<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937</id><updated>2011-11-27T16:28:13.387-08:00</updated><title type='text'>Salvatore Mangiacotti Blog</title><subtitle type='html'>Quasi come Dumas. Vent'anni dopo al punto di partenza. Maestri e compagni.</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><link rel='next' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default?start-index=101&amp;max-results=100'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>128</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-5749619762500602169</id><published>2008-06-05T13:21:00.000-07:00</published><updated>2008-06-06T09:22:20.094-07:00</updated><title type='text'>Emigrazione di ieri e di oggi.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;di Roberto Torretta (sito web: &lt;a class="evidenzia_u" title="Montessoro Web" href="http://www.montessoro.too.it/"&gt;&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_0"&gt;Montessoro&lt;/span&gt; Web&lt;/a&gt; )immagine gentilmente fornita dal sito &lt;a class="evidenzia_u" title="EllisIsland.com" href="http://www.ellisisland.com/"&gt;&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_1"&gt;EllisIsland&lt;/span&gt;.com&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Le storie d'immigrati che giornalmente ci appaiono in televisione e sulla stampa mi riportano ai racconti di mio nonno che era nato al Piazzo (Isola del Cantone) nel 1880 ed emigrò in California agli inizi del 1900.In cento anni, dal 1876 al 1976 circa, emigrarono 27 milioni di italiani; i nostri avi sono stati costretti ad emigrare verso i paesi più ricchi &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_2"&gt;poichè&lt;/span&gt; da noi si moriva letteralmente di fame. Nel 1903 l'età media in Italia era di 25 anni. Tra il 1891 e il 1900 su 759.000 morti, 333.000 avevano meno di 5 anni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Laceri, sporchi e analfabeti, erano imbarcati nelle stive stracolme di altri disperati provenienti dalle nazioni povere dell'Europa: Turchia, Grecia, Polonia ecc. Spesso non sapevano nemmeno dove la nave li avrebbe portati. Sbarcavano in paesi dove la gente non li aspettava di certo a braccia aperte. La maggior parte finiva per vagabondare e si dava all'accattonaggio, altri finivano nella malavita organizzata; i più furbi vivevano di espedienti, i più onesti venivano sfruttati da datori di lavoro senza scrupoli.&lt;br /&gt;Inizierò riportando alcune notizie riguardanti quegli emigranti che una volta giunti negli Stati Uniti volevano raggiungere la mitica California.&lt;br /&gt;Pensando a questo lungo viaggio la prima cosa che ci viene in mente è quella delle lunghe carovane di pionieri che si spingevano sui pericolosi sentieri del Far West. Ciò non è però del tutto vero perché questa consueta immagine c'è stata inculcata dai mitici film &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_3"&gt;western&lt;/span&gt; che abbiamo visto al cinema. Forse non tutti sanno che dal 1850 tanti emigranti per poter raggiungere la costa del Pacifico non viaggiavano via terra ma via mare.&lt;br /&gt;Nel 1848, quando in California fu scoperto l'oro e vi fu la famosa corsa verso l'Ovest, per attraversare gli Stati Uniti l'unica via era la "California &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_4"&gt;Trail&lt;/span&gt;", una pista lunga 3000 chilometri, e per arrivare a destinazione, se si arrivava, occorrevano anni. Una seconda alternativa, che molti sfruttavano, era quella di andare via mare passando per il Capo Horn ed impiegando 160 giorni; successivamente con i più veloci "&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_5"&gt;cutter&lt;/span&gt;" ci volevano 60 giorni. A quell'epoca non c'erano altre scelte anche perché la costruzione della prima ferrovia New York - San Francisco iniziò soltanto nel 1862 ed i lavori furono ultimati nel 1869.&lt;br /&gt;Una geniale idea venne allora al finanziere ed armatore americano &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_6"&gt;Cornelius&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_7"&gt;Vanderbilt&lt;/span&gt; il quale pensò di allestire una linea di traghetti da New York al Nicaragua e San Francisco.Bisogna sapere che in questo Stato del Centro America esiste un sistema naturale di vie navigabili che permette di passare dall'Oceano Atlantico al Pacifico senza la costruzione di canali artificiali; in questo modo i velieri di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_8"&gt;Vanderbilt&lt;/span&gt; partendo da New York attraversavano il Golfo del Messico e toccando la costa del Nicaragua a San &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_9"&gt;Juan&lt;/span&gt; del &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_10"&gt;Norte&lt;/span&gt;, risalivano il Rio San &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_11"&gt;Juan&lt;/span&gt; che è navigabile e raggiungevano il Lago Nicaragua. Sulla costa occidentale di questo grande lago gli emigranti venivano fatti sbarcare e con vari mezzi attraversavano i 20 chilometri di giungla che separavano il lago dal porto di San &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_12"&gt;Juan&lt;/span&gt; del &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_13"&gt;Sur&lt;/span&gt; sul Pacifico. Da qui venivano imbarcati su un altro battello che li trasportava a San Francisco in California. Sembra addirittura che &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_14"&gt;Mr&lt;/span&gt;. &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_15"&gt;Vanderbilt&lt;/span&gt;, con l'appoggio degli Stati Uniti coltivasse un progetto per costruire nel tratto di terraferma un canale navigabile ma nel 1850 in base al trattato &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_16"&gt;Clayton&lt;/span&gt;-&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_17"&gt;Bulswer&lt;/span&gt;, l'Inghilterra non concesse l' esecuzione di tali lavori, un vero peccato se si pensa che il Canale di Panama venne aperto soltanto nel 1917.&lt;br /&gt;In quegli anni il viaggio New York/San &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_18"&gt;Juan&lt;/span&gt; del &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_19"&gt;Norte&lt;/span&gt; durava 7 giorni mentre da San &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_20"&gt;Juan&lt;/span&gt; del &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_21"&gt;Sur&lt;/span&gt; a San Francisco ne occorrevano 17: in totale erano 24 giorni.&lt;br /&gt;In quel periodo, comunque, oltre alla via del Nicaragua gli emigranti potevano raggiungere il Pacifico anche attraverso Panama (porto di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_22"&gt;Aspinwall&lt;/span&gt;), che come abbiamo visto non aveva ancora il canale, ma una ferrovia ultimata nel 1855, collegava le sponde dei due oceani. In questo caso però occorrevano 35 giorni.&lt;br /&gt;L'armatore americano ebbe senz'altro una grande idea che gli fruttò molti di soldi ma allo stesso tempo permise ai viaggiatori di risparmiare anni di fatiche e sofferenze sulle piste del West. Si pensi che in quel periodo da Genova a New York ci volevano 57 giorni di navigazione e altri 24 per raggiungere San Francisco; con soli 81 giorni si andava dall'Italia alla California.&lt;br /&gt;Voglio raccontare qui di seguito la storia di mio nonno che emigrò negli Stati Uniti agli inizi del 1900. Più che di storia si tratta di vere e proprie disavventure che, per la maggior parte dei casi, si ripetono anche oggi nel nostro paese e nelle altre nazioni più industrializzate.Allora come adesso chi emigra, se è una persona onesta, è spinto da necessità economiche mentre a casa sua c'è miseria e fame. Spesso sono i parenti e gli amici partiti prima di lui a convincerlo ad andare, ma come fa se non ha un soldo? Allora come adesso, egli venderà quel poco che ha o si farà prestare del denaro da qualcuno, sperando poi di restituirlo. Emerge però subito il lato vergognoso della faccenda. Su questi disperati si avventano subito gli speculatori che, approfittando del loro stato d'indigenza ed ignoranza, li spingono ad indebitarsi per poter partire. Adesso come allora non viene detto che occorrono visti, permessi di soggiorno, che è difficile inserirsi e trovare un lavoro onesto, essi vengono dissanguati e mandati allo sbaraglio.&lt;br /&gt;Senz'altro nel nostro paese ci sono tanti immigrati che si danno alla malavita ma molti altri sono persone oneste che troppo spesso vengono illuse e sfruttate.&lt;br /&gt;Mio nonno emigrò la prima volta nel 1904 ed aveva 24 anni.A quei tempi in ogni comune esisteva un "mediatore" o "sensale" di una compagnia di navigazione e spesso era il titolare dell'osteria del paese, il posto più idoneo dove propagandare i facili guadagni in America. Mi immagino il locale gremito di contadini il giorno di festa, un loquace e smaliziato imbonitore offrire da bere a quei poveri analfabeti &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_23"&gt;decantando&lt;/span&gt; le fortune e le ricchezze facilmente reperibili oltre Oceano e... prezzi stracciati per il viaggio.&lt;br /&gt;Quando mio nonno e i suoi compagni decisero di partire non sapevano nemmeno se sarebbero andati nel Nord o nel Sud America o tanto meno dove fossero; gli fu detto che andavano in America e basta. Erano una decina, chi di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_24"&gt;Montessoro&lt;/span&gt;, chi di Piazzo e &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_25"&gt;Casissa&lt;/span&gt;; un giorno di Aprile presero il treno e furono condotti a Le &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_26"&gt;Havre&lt;/span&gt;, in Francia.Nell'Ottocento quasi tutti gli emigranti partivano da questo porto perché solo da lì esistevano linee dirette per New York e di conseguenza i prezzi erano più economici. Il viaggio con partenza da Genova era più lungo &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_27"&gt;perchè&lt;/span&gt; si toccavano molti altri scali.&lt;br /&gt;Il costo del passaggio era di circa 360 lire e a volte comprendeva anche un accompagnatore che attraverso la Svizzera li conduceva al porto francese.&lt;br /&gt;La sera precedente la partenza la passarono all'osteria a bere e fare allegria, poi a notte inoltrata partirono con i loro miseri fagotti e raggiunsero Isola che ancora non faceva giorno.&lt;br /&gt;Chissà quali pensieri passarono per la mente di mio nonno, quando dal treno vide le sue montagne per l'ultima volta...&lt;br /&gt;All'imbarco sulla nave "La &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_28"&gt;Touraine&lt;/span&gt;" gli emigranti erano divisi, uomini da una parte donne e bambini dall'altra, poi venivano sistemati in terza classe nei fondi della nave. Per tutta la traversata essi non potevano uscire ne salire sui ponti che erano riservati a passeggeri più abbienti. La prima traversata dell'Oceano per quei poveri montanari fu terribile; il mare in tempesta faceva scricchiolare il fasciame e si rischiò il naufragio, la gente vomitava e la puzza era insopportabile, molti furono presi dal panico e disperavano di arrivare a destinazione. La nave comunque riuscì ad attraccare a New York l'1 maggio 1904.