giovedì 27 dicembre 2007

Pensiero politico e comunicazione politica.

"Classe politica ed élites nel pensiero politico liberale"

Relazione di Stefano Parodi (*)

Società democratica e società aristocratica in Tocqueville dopo il 1850 (Roberto Giannetti, Università di Pisa).

In Tocqueville (1805-1859) è presente il concetto di élite; ci si concentra, in particolare, sulla definizione tocquevilliana di aristocrazia: un gruppo di individui legati non solo da interessi ma anche da gusti, da modi di pensare, da medesimi comportamenti.Un’altra importante osservazione riguarda il significato che il termine democrazia acquista in Tocqueville: non un sistema politico ma un sistema sociale, caratterizzato dalla mobilità sociale e, quindi, dalla mancanza di una vera e propria aristocrazia. In altre parole, una società aperta senza una rigida suddivisione in ordini e classi.Tuttavia, anche in democrazia esistono tre classi in cui il popolo può essere diviso (ma sempre in presenza della mobilità sociale): i ricchi, la classe media, i poveri.Tocqueville spesso è ricordato per la sua idea di una aristocrazia prodotta dal sistema industriale; forse è più significativo occuparsi di un particolare tipo di aristocrazia che Tocqueville individua in America: l’aristocrazia dei cosiddetti “leggisti”, cioè dei giudici e degli avvocati. Essi costituiscono un rango a parte, detengono competenze esclusive, sono, in altre parole, padroni di una scienza, quella giuridica appunto, fondamentalmente non diffusa, specialmente nell’ambito della Common Law, basata essenzialmente sui “precedenti.” Il discorso è diverso in presenza della legge codificata, che indubbiamente risulta essere più facilmente acquisibile. Ma una classe “aristocratica” di questo tipo è compatibile con un regime democratico? In Tocqueville sì, in quanto il giurista è un uomo del popolo (o, almeno, può esserlo) che entra a far parte di una classe superiore, di una “aristocrazia.”Sono importantissimi, a questo proposito, gli aspetti “educativi” di questo sistema: infatti, gli uomini di legge, acquisendo delle abitudini aristocratiche, bilanciano, in un certo senso, i vizi del governo popolare. Non va inoltre dimenticato che i giuristi si trovano in tutte le istituzioni, influenzando così tutti i settori della vita politica e sociale; ciò fornisce loro l’occasione di insegnare agli uomini del popolo le abitudini, i valori e il valore dell’aristocrazia giuridica: è il caso, ad esempio, delle Giurie Popolari, in cui le persone comuni entrano in diretto contatto con i giuristi.Questa funzione educatrice è tanto più importante se si considera che in una società democratica esiste uno spazio limitato per l’élite culturale. L’aspetto fondamentale della società americana è comunque la mobilità sociale.

Classe politica e ruolo delle élites in John Stuart Mill (Maria Teresa Pichetto, Università di Torino).

John Stuart Mill (1806-1873), nella sua analisi, riprende la distinzione tra epoche organiche ed epoche critiche; in qualsiasi momento storico il potere deve essere nelle mani delle persone più adatte (si veda, al proposito, Saint- Simon).Per Mill un buon governo non è quello di molti che governano ma quello in cui pochi governano per molti; non esistono divisioni nette in classi. Anzi, da questo punto di vista, egli critica gli economisti inglesi che considerano immutabile la divisione in classi (proprietari terrieri, lavoratori, ecc.). Mill considera preciso compito dell’economista quello di trovare il modo di innescare un mutamento; va ricordato il tentativo di Mill di organizzare un partito radicale negli anni 1836-1840, allo scopo di opporsi alla sottomissione ad un’autorità che ha come unico titolo la nascita o la fortuna.Esistono sostanzialmente due classi: quella privilegiata e quella insoddisfatta. Alla prima classe appartengono coloro che si ritengono soddisfatti perché i loro interessi non si trovano in mano ad altri (si tratta di quella che potremmo definire la classe dei governanti); alla seconda classe appartengono i commercianti e tutti gli altri che potenzialmente si possono alleare con i radicali per tutelare i propri interessi. È interessante notare che nel 1839 Mill usa il termine “ruling classes” (al plurale).Alla base della filosofia politica di Mill c’è una filosofia sociale: per comprendere la politica è necessario conoscere i fenomeni sociali; in altre parole, la politica è parte della scienza sociale.Per Mill, infatti, il governo è il prodotto di fattori non politici (economia, educazione, presenza di individui eccezionali, ecc.) tutti in qualche modo relativi alla forza sociale delle classi. Non dimentichiamo che all’epoca di Mill il potere stava passando alla borghesia per la sua forza economica. L’Inghilterra “industriale”era nata dalla fine del potere della aristocrazia terriera ( prima del Reform Bill del 1832 il potere veniva determinato dal possesso della ricchezza come nel Medio Evo). Tutto questo non deve però far pensare che Mill sia contrario all’esistenza delle persone ricche: egli semplicemente si oppone al monopolio o alla predominanza dell’aristocrazia sul potere politico.Alla base di questa opinione c’è la consapevolezza del fatto che gli uomini operino sempre nel loro interesse (i governi sono formati da uomini). Per questo l’aristocrazia cerca di strappare al popolo la maggior parte di ricchezza e di potere.Mill ritiene necessario studiare anche dal punto di vista della psicologia e di altre scienze sociali la tendenza alla ricerca dell’utile personale, tendenza che spinge gli uomini ad agire quasi esclusivamente per i loro interessi.Merita di essere ricordato l’interesse di Mill per la salvaguardia delle minoranze.

La classe politica in Ruggero Bonghi (Nicola Del Corno, Università Statale di Milano)

Ruggero Bonghi (1826-1895), letterato, professore di Greco, di Storia antica e moderna, di letteratura latina, dopo la prima guerra d’Indipendenza si trasferì da Napoli, sua città natale, a Firenze, quindi a Torino e a Stresa, presso Rosmini, con cui strinse profonda amicizia; attraverso Rosmini e Manzoni, conosciuto a Stresa, si legò culturalmente al gruppo liberale moderato lombardo, di cui condivise, oltre agli indirizzi politici e letterari, anche le tipiche preoccupazioni religiose e di riforma ecclesiastica. Deputato dal 1860 al 1892, salvo un breve intervallo nel 1865-1867, emerse come uno dei maggiori esponenti della Destra; fu relatore della legge delle Guarentigie del 1871, che molto accoglieva delle sue concezioni di politica ecclesiastica, continuò a mostrare largo interesse per i problemi del cattolicesimo italiano, auspicando la conciliazione tra Stato e Chiesa e l’apporto dei cattolici a un forte partito conservatore. Dal 1874 al 1876 ricoprì l’incarico di ministro dell’Istruzione Pubblica. Viene ricordato come un critico sottile e avvertito della vita politica italiana e della situazione internazionale.In Bonghi troviamo una concezione gerarchica della società e un richiamo alle proprie responsabilità; in Parlamento devono andare uomini capaci. Una delle sue principali preoccupazioni è quella di evitare l’esclusione della classe cavouriana, dei protagonisti, cioè, dell’unità d’Italia; Bonghi non apprezza la classe politica postunitaria, la accusa di demagogia.I politici devono in qualche modo educare il popolo: essi devono non solo essere ma anche sembrare onesti; si parla, in questo senso, di pedagoghi morali.Il modo di concepire la politica è quello di un liberale: per Bonghi, infatti, la classe politica si deve proporre, non imporre. Un altro aspetto importante del suo pensiero è l’individuazione di un duplice pericolo: gli incompetenti e i rivoluzionari. Per far fronte a questi due pericoli, Bonghi invoca una “complicità” interna alla classe politica, un fronte comune, al di là delle divisioni.Solo le classi colte (in questo si avverte l’influenza rosminiana) e le classi possidenti devono andare al potere; requisito fondamentale per chi fa politica è la possibilità di non vivere di politica, cioè il non aver bisogno della politica per vivere.Bonghi, quindi, non ha fiducia nelle classi popolari, che difendono interessi particolari.Il sistema inglese è considerato “giusto” perché non basato su divisioni ideologiche ma su questioni pratiche; inoltre all’interno di ciascun partito esistono varie tendenze, non tutto è o bianco o nero.In Inghilterra la classe politica fa sopravvivere i principi del vivere comune.

Classe politica stricto sensu e classe dirigente più estesa in Croce (Salvatore Cingari, Università di Firenze)

Croce (1866-1952) opera la distinzione tra concetto di classe dirigente in senso allargato e concetto di classe politica. Il grande filosofo si occupa, come i suoi contemporanei Mosca e Pareto, della questione delle élites: esse sono un luogo di mediazione dei conflitti della società. In Mosca, tutti i conflitti sociali vengono mediati nell’élite, intesa come “luogo virtuoso di mediazione”. Anche per Croce l’élite è un luogo di mediazione politica, in cui le masse possono gradualmente fare il loro ingresso; resta, comunque, l’impossibilità di superare la frattura, la disuguaglianza presente nella società.Mentre in Mosca la classe dirigente attua una mediazione basata su interessi, in Croce tale classe media attraverso una posizione morale.È riscontrabile un solo punto di contatto, a proposito del ruolo degli intellettuali, con la teoria gramsciana; per Gramsci, infatti, l’analisi della società è necessaria per trasformarla ed è questo il compito degli intellettuali; Croce, pur sostenendo che la trasformazione della società possa avvenire solo mediante la riflessione degli intellettuali, non ritiene, contrariamente alle teorie di Gramsci, che questi ultimi debbano essere organici alla politica, bensì estranei alla lotta politica.

Teoria della classe politica, ruolo dell’èlite culturale e opinione pubblica in Karl Popper dalla gestazione (1942) de La società aperta (Rita Baldi, Università di Genova)

Karl Raimund Popper è considerato uno dei più grandi filosofi (forse il più grande) del XX secolo. Fu un implacabile critico di tutte le forme di totalitarismo e fautore di una società aperta. Nacque a Himmelhof, nei pressi di Vienna, il 28 luglio 1902, da genitori ebrei. Morì a Kenley (Londra) nel settembre del 1996.
Popper contrappone alla “società chiusa” la “società aperta.” La società chiusa è una società totalitaria con norme impositive, la società aperta si fonda sull’uso critico della ragione, che attraverso le istituzioni democratiche difende la libertà dei singoli e dei gruppi (cfr. Mastellone e K. R. Popper, The Open Society and its Enemies, 2 voll. Routledge, Londra 1945 (trad. it. La società aperta e i suoi nemici, a cura di D. Antiseri, Armando, Roma 1997).Per Popper non è importante il governante ma il controllore del governante; il vero problema riguarda l’organizzazione e l’istituzionalizzazione del controllo. Anche gli uomini migliori vengono corrotti dal potere, quindi non servono buoni uomini ma buone istituzioni che permettano ai governati di controllare i governanti.Popper individua così l’essenza della democrazia: la democrazia è il controllo di chi governa.Un altro elemento fondamentale è la possibilità di critica e di discussione: il cittadino non deve mai rinunciare alle sue capacità razionali di critica.C’è nel filosofo austriaco una profonda sfiducia nei confronti degli intellettuali, che spesso si dimostrano dei falsi profeti.Un altro fondamento della democrazia è il momento elettorale, il momento in cui, cioè, il cittadino ha la possibilità di giudicare e punire i governanti.Anche il potere economico può essere controllato, e in questo caso è il potere politico che ha il compito di controllare: conseguentemente, la democrazia politica è l’unico mezzo di controllo del potere economico.La sfiducia negli intellettuali condiziona il giudizio di Popper sulle élite culturali, che definisce senza mezzi termini “cricche.” Anche in questo caso al centro di tutto troviamo il principio della controllabilità; infatti, l’élite sfugge a qualsiasi tipo di controllo e questo, si è visto, è assolutamente antidemocratico.Sempre sulla base dell’incontrollabilità Popper rifiuta la figura e, di conseguenza, il ruolo del saggio: chi è in grado di controllare il livello di saggezza di un uomo? Chi controlla che sia davvero saggio? Non è possibile rispondere a queste domande.Esiste comunque una ben precisa responsabilità che grava sulle spalle di coloro che hanno studiato: essi hanno l’obbligo, per Popper, di rendere conto all’opinione pubblica di quello che hanno imparato.

