogni verme in terra casca.
Il lettore sin dalle pagine iniziali e attraverso tutto il libro, fino a quando Don Carlo lascia il paese per rientrare nel Nord attraverso le campagne matematiche di Romagna, si rende conto che la mente letteraria dell'autore si intreccia con quella pittorica, e che addirittura la pittura stessa costituisce un argomento del romanzo: un vero e proprio asse portante che coinvolge i notabili del paese, nonché i contadini, i quali coralmente partecipano al lavoro sulla tela del medico-scrittore-pittore, soprattutto i bambini, perché, tra gli adulti, le donne sono restìe ad essere ritratte per un motivo magico: un ritratto è una sottrazione che dona al pittore un potere assoluto su chi ha posato per lui. Invece i bambini, più liberi dai condizionamenti della cultura magica, entrano spontaneamente nella sua casa e posano, orgogliosi di vedersi dipinti.Qualcuno è così attento da imparare l'arte, si chiama Giovanni Fanelli: non so se Giovanni Fanelli sia diventato o potesse diventare un pittore, ma i suoi quadri, dice Levi, sono macchie di colore non prive d'incanto.
Spesso lo scrittore si sofferma su questi ragazzi pallidi tutti, gialli per la malaria, magri, con gli sguardi intenti, neri e vuoti, una fisionomia drammatica che ora si ritrova diffusa nei bambini dei Paesi sottosviluppati: le descrizioni dei tratti fisici le troviamo trasferite nei colori e nelle forme dei numerosi quadri che ritraggono i bambini singoli o a gruppi, sullo sfondo di paesaggi bianchi e calcinosi, bianco-giallastri; non mancano gli animali tra cui la capra, che nel romanzo viene definita diabolica e potente più di ogni altro essere vivente, un Satiro fraterno e selvatico, compagna di giochi, di sofferenze e di sfide, degna di affetto e di rispetto, insomma una frequenza costante nel mondo rurale non solo dei poveri, ma anche dei nobili e dei ricchi: basti pensare al romanzo di Dacia Maraini, La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990), quando viene descritto il legame che nell'infanzia unisce il marito-zio di Marianna alla sua capretta.
I colori accesi, come il rossetto sul viso bruciato dal sole o le grandi piogge d'oro in occasione della festa settembrina della Madonna o i capelli rossi e gli occhi azzurri del Sanaporcelle, risentono dell'influenza dei Fauves, degli espressionisti come Chaïm Soutine ed i tedeschi, dei contatti con la Scuola Romana. Come nei Fauves, in Carlo Levi lo spazio è costruito dai colori smaglianti, pur dissonanti tra loro, provocatori; il disegno è essenziale, incisivo, il tocco agitato fa convergere l'attenzione sullo sguardo fisso e drammatico dei personaggi, concepiti in un'esasperazione vitalista che equivale ad una visione critica ed inquieta della natura umana, ad una tensione di forte partecipazione etica. L'artista torinese assume la lezione espressionista, prolungamento della lezione fauve, per meglio esprimere e trasmettere il suo credo sociale, la forza delle emozioni attraverso le pennellate dense e le linee concentriche che contornano e rafforzano il soggetto; ne risulta una visione energica, disarmonica, straziata e vibrante della società e delle sue componenti, sia sulla pagina che sulla tela: è indubitabile che quando in Cristo si è fermato a Eboli vengono descritte le argille bianche, le piccole chiazze di verde, sparse qua e là, che brillano al sole ancora più intense e più strane, come delle grida, troviamo corrispondenze nei paesaggi desunti dall'esperienza e dalla memoria del confino, riprodotti sulla tela, caratterizzati dagli incantevoli colori delle terre malariche, con il cielo rosa verde e viola.
Carlo Levi, personalmente condizionato, nel periodo del confino, dal contatto quotidiano con l'ambiente contadino, ama ritrarre la natura e la campagna, affascinato dall'esempio di molti espressionisti tra cui Emil Nolde e Franz Marc, il quale, prima di morire al fronte nel 1916, ha espresso il fascino del mondo primitivo e, sullo sfondo di paesaggi cromaticamente dinamici, ha dipinto quegli animali, tra cui i caprioli rossi, che nell'opera di Carlo Levi convivono con gli esseri umani, partecipi della divinità: tutto è, realmente e non simbolicamente, divino, il cielo come gli animali, Cristo come la capra. Tema presente anche nei manifesti propagandistici, come in quello creato dal pittore italiano per il Partito Socialista nel 1953: sotto la scritta contro la miseria, una bambina, avvolta in un grande scialle, è seguita da un asino e dai contadini, come a dire che gli animali sono coinvolti nella disperazione del Mezzogiorno.
Lydia Pavan