&lt;br /&gt;Una volta arrivati gli emigranti venivano condotti al &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_29"&gt;Castle&lt;/span&gt; Garden; questa era la sede dell'ufficio immigrazione degli Stati Uniti, esso si trovava sulla punta di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_30"&gt;Manhattan&lt;/span&gt;, a &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_31"&gt;Battery&lt;/span&gt;, successivamente, essendo ormai inadatta per poter ospitare i grandi flussi migratori l'ufficio venne spostato a &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_32"&gt;Hellis&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_33"&gt;Island&lt;/span&gt;, un isolotto nella baia di New York vicino alla statua della Libertà.Qui essi erano sottoposti a visita medica e controllo dei documenti; la visita era sommaria, si controllavano gli occhi, si verificava che si fosse sani di mente. Gli uomini oltre i 45 anni venivano respinti in quanto troppo vecchi e poco adatti come "forza lavoro"; si controllava anche che non si fosse anarchici, che si avesse un lavoro ed un recapito. Agli idonei veniva fatta una croce sulla schiena con il gesso. Quando venne il turno dei nostri montanari l'ufficiale addetto ai controlli chiese se avevano una richiesta di lavoro o qualche parente che li aspettasse, ma ignari di tutto ciò, venne detto loro che sarebbero stati rimpatriati con il primo vapore per l'Italia.Vi potete immaginare in quale stato d'animo si sentissero, dopo tanti sacrifici essi rischiavano di veder vanificate tutte le loro speranze. La giornata passò fra disperazione e pianti quando verso sera si presentò all'ufficio immigrazione un italo-americano il quale disse che avrebbe provveduto lui stesso a quei disperati. La malavita si era messa in moto, gli italiani che già vivevano a New York si erano organizzati nello sfruttare queste situazioni speculando sui nuovi arrivati. A questi disgraziati veniva offerto un tugurio ed un lavoro in cambio di una tangente o spesso erano inviati lontano, affittati ad altri &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_34"&gt;malavitosi&lt;/span&gt;.L'individuo che salvò in nostri si fece consegnare una discreta somma, li portò alla stazione, infilò nella falda del cappello un biglietto ferroviario e li spedì in California.&lt;br /&gt;Avrei voluto vedere le loro facce smarrite mentre passavano tra il traffico ed i grattacieli di New York, loro che forse non erano nemmeno mai stati a Genova.Il grande treno piano piano si mise in moto e cominciò ad ingoiare pianure e città. I nostri amici adesso erano un po' più sollevati ma nessuno li accompagnava, sapevano solo che sarebbero andati in California a raccogliere la frutta, all'arrivo qualcuno li avrebbe prelevati.&lt;br /&gt;Il viaggio era lungo, da New York a San Francisco occorrevano otto giorni. Poveri montanari, non erano mai usciti dal loro paese ed adesso si trovavano ad attraversare le grandi pianure, le Montagne Rocciose, i &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_35"&gt;Canyons&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;Nessuno parlava inglese e forse pochi si esprimevano in italiano. Il treno sbuffando macinava chilometri e chilometri, ogni tanto passava nei corridoi un negro vestito di bianco (un cameriere o uno &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_36"&gt;stewart&lt;/span&gt;) che diceva "&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_37"&gt;breackfast&lt;/span&gt;, &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_38"&gt;breackfast&lt;/span&gt;..." avvisando che si poteva scendere dal treno per poter fare colazione; datosi però che i nostri non capivano nulla non scendevano per il timore di rimanere a terra. La cosa andò avanti per alcuni giorni, fin quando, presi dai morsi della fame ad una stazione uno di loro scese per comprare un po' di pane ma, prima che questi si fosse fatto capire, il treno si rimise in marcia. Per fortuna il capotreno, allertato dalle urla, tirò una cordicella e fermò il treno per recuperare il malcapitato!&lt;br /&gt;Dopo otto giorni giunsero a Sacramento, già qualcuno li aspettava e li condusse ad una grande fattoria dove insieme a centinaia di persone vennero mandati a raccogliere frutta e verdura. Tante ore di lavoro, pochi soldi e tanta fame. Una volta si rifiutarono di lavorare perché da giorni non gli veniva distribuito nemmeno un po' di pane.&lt;br /&gt;In queste immense piantagioni vi erano persone provenienti da tutto il mondo; mio nonno raccontava che c'erano tantissimi cinesi e che quando parlavano sembravano tanti uccellini cinguettanti.&lt;br /&gt;Quando nel 1906 il terremoto distrusse San Francisco egli si trovava alla periferia della città e con i compagni si rifugiò sulle montagne, dove trovarono lavoro come taglialegna. Dormivano in una tenda ma avevano paura degli indiani e ogni rumore li teneva svegli.&lt;br /&gt;Mio nonno stette in California circa quattro anni, lavorò a Sacramento, &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_39"&gt;Stockton&lt;/span&gt;, San Francisco, Reno Nevada ma di soldi ne fece ben pochi. Come spesso accade ad arricchirsi erano i più furbi ed i disonesti.&lt;br /&gt;Tornato a casa nel 1908 nel 1909 prese moglie, nel 1910 nacque mio padre. Nel 1912 arrivò un secondo figlio; in quell' anno, non si sa per quale motivo ma probabilmente per la vita precaria che si conduceva sui nostri monti, lasciò mia nonna con i due figli piccolini e decise di ritentare la fortuna, ancora alla volta della California.&lt;br /&gt;Con l'esperienza acquisita durante il primo viaggio trovò la vita un pochino più facile e con altri paesani lavorò a San Francisco con un'impresa per la raccolta dei rifiuti. Si deve sapere che già da quando nel 1906 il terremoto distrusse la città, molti liguri ebbero il permesso di raccogliere e riciclare il materiale di un certo valore, &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_40"&gt;dopodichè&lt;/span&gt;, vedendo che nessuno raccoglieva la spazzatura alla porta delle case, lo fecero loro e con dei carri a cavallo la depositavano nelle fenditure provocate dal sisma. Questi uomini erano chiamati "&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_41"&gt;scavengers&lt;/span&gt;", poi con gli anni ebbero l'esclusiva di questo lavoro e fondarono la "&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_42"&gt;Pacific&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_43"&gt;Scavengers&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_44"&gt;Company&lt;/span&gt;".&lt;br /&gt;Un divertente ma inquietante aneddoto viene raccontato dall'ex giudice federale &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_45"&gt;John&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_46"&gt;Molinari&lt;/span&gt; che dice: "&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_47"&gt;Cinquant&lt;/span&gt;'anni fa mio padre Giovanni che nel 1906 era uno "&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_48"&gt;scavenger&lt;/span&gt;", prese una mappa della città e indicando diversi punti mi disse di non comprare mai casa in detti luoghi. Subito non capii, ma quando nel 1989 un secondo terremoto colpì la città, le rovine più gravi avvennero proprio in quei punti dove loro avevano depositato i rifiuti".&lt;br /&gt;Il lavoro era duro ma dopo qualche anno i frutti cominciarono a vedersi. Nel 1914 il nonno scrisse a casa chiedendo alla moglie di raggiungerlo; ma lei impaurita dal lungo viaggio da intraprendere con due bambini piccoli, rispose negativamente. Pur sapendo dell'imminente scoppio della guerra egli rientrò in Italia. Nel 1915 gli nacque un altro figlio e subito dopo venne spedito sul &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_49"&gt;Carso&lt;/span&gt;; ritornerà nel 1918. Mia nonna rimase complessivamente sola con i figli per otto anni.&lt;br /&gt;Ancora oggi nei nostri paesi vengono usate delle parole ormai corrotte che vennero introdotte dagli emigranti rientrati.&lt;br /&gt;Per indicare un poco di buono si usa dire: "O l'è un &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_50"&gt;trampa&lt;/span&gt;" (da &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_51"&gt;tramp&lt;/span&gt; = vagabondo), oppure "O l'è un "&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_52"&gt;sanebabicciu&lt;/span&gt;" (da "son &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_53"&gt;of&lt;/span&gt; a &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_54"&gt;bitch&lt;/span&gt;" = figlio di una cagna ).Poca per Poker. Trac per Truck. &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_55"&gt;Cino&lt;/span&gt; per Cinese. Indio per Indiano. Rancio per Ranch.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bibliografia&lt;br /&gt;La fatica e la &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_56"&gt;Merica&lt;/span&gt; - M. Porcella&lt;br /&gt;Il mondo dei vinti - N. &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_57"&gt;Revelli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;"Sette" rivista de "La Repubblica" del 09.10.2003 - "Ieri noi oggi loro" - M. Moretti&lt;br /&gt;Rivista "Qui &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_58"&gt;Touring&lt;/span&gt;" luglio-agosto 2001&lt;br /&gt;"Il Secolo XIX" del giorno 16.01.2002 - "Ma i liguri non partivano né poveri né disperati" - L. &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_59"&gt;Compagnino&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;"Il Secolo XIX" del giorno 26.11.2002 - "Quando i poveri eravamo noi" - A. &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_60"&gt;Gibelli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;"Il Secolo XIX" del giorno 22.08.2001 - "Ramazza e cioccolato" - G. Mari&lt;br /&gt;La &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_61"&gt;Casana&lt;/span&gt; "Con i liguri in California" - Ida &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_62"&gt;Figone&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_63"&gt;Filippetti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Enciclopedia "Il Milione" - Nicaragua&lt;br /&gt;Enciclopedia &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_64"&gt;GE&lt;/span&gt;20&lt;br /&gt;La via delle Americhe - Fondo Regionale C. Colombo - Centro Ligure di Storia sociale&lt;br /&gt;Sito internet "The Statue &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_65"&gt;of&lt;/span&gt; Liberty-&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_66"&gt;Ellis&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_67"&gt;Island&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_68"&gt;Foundation&lt;/span&gt;" &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-5749619762500602169?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/5749619762500602169/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=5749619762500602169' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/5749619762500602169'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/5749619762500602169'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/06/emigrazione-di-ieri-e-di-oggi.html' title='Emigrazione di ieri e di oggi.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-4055315157149534125</id><published>2008-05-19T10:37:00.000-07:00</published><updated>2008-05-19T10:45:40.319-07:00</updated><title type='text'>La conversazione.