...quel genio artistico del popolo...

Nel 1977 viene trasmesso sulla Rete Uno uno sceneggiato televisivo ispirato alla vita di uno dei più noti e, nello stesso tempo, strani pittori naif italiani: Antonio Ligabue. Se rapportiamo la durata di sole tre puntate di questa trasposizione televisiva alle durate esagerate delle attuali fiction la cosa ci farà sicuramente sorridere: pur tuttavia questo sceneggiato è rimasto impresso nella memoria di milioni di telespettatori per una lunga serie di motivi. Gran parte del successo di questo sceneggiato fu dovuto sicuramente alla magistrale interpretazione del trentenne Flavio Bucci che, appoggiandosi all'ottima sceneggiatura di Cesare Zavattini (emiliano come il pittore protagonista dello sceneggiato) e di Arnaldo Bagnasco e alla regia di Salvatore Nocita, ci restituisce un'immagine e un ritratto di Ligabue che difficilmente si può dimenticare. Chi era Antonio Ligabue? Antonio Laccabue (1899-1965), detto Toni Ligabue, era soprannominato "ul matt" o "ul tedesch" per le sue origini svizzere. Giunse in Emilia Romagna dopo una vita errabonda e piena di stenti ed ebbe frequenti problemi nei rapporti con la società cosiddetta normale: i soggetti tipici dei suoi quadri sono la dimostrazione lampante che per lui era molto più naturale il rapporto con la natura e con gli animali. La rappresentazione televisiva della vita di Toni Ligabue si divide fra il capanno in riva al fiume in cui trascorre buona parte delle giornate dipingendo i suoi splendidi e coloratissimi quadri e il centro del paese di Gualtieri dove irrompe frequentemente a bordo della sua sgangherata motocicletta. Flavio Bucci riesce perfettamente a rappresentare lo sguardo ipnotico e la violenza dello stile pittorico di Ligabue nella creazione dei suoi quadri: come dimenticare le scene in cui il grande attore ritrae la gallina rifacendone perfettamente le movenze? E quella in cui osserva minuziosamente la tigre dietro le sbarre della gabbia per poi dipingerla furiosamente sulla tela? Completa il quadro dei ricordi televisivi una diffusa malinconia e tristezza che permea questo sceneggiato e che riesce a rappresentare molto bene la vita e la storia di questo singolare pittore. Al " Festival des Films du Monde " di Montreal il film tratto dallo sceneggiato televisivo vinse meritatamente il Grand Prix des Amériques come migliore opera in assoluto e Flavio Bucci vinse il premio riservato al migliore attore protagonista. La messa in onda di questo sceneggiato è l'ennesima dimostrazione, ove mai ve ne fosse ancora bisogno, che basta un'ottima storia e un grande attore per bucare lo schermo e lasciare una traccia indelebile nei ricordi dei telespettatori.

Ligabue: genio e follia
a cura di Sonia Gallesio

Nella valutazione di molti non c’è dubbio che Ligabue abbia incarnato quel genio artistico del popolo, meglio ancora il genio contadino, che il gusto romantico aveva riabilitato e idolatrato, un genio che nella sua assoluta istintività, nella sua arcaica complicità con la natura, è in grado di inserirsi a pieno titolo nell’arte contemporanea, proponendo un linguaggio figurativo che parla di cose semplici a persone altrettanto semplici. [Vittorio Sgarbi, testo critico dal catalogo Electa] Tristemente noto per via di un’esistenza afflitta da strazianti circostanze, Antonio Ligabue fu costretto fin dai primi anni di vita ad affrontare incresciosi accadimenti e a conoscere disagio ed emarginazione. Ignaro dell’identità del padre, venne adottato da una famiglia svizzera per poi passare da un collegio per ragazzi handicappati ad una clinica psichiatrica. Dopo l’espulsione dallo stato che lo aveva accolto, si ritrovò a vivere in Italia da vagabondo – tra stenti e miseria. Nonostante le dolorose vicissitudini, Ligabue continuò a dipingere e a creare piccole sculture con l’argilla e proprio grazie alle sua perseveranza fu presto notato. Per merito dell’attivo contributo di Marino Mazzacurati e di Cesare Zavattini, la sua opera venne via via apprezzata da critica e pubblico, fino al raggiungimento di una fama più che discreta. L’inquietudine, lo smarrimento e la follia caratterizzarono in modo incisivo il cammino di Ligabue: dallo stato mentale dissociato, si racconta che dipingesse spesso in riva al Po e che di frequente si abbandonasse a strane danze, mimando i movimenti degli animali ed emettendo versi e urla, agitandosi nel fango ed imbrattandosi dei colori con i quali lavorava. Quasi possiamo immaginarlo mentre plasmava le sue opere con foga, ardore, slancio. L’arte di Ligabue, per sempre viva, è selvatica e selvaggia: ha il sapore della terra, del sangue, del coraggio. Le composizioni alle quali diede origine sono aggressive ma non stridenti, tumultuose e tuttavia in equilibrio. La sua pittura – istintiva, passionale, irruente – riporta in superficie un vecchio quesito irrisolto: qual è, in realtà, il limite tra genialità e pazzia?

mercoledì 26 dicembre 2007

...se non sai dove stai andando, girati per vedere da dove vieni... moni ovadia

Questione meridionale: accadeva 50 anni fa. Le lotte in Sicilia condotte dal pacifista Danilo Dolci per riconquistare una dignità alla gente del Sud. In Puglia l'azione di Tommaso Fiore. Due volumi e un processo che destò scalpore internazionale.


Ad alimentare 50 anni fa una presa di coscienza nazionale dell'enorme divario tra il Sud ed il resto dell'Italia, concorse la pubblicazione di un'ampia produzione meridionalista. Soprattutto i due saggi Il cafone all'inferno di Tommaso Fiore e Banditi a Partinico di Danilo Dolci. La pubblicazione dell'indagine di Fiore (in parte presentata sulla rivista di Calamandrei «Il Ponte» e su «Cronache Meridionali») avvenne per l'interessamento di Italo Calvino, uno dei responsabili editoriali della torinese Einaudi, che suggerì all'umanista di Altamura di modificare il titolo originario, Quando non avevamo il pane. Mentre il libro-denuncia di Danilo Dolci, edito da Laterza, si avvalse della presentazione di Norberto Bobbio.
Le due inchieste sulla condizione del Mezzogiorno che, pur a cinque anni dall'avvio della Riforma agraria, era ancora afflitto da un immobilismo e da una arretratezza non solo economica, ma culturale e civile, suscitarono un largo dibattito sulla stampa dei primi mesi del 1956. L'umanista di Altamura aveva messo in luce la povertà diffusa e l'abbandono di alcune zone della Capitanata, in particolare dell'area garganica e di Taranto vecchia, mentre l'intellettuale triestino aveva evidenziato il rapporto tra banditismo siciliano, analfabetismo e disoccupazione: nella zona di Partinico, su 33.000 abtitanti ben 350 erano fuorilegge.
In quegli anni si moltiplicavano le indagini di denuncia sulle condizioni di vita della popolazione delle aree meridionali più depresse. Nel 1954 l'antropologo barese Franco Cagnetta, pioniere della fotografia scientifica d'argomento etnologico, concludeva la sua Inchiesta su Orgosolo (Banditi a Orgosolo). Suscitò una vasta eco nell'opinione pubblica italiana nel marzo del 1956 il processo a Danilo Dolci davanti al Tribunale di Palermo per aver capeggiato una manifestazione di protesta contro le autorità che non avevano provveduto a dar lavoro ai disoccupati. Il sociologo ed educatore triestino (nato a Sesana, oggi in Slovenia), si era trasferito in Sicilia (Trappetto, Partinico), per promuovere nel solco dell'insegnamento di Aldo Capitini, lotte non violente contro la mafia e manifestazioni pacifiche per il lavoro e per i diritti sanciti dalla Costituzione. La manifestazione di Partinico era stata organizzata da Dolci dopo un lungo sciopero della fame che aveva mobilitato intellettuali di diverse regioni italiane.
Tommaso Fiore espresse la sua solidarietà a Dolci fornendone, dopo un viaggio in Sicilia, un efficace ritratto sul settimanale «Il Contemporaneao» del 7 dicembre 1955. Nell'articolo, con il titolo La febbre civile. Digiunatore tra i contadini, si legge: «Colui che eseguì il primo digiuno in Sicilia 3 anni fa e lo ha ripetuto in questi giorni trascinando al suo esempio contadini e misere donne, è un gentile scrittore di Trieste, sano e robusto. Io fui affettuosamente prelevato di sera dal treno e condotto nella terra dei Briganti. Mentre ponevo i piedi tra le pozzanghere della strada, il trentenne Danilo sorreggeva la mia tremante vecchiaia con le sue braccia robuste. Entrammo in una umile casa di contadini e intorno alla tavola sedevano 14 ragazzi, intorno a quegli che era il loro padre, Danilo, e alla loro mamma Vincenzina (una povera vedova, con cinque figli, le avevano ammazzato il marito senza ragione). La mattina seguente lasciamo la piazzetta quadrata di Partinico. Il dolore mi ha quasi inebriato e fatto perdere il senso del tempo. Dunque appena usciti di casa, io sto lì fermo a guardare, un mucchio di immondizie grigio con un po' di verde. Non è molto alto, ma è come rassettato dal tempo. Dopo mezz'ora di auto, eccoci a Trappeto. Il Vallone centrale non è più un rivolo di escrementi; per opera del Dolci e del suo primo digiuno è stato ricoperto».
Danilo Dolci con la sua protesta pacifica chiedeva l'attuazione dei diritti più elementari: la garanzia dell'istruzione ai ragazzi, un minimo di assistenza per le famiglie dei carcerati e condizioni di vita sopportabili. Nel febbraio del '56 la sua ennesima manifestazione non violenta ne determinò l'arresto, perché assieme ad alcuni disoccupati aveva iniziato i lavori di sterramento ed assestamento di una vecchia strada comunale abbandonata («sciopero a rovescio») nei pressi di Trappeto, con l'intento di dimostrare che non mancava la volontà di lavorare, in assonanza con l'articolo 4 della Costituzione che esaltava la funzione etica e civile del lavoro.
Il processo a Dolci si trasformò in processo all'articolo 4 della Carta Costituzionale, provocando una forte risonanza nazionale e internazionale. Alcuni giornali stranieri scrissero che «in Italia a chi chiede il rispetto della Costituzione si nega la libertà provvisoria». Calamandrei assieme a tanti altri giuristi si mobilitò per la difesa di questo «eroe civile», che aveva abbracciato la causa dei poveri in Sicilia, lottando contro la mafia ed i poteri forti. Nella sua arringa il giurista affermò: «Aiutateci, signori giudici, colla vostra sentenza, aiutate i morti che si sono sacrificati e aiutate i vivi a difendere questa Costituzione, che vuole dare a tutti i cittadini del nostro Paese pari giustizia e pari dignità».