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;di Angela Molteni&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;“Perché realizzare un’opera, quando è così bello sognarla soltanto?” Pier Paolo Pasolini, &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;L’altra sera non mi andava di ascoltare la radio, mia compagna abituale, anche se RaiTre trasmetteva un concerto jazz niente male. Preferii dunque mettere nel lettore di Cd la Matthäus-Passion di Bach. Non era neppure terminato il doppio coro iniziale - quello che state ascoltando anche ora (Kommt ihr Töchter, helf mir klagen!) - quando la porta-finestra che dà sul terrazzo si spalancò improvvisamente soffiandomi addosso aria gelida. Da un paio di giorni Milano era spazzata da un vento inusuale e parecchio fastidioso, anche se ero consapevole di come un evento simile costituisse un autentico toccasana per disperdere lo smog perennemente stagnante sulla mia sfortunata città.&lt;br /&gt;Stavo per avviarmi a chiudere quella improvvisa fonte di gelo pungente, quando una leggerissima pressione sulle spalle mi arrestò. Risuonò, leggera e pacata, una voce dalla grazia inconfondibile: «Ho saputo che avresti voluto chiedermi qualcosa… Dunque, eccomi: domanda, esplora, approfondisci… Purché anche tu, come quasi tutti nell’anno del famoso trentennale, non intenda esclusivamente indagare sulle pieghe, più o meno ignote, di quel 2 novembre a Ostia, pretendendo di conoscere da me, fi-nal-men-te, la verità. Purché tu eviti accuratamente, dunque, di squadernare le solite ipotesi: un complotto, un’ultima sceneggiatura interpretata da me medesimo, un sordido delitto commesso negli ambienti della prostituzione omosessuale… Fatevene una ragione, spioni da buco della serratura, curiosi della peggior specie, critici e commemoratori più o meno amici, più o meno ostili, più o meno istituzionali: sono uno scrittore!, se conosceste almeno un po’ le mie opere, evitereste di pronunciare e di scrivere crudeltà, o perlomeno fesserie mostruose riguardanti la mia persona e il mio pensiero; sareste in grado di soffermarvi su una mia poesia, su un mio romanzo, su un mio film, ne comprendereste i contenuti e i messaggi…» &lt;br /&gt;Un’invettiva in piena regola… Beh, un po’ sbigottita lo ero. Anche se concordavo, parola per parola, su ciò che avevo appena udito. Da quando lui aveva iniziato a parlare, era come fossi diventata di marmo. In qualche frazione di secondo formulai alcune ipotesi: forse, fumare come un turco mi aveva totalmente obnubilato la mente; forse, si trattava dell’inizio della fine: in tal caso avrei avuto soltanto il tempo di precipitarmi al telefono e di chiamare un’ambulanza; forse, era tutta colpa dell’optalidon, preso per contrastare una persistente emicrania; forse… oh, insomma! non stavo vivendo altro che un brandello di realtà e lui, nientemeno che Lui, era proprio lì. &lt;br /&gt;Riuscii - fu in verità uno sforzo titanico - a muovere il capo. E lo vidi. Non aveva aureola, né didascaliche ali angeliche. Come avevo immaginato. Insomma, era tal quale l’abbiamo conosciuto, nel Gobbo o nel Decameron. O, magari fugacemente, di persona, come accadde a me quando venne a trovare il cugino Nico alla Longanesi. So che stenterete a crederci, ma qui, ora, proprio davanti a me, non era in giacca e cravatta: portava pantaloni blu e una maglietta azzurra con il glorioso stemma della nazionale di calcio. Incredibile.&lt;br /&gt;Gli sorrisi, gli tesi la mano; dal groppo che mi serrava la gola uscì soltanto, stentatamente, un timido «Benvenuto!». Banale, banalissimo… E io avevo osato sognare di riuscire a farlo parlare dei suoi scritti, dei suoi film, dell’origine delle sue opinioni politiche… Un saluto piccino piccino, da perfetta rincitrullita… &lt;br /&gt;Ci volle un po’ prima che mi riprendessi. «Ebbene, è vero, da un bel po’ di tempo avrei desiderato rivolgerti alcune domande», esordii timidamente. «Avrei voluto, come si dice, intervistarti… anche se, per un’impresa tanto impegnativa, la mia professionalità fa acqua da tutte le parti. Sai, per una vita ho fatto soltanto la correttrice di bozze, fino a quando ci sono state le bozze naturalmente. Ora le corregge una macchina. Pazzesco. È la tecnologia, siamo quasi tutti cannibalizzati dalla tecnologia oramai, nonché dal capitalismo, dal neocapitalismo, dal postcapitalismo. Insomma», mi tremava un po’ la voce, mi veniva quasi da piangere, «da tutte le forme di capitalismo possibili, immaginabili e teorizzabili. Ma un’intervista, quella proprio ci terrei a fartela… Accomodati… ti offro un pinot». &lt;br /&gt;Prima di sedersi scorse i libri che stavano in disordine su scaffali un po’ polverosi, notai una smorfia quando vide i suoi Meridiani. E udii una specie di borbottio: «… pressappochismo… dilettantismo… cialtroneria… Mah…». Compresi ciò che gli stava ribollendo in cuore, ma non me la sentii di entrare nel merito. In fondo anch’io, fatte le debite proporzioni, ero una curatrice… Adesso, da indagare, da approfondire vi era la cattedrale di idee, di concetti, di sensazioni, di immagini, di parole, di emozioni da lui eretta con le sue opere, con gli indimenticabili personaggi e situazioni dei suoi film, dei suoi romanzi. Vi erano dunque quei suoi gioielli inestimabili e basta. &lt;br /&gt;«Dunque, alcune domande le ho già in mente… Se sei d’accordo, potremmo iniziare…». Pasolini fece un leggero cenno di assenso. Pensai alla prima domanda da porgli, probabilmente avrei corso il rischio di apparire di nuovo banale, dicevo a me stessa mentre la costruivo. Da poco era iniziato un nuovo anno, e il pensiero si soffermò ancora sulle feste appena trascorse. Così iniziai con: Che cosa pensi del Natale e a chi ti sentiresti di esprimere i tuoi auguri in occasione di tale festività?&lt;br /&gt;«… sono contro questa festa stupida e irreligiosa. Tanti auguri ai fabbricanti di regali pagani! Tanti auguri ai carismatici industriali che producono strenne tutte uguali! Tanti auguri a chi morirà di rabbia negli ingorghi del traffico e magari cristianamente insulterà o accoltellerà chi abbia osato sorpassarlo o abbia osato dare una botta sul didietro della sua santa Seicento! Tanti auguri a chi crederà sul serio che l’orgasmo che l’agiterà - l’ansia di essere presente, di non mancare al rito, di non essere pari al suo dovere di consumatore - sia segno di festa e di gioia! Gli auguri veri voglio farli a quelli che sono in carcere, qualunque cosa abbiano fatto (eccettuati i soliti fascisti, quei pochi che ci sono); è vero che ci sono in libertà tanti disgraziati cioè tanti che hanno bisogno di auguri veri tutto l’anno (tutti noi, in fondo, perché siamo proprio delle povere creature brancolanti, con tutta la nostra sicurezza e il nostro sorriso presuntuoso). Ma scelgo i carcerati per ragioni polemiche, oltre che per una certa simpatia naturale dovuta al fatto che, sapendolo o non sapendolo, volendolo o non volendolo, essi restano gli unici veri contestatori della società. Sono tutti appartenenti alla classe dominata, e i loro giudici sono tutti appartenenti alla classe dominante». Tirai un sospiro di sollievo: la mia domanda, forse, era stata banale, ma l’immenso Poeta aveva risposto da par suo. Mi rinfrancai. L’intervista continuò per un pezzo, e di seguito potrete riflettere sulle risposte che via via quel Grande dava alle mie domande. Riflettere e gioirne, naturalmente... o almeno è ciò che mi auguro.&lt;br /&gt;Quali sono state le tue sensazioni osservando il corteo di Maria Callas ripercorrere la storia di Medea nei paesaggi tanto suggestivi e affascinanti da te scelti per ambientarvi il film?&lt;br /&gt;«Nel fondo di una di queste vallette sul greto del fiume - c’è intorno il grano - e file di pioppi e ulivi spinosi, argentei contro il rosa delle centinaia di cuspidi - cammina verso di me e si imprime violentemente nella mia retina, una piccola folla assurda. La luce - è vero - è quella dei sogni: l’ultima luce del sole a filo dell’orizzonte. Fra due o tre minuti il sole sarà scomparso, e sarà il grigio, la divina tetraggine soffusa di rosa. Ma ora il biondo della luce passa sull’erba, sul greto, sul grano e si specchia, accecante, contro il fondale della tebaide. Così, ciò che accade in questa luce è già di per sé poco credibile. La folla che avanza è composta da italiani, da turchi: chi lavora e chi è semplicemente curioso, e procede ai margini, di frodo, pronto a fuggire. Gli abbigliamenti sono i più variopinti e discordi. Vige la massima libertà in questa folla internazionale, nel vestire. Si tratta di nemmeno un centinaio di persone, di cui una trentina solo avanzano sul greto, mentre le altre sono per la valle - sugli alti cigli, sulle terrazzette, tra i folti delle piante. Contro il cielo del tramonto, con striscioni bianchi di nuvole, senza neanche un po’ di rosso, su un ciglione in fondo al greto, si profilano le figurine nere dei tecnici intorno a una macchina da presa: non sono dei nostri, ma di qualche televisione - che armeggiano come si fa nelle grandi occasioni. Quaggiù sul greto, a incidersi nella mia retina, davanti a tutti, ci sono degli operai turchi, che spingono un carro a forma di “V”, nero e grigio: e intorno ad essi coloro che hanno altri incarichi annessi al carro. Tutti animati da una grande buona volontà. Dietro, ecco un gruppo sparso e composto in un disordine corrusco ma nitido da pittore fiammingo. Al centro c’è una figura femminile. Essa è coperta fino all’altezza del seno da un velo bianco, dietro a cui si intravede appena il viso e la lunga capigliatura. Da sotto questo velo bianco, pende un mazzo di collane dorate, grossissime, che mandano un suono opaco, come i campanacci delle mandrie: penzolano, queste collane, su una “pazienza” azzurra listata d’argento - sembra vecchissima, di quelle conservate nelle teche dei musei, che a toccarle, si direbbe che debbano andare in polvere. Sotto la pazienza cade una grande sottana nera: che viene sostenuta per i lembi da due o tre persone, attente a tenerla alta fin sopra il ginocchio della donna che l’indossa. Essa procede così come una regina non vista. Dietro a lei, viene un altro gruppetto del seguito: e tra questo, la fedele cameriera, vestita di rosso e di verde, che tiene per il guinzaglio i due magici cagnolini, innocenti come due insetti, due farfalline al loro primo svolazzare qua e là, e insieme decrepiti, di una saggezza di re contadini.» Qualche giorno fa  mi sono fermata a prendere un caffè in un bar del centro. A un tavolino accanto al mio erano sedute due persone, non ho potuto fare a meno di sentire la loro conversazione. Una di loro aveva appena assistito alla proiezione del film che Giuseppe Bertolucci ha dedicato recentemente a te e al tuo Salò e sosteneva: “Beh, attraverso questo lavoro di Bertolucci si riesce a capire meglio Salò, l’ultimo film girato da Pasolini…”. L’altro rispose rabbiosamente, quasi l’avesse punto una tarantola: “Ma daaai…, Salò…Pasolini…, quell’omosessuale che non aveva di meglio da fare che passare il proprio tempo a frequentare ambienti torbidi e squallidi!…”. Sono saltata sulla sedia. Ma, vilmente, mi è mancato il coraggio di aprir bocca, e me ne scuso ora con te. Sto invecchiando, ormai mi è chiaro. In altre stagioni della mia vita avrei avuto reazioni talmente vivaci da rendere inevitabile l’intervento della forza pubblica... Tu che cosa avresti detto a chi esprimeva, con un giudizio tanto sgradevole, non solo ostilità nei tuoi confronti, ma anche, più in generale, una sorta di intollerabile razzismo?&lt;br /&gt;«… lei è un uomo medio proprio nella sua accezione peggiore. Nota: coloro che usano l’espressione “squallido o torbido ambiente dove maturano eccetera”, si macchiano di una infinità di colpe, che in pieno neocapitalismo è poco definire tribali. Ne faccio un nudo e incompleto elenco. 1) Sono razzisti. Infatti essi si distinguono, direi, teologicamente, o meglio, antropologicamente, dai soggetti di cui si abbassano, costretti dalla necessità, a parlare: prostitute, omosessuali, ladri, truffatori eccetera. Costoro vengono distaccati, “separati” dalla coscienza e chiusi nel ghetto, appunto “dello squallido e torbido ambiente”. 2) Sono ricattatori. Infatti essi tappano la bocca a presunti appartenenti a quel ghetto, mettendoli a tacere attraverso l’allusione alle loro colpe che l’uomo medio condanna, e per cui essi non hanno diritto di cittadinanza nella società. Fanno, al livello borghese dell’indignazione morale (anche sincera!) ciò che un piccolo ricattatore può fare a una prostituta che ha un figlio, a un omosessuale che ha una madre o un impiego eccetera. 3) Sono ignoranti. Infatti essi ignorano tutto ciò che di scientifico (mettiamo sul piano più elementare, Freud) è stato scritto su coloro che essi relegano nello squallido ghetto, senz’altra spiegazione che una cieca ripugnanza fisica, un panico, un principio irremovibile: tutte cose perfettamente stupide appunto perché irrazionali e prive di ogni motivazione scientifica. 4) Sono primitivi. Infatti essi negli abitanti coatti dei loro ghetti vedono arcaicamente dei “capri espiatori”, sulle cui spalle riversare le colpe di tutta la società. … 5) Sono dei sanguinari. Infatti i “capri espiatori” si ammazzano. Ed essi, additando ai loro pari e alle autorità, direttamente o indirettamente, gli “squallidi o torbidi individui” così come essi li definiscono e li vogliono, ne fanno implicitamente (e talvolta esplicitamente) dei soggetti da linciaggio. Ho calcato un po’ le tinte. Ma le cose stanno sostanzialmente così». La tua critica alla stupidità delittuosa della televisione è nota: ne parli tra l’altro in uno scritto la cui lettura puoi ascoltare nella “copertina” di “Pagine corsare”, un omaggio che ho voluto farti, contenente citazioni, descrizioni, commenti di tue opere e che  può essere letto su Internet (ti racconterò prima o poi cos’è quest’ultima diavoleria sulla quale, tra l’altro, pubblicherò questa intervista…). Vuoi parlare di qualcosa di brutto e sgradevole che ti è accaduto di vedere in Tv?&lt;br /&gt;«una sera … stavo cenando in fretta, e i miei occhi non potevano non cadere sul “video” acceso, proprio davanti alla tavola … Ho realizzato solo dopo un po’ quello che stavo vedendo: due donne molto simili una all’altra, stavano facendo delle evoluzioni, d’una assoluta facilità, come due automi caricati a molle, che sanno fare solo quei due o tre gesti, capaci di dare una inalterabile e iterativa soddisfazione al bambino che li osserva. Due o tre mossucce idiote, incastonate in un ritmo, che voleva essere gioioso e invece era soltanto facile. A cosa alludevano quelle mossucce, quei colpetti di reni e quelle tiratine di collo? Non si capiva bene, ma certo a qualcosa di estremamente convenzionale comunque: a un’allegria collegiale e orgiastica, in cui la donna appariva come una scema, con dei pennacchi umilianti addosso, un vestituccio indecente che nascondeva e insieme metteva in risalto le rotondità del corpo, così come se le immagina, se le sogna, le vuole un vecchio commendatore sporcaccione e bigotto. Tutto ciò, che si presentava come leggero, era invece pesantemente volgare. La “disparità dei sessi” era sbandierata spudoratamente come una legge fatale e prepotente di un “sentimento comune”. … Finito il balletto (in cui era impegnato un altro mezzo centinaio di persone, ragazzi e ragazze intenti a movimenti che facevano arrossire per loro), ecco che si presentano su una ribalta luccicante e biancastra, come di plastica, due tipici uomini di mezza età italiani: uno piuttosto alto e stempiato, l’altro un bassetto tutto pepe. … Hanno cominciato a parlare e a muoversi. I vecchi clowns veneti del circo Banana o del circo Cragna certamente facevano meglio: comunque la tecnica era la stessa: il bassetto era il comico, e l’altro la spalla. Le sottolineature della situazione - il comico doveva risultare ingenuo e beffato, l’altro doveva risultare un dritto che beffa, in nome delle leggi normali della logica e del buonsenso - erano di una rozzezza da mettere a disagio. L’idea di essere costretti a obbedire alle regole di un gioco imposto da due persone così modeste e volgari (uscite dritte dalla “media”, come in un laboratorio) dava un senso di soffocamento e di ribellione. A questo punto è finita la mia cena, e me ne sono andato. …  Nel novantacinque per cento dei casi non si vede alla televisione niente di più bello o di più brutto di così. Non è questione di bruttezza o di bellezza. È questione di volgarità. E la volgarità della televisione deriva dalla sua sottocultura. Non è neanche vero che la televisione modestamente sostituisca la “tombola” delle serate in famiglia. In ciò c’è solo una parte (del resto molto deprimente) di verità. Infatti la “tombola” delle vecchie sere, durate fino ad alcune decine di anni fa, aveva ancora una sua ragione culturale di essere. Era un infimo atto di cultura di una civiltà contadina, coi suoi forzati coprifuochi, la sua stasi, la sua povertà. La televisione non è questo: essa ha nella sua funzione culturale tutta la prepotenza del potere; del potere industriale; che vuole, e determina e condiziona una serata familiare che non ha nulla a che vedere con le serate familiari del mondo antico. In queste ultime infatti si celebrava una quotidiana cerimonia concreta, che aveva le sue radici particolaristiche in un piccolo mondo concluso: un fiumicello, una catena di colli, delle mura di cinta. Oggi il riferimento di quelle belle serate in famiglia davanti al video non è locale, concreto - modesto ma profondo - alla realtà di una piccola patria, ma alla realtà produttiva di una intera nazione, che altera il significato della famiglia, e ne fa non più un nucleo di innocenti conservatori, ma un nucleo di ansiosi consumatori».  Puoi narrarmi qualcosa di particolare sulle tre figure emblematiche - Totò, Ninetto e il corvo - che hai così sapientemente descritto in quel capolavoro che è Uccellacci e uccellini?&lt;br /&gt;«Scelsi Totò per quello che era: un attore, un tipo inconfondibile che il pubblico già conosceva. Non volevo da lui che fosse altro se non quello che era. Povero Totò, spesso mi chiedeva con molta gentilezza, e quasi come un bambino, se non poteva fare un film più serio, e io ero costretto a ripetergli: “No, no, voglio soltanto che tu sia te stesso”. Totò, quello vero, era manipolato, artificioso, non era un personaggio ingenuo e genuino come il Franco Citti dell’Accattone. Era un attore costruito da lui stesso e dagli altri fino a diventare un tipo, ma io me ne servivo precisamente per questo, per il fatto che era un tipo. Era uno strano miscuglio di veracità napoletana credula e popolaresca, da una parte, e di clown dall’altra: era cioè riconoscibile, neorealistico e insieme assurdo e surreale.  Conobbi Ninetto Davoli casualmente quando giravo La ricotta; era lì con un’intera banda di altri ragazzi a guardare noi che giravamo e lo notai subito, per i capelli ricci e per quel suo carattere che successivamente si sarebbe rivelato nel mio film. Quando pensai di fare Uccellacci e uccellini, mi vennero subito in mente lui e Totò, senza la minima esitazione.  … il corvo è estremamente autobiografico: fra esso e me l’identificazione è pressoché totale. Il corvo mi ha dato molto da fare. … era un animale selvaggio, era matto e quasi fece diventare matti anche tutti noi. …  Fra gli sketch comici che pensai di fare ve ne era uno in cui Totò e Ninetto dovevano essere i padroni di un corvo come quello, perché per me fu una battaglia tremenda, la più dura della mia vita. Generalmente la principale preoccupazione di un regista, in Italia, è il sole, perché il tempo a Roma è molto capriccioso. Dopo il tempo, però, la mia più grave preoccupazione era il corvo. Le sequenze in cui compare nel film riuscii a metterle insieme girandole molte volte e poi organizzando laboriosissimamente il montaggio, ma fu un’impresa formidabile … Quando ebbi finito Uccellacci e uccellini mi resi conto che l’ideologia vi aveva un posto molto maggiore di quanto non avessi preventivato. Cioè l’ideologia non era stata tutta assorbita dal racconto, dalla vicenda, non era stata trasformata in poesia, levità, grazia. Vedendo il film per la prima volta ebbi la netta sensazione che il lato ideologico era un po’ pesante, e cominciai a pentirmi di non aver fatto una cosa più leggera, più fiabesca, perfino un film picaresco, magari, che sarebbe potuto essere meno significativo dal punto di vista ideologico, ma più ambiguo e misterioso, più poetico. Ne fui sinceramente addolorato perché Totò e Ninetto erano una coppia così deliziosa, e di per sé così poetica; avevano un mucchio di possibilità, lo sentivo. Perciò pensai di fare un film che fosse fatto di favole, e una di queste favole fu La terra vista dalla luna». … che definirei un film decisamente surrealista…&lt;br /&gt;«… non credo che il surrealismo sia una categoria ben definita. Se ci pensi un momento, quando diciamo surrealismo ci riferiamo a due cose diverse: da una parte pensiamo al Manifesto dei surrealisti, a Breton e Aragon, e poi c’è tutto il gruppo dei surrealisti francesi e la pittura surrealista, come quella di Dalí, per fare un nome, nonché i surrealisti del principio del secolo. Dall’altra parte c’è Kafka, ed è tutta un’altra faccenda. Non c’è paragone fra Aragon ed Eluard, o il loro predecessore Lautréamont, e Kafka, oppure fra la pittura surrealista e il primo cinema surrealista. Così, da un lato abbiamo il surrealismo come movimento culturale e ideologico francese del periodo fra le due guerre: ebbe un’importanza enorme, e mi spingerei fino a dire che tutta la poesia contemporanea viva, compresa quella prodotta dai poeti socialisti e comunisti, sgorga da quella fonte. Fu il surrealismo a produrre, ad esempio, la poesia della Resistenza, e anche la poesia posteriore “impegnata” ha vaghe origini surrealiste, anche se profondamente modificate, come è ovvio. Mentre il simbolismo, che era contemporaneo del surrealismo, sta alla base di tutta la poesia reazionaria che lo seguì; parte della quale molto bella, forse, ma ciò nondimeno reazionaria. Tutto l’ermetismo italiano, e la neo-avanguardia, hanno origini simboliste. … il surrealismo del mio film ha ben pochi rapporti con il surrealismo storico. È essenzialmente il surrealismo delle favole: ha origini quasi popolari, e non a caso la morale del film, “essere morti o vivi è la stessa cosa”, è presa dalla filosofia orientale; è una sorta di slogan della filosofia indiana». Nelle tue opere cinematografiche, specie in quelle della Trilogia della vita, che cosa ti ha spinto a rappresentare tanto realisticamente il sesso?