Vito Antonio Leuzzi

Tommaso Fiore

MOSTRE: PUGLIA, ESPOSIZIONE SU 'MERIDIONALISTA TOMMASO FIORE SINDACO DI ALTAMURA - Scoprire e approfondire nuovi aspetti della personalità e dell'attività di Tommaso Fiore, uno degli esponenti più importanti del meridionalismo italiano: è l'obiettivo della mostra fotografica, documentaria e storica, promossa e organizzata dall'associazione culturale 'Il Circolo delle Formiche, in collaborazione con l'Assessorato al Mediterraneo-Settore Attività Culturali della Regione Puglia e l'Ipsaic (Istituto Pugliese per la Storia dell'Antifascismo e dell'Italia Contemporanea), che si è aperta mercoledì 12 dicembre ad Altamura, in provincia di Bari, città natale del saggista e scrittore. La mostra, curata da Giuseppe Dambrosio e Anna Gervasio, con la consulenza scientifica di Vito Antonio Leuzzi, ha come titolo 'Tommaso Fiore e Altamura. L'intellettuale, il politico, l'amministratore. Si tratta di una delle prime mostre documentarie e iconografiche dedicata a Fiore che nel primo dopoguerra instaurò rapporti fecondi con Gobetti, Salvemini e altri personaggi illustri del meridionalismo e scrisse libri molto noti come 'Un popolo di formiche e 'Un cafone all'inferno, oltre a sviluppare una intensa attività pubblicistica e saggistica. Militante socialista prima e del Partito d'Azione nel secondo dopoguerra, Fiore subì anche il confino fascista a Ventotene. Fu anche traduttore di Virgilio, di Tommaso Moro e di Erasmo da Rotterdam. La mostra prende in considerazione un periodo poco conosciuto della sua attività, dal 1919 al 1924 e in particolare i due anni, dal '20 al '22, cruciali per la storia nazionale e locale, in cui l'intellettuale pugliese fu sindaco della città di Altamura dove era nato nel 1884 (morì a Bari nel 1973). Fu anche consigliere provinciale dal 1920 al 1924. I curatori hanno attinto dagli Archivi del Comune e della Biblioteca Museo Civico di Altamura, dall'Archivio di Stato di Bari, da quello dell'Ipsaic, dalle Biblioteche Nazionale e 'Sagarriga-Visconti-Volpi di Bari, nonché da alcuni fondi privati. I materiali visionati (e rielaborati in un percorso di 15 pannelli) sono per la maggior parte inediti e indispensabili per ricostruire la figura di Tommaso Fiore, sindaco e amministratore, nel contesto dei rapporti politici ed istituzionali. L'esperienza della Giunta guidata da Fiore, finora poco contemplata negli studi relativi all'intellettuale meridionalista, getta luce sul suo progetto amministrativo, guardato con favore da amministratori, politici, professionisti ed intellettuali pugliesi dell'epoca. Insomma ne viene fuori il ritratto di un sindaco e un amministratore riformatore e illuminato del primo '900. L'iniziativa, che si concluderà il 28 dicembre, gode del patrocinio, oltre che della Regione, anche della Provincia e del Comune di Altamura, dell'apporto dell'Archivio Biblioteca Museo Civico della città murgiana e del sostegno di alcuni sponsor. Inoltre, da oggi, è consultabile il sito internet www.tommasofiore.it, curato come la mostra per la parte grafica dall'art director Antonio Cornacchia.

martedì 25 dicembre 2007

Commemorazione del proporzionale.

da Rivoluzione Liberale

Piero Gobetti/Luigi Sturzo/Guido Dorso/Stuart Mill

Nel febbraio del 1925 il fascismo aveva già vinto, avendo superato la crisi del delitto Matteotti (estate 1924) che era seguita alla denuncia svolta dal deputato socialdemocratico in merito alle truffaldine elezioni dell’aprile 1924, le prime in applicazione della nuova legge elettorale maggioritaria, voluta dal fascismo, la "legge Acerbo", che aveva soppresso la proporzionale.
Piero Gobetti, che di lì a poco avrebbe subito il pestaggio dei fascisti che, in esilio, lo avrebbe condotto alla morte, lavora ancora ostinatamente alla sua rivista , la "Rivoluzione Liberale" ed alla sua casa editrice che, in quello stesso 1925, pubblicava gli Ossi di seppia di Montale; Sturzo è già in esilio a Londra, il PSI è distrutto, il PCd’I è praticamente fuorilegge e il suo Congresso di Lione (quello che porterà Gramsci alla segreteria) si dovrà svolgere, non per caso, all’estero. In questa situazione così tragica e compromessa appare straordinariamente significativa la decisione di Gobetti di "voltarsi indietro", di capire il punto cruciale della sconfitta storica subita dalla democrazia italiana.
Vede così la luce un numero speciale, quasi monografico, della "Rivoluzione Liberale", che Gobetti stesso intitola "Commemorazione della proporzionale", con scritti di Sturzo, Salvemini, Dorso, Ruffini e dello stesso Gobetti, che argomentano (da posizioni e punti di vista diversi) il carattere centrale della lotta democratica per la proporzionale e, d’altra parte, la profonda necessità politica che condusse il fascismo a sopprimerla. Riviveva nella situazione diversa la storica contrapposizione fra vecchie classi reazionarie italiane, da sempre schierate per il maggioritario, e la spinta della masse verso la partecipazione alla politica e l’autogoverno, che doveva comportare un sistema elettorale proporzionale. Anche in questa vicenda Gobetti ed i suoi ricercavano le radici storiche, profonde e durature, del fascismo, la sua intrinseca continuità con la politica dei ceti reazionari italiani: insomma, per dirla con una frase gobettiana, leggevano il fascismo come "autobiografia della nazione".
Oggi, molti anni dopo quel numero speciale, le ragioni politiche e culturali della rivista di Gobetti risuonano sinistramente attuali; forse anche oggi, come nel 1925, è già troppo tardi, ed un nuovo fascismo, una falsa democrazia autoritaria e plebiscitaria, forse, ha già vinto. Sul carro dei nuovi Acerbo del terzo millennio sventolano irresponsabili bandierine di consenso tanti "democratici", magari "di sinistra", che naturalmente si definiscono tutti "gobettiani", senza aver letto una sola riga di Gobetti e contraddicendo vergognosamente nei loro comportamenti il suo pensiero.

Piero Gobetti:
p.g.(Piero Gobetti), DIFESA STORICA, da "La Rivoluzione Liberale", a. IV, n.5 , 1 febbraio 1925, "Commemorazione della proporzionale", p.22.
«In Italia le questioni costituzionali continuano ad essere considerate come questioni di forma, come se tutti i popoli non avessero fatto la prova delle loro attitudini all’autogoverno e delle qualità diplomatiche nella creazione dei congegni elettorali più adatti a condizioni storiche specifiche e nella coordinazione degli istituti statali e delle iniziative libere.
Il collegio uninominale fu il sistema ideale in un paese (l’Inghilterra) che aveva rinunciato al feudalismo per garantirsi contro un sovrano statolatra; è ancora economicamente e politicamente una forma feudale, presuppone il voto limitato e l’esistenza di una classe aristocratica, si adatta ad un tipo di vita tradizionale e sedentaria esente dallo spirito d’avventura; riesce l’ideale più accessibile ai contadini, alieni dal partecipare alla vita dello Stato, paghi di eleggere il deputato, incapaci di controllarlo.
Dove il deputato non può parlare in nome dei suoi interessi di feudatario la tendenza del collegio uninominale si esprime nella formazione di una classe di politici, facili a degenerare in una pratica di politicismo parassitario. Questo processo si ebbe, in forme alquanto demagogiche , in Italia, dove gli interessi agrari non riuscirono a stabilizzarsi, e l’istituto retorico trasformò il rappresentante nel tribuno.
Così stando le cose la rappresentanza proporzionale parve segnare giustamente in Italia il periodo in cui la vita unitaria si sarebbe imposta alfine, dopo il tormento della guerra e della ascensione socialista, con una fisionomia di serietà etica e politica. Se ne fece banditore il partito popolare che inaugurò appunto in Italia, nella misura concessa agli italiani, una rivoluzione di carattere protestante, sia per la sua etica cristiano-liberale, sia per lo spirito laico e cavouriano con cui considera il clericalismo (Sturzo e Donati).
L’utilità della proporzionale non fu quella di uno strumento di conservazione, come crede alcuno, ma si rivelò nel creare le condizioni della lotta politica e del normale svolgimento della opera dei partiti.
A questo concetto noi dobbiamo dare dei riferimenti alquanto diversi dai consueti. Il dopoguerra fu un fenomeno di dissolvimento dei costumi e di tormenti ideologici: le condizioni generali vi sono assai analoghe a quelle dell’Europa di Lutero, fortemente favorevoli a un movimento di carattere religioso nel senso di una riforma cristiana del cattolicesimo. Il sintomo più importante di queste esigenze non sono i varii episodi mistici e confessionali (Papini, Manacorda, Zanfrognini, Conscientia), ma il tentativo di Sturzo che ha appunto la serietà di un largo movimento sociale. La proporzionale diede a queste voci i mezzi per agire nel terreno nazionale; per presentarsi come programmi e proporre delle discipline. La democrazia trovava la sua atmosfera liberale: la proporzionale obbliga gli individui a battersi per un’idea, vuole che gli interessi si organizzino, che l’economia sia elaborata dalla politica.
Uno dei più forti segni di disgregamento del dopoguerra non fu la lotta di classe, ma il pericolo che le classi si spezzassero egoisticamente in categorie; che gli interessi vincessero le idee, che il corporativismo si sostituisse ai costumi di lotta sindacale rivoluzionaria insegnati da Marx e da Sorel. Il pericolo - anche se nessuno lo ha visto - stava nelle rappresentanze professionali, concetto che fu caro a tutti gli intellettuali disoccupati da Murri a Rossoni. Solo la proporzionale ebbe la virtù per qualche anno di utilizzare queste forze disgregatrici obbligandole a trasportare gli interessi nel campo politico, dove naturalmente sono tratti a coordinarsi rinunciando al loro esclusivismo proprio quanto più ciascuno lo afferma e lo difende.
Il fascismo dovette sconvolgere, per vincere, i risultati liberali conservatori di due esperimenti proporzionalisti e oppose all’esercito degli elettori gli ignari dei diritti politici.
Il loro istinto di padroni guida assai precisamente i fascisti nella lotta contro la proporzionale. Ora codesti padroni sono tanto più curiosi in quanto ci vogliono presentare i loro stratagemmi di vogare restaurazione come scoperte futuriste. La critica alla proporzionale perché non rende possibile un governo di maggioranza è futurista proprio come le scoperte marinettiane di forme d’arte alessandrine.
L’importanza dell’opera moralizzatrice della proporzionale si riconobbe negli esperimenti italiani, nella sua attitudine a liquidare i governi di maggioranza. Dove prevale senza incertezza una maggioranza si ha nient’ altro che una oligarchia larvata. La formazione elettorale della maggioranza di governo è poi sempre un risultato di transazioni e di equivoci (patto Gentiloni); l’arma del ricatto diventa il sistema con cui il tiranno può asservire ai suoi istinti gli eserciti delle democrazie votanti.
La vita moderna si nutre di antitesi e di contrasti non riducibili a schemi; i blocchi e le concentrazioni sono il sistema del semplicismo in cerca di unanimità; la logica della vita politica riposa nella varietà e nel dissenso, il governo ne sorge per un processo dialettico diversamente atteggiato a seconda delle diverse azioni di tutti i partiti. La proporzionale è riuscita a creare le condizioni di vita per un governo di coalizione (valorizzato dall’influenza di partiti che vi collaborano anche quando si contrastano), eliminando ogni possibilità di "patti Gentiloni". L’Italia di Nitti dovrà rimanere per questo aspetto a parte ogni critica ce si possa muovere alla figura del ministro, un ideale vanamente vagheggiato e risperato di educazione politica.
In quel periodo torbido e difficile mentre la proporzionale aiutò con chiarezza i governi a salvare il paese, ci fu dato il primo esempio della capacità degli italiani a vivere in un regime di democrazia moderna: fuori di quell’esperimento non ci rimase altra alternativa che il presente medioevo.»
p.g.