…&lt;br /&gt;«Ho una spiegazione, che mi fa comodo e mi sembra giusta, ed è questa. In un momento di profonda crisi culturale (gli ultimi anni Sessanta), che ha fatto (e fa) addirittura pensare alla fine della cultura - e che infatti si è ridotta, in concreto, allo scontro, a suo modo grandioso, di due sottoculture: quella della borghesia e quella della contestazione ad essa - mi è sembrato che la sola realtà preservata fosse quella del corpo. Cioè, in pratica, la cultura mi è sembrata ridursi a una cultura del passato popolare e umanistico - in cui, appunto, la realtà fisica era protagonista, in quanto del tutto appartenente ancora all’uomo. Era in tale realtà fisica - il proprio corpo - che l’uomo viveva la propria cultura. Ora, i borghesi, creatori di un nuovo tipo di civiltà, non potevano che giungere a derealizzare il corpo. Ci sono riusciti, infatti, e ne hanno fatto una maschera. I giovani altro non sono oggi che delle mostruose maschere “primitive” di una nuova specie di iniziazione - fintamente negativa - al rito consumistico… Dunque riassumendo: alla fine degli anni Sessanta l’Italia è passata all’epoca del Consumismo e della Sottocultura, perdendo così ogni realtà, la quale è sopravvissuta quasi unicamente nei corpi e precisamente nei corpi delle classi povere.  Protagonista dei miei film è stata così la corporalità popolare. Non potevo - e proprio per ragioni stilistiche - non giungere alle estreme conseguenze di questo assunto. Il simbolo della realtà corporea è infatti il corpo nudo: e, in modo ancora più sintetico, il sesso. … Naturalmente al fatto che io scegliessi come protagonista dei miei ultimi film la realtà fisica del popolo, e la rappresentassi nella sua interezza, hanno contribuito anche altre ragioni, oltre a quella generale e profonda che ho detto. Per esempio, la ragione che i rapporti sessuali mi sono fonte di ispirazione anche proprio di per se stessi, perché in essi vedo un fascino impareggiabile, e la loro importanza nella vita mi pare così alta, assoluta, da valer la pena di dedicarci ben altro che un film. Tutto sommato il mio ultimo cinema è una confessione anche di questo, sia detto chiaramente. E, siccome ogni confessione è anche una sfida, contenuta nel mio ultimo cinema è anche una provocazione. Una provocazione su più fronti. Provocazione verso il pubblico piccolo-borghese e benpensante (che peraltro non si è lasciato affatto provocare, e ha semplicemente, e finalmente, riconosciuto nel cinema una sua realtà - naturale per il pubblico popolare, liberatoria per parte del pubblico borghese). Provocazione verso i critici, i quali, rimuovendo dai miei film il sesso, hanno rimosso il loro contenuto, e li hanno trovati dunque vuoti, non comprendendo che l’ideologia c’era, eccome, ed era proprio lì, nel cazzo enorme sullo schermo, sopra le loro teste che non volevano capire. Provocazione contro il moralismo gauchista, le cui Vestali si sono indignate e hanno gridato allo scandalo esattamente come le Vestali della tradizione (“Potere operaio” ha usato in proposito lo stesso linguaggio, anzi, le stesse parole, dei Pubblici Ministeri). Sì, non ho voluto fare del cinema politico d’intervento, non ho voluto fare neanche della politica romanzata. …» … e non credi che ciò abbia esercitato una influenza determinante per superare inibizioni di ogni tipo, inducendo molti tra gli spettatori dei tuoi film ad adottare una libertà sessuale senza più alcun freno?&lt;br /&gt;«… mi pento dell’influenza liberalizzatrice che i miei film eventualmente possano aver avuto nel costume sessuale della società italiana. Essi hanno contribuito, infatti, in pratica, a una falsa liberalizzazione, voluta in realtà dal nuovo potere riformatore permissivo, che è poi il potere più fascista che la storia ricordi. Nessun potere ha avuto infatti tanta possibilità e capacità di creare modelli umani e di imporli come questo che non ha volto e nome. Nel campo del sesso, per esempio, il modello che tale potere crea e impone consiste in una moderata libertà sessuale che includa il consumo di tutto il superfluo considerato necessario a una coppia moderna. Venuti in possesso della libertà sessuale per concessione, e non per essersela guadagnata, i giovani - borghesi, e soprattutto proletari e sottoproletari - se tali distinzioni sono ancora possibili - l’hanno ben presto e fatalmente trasformata in obbligo. L’obbligo di adoperare la libertà concessa: anzi, d’approfittare fino in fondo della libertà concessa, per non parere degli “incapaci” o dei “diversi”: il più tremendo degli obblighi. L’ansia conformistica di essere sessualmente liberi, trasforma i giovani in miseri erotomani nevrotici, eternamente insoddisfatti (appunto perché la loro libertà sessuale è ricevuta, non conquistata) e perciò infelici. Così l’ultimo luogo in cui abitava la realtà, cioè il corpo, ossia il corpo popolare, è anch’esso scomparso. Nel proprio corpo i giovani del popolo vivono la stessa dissociazione avvilente, piena di false dignità e di orgogli stupidamente feriti, che i giovani della borghesia. Se volessi continuare con film come Il Decameron non potrei più farlo, perché non troverei più in Italia - specie nei giovani - quella realtà fisica (il cui vessillo è il sesso con la sua gioia) che di quei film è il contenuto». Ti sei sempre dichiarato marxista, e hai precisato che lo sei diventato condividendo le teorie scientifiche marxiste successivamente alla tua adesione al Partito comunista italiano. Non è stato questo un percorso un po’ anomalo per un intellettuale?&lt;br /&gt;«… occorre rettificare la frase dicendo che prima ho militato coi comunisti e poi ho aderito al marxismo. … l’Italia si trovava … in una posizione alquanto anomala nel quadro dell’Europa occidentale. Mentre il mondo contadino è del tutto scomparso nei maggiori Paesi industriali, come la Francia e l’Inghilterra (lì non si può più parlare di una classe contadina nel senso classico del termine), in Italia esso sopravvive ancora, pur avendo subìto un declino negli ultimi anni. Nell’immediato dopoguerra i contadini vivevano ancora in un mondo loro proprio, come uno o due secoli fa. Mia madre, ai suoi tempi, doveva ancora andare a letto a lume di candela. Il mio rapporto col mondo contadino è diretto, immediato: quasi tutti noi italiani abbiamo almeno un nonno contadino nel senso letterale della parola. Ora, quei comunisti friulani erano contadini, e ciò ha avuto molta importanza. Forse, se si fosse trattato di comunisti appartenenti alla classe operaia urbana, il fattore classe sarebbe stato troppo forte per i miei gusti, e vi avrei resistito; ma non ho potuto farlo nei confronti dei comunisti contadini, che sono poi quelli che fanno le rivoluzioni. …  Ecco il punto principale: una volta che ebbi deciso di schierarmi a fianco di questi comunisti contadini, il resto fu facile. Col tempo, lessi i testi e diventai marxista» Come definiresti, come consideri e qual è la tua posizione politica nei confronti delle diverse classi sociali in Italia e dei rispettivi interessi e valori?&lt;br /&gt;«Sociologicamente, la mia posizione non è molto convenzionale, e in realtà non è neppure definibile. Ha una base emozionale che probabilmente nasce dalla fanciullezza e dal conflitto con mio padre e con l’insieme della società piccolo-borghese. Il mio odio per la borghesia non è documentabile né passibile di discussione. C’è e basta. Non è però una condanna moralistica; è una condanna totale e senza indulgenze, ma è basata sulla passione, non sul moralismo. … Quanto all’altra classe popolare, la classe operaia, ho avuto con essa un rapporto molto difficile, inizialmente romantico, populista e umanitario. Quando si nasce nella piccola borghesia, si pensa che l’intero mondo sia uguale all’ambiente in cui si vive. Non appena giunsi a vedere un altro tipo di mondo, naturalmente il mio fu messo in crisi. Quando mi accorsi che i contadini friulani esistevano e che la loro psicologia, educazione, mentalità, anima, sessualità erano del tutto diverse, il mio mondo si infranse; non potevo più amare l’élite borghese e contemporaneamente odiare la borghesia; nacque un nuovo modo di sentire, quello di partecipare dall’esterno, anche se la cosa era autentica e convalidata dall’amore genuino che portavo ai lavoratori, e particolarmente ai contadini. Non ho mai conosciuto da vicino la classe operaia perché nelle città in cui ho abitato da bambino e da ragazzo conoscevo solo quelli che venivano a scuola con me, che erano tutti di famiglia borghese. Poi andai a Casarsa, dove conobbi dei contadini, ma non degli operai. Da lì venni direttamente a Roma, che non è una città operaia. … quando vi giunsi, qui l’industria non esisteva. … fondamentalmente Roma è una città burocratica, amministrativa e turistica, quasi una città coloniale. Ciò che trovai qui, e che risultò essere un’esperienza estremamente vitale dal punto di vista sociologico, fu il contatto con il sottoproletariato romano. Per la prima volta mi gettai in un mondo socialmente del tutto diverso da quello cui ero abituato, che mi costrinse a essere obiettivo nei suoi confronti, mi costrinse a farne una diagnosi marxista. … Così, mentre in principio avevo usato il dialetto per ragioni soggettive, come linguaggio puramente poetico, quando venni a Roma, al contrario, presi a usare il dialetto del sottoproletariato locale in maniera oggettiva, per arrivare alla descrizione più esatta possibile del mondo che avevo di fronte». Hai dedicato una delle più significative raccolte di poesie ad Antonio Gramsci. Come consideri questo nostro grande intellettuale e quando l’hai “incontrato” per la prima volta?… &lt;br /&gt;«… spesso ho parlato delle mie letture di autori marxisti, il più importante di tutti, anche dello stesso Marx, è stato Gramsci. Naturalmente, Marx mi è riuscito piuttosto difficile alla lettura, e a parte questo l’ho trovato alquanto distante da me per varie ragioni. Mentre, invece, le idee di Gramsci coincidevano con le mie; mi conquistarono immediatamente, e la sua fu un’influenza formativa fondamentale per me. Lo lessi per la prima volta nel periodo 1948-49». … e puoi definire Gramsci un populista?