Luigi Sturzo:
Luigi Sturzo, LA PROPORZIONALE RISORGERA’, da "La Rivoluzione Liberale", a. IV, n.5 , 1 febbraio1925, "Commemorazione della proporzionale", p.21.
«Era necessaria una testa di turco, perché borghesia, reazione, avessero trovato su chi sfogare il loro malcontento per un reale intervento delle masse popolari nella vita politica e per una loro migliore partecipazione alla vita economica della nazione. E la testa di turco fu la proporzionale, dannata ad bestias, - prima che Mussolini passasse da proporzionalista a maggioritario, e da maggioritario a uninominalista, - dalla vecchia tradizione italiana liberaldemocratica. Questa in fondo era ed è in gran parte dei suoi superstiti, sia di destra che di sinistra, conservatrice ; e mal tollerò il suffragio universale dato da Giolitti in una giornata di malumore, e approvato da quella stessa Camera che poco prima aveva fatto il niffolo al divo Luzzatti, che voleva elargire un suffragio universale, ma a scartamento ridotto.
Veramente, in fondo in fondo, l’elemento reazionario nostrano (pentito del fallo) avrebbe voluto colpire il suffragio universale ; ma purtroppo si trovava di fronte ad un pericolo : - la sensibilità delle masse, che ormai hanno acquisito questo loro diritto ; - e allora la proporzionale, - la quale incanala le forze democratiche e valorizza il suffragio universale, - ne ha subito tutte le conseguenze, almeno per ora!
Quando manca la proporzionale, i partiti, per essere una adeguata espressione politica della coscienza delle masse, debbono ricorrere alla coalizione o alla semplificazione. Ma questi sono e non possono essere dei fatti arbitrari o improvvisati, sono invece un prodotto di lunghi processi e di sviluppi di vita costituzionale, che per altro non possono essere uguali in tutti i paesi.
In Inghilterra finché la lotta si imperniava su i due partiti storici tradizionali, messi sull’identico piano del regime monarchico costituzionale, senza futurismi o passatismi, era evidente che non potesse esistere una qualsiasi proporzionale, che si sarebbe risolta nella più o meno identica proporzione di seggi nella divisione dei due partiti : uno il vincente l’altro il soccombente.
Oggi che è penetrato in forma stabile un terzo partito (il laburista), fa capolino e si va affermando la tendenza proporzionalista, applicata di già nel Libero Stato d’Irlanda, e caldeggiata dalla Proportional Representation Society che ha per segretario e apostolo il noto Humphreys, proporzionalista puro.
Ancora non può dirsi che il proporzionalismo faccia molta strada in Inghilterra ; e ciò per una salda concezione del passato, e una quasi fatale convinzione che in Inghilterra non può farsi politica seria se non con due partiti soli : uno dei tre deve scomparire. Quale?
I laburisti sono sicuri (ed hanno larga adesione delle masse) che essi sono definitivamente entrati nel ruolo dei due primi partiti ; e che quindi entreranno costantemente nell’alternativa del potere. L’altro oggi è il Conservatore : ma molti ricordano il 1906, quando i liberali ottennero un trionfo maggiore di quello ottenuto dai conservatori nell’ottobre scorso. Ma quale esso sia il prossimo sviluppo dei partiti in Inghilterra, o la riduzione a due ovvero la stabilizzazione a tre con sfaldamenti alle ale ; è certo che nel primo caso la proporzionale è superflua e inapplicabile ; e nel secondo caso, si imporrà quando gl’ inglesi si persuaderanno ( ci vuole un po' di tempo data la mentalità inglese) che il vecchio giuoco dei due partiti è completamente esaurito.
L’altra forma di correggere il suffragio universale senza ricorrere alla proporzionale, è la coalizione elettorale : un tipo costante di ciò, attraverso le varie modifiche della legge elettorale, si è avuto in Francia sia prima che dopo la guerra. Non si può paragonare al tipo italiano che ebbe voga col suffragio ristretto quando si promossero le coalizioni dei così detti "partiti popolari" dopo le reazioni di Rudinì e di Pelloux.
La coalizione elettorale però ha un carattere transitorio e una formazione variabile : e, in confronto all’organizzazione dei partiti all’inglese, è una forma inferiore di vita politica, che obbliga i partiti ai compromessi, per i quali essi partiti restano inquinati di molti elementi marginali assai impuri. Comunque sia adempiono ad una funzione importante le coalizioni, quando rappresentano in sintesi il pro e contro di una determinata situazione politica ; e la possono esprimere in blocchi antitetici :- si arriva così, attraverso una temporanea formazione, alla caratteristica dei due partiti, base della vecchia concezione borghese-parlamentare. Ma come l’Inghilterra ha sentito tardivamente e in forma possibilista l’avvento del terzo partito di masse, il Lavoro, che ha fatto l’effetto del terzo incomodo ; così nella vita parlamentare continentale, prima o poi, dal poco al molto, con varie caratteristiche, si è introdotto il partito socialista (oggi anche diviso e frazionato) che presentatosi come anti-borghese, è finito in regime di coalizione, a divenire una (sic) elemento integrante nella lotta dei partiti costituzionali democratici contro i partiti reazionarii. Fino a che l’acclimatazione del socialismo nell’ambiente parlamentare non era avvenuto, la caratteristica rivoluzionaria era la prevalente e la pregiudiziale. Quando invece, non ostante la pregiudiziale rivoluzionaria, l’avvicinamento possibilista potè realizzarsi, questo è finito a dare anche una base alle coalizioni elettorali e parlamentari in quasi tutti gli Stati europei. Questo elemento( il socialista) e l’altro elemento di carattere pure generale e organizzativo (il democratico cristiano o cristiano sociale, o popolare) fecero precipitare la soluzione proporzionalista, perché moltiplicarono i partiti e diedero la maggiore spinta possibile all’intervento delle classi lavorartici nella politica.
Là dove la proporzionale non ebbe favore, come in Francia, si fu obbligati ad accentuare il tipo di coalizione elettorale. Però in questo caso il terreno politico viene notevolmente spostato e messo su due piani differenti : da un lato coloro (liberali, democratici, radicali, popolari, ecc.) che pur ammettendo il processo legislativo e istituzionale, si trovano concordi sul terreno dello Stato costituzionale rappresentativo ; - e coloro (socialisti delle varie gradazioni) che si trovano sul terreno costituzionale come sopra un terreno tattico di battaglia per un ulteriore sviluppo rivoluzionario.
Che dire se poi su questo terreno così alterato si affaccia un altro nuovo partito, per esempio il fascismo, che accetta il metodo rivoluzionario per attuare un piano reazionario e autocratico?
Le coalizioni fra questi elementi così disparati e discordi rappresentano un compromesso oltre che politico, morale, che fa ritornare la vita politica ad una precipua valutazione di forza e di correnti, e ad una lotta di capitani e di seguaci.
Anche la vita politica ha le sue leggi naturali, che non possono superarsi ; perché la vita politica è una delle facce sintetiche della vita sociale dei popoli. Non è possibile, dato il suffragio universale, che la massa di un popolo non cerchi di affrancare la propria autonomia da soggezioni politiche ed economiche, e avere una propria personale espressione. Sia essa l’alternativa dei due partiti ; o la rappresentanza proporzionale dei molti partiti; risponde più o meno parzialmente alla necessità di organizzare del suffragio universale. Però è ben da notare che se è superato lo stadio dei due partiti, non è più possibile vi si possa ritornare a volontà o coattivamente; come è innaturale che trovata la via della proporzionale, vi si rinunzi per cadere in quella delle coalizioni.
La violentazione della coscienza collettiva, può avvenire, come ogni altro tormento morale : - ma una volta ottenuta una conquista, non è più possibile rinunciarvi.
Fornirà perciò nuovo argomento di lotta ; questa potrà durare più o meno a lungo e (cosa normale nella storia) coloro che oggi hanno voluto seppellire la proporzionale la invocheranno a loro salvezza.»
LUIGI STURZO
Londra, 18-01-25.
6° anniversario del P.P.I.

Guido Dorso:
Guido Dorso, LA PROPORZIONALE NEL MEZZOGIORNO, da "La Rivoluzione Liberale", a. IV, n.5 , 1 febbraio 1925, "Commemorazione della proporzionale", p.24.
«(...) Collegio uninominale tentativo di ritorno trasformistico
Questo notevole svolgimento antifascista meridionale, non frenato né dalla visita mussoliniana alla Fiera campionaria, che si ridusse ad una passeggiata solitaria, né dalla promessa di lavori pubblici (peraltro non mantenuta) espediente abusato ormai e divenuto di scarsa efficacia, minaccia di porre in serio pericolo il fascismo di fronte al riaffermarsi della lotta politica nel settentrione d’Italia, perché nessun Governo si è trovato dal 1860 ad oggi a dover fronteggiare l’azione dei partiti storici avendo il Mezzogiorno e le isole in subbuglio.
E’ naturale quindi che Mussolini, avvedendosi oggi per la prima volta dell’errore commesso, (felice errore!), abbia pensato di far macchina indietro per riprendere nelle sue mani il meccanismo infranto del personalismo meridionale, attraverso un’elezione a collegio uninominale, che rappresenti un sistema meno sovversivo, e gli assicuri oltre che i voti dei deputati meridionali anche l’adesione delle popolazioni.
Sotto questo profilo, perciò, il ritorno al Collegio uninominale costituisce un tentativo di reazione contro il sovvertimento prodotto, non dalla proporzionale - già adattata sufficientemente al clima storico-politico del paese - ma alla applicazione della legge Acerbo.
E tale tentativo meriterebbe di essere combattuto aspramente se i tempi e le circostanze fossero tali da farci prevedere l’applicazione della unica legge per opera di Mussolini e con criteri rigidamente giolittiani. (...)
Conclusioni
Tuttavia, lasciando per il momento sulle ginocchia di Giove gli avvenimenti futuri, non possiamo chiudere queste brevi note senza un saluto cavalleresco alla diffamata proporzionale che, apparsa come una meteora sul nostro cielo politico, è stata ritenuta responsabile di tutti i vizi e di tutte le deficienze italiane.
L’immaturità generale del paese (non soltanto del Mezzogiorno, ché si estende per lo meno fino in Brianza) non ha permesso di difendere e conservare tale conquista elettorale, ma i tempi sono così grossi che questa perdita non ci spaventa.
Fino a quando il Mezzogiorno continuerà a rimanere assente dalla lotta politica e sarà impossibile adoperare le sue forze per rompere il complesso giuoco dei partiti storici, tutti i sistemi elettorali saranno buoni a mantenere la dittatura del Nord, ed un eventuale ritorno della proporzionale non sarà che una nuova irrisione aggiunta alle precedenti.
Il problema fondamentale della vita italiana è ben più profondo e l’ironia della storia si è già servita delle forze più disparate per iniziarne lo svolgimento.
Speriamo che tale svolgimento prosegua ancora a lungo verso le sue ultime conseguenze, potenziando una per una, tutte le necessità dialettiche dell’unitarismo italiano.
Allora soltanto la proporzionale potrà costituire una conquista intangibile della rivoluzione italiana, giunta a maturazione mercè l’apporto di tutte le forze produttive del paese.»
GUIDO DORSO

Stuart Mill:
Francesco Ruffini, LE ORIGINI, da "La Rivoluzione Liberale", a. IV, n.5 , 1 febbraio 1925, "Commemorazione della proporzionale", p.22.
«La fortuna della rappresentanza proporzionale è stata fatta indubbiamente dall’entusiastico assenso, che al sistema di Hare diede un uomo della statura spirituale e morale di Stuart Mill.
Il suo caso merita un cenno particolare.
Il celebre filosofo della libertà e teorista del governo rappresentativo si trovava allora (1860) più assai che non in una crisi di pensiero, in una vera crisi d’anima. Egli stesso racconta nella Autobiografia, come fosse ormai ridotto a disperare della democrazia e della libertà, e a dubitare dell’insegnamento del suo grande maestro Geremia Bentham, chiedendosi "se fosse stato veramente un bene per l’umanità il trovarsi in tutti i luoghi e per tutti i tempi sotto la autorità assoluta della maggioranza", onde era condotto a temere che Bentham non avesse fatto l’uso migliore del suo genio, quando "non contento di avere insediata sovrana la maggioranza per mezzo del suffragio universale, esauriva tutte le risorse della sua ingegnosità a fissare sempre più sempre più saldamente il giogo della pubblica opinione". E volgeva gli occhi alla Francia, nella speranza che un nuovo Montesquieu, o forse anche solo di un Alexis de Tocqueville, recasse il rimedio a tanto male.
In quel punto critico della sua vita spirituale, gli giunse notizia della dottrina del suo compaesano Tommaso Hare. "Io riconobbi, dice Stuart Mill, in questa grande idea pratica e filosofica al tempo istesso, il più grande perfezionamento di cui il governo rappresentativo sia suscettibile". Infatti "a tali immensi mali non si credeva possibile opporre altra cosa che dei palliativi imperfetti. Il sistema di Hare apporta un rimedio radicale. Questa scoperta nuova nell’arte della politica - poiché il progetto di Hare non è niente di meno di una scoperta - mi ispirò, come credo che abbia ispirato a tutte le persone riflessive che l’hanno accolta, delle nuove speranze e una maggiore fede nell’avvenire dell’umana società".(...)
In quel medesimo torno di tempo qualcosa di molto somigliante, per non dire di affatto identico, succedeva in un altro paese di storica democrazia, a Ginevra. (...) Come per il Mill, per il Naville la salvezza, invocata dal di fuori, gli veniva offerta da una idea, che il suo concittadino Antoine Morin aveva svolto qualche anno innanzi, ispirandosi a Victor Considérant: la Proporzionale! I suoi familiari raccontano che egli ne fu immediatamente colpito, dominato, come fascinato. (...) Da allora in poi non ci fu più in Isvizzera e in Europa un propagandista più caloroso e più instancabile di lui. (...)
Posta così vale a dire come una suprema questione di giustizia e di coscienza, era naturale che le varie correnti favorevoli alla introduzione della rappresentanza proporzionale, per quanto scaturite da sorgenti opposte, si fondessero come in un gran fiume, che ha trascinati senza alcuna possibilità di discriminazione, uomini dei partiti politici più diversi. E’ significativo, ad esempio, che in uno dei paesi classici della proporzionale, il Belgio, la sua introduzione si debba a un lungo lavorìo della opinione pubblica, a cui hanno dato uguale alimento i tre storici partiti di quella nazione, il cattolico-conservatore, il liberale e il socialista; mentre per un altro verso non meno significativo è che i due soli avversari palesi ed irrinunciabili che essa conti ancora nel Parlamento belga, siano, da una parte, il capo della vecchia destra cattolica Woeste, e dall’altra il socialista Destrée. La quale osservazione potrebbe ripetersi anche per altri paesi. Così come sono diventate alfine una realtà vivente e universale le magnifiche parole di Stuart Mill alla Camera dei Comuni: "Il principio che io difendo non è né tory, né whig, né radicale, esso merita di figurare nel programma di tutti i partiti che preferiscono a una serie di successi fortuiti un trionfo sempre fondato sui principi della giustizia."»
FRANCESCO RUFFINI

Italo Calvino

L'avventura di due sposi


L'operaio Arturo Massolari faceva il turno della notte quello che finisce alle sei. Per rincasare aveva un lungo tragitto, che compiva in bicicletta nella bella stagione, in tram nei mesi piovosi e invernali. Arrivava a casa tra le sei e tre quarti e le sette, cioè alle volte un po' prima alle volte un po' dopo che suonasse la sveglia della moglie, Elide.
Spesso i due rumori: il suono della sveglia e il passo di lui che entrava si sovrapponevano nella mente di Elide, raggiungendola in fondo al sonno, sonno compatto della mattina presto che lei cercava di spremere ancora per qualche secondo col viso affondato nel guanciale. Poi si tirava su dal letto di strappo e già infilava le braccia alla cieca nella vestaglia, coi capelli sugli occhi. Gli appariva così, in cucina, dove Arturo stava tirando fuori i recipienti vuoti dalla borsa che si portava con sé sul lavoro: il portavivande, il termos, e li posava sull'acquaio. Aveva già acceso il fornello e aveva messo su il caffè. Appena lui la guardava, a Elide veniva da passarsi una mano sui capelli, da spalancare a forza gli occhi, come se ogni volta si vergognasse un po' di questa prima immagine che il marito aveva di lei entrando in casa, sempre così in disordine con la faccia mezza addormentata. Quando due hanno dormito insieme è un'altra cosa, ci si ritrova al mattino riaffiorare entrambi dallo stesso sonno, si è pari.
Alle volte invece era lui che entrava in camera a destarla, con la tazzina del caffè, un minuto prima che la sveglia suonasse; allora tutto era più naturale, la smorfia per uscire dal sonno prendeva una specie di dolcezza pigra, le braccia che s'alzavano per stirarsi, nude, finivano per cingere il collo di lui. S'abbracciavano. Arturo aveva indosso il giaccone impermeabile; a sentirselo vicino lei capiva il tempo che faceva: se pioveva o faceva nebbia o c'era neve, a secondo di com'era umido e freddo. Ma gli diceva lo stesso: - Che tempo fa? - e lui attaccava il suo solito brontolamento mezzo ironico, passando in rassegna gli inconvenienti che gli erano occorsi, cominciando dalla fine: il percorso in bici, il tempo trovato uscendo di fabbrica, diverso da quello di quando c'era entrato la sera prima, e le grane sul lavoro, le voci che correvano nel reparto, e così via.
A quell'ora, la casa era sempre poco scaldata, ma Elide s'era tutta spogliata, un po' rabbrividendo, e si lavava, nello stanzino da bagno. Dietro veniva lui, più con calma, si spogliava e si lavava anche lui, lentamente, si toglieva di dosso la polvere e l'unto dell'officina. Così stando tutti e due intorno allo stesso lavabo, mezzo nudi, un po' intirizziti, ogni tanto dandosi delle spinte, togliendosi di mano il sapone, il dentifricio, e continuando a dire le cose che avevano da dirsi, veniva il momento della confidenza, e alle volte, magari aiutandosi a vicenda a strofinarsi la schiena, s'insinuava una carezza, e si trovavano abbracciati.
Ma tutt'a un tratto Elide: Dio! Che ora è già! e correva a infilarsi il reggicalze, la gonna, tutto in fretta, in piedi, e con la spazzola già andava su e giù per i capelli, e sporgeva il viso allo specchio del comò, con le mollette strette tra le labbra. Arturo le veniva dietro, aveva acceso una sigaretta, e la guardava stando in piedi, fumando, e ogni volta pareva un po' impacciato, di dover stare lì senza poter fare nulla. Elide era pronta, infilava il cappotto nel corridoio si davano un bacio, apriva la porta e già la si sentiva correre giù per le scale.
Arturo restava solo. Seguiva il rumore dei tacchi ..di Elide giù per i gradini, e quando non la sentiva più continuava a seguirla col pensiero, quel trotterellare veloce per il cortile, il portone, il marciapiede, fino alla fermata del tram. Il tram lo sentiva bene, invece: stridere, fermarsi, e lo sbattere della pedana a ogni persona che saliva. "Ecco, l'ha preso", pensava, e vedeva sua moglie aggrappata in mezzo alla folla d'operai e operaie sull'"undici", che la portava in fabbrica come tutti i giorni. Spegneva la cicca, chiudeva gli sportelli alla finestra, faceva buio, entrava in letto.
Il letto era come l'aveva lasciato Elide alzandosi, ma dalla parte sua, di Arturo, era quasi intatto, come fosse stato rifatto allora. Lui si coricava dalla propria parte, per bene, ma dopo allungava una gamba in là, dov'era rimasto il calore di sua moglie, poi ci allungava anche l'altra gamba, e così a poco a poco si spostava tutto dalla parte di Elide, in quella nicchia di tepore che conservava ancora la forma del corpo di lei, e affondava il viso nel suo guanciale, nel suo profumo, e s'addormentava.
Quando Elide tornava, alla sera, Arturo già da un po' girava per le stanze: aveva acceso la stufa, messo qualcosa a cuocere. Certi lavori li faceva lui, in quelle ore prima di cena, come rifare il letto, spazzare un po', anche mettere a bagno la roba da lavare. Elide poi trovava tutto malfatto, ma lui a dir la verità non ci metteva nessun impegno in più: quello che lui faceva era solo una specie di rituale per aspettare lei, quasi un venirle incontro pur restando tra le pareti di casa, mentre fuori s'accendevano le luci e lei passava per le botteghe in mezzo a quell'animazione fuori tempo dei quartieri dove ci sono tante donne che fanno la spesa alla sera.
Alla fine sentiva il passo per la scala, tutto diverso da quello della mattina, adesso appesantito, perché Elide saliva stanca dalla giornata di lavoro e carica della spesa. Arturo usciva sul pianerottolo, le prendeva di mano la spesa, entravano parlando. Lei si buttava su una sedia in cucina, senza togliersi il cappotto, intanto che lui levava la roba dalla spesa. Poi: - Su, diamoci un addrizzo, - lei diceva, e s'alzava, si toglieva il cappotto, si metteva in veste da casa. Cominciavano a preparare da mangiare: cena per tutt'e due poi la merenda che si portava lui in fabbrica per l'intervallo dell'una di notte, la colazione che doveva portarsi in fabbrica lei l'indomani, e quella da lasciare pronta per quando lui l'indomani si sarebbe svegliato.
Lei un po' sfaccendava un po' si sedeva sulla seggiola di paglia e diceva a lui cosa doveva fare. Lui invece era l'ora in cui era riposato, si dava attorno, anzi voleva far tutto lui, ma sempre un po' distratto, con la testa già ad altro. In quei momenti lì, alle volte arrivavano sul punto di urtarsi, di dirsi qualche parola brutta, perché lei lo avrebbe voluto più attento a quello che faceva, che ci mettesse più impegno. Oppure che fosse più attaccato a lei, le stesse più vicino, le desse più consolazione. Invece lui. dopo il primo entusiasmo perché lei era tornata, stava già con la testa fuori di casa, fissato nel pensiero di far presto perché doveva andare.
Apparecchiata tavola, messa tutta la roba pronta a portata di mano per non doversi più alzare, allora c'era il momento dello struggimento che li pigliava tutti e due d'avere così poco tempo per stare insieme, e quasi non riuscivano a portarsi il cucchiaio alla bocca, dalla voglia che avevano di star li a tenersi per mano.
Ma non era ancora passato tutto il caffè e già lui era dietro la bicicletta a vedere se ogni cosa era in ordine. S'abbracciavano. Arturo sembrava che solo, allora capisse com'era morbida e tiepida la sua sposa. Ma si caricava sulla spalla la canna della bici e scendeva attento le scale.
Elide lavava i piatti, riguardava la casa da cima a fondo, le cose che aveva fatto il marito, scuotendo il capo. Ora lui correva le strade buie, tra i radi fanali, forse era già dopo il gasometro. Elide andava a letto, spegneva la luce. Dalla propria parte, coricata, strisciava un piede verso il posto di suo marito, per cercare il calore di lui, ma ogni volta s'accorgeva che dove dormiva lei era più caldo, segno che anche Arturo aveva dormito lì, e ne provava una grande tenerezza.