&lt;br /&gt;«No, non credo che si possa. Anche se vorrei dire, prima di tutto, che non annetto alcun significato peggiorativo alla parola “populista”. La adoperano i moralisti marxisti, insieme con il termine “umanitarismo”, per condannare i tipi di marxismo diversi dal loro. … Per me, populismo e umanitarismo sono due fatti storici reali: tutti gli intellettuali marxisti hanno radici borghesi; l’impulso a diventare marxista può solo essere di tipo populista o umanitario, per cui questo fattore si trova inevitabilmente in tutti i marxisti borghesi, compreso Gramsci. Io non lo giudico un fattore negativo; rientra semplicemente nell’inevitabile transizione dalla classe borghese in cui si è nati e si è stati plasmati all’adozione di una diversa ideologia, l’ideologia di una diversa classe sociale». Molte persone si sono chieste, soprattutto dopo aver visto il tuo Vangelo secondo Matteo, se sei una persona religiosa, anzi, cattolica… forse anche perché sei nato e vissuto in Italia, un Paese i cui abitanti e coloro che li governano  non riescono, più o meno consapevolmente, a fare salde distinzioni tra Stato e Chiesa. Ancora oggi, in questo senso, vengono tenuti in vita  una serie di equivoci e si devono purtroppo registrare insopportabili oltre che inammissibili ingerenze…&lt;br /&gt;«Può darsi che a provocare questo malinteso siano i due film che ho girato sul tema del Vangelo e intorno alla figura di Cristo. Questi due film, Sopralluoghi in Palestina e Il Vangelo secondo Matteo, successivi alla Ricotta, … mediometraggio su una ricostruzione cinematografica della Passione, hanno forse ingannato un pubblico superficiale. Voglio supporre … che i dubbi riguardo al mio ateismo e alla mia “laicità” poggino su altro che su dei titoli... E in questo caso occorrerebbe che giustificassi la scelta di tali argomenti, che dicessi quel che ho voluto fare e quel che mi aspettavo che vi si riconoscesse... Vorrei tuttavia cominciare col rassicurare coloro che possono trovare materia di scandalo nella mia visione del mondo. La mia formazione religiosa è per così dire inesistente. Mio padre non credeva in Dio. Certo andava a messa la domenica, ma era solo per rispetto verso un’istituzione che garantiva l’ordine costituito. Praticava esteriormente, per le tante ragioni che spingono un uomo di destra a far battezzare i figli, a farli cresimare, a sposarli dinanzi al prete... La famiglia era “religiosa”, ma senza bigotteria. Mia madre aveva le tradizioni religiose della maggior parte dei contadini. La sua fede era continuazione della sua poesia o, come dicono i teologi, una religione naturale. Non sono stato quindi sottomesso ad alcuna pressione religiosa, né sono stato condizionato da alcuna educazione cattolica. Le uniche occasioni per marinare la scuola di cui abbia goduto, me le son concesse ai danni del catechismo. L’insegnamento del catechismo non lo potevo soffrire. Il collegio religioso mi appariva come il peggiore degli ergastoli. Gli studi secondari li ho fatti al Liceo Galvani di Bologna: un liceo la cui tradizione laica ha non poco contribuito a fare di me un miscredente nel significato più letterale del termine. Cosa aggiungere per scoraggiare questi imbarazzanti inquisitori? Non mi piace il cattolicesimo in quanto istituzione, non per ateismo militante, ma perché la mia religione, o meglio il mio spirito religioso - che non ha nulla a che vedere con un’appartenenza fondata sul battesimo - ne viene offeso. Rimane poi questo cripto-cristianesimo, che mi imputano i più aggressivi, quasi fosse una tara vergognosa. Dirò per rispondere loro che difficilmente un occidentale può non essere cristianizzato, se non un cristiano convinto. A maggior ragione un italiano. Per quanto riguarda poi la visione religiosa che possiamo avere del mondo - tu come me -, facciamo a meno dell’idealismo cristiano. Io sono propenso a un certo misticismo, a una contemplazione mistica del mondo, beninteso. Ma questo è dovuto a una sorta di venerazione che mi viene dall’infanzia, d’irresistibile bisogno di ammirare la natura e gli uomini, di riconoscere la profondità là dove altri scorgono soltanto l’apparenza esanime, meccanica, delle cose». Oggettivamente, dunque, quali sono state le tue motivazioni nella scelta di fare un’opera cinematografica sul Vangelo e sulla figura di Cristo?&lt;br /&gt;«Taluni hanno visto in questo film l’opera di un militante cristiano, il che mi risulta del tutto incomprensibile. Sebbene la mia visione del mondo sia religiosa, non credo alla divinità di Cristo. Il Vangelo non lascia alcun dubbio: per quanto riguarda, poi, il contenuto del testo, il messaggio tende a introdurre nella narrazione una trascendenza divina... Per conto mio, mi dispiace, ma non ci credo. Dall’esterno il mio film offre materia di reminiscenze ai cattolici ancora capaci di interessarsi alla vita di Cristo. Ma a guardarci meglio, questa mia ricostruzione non è per niente conforme all’immagine tradizionale che se ne fa la maggior parte dei cristiani. Ho fatto un film in cui si esprime, attraverso un personaggio, l’intera mia nostalgia del mitico, dell’epico e del sacro. … In realtà avrei potuto rifare la storia di Cristo prestandogli l’abito e le azioni di un agitatore politico e sociale, e avrei avuto - forse - il nihil obstat dei marxisti ufficiali. Ciò che non ho fatto, perché è contrario alla mia natura profonda dissacrare sia le cose che la gente. Tendo invece a risacralizzarle il più possibile. Ho preso le mosse da questa riflessione fondamentale e che ritengo giusta: la storia di Cristo è fatta di due millenni di interpretazione cristiana. Tra la realtà storica e me si è creato lo spessore del mito. …» … Ebbi all’improvviso un’acuta, dolorosa sensazione di freddo. Battevo i denti… Mi ero rannicchiata sul divano ad ascoltare Bach, avevo preso sonno e il vento aveva trasformato la stanza in una cella frigorifera. Il Cd era terminato senza che avessi avuto il piacere di ascoltare quella musica divina… E lui dov’era? Nella condizione sgangherata in cui mi trovavo, sia pure a fatica riuscii a rintracciare un barlume di coscienza. E mi fu chiaro finalmente ciò che era accaduto… Anche se - e me ne accorsi soltanto ore dopo - un mistero non riuscii a scioglierlo: sul tavolo erano rimasti un bicchiere, vuoto, accanto a una bottiglia stappata e mezza vuota di pinot bianco.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;A.M. 6 gennaio 2006 &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;Nota - Pasolini ha realmente scritto tutto ciò che dice in risposta alle domande che gli sono state poste in questa onirica intervista (cfr. Pier Paolo Pasolini. Saggi sulla politica e sulla società, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, Mondadori, Milano 1999, pp. 261, 263, 1167, 1227, 1260, 1272, 1278, 1293-98, 1347, 1357-58, 1421-27).&lt;br /&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-4055315157149534125?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/4055315157149534125/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=4055315157149534125' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/4055315157149534125'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/4055315157149534125'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/05/la-conversazione.html' title='La conversazione.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-2045583257161375911</id><published>2008-05-17T03:05:00.000-07:00</published><updated>2008-05-17T03:06:59.237-07:00</updated><title type='text'>A un ragazzo.</title><content type='html'>&lt;div align="center"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;br /&gt;Così nuovo alla luce di questi mesi nuovi  che tornano su Roma, e che a noi altrove&lt;br /&gt;ancorati a una luce d’altri tempi, sembrano portati da inutili venti,&lt;br /&gt;tu, con fresco pudore, e ingenuamente senza  pietà, scopri per te, per noi, la tua presenza.&lt;br /&gt;Col sorriso confuso di chi la timidezza  e l’acerbità sopporta con allegrezza,&lt;br /&gt;vieni tra gli amici adulti e fieramente  umile, ardentemente muto, siedi attento&lt;br /&gt;alle nostre ironie, alle nostre passioni.  Ad imitarci, e a esserci lontano, ti disponi,&lt;br /&gt;vergognandoti quasi del tuo cuore festoso...  Ti piace, questo mondo! Non forse perché è nuovo,&lt;br /&gt;ma perché esiste: per te, perché tu sia  nuovo testimone, dolce-contento al &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_0"&gt;quia&lt;/span&gt;...&lt;br /&gt;Rimani tra noi, discreto per pochi minuti  e, benché timido, parli, con i modi già acuti&lt;br /&gt;dell’ilare, paterna e precoce saggezza.  Esponi, orgoglioso, la tua debolezza&lt;br /&gt;di adolescente, leso appena al ridicolo  che ha la troppa umiltà in un mondo nemico...&lt;br /&gt;Al giusto momento, ci lasci, ritorni  alla segreta luce dei tuoi primi giorni:&lt;br /&gt;alla luce che certo tu non puoi dire  né, noi, ricordare, una luce d’aprile&lt;br /&gt;in cui la coscienza con le sue gemme sfiora  solo la vita, non la storia ancora.&lt;br /&gt;Tu vuoi SAPERE, da noi: anche se non chiedi  o chiedi tacendo, già appartato e in piedi,&lt;br /&gt;o tenti qualche domanda, gli occhi vergognosi,  ben sentendo in cuore &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_1"&gt;ch&lt;/span&gt;’è vano ciò che osi,&lt;br /&gt;se di noi vuoi sapere ciò che noi ai tuoi occhi  ormai siamo, vuoi che le perdute notti&lt;br /&gt;del nostro tempo siano come la tua fantasia  pretende, che eroica, com’è eroica essa, sia&lt;br /&gt;la parte di vita che noi abbiamo spesa  disperati ragazzi in una patria offesa.&lt;br /&gt;Vuoi sapere le mute paure e le immature azioni -  tra macerie, strade deserte e prigioni - &lt;br /&gt;delle nostre figure per te ormai remote.  Vuoi sapere, e il viso infantile ti si infuoca,&lt;br /&gt;tu, così puro, il male, così limpido l’odio,  &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_2"&gt;ch&lt;/span&gt;’è nei riaccesi ricordi su cui inchiodi&lt;br /&gt;l’occhio ferito, parteggiando intero  per chi lottava in nome del sentimento vero.&lt;br /&gt;Vuoi sapere che cosa abbiamo ricavato  da quell’avventura, in che cosa è mutato&lt;br /&gt;lo spirito di questa povera nazione  dove provi tra noi la tua prima passione;&lt;br /&gt;sperando che ogni atto che ti preesiste, Chiesa  e Stato, Ricchezza e Povertà, intesa&lt;br /&gt;trovino nel tuo dolce desiderio di vita...  Vuoi sapere l’origine della tua pudica&lt;br /&gt;voglia di sapere, s’essa ha già dato prova  di tanta vita in noi, e adesso cova&lt;br /&gt;già nuova vita in te, nei tuoi coetanei.  Vuoi sapere &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_3"&gt;cos&lt;/span&gt;’è l’oscura libertà,&lt;br /&gt;da noi scoperta e da te trovata, grazia &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_4"&gt;anch&lt;/span&gt;’essa, nella terra rinata.&lt;br /&gt;Vuoi SAPERE. Non hai domanda su un oggetto  su cui non c’è risposta: che trema solo in petto.&lt;br /&gt;La risposta, se c’è, è nella pura  aria del crepuscolo, accesa sulle mura&lt;br /&gt;del Vascello, lungo le palazzine assiepate nel cuore del sole che declina.&lt;br /&gt;Le sere disperate per il troppo tepore  che nei freddi autunni, dimenticato muore,&lt;br /&gt;o, dimenticato, in nuove primavere  torna improvviso -  le disperate sere&lt;br /&gt;in cui, tu, felice pei tuoi abiti freschi,  o il fresco appuntamento con giovani modesti&lt;br /&gt;come te, e felici, esci svelto di casa,  mentre nel rione suona la sera invasa&lt;br /&gt;dall’ultimo sole -  penso a quel serio, candido  ragazzo, il cui silenzio è nella tua domanda.&lt;br /&gt;Certo soltanto lui ti potrebbe rispondere,  se fu in lui, com’è in te, pura speranza il mondo.&lt;br /&gt;Era un mattino in cui sognava ignara  nei &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_5"&gt;rósi&lt;/span&gt; orizzonti una luce di mare:&lt;br /&gt;ogni filo d’erba come cresciuto a stento  era un filo di quello splendore opaco e immenso.&lt;br /&gt;Venivamo in silenzio per il nascosto argine  lungo la ferrovia, leggeri e ancora caldi&lt;br /&gt;del nostro ultimo sonno in comune nel nudo  granaio tra i campi &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_6"&gt;ch&lt;/span&gt;’era il nostro rifugio.&lt;br /&gt;In fondo &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_7"&gt;Casarsa&lt;/span&gt; biancheggiava esanime  nel terrore dell’ultimo proclama di Graziani;&lt;br /&gt;e, colpita dal sole contro l’ombra dei monti,  la stazione era vuota: oltre i radi tronchi&lt;br /&gt;dei gelsi e gli sterpi, solo sopra l’erba  del binario, attendeva il treno di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_8"&gt;Spilimbergo&lt;/span&gt;...&lt;br /&gt;L’ho visto allontanarsi con la sua valigetta,  dove dentro un libro di Montale era stretta&lt;br /&gt;tra pochi panni, la sua rivoltella,  nel bianco colore dell’aria e della terra.