lunedì 24 dicembre 2007

Trent'anni dopo la sua morte.

LA MADRE DI CHARLIE CHAPLIN

Il famoso attore Charlie Chaplin, è stato un artista di grande classe. "L'artista per eccellenza" come alcuni lo definiscono ancora oggi, colui che ha risvegliato il sorriso e l'umore di milioni e milioni di persone.
Durante gli anni della sua gioventù Charlie Chaplin viveva in un semi interrato di Kennington, a Londra.
Un giorno il piccolo Charlie era a letto con la febbre alta, e sua madre gli stava vicino, leggendogli una parte del Nuovo Testamento e spiegandogli l'amore di Gesù per i bambini poveri.
Charlie si ricordava: "Forse l'espressione patetica di mia madre era dovuta alla mia malattia. In quei momenti ella era capace di trasmettermi la più bella e luminosa immagine che abbia potuto avere di Gesù Cristo. Mi parlava della Sua misericordiosa comprensione e di tutte le dolci parole che Egli indirizzava a coloro che lo circondavano.
Nella triste situazione nella quale ci trovavamo, essa continuava a leggere fino al crepuscolo, fermandosi per accendere la lampada. Poi riprendeva, parlandomi della fede che Gesù dava ai malati, una fede tanto grande, che ad essi bastava toccare il lembo dei suoi vestiti per essere guariti."
Così in quell'atmosfera, la madre di Charlie continuava a spiegargli gli eventi della vita di Gesù, fino a giungere alla crocifissione per dare la pace e la salvezza all'umanità.
Gli narrava della freddezza con la quale la gente di allora voleva farlo morire. Di coloro che lo disprezzarono e lo derisero, anche quando egli stava per morire. E come nonostante tutto ciò, Egli pregò il Padre dicendo: "Padre, perdona loro poiché non sanno quel che fanno."
Charlie continua. "Mia madre mi aveva talmente affascinato con la sua narrazione, che la morte stessa non mi faceva più impressione pur di incontrare Gesù.
Nella penombra della stanza, ella mi aveva parlato della più dolce luce che il mondo abbia mai conosciuto. Luce che arricchisce la letteratura ed il teatro con la ricchezza dei più grandi temi mai esistiti: l'amore, la pietà e la bontà."
Il fatto che Charlie Chaplin si ricordava con precisione di questi episodi della sua fanciullezza e che li abbia voluti includere nella sua biografia, prova l'importanza e la sollecitudine di una madre cristiana.

Il paese e la Città

C’era una volta una coppia con un figlio di 12 anni e un asino. Decisero insieme di viaggiare, di lavorare e di conoscere il mondo. Così partirono tutti e tre con il loro asino.
Arrivati nel primo paese, la gente commentava: “Guardate quel ragazzo quanto è maleducato… lui sull’asino e i poveri genitori, già anziani, che lo tirano!”Allora la moglie disse a suo marito: “Non permettiamo che la gente parli male di nostro figlio.”Il marito lo fece scendere e salì sull’asino.
Arrivati al secondo paese, la gente mormorava: “Guardate che svergognato quel tipo… lascia che il ragazzo e la povera moglie tirino l’asino, mentre lui vi sta comodamente in groppa.”Allora, presero la decisione di far salire la moglie, mentre padre e figlio tenevano le redini per tirare l’asino.
Arrivati al terzo paese, la gente commentava: “Povero uomo! Dopo aver lavorato tutto il giorno, lascia che la moglie salga sull’asino; e povero figlio, chissà cosa gli spetta, con una madre del genere!”Allora si misero d’accordo e decisero di sedersi tutti e tre sull’asino per cominciare nuovamente il pellegrinaggio.
Arrivati al paese successivo, ascoltarono cosa diceva la gente del paese: “Sono delle bestie, più bestie dell’asino che li porta: gli spaccheranno la schiena!”
Alla fine, decisero di scendere tutti e camminare insieme all’asino. Ma, passando per il paese seguente, non potevano credere a ciò che le voci dicevano ridendo: “Guarda quei tre idioti; camminano, anche se hanno un asino che potrebbe portarli!”
Conclusione: ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa andare bene come sei. Quindi: vivi come credi. Fai cosa ti dice il cuore… ciò che vuoi… una vita è un’opera di teatro che non ha prove iniziali. Quindi: canta, ridi, balla, ama… e vivi intensamente ogni momento della tua vita… prima che cali il sipario e l’opera finisca senza fischi o applausi.

Natale non si festeggia solo una volta all'anno.

E' NATALE!

"E' Natale ogni volta che sorridi a un fratello e gli tendi la mano.
E' Natale ogni volta che rimani in silenzio per ascoltare l'altro.
E' Natale ogni volta che non accetti quei princìpi che relegano gli oppressi ai margini della società.
E' Natale ogni volta che speri con quelli che disperano nella povertà fisica e spirituale.
E' Natale ogni volta che riconosci con umiltà i tuoi limiti e la tua debolezza.
E' Natale ogni volta che permetti al Signore di rinascere per donarlo agli altri".

Madre Teresa di Calcutta

domenica 23 dicembre 2007

Le cose che ho imparato dalla vita.


LE COSE CHE HO IMPARATO DALLA VITA
di Paulo Coelho


Ecco alcune delle cose che ho imparato nella vita:
che non importa quanto sia buona una persona,
ogni tanto ti ferirà e per questo,
bisognerà che tu la perdoni. Che ci vogliono anni
per costruire la fiducia e solo pochi secondi
per distruggerla. Che non dobbiamo cambiare amici,
se comprendiamo che gli
amici cambiano. Che le circostanze e
l'ambiente hanno influenza su di noi,
ma noi siamo responsabili di noi stessi.
Che, o sarai tu a controllare i tuoi atti,
o essi controlleranno te. Ho imparato che gli eroi
sono persone che hanno fatto ciò era
necessario fare, affrontandone le conseguenze.
Che la pazienza richiede molta pratica.
Che ci sono persone che ci amano,ma che semplicemente
non sanno come dimostrarlo.
Che a volte, la persona che tu pensi ti sferrerà
il colpo mortale quando cadrai, è invece una
di quelle poche che ti aiuteranno a rialzarti.
Che solo perché qualcuno non ti ama come tu
vorresti, non significa che non ti ami con tutto
se stesso. Che non si deve mai dire ad un
bambino che i sogni sono sciocchezze
sarebbe un tragedia se lo credesse.
Che non sempre è sufficiente essere perdonato
da qualcuno. Nelle maggior parte dei casi
sei tu a dover perdonare te stesso.
Che non importa in quanti pezzi il tuo cuore si è
spezzato; il mondo non si ferma, aspettando
che tu lo ripari. Forse Dio vuole che
incontriamo un po' di gente sbagliata prima
di incontrare quella giusta, così finalmente
quando la incontriamo, sapremo
come essere riconoscenti per quel regalo.
Quando la porta della felicità si chiude,
un'altra si apre,ma tante volte guardiamo così a
lungo a quella chiusa, che non vediamo
quella che è stata aperta per noi.
La miglior specie d'amico è quel tipo con cui
puoi stare seduto in portico e camminarci
insieme,senza dire una parola, e quando vai
via senti come se fosse stata la miglior
conversazione mai avuta. E' vero che non cono
sciamo ciò che abbiamo prima di perderlo,
ma è anche vero che non sappiamo ciò che
ci è mancato prima che arrivi. Ci vuole solo un
minuto per offendere qualcuno, un'ora per
piacergli, e un giorno per amarlo, ma ci vuole
una vita per dimenticarlo. Non cercare le
apparenze, possono ingannare. Non cercare la
salute, anche quella può affievolirsi. Cerca
qualcuno che ti faccia sorridere perché ci vuole
solo un sorriso per far sembrare brillante
una giornataccia. Trova quello che fa sorridere il
tuo cuore. Ci sono momenti nella vita in cui
qualcuno ti manca così tanto che vorresti proprio
tirarlo fuori dai tuoi sogni per abbracciarlo davvero!
Sogna ciò che ti va; vai dove vuoi; sii ciò
che vuoi essere, perché hai solo una vita e
una possibilità di fare le cose che vuoi fare.
Puoi avere abbastanza felicità da renderti dolce,
difficoltà a sufficienza da renderti forte,
dolore abbastanza da renderti umano, speranza
sufficiente a renderti felice. Mettiti sempre
nei panni degli altri. Se ti senti stretto,
probabilmente anche loro si sentono così.
Le più felici delle persone, non necessariamente
hanno il meglio di ogni cosa; soltanto
traggono il meglio da ogni cosa che capita
sul loro cammino. La felicità è ingannevole per
quelli che piangono, quelli che fanno male,
quelli che hanno provato, solo così possono
apprezzare l'importanza delle persone
che hanno toccato le loro vite.
L'amore comincia con un sorriso, cresce con un
bacio e finisce con un the.Il miglior futuro è
basato sul passato dimenticato, non puoi
andare bene nella vita prima di lasciare i tuoi
fallimenti passati e i tuoi dolori. Quando
sei nato, stavi piangendo e tutti intorno a te
sorridevano. Vivi la tua vita in modo che quando
morirai, tu sia l'unico a sorridere e ognuno
intorno a te a piangere.

Un Uomo

L'estate del 1979, sul fronte editoriale, fu monopolizzata da Oriana Fallaci. La giornalista fiorentina ritornava alla pubblicazione dopo quattro anni di silenzio e reduce dai fasti di "Lettera a un bambino mai nato". Libro che fu campione di vendite in Italia per due anni consecutivi ('75 e '76) e che la consacrò definitivamente a livello internazionale, tanto da conquistare ventuno traduzioni: per l'epoca un record per un autore italiano.Migliaia di lettori appassionati erano pertanto, in quella torrida estate del '79 in spasmodica attesa. L'editore Rizzoli, dopo le tante ed estenuanti correzioni dell'autrice, a metà luglio potè finalmente sfornare dalla tipografia gli agognati esemplari della nuova fatica della Fallaci. Nel giro di poche settimane, "Un uomo" bruciò duecentomila copie, segno indiscutibile del consenso popolare. Tuttavia mentre le vendite montavano, i recensori consacrati della stampa nostrana non le risparmiavano invettive e attacchi d'ogni sorta. Mostri sacri come Montanelli e Bocca liquidarono il romanzo con disinvolta perfidia e un giornale come "L'Unità" si avventurò in una vergognosa campagna d'odio.Tale manifesta ostilità è da leggere secondo una logica corporativa. Non si perdonava alla Fallaci il suo scandaloso successo. I suoi "colleghi" erano certamente rosi da un'invidia viscerale nei confronti di una giornalista che beneficiava di una notorietà senza precedenti e di un conto in banca ragguardevole. Del resto è utile sottolineare che Oriana Fallaci è di gran lunga il giornalista italiano più noto nel mondo e questo reboante dettaglio molti non l'hanno mai digerito."Un uomo" è un'opera che al di là del suo pieno di vendite, scatenò allora roventi polemiche e infuocati contenziosi. E' un romanzo-verità su Alekos Panagulis, l'eroe della resistenza greca contro il regime dei colonnelli. Una cronaca fedele di eventi realmente accaduti, il ritratto di un uomo che ha pagato con la vita il suo sogno di libertà. Panagulis è stato il compagno della Fallaci: il suo amante, l'unico amore della sua vita. Maria Giovanna Maglie nel suo "Oriana. Incontri e passioni di una grande italiana" edito da Mondadori dedica tre capitoli alla tormentata e intensa storia d'amore che vide protagonisti la Fallaci e Panagulis. Una relazione, scrive la Maglie, intessuta di alti e bassi, di passionalità dirompenti e di furiose rotture. Non ho esitazioni a definire "Un uomo" il libro più dolorosamente intimo di Oriana Fallaci. Il libro nel quale, più di ogni altro, ha mostrato senza pudore la sua controversa e insondabile personalità di donna e scrittrice. Un romanzo che la stessa Fallaci, in una delle rare interviste concesse, definì un atto dovuto, un riscatto letterario per onorare la memoria del suo amato Panagulis. La scrittrice, è utile segnalarlo, conobbe il simbolo della resistenza greca nel 1973 in occasione di un'intervista che proprio Panagulis acconsentì a rilasciarle. "Un uomo" è senza dubbio un romanzo politico, anzi meglio definirlo ideologico. Costruito come una fiaba, nel senso che segue proprio la classica struttura della fiaba. Iniziazione, Periodo delle Grandi Prove, Ritorno al Villaggio, La Sfida Finale, La Morte e l'Apoteosi. Cioè: l'attentato a Papadopulos; l'arresto; le torture; il processo; la condanna a morte; l'esilio e il ritorno in patria dopo la caduta della dittatura; la morte e i grandi funerali. Alekos Panagulis, affermò la stessa Fallaci in una intervista, "era la saggezza del poeta che si batte contro i mulini a vento: dolorosa, sì, ma insieme ilare e gioiosa come in Filone d'Alessandria". "Un uomo" dissemina nel lettore autentiche lezioni di vita. La biografia del simbolo della resistenza greca insegna a non rassegnarsi, a non adeguarsi, di non subire le storture del potere, di non essere pecore del gregge ma uomini consapevoli e coraggiosi custodi della propria libertà.Oriana Fallaci, a mio avviso, con "Un uomo" ha regalato al nostro patrimonio letterario un gioiello unico, un'opera destinata a durare nel tempo per qualità di scrittura e per i suoi contenuti di denuncia civile. Il romanzo uscì nel 1979 e parve sintetizzare nelle sue pagine tutto il decennio. Gli anni Settanta, irripetibile stagione del Novecento, sono mirabilmente descritti in "Un uomo".Anzi. Chiunque intenda tuffarsi nell'indimenticabile oceano di uomini e idee degli anni Settanta non può non cominciare dall'opera letteraria che suggellò la fine di quel magico decennio, appunto "Un uomo" di Oriana Fallaci.BRANO TRATTO DA "UN UOMO" DI ORIANA FALLACIIl brano riporta alcuni frammenti della bellissima apologia di Panagulis al processo-farsa cui fu sottoposto a seguito del suo tentativo di attentare alla vita di Giorgio Papadopulos, tiranno a capo del regime dei colonnelli nella Grecia dei primi anni Settanta. La Fallaci riporta nel suo romanzo la versione integrale del discorso che Panagulis tenne dinanzi alla Corte. Qui riporto alcune tra le frasi più significative pronunciate da Panagulis."Fui sempre, e sono, un combattente che lotta per una Grecia migliore, un domani migliore, una società insomma che creda nell'Uomo. Se io mi trovo qui è perchè credo nell'Uomo. E credere nell'Uomo significa credere nella sua libertà. Libertà di pensiero, di parola, di critica, di opposizione: tutto ciò che il golpe fascista di Papadopulos ha eliminato...""...io non amo la violenza. La odio. Non mi piace nemmeno l'assassinio politico. Quando esso avviene in un paese dove esiste un libero Parlamento e ai cittadini è data la libertà di esprimersi, di opporsi, di pensare in maniera diversa, io lo condanno con disgusto e con ira. Ma quando un governo si impone con la violenza e con la violenza impedisce ai cittadini di esprimersi, di opporsi, addirittura di pensare, allora ricorrere alla violenza è una necessità. Anzi un imperativo. Gesù Cristo e Gandhi ve lo spiegherebbero meglio di me. Non c'è altra via, e che io non vi sia riuscito non conta. Altri seguiranno. E riusciranno. Preparatevi e tremate...""...accetto fin d'ora questa condanna. Perchè il canto del cigno di un vero combattente è il rantolo che egli emette colpito dal plotone di esecuzione di una tirannia"

sabato 22 dicembre 2007

Dai il meglio di te

Dai il meglio di te


Se fai il bene, ti attribuiranno
secondi fini egoistici
non importa, fa' il bene.
Se realizzi i tuoi obiettivi,
troverai falsi amici e veri nemici
non importa realizzali.
Il bene che fai verrà domani
dimenticato.
Non importa fa' il bene.
L'onestà e la sincerità ti
rendono vulnerabile
non importa, sii franco
e onesto.
Dà al mondo il meglio di te, e ti
prenderanno a calci.
Non importa, dà il meglio di te.


Madre Teresa di Calcutta

Aung San Suu Kyi

Aung San Suu Kyi

« Prevarremo perché la nostra causa è giusta, perché la nostra causa è fondata. ... La Storia è dalla nostra parte. Il Tempo è dalla nostra parte»
(Aung San Suu Kyi)

« La lotta per la democrazia e i diritti dell'uomo in Birmania è una lotta per la vita e la dignità. È una lotta che comprende le nostre aspirazioni politiche, sociali ed economiche. »
(Aung San Suu Kyi)
Aung San Suu Kyi Nobel per la pace 1991
Aung San Suu Kyi - (Rangoon, 19 giugno 1945) è una politico birmana, attiva nella difesa dei diritti umani.
Sin da giovane si impone nella scena nazionale del suo paese, devastato da una pesante dittatura militare, come una leader del movimento non-violento, tanto da meritare i premi Rafto e
Sakharov, prima di essere insignita del premio Nobel per la pace nel 1991. Recentemente il nuovo Premier inglese Gordon Brown ne ha tratteggiato il ritratto nel suo volume "Eight Portraits" come modello di coraggio civico per la libertà.