&lt;br /&gt;Le spalle un po’ strette dentro la giacchetta  &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_9"&gt;ch&lt;/span&gt;’era stata mia, la nuca giovinetta...&lt;br /&gt;Ritornai indietro per la strada ardente  sull’erba del marzo nel sole innocente;&lt;br /&gt;la roggia tra il fango verde d’ortiche  taceva a una pace di primavere antiche,&lt;br /&gt;e i rinati radicchi da cui &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_10"&gt;vaporava&lt;/span&gt;  un odore spento e acuto di rugiada,&lt;br /&gt;coprivano il dorso della vecchia scarpata  grande come la terra nell’aria riscaldata.&lt;br /&gt;Poi svoltava il sentiero in cuore alla campagna: liberi nell’umile ordine, folli nella cristiana&lt;br /&gt;pace del lavoro, nel parlante amore muti, tacevano gelseti, macchie d’alni e sambuchi,&lt;br /&gt;vigne e casolari azzurri di solfato, - nel vecchio mezzogiorno del vivido creato.&lt;br /&gt;Chiedendo di sapere tu ci vuoi indietro,  legati a quel dolore che ancora oscura il petto.&lt;br /&gt;Ci togli questa luce che a te splende intera,  &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_11"&gt;ch&lt;/span&gt;’è della nuova gioventù ogni nuova sera...&lt;br /&gt;Noi invecchiati ora nient’altro diamo  che doloroso amore alla tua lieta fame.&lt;br /&gt;Anche la tua stessa pietà, che cosa dice  se non che la vita solo in te è felice?&lt;br /&gt;Perché, per fortuna, quel nostro passato,  vero, ma come un sogno, è nel tuo cuore grato.&lt;br /&gt;In realtà non esiste, ne sei libero e cerchi  di esso solo quanto può adesso valerti...&lt;br /&gt;Nella tua nuova vita non è esistito mai  fascismo o antifascismo: nulla, di ciò che sai&lt;br /&gt;perché vuoi sapere: esiste solamente  in te come un crudele dolce fiore il presente.&lt;br /&gt;Che tutto sia davvero rinato -  e finito – sia tutto -  è scritto nel tuo sorriso amico.&lt;br /&gt;È vizio il ricordare, anche se è dovere;  a quei morti mattini, a quelle morte sere&lt;br /&gt;di dodici anni or sono, non sai se più rancore  o nostalgia, leghi il nostro cuore...&lt;br /&gt;L’ombra che ci invecchia fosse astratta coscienza,  voce che contraddice la vitale presenza!&lt;br /&gt;Fosse, com’è in te, la spietata gioia di sapere, non l’amarezza di sapere &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_12"&gt;ch&lt;/span&gt;’è in noi!&lt;br /&gt;Ciò che potevamo risponderti è perduto.  Può parlarti -  se, tu ragazzo, sai il muto&lt;br /&gt;suo nuovo linguaggio di ragazzo -  soltanto  chi è rimasto laggiù, nella luce del pianto...&lt;br /&gt;Era ormai quasi estate, e i più bei colori ardevano nel mite, friulano sole.&lt;br /&gt;Il grano già alto era una bandiera  stesa sulla terra, e il vento la muoveva&lt;br /&gt;fra le tenere luci, riapparse a ricolmare  di festa antica l’aria tra i monti e il mare.&lt;br /&gt;Tutti erano pieni di disperata gioia: sulla tiepida polvere delle vie ballatoi&lt;br /&gt;e balconi tremavano di fazzoletti rossi  e stracci tricolori; pei sentieri, pei fossi&lt;br /&gt;bande di ragazzi andavano felici da un paese all’altro, nel nuovo mondo usciti.&lt;br /&gt;Mio fratello non c’era, e io non potevo  urlare di dolore, era troppo breve&lt;br /&gt;la strada verso il granaio perso nei campi, dove  per un anno l’ingenua, eternamente giovane,&lt;br /&gt;povera nostra mamma aveva atteso, e ora  era lì che attendeva, sotto il tiepido sole...&lt;br /&gt;Ma ha ragione la vita che è in te: la morte,  &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_13"&gt;ch&lt;/span&gt;’è nel tuo coetaneo e in noi, ha torto.&lt;br /&gt;Noi dovremmo chiedere, come fai tu, dovremmo  voler sapere col tuo cuore che si ingemma.&lt;br /&gt;Ma l’ombra che è ormai dentro di noi guadagna  sempre più tempo, allenta ogni legame&lt;br /&gt;con la vita che, ancora, un’amara forza  a vivere e capire invano ci conforta...&lt;br /&gt;Ah, ciò che tu vuoi sapere, giovinetto,  finirà non chiesto, si perderà non detto. &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_14"&gt;pier&lt;/span&gt; paolo &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_15"&gt;pasolini&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-2045583257161375911?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/2045583257161375911/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=2045583257161375911' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/2045583257161375911'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/2045583257161375911'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/05/un-ragazzo.html' title='A un ragazzo.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-4591759587932869467</id><published>2008-05-17T03:02:00.000-07:00</published><updated>2008-05-17T03:04:22.492-07:00</updated><title type='text'>Il fascismo, ora.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_0"&gt;Pier&lt;/span&gt; Paolo Pasolini&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;"L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo. Essere laici, liberali, non significa nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli. Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società. [...] Non esiste solo il potere che si esercita nelle decisioni, ma anche un potere meno visibile che consiste nel fatto che certe decisioni non sono neanche proposte, perché difficili da gestire o perché metterebbero in questione interessi molto stabili.&lt;br /&gt;La grande differenza tra i valori proclamati e i valori reali della società, l’omologazione, fanno pensare veramente a una società totalitaria. Quello che importerà nel futuro sarà il comportamento della più grande forza mai conosciuta: la massa omologata dei consumatori, la stragrande maggioranza degli esseri umani, non più l’ingegno delle &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_1"&gt;élites&lt;/span&gt; culturali o l’attività dei politici. &lt;br /&gt;L'identikit di questo volto ancora bianco del nuovo Potere attribuisce vagamente ad esso dei tratti "moderati", dovuti alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente; ma anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi: la tolleranza è infatti falsa, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore; e quanto all'edonismo, esso nasconde evidentemente una decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto. Dunque questo nuovo Potere non ancora rappresentato da nessuno e dovuto a una «mutazione» della classe dominante, è in realtà - se proprio vogliamo conservare la vecchia terminologia - una forma "totale" di fascismo. Ma questo Potere ha anche "omologato" culturalmente l’Italia: si tratta dunque di un’omologazione repressiva, pur se ottenuta attraverso l'imposizione dell'edonismo e della &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_2"&gt;joie&lt;/span&gt; de &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_3"&gt;vivre&lt;/span&gt;. &lt;br /&gt;Una visione apocalittica, certamente, la mia. Ma se accanto ad essa e all’angoscia che la produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui, tra voi, a parlare". &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-4591759587932869467?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/4591759587932869467/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=4591759587932869467' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/4591759587932869467'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/4591759587932869467'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/05/il-fascismo-ora.html' title='Il fascismo, ora.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-603741560116228154</id><published>2008-04-25T10:38:00.000-07:00</published><updated>2008-04-25T10:47:25.227-07:00</updated><title type='text'>Il tabù della guerra civile.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;Di che cosa parliamo se parliamo di guerra civile.&lt;a name="tabù"&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;di ADRIANO SOFRI&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;CI SONO dispute che lacerano comunità intere attorno a una parola, a un nome. O piuttosto, comunità lacerate si trincerano ai bordi di una parola, di una frase. E' successo così per l' Italia del 1943-45 (e già per il Risorgimento), attorno all'espressione "Guerra civile".La storiografia dei reduci e dei sostenitori della Repubblica di Salò fece di quelle due parole la propria trincea. Si intitolava così una monumentale opera di Giorgio Pisanò. All'opposto, la storiografia fedele alla Resistenza le ha ripudiate fino a trasformarle in un tabù.Eppure nel corso stesso del '43-'45 partigiani e antifascisti di ogni ispirazione (soprattutto gli azionisti) avevano usato tranquillamente quella formula, e avevano continuato a farlo dopo. Lo fece anche Giorgio Bocca, nella Repubblica di Mussolini. Indro Montanelli ha appena ricordato di avere intitolato un suo libro Storia della guerra civile. E il primo titolo dei Ventitré giorni della città di Alba di Beppe Fenoglio era stato Racconti della guerra civile. Fuori da un contesto in cui passava pressoché per ovvia, tramutata invece in uno slogan e in una bandiera, la «guerra civile» diventava impronunciabile dall’antifascismo, senza suonare come una concessione alla pretesa di un’assimilazione fra repubblichini e partigiani, quando non di una superiore moralità e patriottismo dei primi. (Un bando simile aveva colpito, per effetto della trasposizione politica, una delle parole più belle del mondo: nostalgia). Quando uno storico di riconosciuto scrupolo e preparazione, con un passato personale di militante partigiano, Claudio Pavone, decise di finirla con quel tabù verbale, era già il 1991. Pavone spiegava in un bel libro che l’Italia aveva conosciuto allora un intreccio fra guerre diverse, una patriottica per la liberazione dal nazifascismo, una di classe per la giustizia sociale, e una civile fra italiani contrapposti. Tre guerre in una: ma singolarmente il libro si intitolava Una guerra civile (col sottotitolo «Saggio storico sulla moralità della Resistenza»).Finora non mi ero capacitato abbastanza di quel titolo unilaterale, che lasciò sconcertati molti: troppa grazia, si dissero. Ora penso che Pavone avesse deciso che, senza sfondarla, quella porta non si sarebbe aperta. Che bisognava dare nell’occhio. Da allora, e ancora in questi giorni, la "guerra civile" non è più una bandiera di parte: quel libro l’ha ammainata, fin troppo forse, perché sospetto che qualcuno non vada oltre la lettura e la citazione del titolo di Pavone, il cui testo è invece tanto ricco e aperto quanto rigoroso.Ma ecco, rivenendo a questi giorni, succede che la formula di "guerra civile", appena masticata e mezzo digerita per il ‘43’45, ricompare a designare gli anni delle stragi e del terrorismo nelle parole del presidente della cosiddetta Commissione stragi, Pellegrino (una «guerra civile a bassa intensità») o l’intero dopoguerra italiano in quelle di Galli della Loggia (una «guerra civile strisciante», o una «guerra civile» senz’altro) e, in altri autorevoli studiosi, dilatata fino a descrivere l’intera storia del Novecento come una «guerra civile europea» o addirittura «mondiale». (Di una «guerra civile fredda» aveva parlato nel dopoguerra Carl Schmitt).Non bisogna dunque chiedersi perché l’accettazione o il ripudio di questa espressione possano diventare così decisivi? Chiedersi daccapo, a costo di una certa noia, che cosa significhi? All’inizio, traduce il classico bellum civile: fra Mario