Biografia

La vita di Aung San Suu Kyi è stata travagliata già dai primi anni di vita. Suo padre, uno dei principali esponenti politici birmani, dopo aver negoziato l'indipendenza della nazione dall'
Inghilterra nel 1947, fu infatti ucciso da alcuni avversari politici nello stesso anno, lasciando la bambina di appena due anni, oltre che la moglie, Khin Kyi, e altri due figli, uno dei quali sarebbe morto in un incidente.
Dopo la morte del marito, Khin Kyi, la madre di Aung San Suu Kyi divenne una delle figure politiche di maggior rilievo in Birmania, tanto da diventare ambasciatrice in
India nel 1960. Aung San Suu Kyi fu sempre presente al fianco della madre, la seguì ovunque, ed ebbe la possibilità di frequentare le migliori scuole indiane e successivamente inglesi, tanto che nel 1967, ad Oxford, conseguì alcune lauree rispettivamente in Filosofia, Scienze Politiche ed Economia. Continuò poi i suoi studi a New York e nel 1972 cominciò a lavorare per le Nazioni Unite, e in quel periodo conobbe anche uno studioso di cultura tibetana, Micheal Aris, che l'anno successivo sarebbe diventato suo marito, e padre dei suoi due figli, Alexander e Kim.
Ritornò in Birmania nel
1988, per accudire la madre gravemente malata, e proprio in quegli anni il generale Saw Maung prese il potere e instaurò il regime militare che tutt'ora comanda in Myanmar. Fortemente influenzata dagli insegnamenti del Mahatma Gandhi, Aung San Suu Kyi sposò la causa del suo paese in maniera non-violenta e fondò la Lega Nazionale per la Democrazia, il 27 settembre 1988. Neanche un anno dopo le furono comminati gli arresti domiciliari, con la concessione che se avesse voluto abbandonare il paese, lo avrebbe potuto fare; Aung San Suu Kyi rifiutò la proposta del regime.
Nel
1990 il regime militare decise di chiamare il popolo alle elezioni, e il risultato fu una schiacciante vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi, che sarebbe quindi diventata Primo Ministro, tuttavia i militari rigettarono il voto, e presero il potere con la forza, annullando il voto popolare. L'anno successivo Aung San Suu Kyi vinse il premio Nobel per la Pace, ed usò i soldi del premio per costituire un sistema sanitario e di istruzione, a favore del popolo birmano.
Gli arresti domiciliari le furono revocati nel
1995, ma rimaneva comunque in uno stato di semi libertà, non poté mai lasciare il paese, perché in tal caso le sarebbe stato negato il ritorno in Myanmar, e anche ai suoi familiari non fu mai permesso di visitarla, neanche quando al marito Michael fu diagnosticato un tumore, che di lì a due anni, nel 1999, lo avrebbe ucciso, lasciandola vedova.
Nel
2002, a seguito di forti pressioni delle Nazioni Unite, ad Aung San Suu Kyi fu riconosciuta un maggiore libertà d'azione in Myanmar, ma il 30 maggio 2003, il dramma: mentre era a bordo di un convoglio con numerosi supporters, un gruppo di militari aprì il fuoco è massacrò molte persone, e solo grazie alla prontezza di riflessi del suo autista, Ko Kyaw Soe Lin, riuscì a salvarsi, ma fu di nuovo messa agli arresti domiciliari. Da quel momento, la salute di Aung San Suu Kyi è andata progressivamente peggiorando, tanto da richiedere un intervento e vari ricoveri.
Il "caso" Aung San Suu Kyi ha incominciato ad essere un argomento internazionale, tanto che gli
Stati Uniti d'America e l'Unione Europea hanno fatto grosse pressioni sul governo del Myanmar per la sua liberazione, ma gli arresti domiciliari furono rinnovati per un anno nel 2005 e ulteriormente rinnovati nel 2006. Tutt'ora Aung San Suu Kyi è agli arresti domiciliari.
In tutto il mondo Aung San Suu Kyi è diventata un'icona della non-violenza e pace, tanto che numerosi cantanti e gruppi musicali, tra cui
Damien Rice, gli U2, i R.E.M. e i Coldplay le hanno dedicato brani musicali per sostenere la sua causa; nel 2003 le fu assegnato l'European Mtv Music Award, e alcune prestigiose Università in Europa e in America vogliono assegnarle delle lauree Honoris Causa, per il suo grande impegno civile, e per la difesa dei diritti umani e della pace.
Il
9 novembre 2007, Aung San Suu Kyi ha lasciato la sua abitazione dove era confinata agli arresti domiciliari e ha incontrato il ministro nominato ad hoc dalla giunta militare al potere per il dialogo con l'opposizione, il ministro dei trasporti Aung Kyi. Un dirigente della Lega nazionale per la democrazia ha detto che Suu Kyi ha anche incontrato tre esponenti del suo partito, che non incontrava da tre anni.


Bibliografia

Cecilia Brighi, Il pavone e i generali. Birmania: storie da un Paese in gabbia, ed. Baldini Castoldi Dalai, 2006,
Aung San Suu Kyi, Liberi dalla paura, ed. Sperling & Kupfer, 2006
Aung San Suu Kyi, Lettere dalla mia Birmania, ed. Sperling & Kupfer, 2007,

venerdì 21 dicembre 2007

Appello per la coalizione generazionale

APPELLO PER LA COALIZIONE GENERAZIONALE



Viviamo in un Paese vecchio, che ha smesso di crescere. Crediamo nella validità di altre iniziative in corso per il ricambio generazionale e contro la gerontocrazia, e per questo le appoggiamo, convinti tuttavia che sia necessario, da parte dei giovani cittadini italiani, uno sforzo maggiormente politico nell'affrontare il problema. Il declino economico e istituzionale del nostro Paese rischia di colpire drammaticamente le nuove generazioni nei prossimi decenni: è quindi assoluto interesse di chi oggi ha meno di 35 anni quello d'attivarsi per promuovere le grandi riforme, per modernizzare lo Stato e rilanciare uno sviluppo ormai non più rinviabile. Non basta chiedere "per favore" di essere aiutati dall'attuale classe dirigente, né affidarsi alla "illuminazione" di pochi volenterosi: serve costituirsi soggetto politico neogenerazionale unitario sui temi che ci riguardano, al di là delle divisioni pre-confezionate dei nostri padri e nonni. E' fondamentale acquisire consapevolezza dei problemi che rallentano la nostra nazione, ma anche trovare il coraggio per darsi da fare e cambiare davvero gli equilibri, migliorando le nostre prospettive.
Alla "crisi di futuro" vogliamo rispondere con una scommessa: reinventare il Paese per rimettere in moto lo sviluppo. Non versando benzina nel vecchio motore ma decidendo di cambiarlo. Per sostituire il motore dell'Italia l'officina è la politica.
La politica è sintesi e decisione, è responsabilità per il bene comune. E allora? La risposta è in noi. Solo noi, intesi come generazione dei venti-trentenni, giovani già attivi nei partiti ma non soddisfatti e non valorizzati, oppure giovani che non si sono ancora avvicinati alla dimensione politica, preferendo solo l'associazionismo o assecondando la sfiducia che giustifica la pigrizia, solo noi possiamo dare il via al cambiamento. Ci sono moltissimi under35 di grande valore potenziale che - una volta consapevoli del declino e degli effetti che questo comporterà per loro - potranno attivarsi con decisione e serietà.
Per questi obiettivi, raccogliamo le adesioni di quanti intendano impegnarsi per presentare Liste Under35 alle future elezioni amministrative dei Comuni di Roma, Firenze, Bologna e di tutte le città e i paesi in cui si troveranno giovani determinati al rinnovamento, siano essi di sinistra, di centro o di destra non importa perché il denominatore sta tutto nell'interesse a ottenere riforme profonde sulla base di idee condivise. Ci adoperiamo inoltre per favorire la presenza di under35 portatori di tali idee riformatrici nelle liste elettorali di ogni schieramento, senza quote ma con percentuali e pesi significativi.
per informazioni Via Foggia n. 113 - tel. 0882.418079 ------ 334.9996816

mercoledì 19 dicembre 2007

Giuda si nasce o si diventa!!!!!!!!!

GIUDA SI NASCE O SI DIVENTA !!!!!


Il tradimento fa rima con debolezza e viltà.
Tradire per foga o per passione, per invidia o per rivalsa... dopo duemila anni non è cambiato il modo, la forma o neppure la sostanza, esistono i traditori per gioco, per vendetta ma anche per arroganza.
La storia religiosa e politica è costellata di esempi clamorosi di tradimento: dal bacio che Giuda Iscariota diede a Cristo poco dopo averlo venduto per trenta denari alle sessanta pugnalate con cui fu ucciso Cesare nel corso di una congiura a cui partecipò il suo pupillo Bruto.
Esempi quotidiani di tradimento, con effetti nefasti inimmaginabili, sono presenti in qualsiasi territorio che sia attualmente teatro di guerra così come in qualsiasi società in cui regna la pace, ma in cui c’è sempre qualcuno pronto a sgomitare per fare carriera e per avere il meglio e di più.
Il tradimento è al centro anche di molte produzioni artistiche: come non ricordare al riguardo, il gesto di Jago che sottrae un fazzoletto appartenente a Desdemona, per instillare nel marito di costei – il geloso Otello – il tarlo della gelosia da cui poi consegue una serie di eventi a catena sino al tragico epilogo?
In qualsiasi modo scaturisca, nel tradimento c’è sempre una costante: il venir meno della fede debita o data, con riferimento a impegni di una certa importanza.
Sempre e comunque, il tradimento si traduce in un comportamento che nuoce a chi si fida e che, quindi, è completamente impreparato a quello che appare come un improvviso e inspiegabile voltafaccia.
Tradire la fiducia, infatti, significa tradire quell’affinità elettiva o affettiva che si è stabilita fra due persone e che si nutre di desideri e speranze condivisi. Il traditore è un vile, un debole e un infame, perché con i suoi pensieri e con le sue azioni lede profondamente la dignità della persona umana.
Poco importa cosa lo spinga a tradire: la cattiveria, l’invidia, la paura, l’ignoranza, la stupidità, il cinismo, l’egoismo, la convenienza, etc. Anche qui si tratta pur sempre della storia più vecchia del mondo, come quella di Caino che arriva a uccidere il fratello Abele: un delitto inammissibile non tanto e non solo moralmente, ma sotto il profilo dei sentimenti più radicati e profondi nell’animo umano.
Prima del tradimento, appunto.
Occorre imparare a difendersi da questi individui che sono particolarmente abili nel mescolarsi, nell’insinuarsi subdoli nella vita di chi crede nell’onestà, nella sincerità, nella fiducia.
Il tradimento diventa per così dire ‘diabolico’ quando si abbina a una certa stupidità di fondo e questo avviene alquanto spesso perché, come recita un noto detto: “La madre degli stupidi è sempre incinta”.
Persone senza morale, senza coscienza alcuna che dopo il vil gesto del tradimento, rincarano la dose di cattiveria, calunniando e screditando le persone dalle cui labbra pendevano prima di voltar gabbana.
Senza riconoscenza, senza rispetto, senza onore, senza umanità.
Non è facile opporti al tradimento che, proprio perché tale, lascia sgomenti e annichiliti.
Una classica precauzione consiste nel lasciarsi sempre un margine di diffidenza, anche se solo attenzione costante e sensibilità possono aiutare nel disvelare i casi in cui si annida una scarsa moralità, un insano opportunismo e una latente debolezza.


Dott. Gianni Bellettini