e Silla, ottimati e popolari, Pompeo e Cesare, fra una parte e l’altra della cittadinanza, fra milizie appartenenti a uno stesso territorio o allo stesso stato. La sua estensione è arrivata poi fino a farne un sinonimo del bellum omnium contra omnes, la guerra di tutti contro tutti. (Si può consultare la raccolta di saggi a cura di Gabriele Ranzato, Guerre fratricide, Bollati Boringhieri 1994; e le Prospettive sulla guerra civile di H.M.Enzensberger, Einaudi 1994). Ma la dilatazione, mi pare, svuota il concetto, lo fa coincidere con l’universale violenza. Bisogna che ci sia la guerra, che ci sia un territorio comune, che ci siano due belligeranti di forza almeno comparabile. Non si dovrebbe esagerare con le metafore. Anche la "Guerra fredda", se non si ceda a un ottimismo idealista, è più vicina alla pace che alla guerra. Lo è stata, almeno, a posteriori: dato che purtroppo la pace del nostro mondo non è l’assenza di guerre, ma della guerra.Guerra civile non è il semplice conflitto intestino o fra civili: il termine di confronto e di distinzione è la guerra per definizione, cioè la guerra fra gli Stati. C’è ormai una forte tendenza a cambiare anche il nome di Rivoluzione (compresa quella francese) in quello di guerra civile. E si osserva che «la rivoluzione presuppone la guerra civile»: più frequente mi sembra che la guerra civile abbia presupposto la guerra fra gli Stati. Alla guerra civile si accompagna l’idea di un orrore speciale, di una ferocia fratricida: almeno fino a che, in un filone del classismo rivoluzionario, emerse un’esaltazione del concetto di guerra civile. Ripudiando in nome dell’internazionalismo la guerra fra gli Stati, le si contrapponeva la guerra civile, che non era un altro nome della lotta di classe, ma lo sviluppo culminante e auspicato della lotta di classe in un conflitto generale armato. Anche il nazionalismo accoglieva la guerra nazionale contro la guerra degli Stati, imperiali, sovranazionali o vessatori delle minoranze nazionali: ma vedeva nella guerra civile l’evento più doloroso, il sinonimo del fratricidio, della guerra fra fratelli, figli della stessa madre — la nazione. Il comunismo bolscevico vide invece nella guerra civile un passaggio essenziale per la vittoria di una classe, internazionalmente fraterna, contro lo sciovinismo degli Stati e l’internazionalismo del Capitale.Questa differenza è in realtà attraversata da una gamma di variazioni, perché il nazionalismo democratico si oppone a un nazionalismo dinastico, o il nazionalismo federalista a uno centralista; e inoltre le aspirazioni più radicalmente democratiche sconfinano nella rivendicazione sociale, ecc. Ma, nonostante ciò, il contrasto fra le due idee di guerra civile, al punto che per una essa è la più penosa degenerazione della vita pubblica, per un’altra una tappa culminante dell’aspirazione rivoluzionaria, resta essenziale. Tanto più interessante è questa dicotomia in una storia italiana contrassegnata dal municipalismo e dalle contese intestine e fratricide: un comune contro il comune vicino, guelfi e ghibellini, neri e bianchi, appaiono come l’antica e protratta condanna della storia italiana. Così la guerra civile nell’Italia del ‘43’45 veniva vista come una ricaduta in quella storia fratricida: ciò che la sottraeva — agli occhi dei repubblichini — all’onta dell’asservimento alla potenza straniera tedesca, e al contrario la connotava come un’estrema fedeltà patriottica.All’opposto, il lungo rifiuto di riconoscerla come una guerra civile esprimeva l’intenzione (insieme un’aspirazione e un pregiudizio) di raffigurare un’Italia risorta contro la Germania, e di far coincidere con questa riscossa nazionale il riscatto politico morale dell’antifascismo contro il nazifascismo. Non un onore della fedeltà all’alleanza, ma il disonore dell’asservimento alla potenza tedesca e nazista gli antifascisti denunciavano nella Repubblica di Salò: e nella sua natura di fantoccio la finale dimostrazione di un’estraneità del popolo italiano al regime fascista. La reciproca parzialità di queste tesi — fissate, come in una gara di ruba bandiera, alla formula di guerra civile — non si supera, e per certi versi si complica, una volta che la storiografia antifascista abbia serenamente ammesso la proprietà (relativa, certo) della espressione di guerra civile. Perché, intenzioni e comportamenti personali a parte, l’aver militato dall’uno o dall’altro lato di quella guerra civile resta un discrimine. L’appello alla guerra civile, all’evocazione dell’antico e ricorrente fratricidio, alla tragedia ogni volta ripetuta della violenza intestina, non può sottrarre lo scontro al contesto storico e al suo contenuto particolare: all’esistenza di una parte giusta e di una ingiusta. C'è una storiografia (e soprattutto una memorialistica) saloina che rivendica la giustizia alla propria parte, all'opposto della storiografia e delle memorie della Resistenza antifascista. Fra queste posizioni non c'è conciliazione possibile: la Costituzione ne accolse una, in nome del popolo italiano, nel modo legittimo in cui un popolo può pronunciarsi. Le cose sono più complicate quando il giudizio, com'è necessario che avvenga una volta spente le passioni più acerbe e l'urgenza della lotta, distingue fra le parti e l'esperienza viva delle persone. La conciliazione, cioè il riconoscimento dei vincitori ai vinti, investe la loro sincerità e il loro valore, quando ci sono state sincerità e valore. Qui la memorialistica e la storia sembrano riconoscersi mutuamente una relativa sovranità. In realtà è difficile che la frontiera sia netta e pacificamente riconosciuta: succede che sia fitta di sconfinamenti e di contrabbandi. Quando Roberto Vivarelli racconta la propria esperienza vissuta - l'idealismo fascista di suo padre e la sua morte in guerra, l'educazione infantile deamicisiana al culto dell'onore patriottico e del sacrificio di sé, l'arruolamento dell'adolescente in nome del coraggio e della coerenza - contribuisce alla comprensione reciproca. Quando, spinto da una fedeltà di uomo vecchio a se stesso ragazzo, fa trapassare la propria credenza di allora in un'affermazione oggettiva - il "tradimento" dell'alleanza sottoscritta con la Germania, il rinnegamento vile o opportunista della patria - e la constatazione di una affinità fra giovani generosi e militanti sulle sponde opposte, in una loro comune opposizione e superiorità morale sulla universale diserzione passività e pusillanimità: in questi casi la soglia fra memoria vissuta e giudizio storico viene abusivamente varcata. Memorie analoghe ce n'erano. Il caso è singolare perché si tratta di Vivarelli contro Vivarelli, per così dire. Per più di mezzo secolo - l'intera sua vita adulta - Vivarelli ha fatto professione militante (nel doppio senso, morale e del mestiere) del giudizio storico sulla Resistenza e l'antifascismo che ora, raccontando finalmente la propria adolescenza combattente, tende confusamente a incrinare. Se così è, la testimonianza di Vivarelli è quella di una sua personale conciliazione mancata (impossibile?), interessante, oltre che perché ogni vicenda umana lo è, perché forse rimanda alla collettiva conciliazione mancata o, peggio, parodiata per convenienza. Il resto è esercizio facoltativo: se Vivarelli abbia ceduto a una vanità senile - ci sono lunghe carriere di studiosi depositate nella penombra di volumi e volumi, che un opuscolo e una pagina di giornale investono per un momento con un lampeggiare di abbaglianti: perché invidiarglielo? - o se abbia atteso un clima culturale in cui esser stato fervente repubblichino sia diventato titolo da stampare nel biglietto da visita - malignità a parte, Vivarelli stesso lo ammette, pur sostenendo che una lettera al Ponte del '55 valesse già a regolare il conto, quando attribuisce al libro di Pavone di aver tratto da un'inconfessabilità non burocratica il suo antico passato - e se non sia imbarazzante l'oltranzismo col quale fino a ieri Vivarelli si è fatto sorvegliante dell'ortodossia antifascista nei suoi scritti e nelle cariche ricoperte negli Istituti di storia della Resistenza. (Non parlo solo delle polemiche con De Felice, ma di quelle accesamente e a volte rudemente rivolte contro le revisioni compiute da una storiografia proveniente da sinistra, come certi studi sulle stragi militari tedesche in Italia, o sui contrastanti sentimenti popolari nei confronti delle azioni partigiane, di cui proprio Mieli segnalò l'originalità). Tutto ciò appartiene a un di più della polemica pubblica, che va oltre il suo merito vero e magari anche le intenzioni dei protagonisti, com'era appena successo a d'Orsi. Con altra penna, che non sia della storia o della politica, si potrebbe forse interrogarsi sulla duplicità (non necessariamente doppiezza) di alcune vite: perfino quella del professor Marsiglia mi interessa più che non il lieto fine dello smascheramento. Ma qui la penna è prosaica. Qui, mi pare, la discussione con Vivarelli può lasciare il posto alla discussione con Paolo Mieli, vero autore del "caso". Prima vorrei però completare le osservazioni su quella espressione diventata così fatidica, e forse troppo, della guerra civile. In Lenin idee che esistevano da tempo, soprattutto quelle tratte dal gran repertorio della Rivoluzione francese e della Comune, furono rilegate in un'ingegneria sociale maniacale, da far servire all'insurrezione e alla presa del potere. Stalin sarà il volgarizzatore ulteriore di quella sistemazione, tradotta in manuali e in regolamenti di polizia, da far servire all'onnipotenza dell'Organizzazione. Per Lenin la guerra civile diventava un traguardo da agitare e, una volta realizzata la condizione, da perseguire inflessibilmente. La condizione della guerra civile, tramutata così per la prima volta in un fine, è l'esistenza della guerra: la guerra per definizione, la guerra fra gli Stati e fra gli Imperi. Trasformare la guerra imperialista in guerra civile: è qui l'intera lezione della competenza rivoluzionaria bolscevica. (E della sua "superiorità" sui Giacobini: che passano per campioni proverbiali di radicalità, e in realtà ebbero il cuore spaventato dalla propria vittoria finale. Lenin invece volle vincere). La vulgata comunista assegnava a Lenin il merito lungimirante di aver colto "scientificamente" la natura imperialista del conflitto fra le potenze esploso nel 1914, e di essersi sottratto alla bancarotta "socialpatriottica" della Seconda Internazionale, tenendo ferma la bandiera dell'Internazionalismo proletario. Ma in questo Lenin non era stato solo, né era qui il punto. In Italia un giudizio analogo - e perfino più intransigentemente ortodosso, secondo il carattere sorprendente di quel settario napoletano - venne da Amadeo Bordiga, cioè dal vero leader della sinistra marxista e dal vero fondatore del P.C.d'I. (poi efficacemente cancellato, e calunniato, dalla memoria comunista). Natura imperialistica della guerra, necessità del proletariato di non compromettersi in alcun modo con essa: di questo Bordiga era convinto e anticipò addirittura Lenin nel giudizio, mentre i più, e lo stesso giovane Gramsci, sentivano l'attrazione dell'interventismo democratico. Ma Bordiga pensava alla guerra mondiale come a una gigantesca tragedia per la lotta del proletariato, travolto nella carneficina dalla superstizione delle patrie: e che a quella bufera i comunisti veri dovessero resistere tenendo saldi i loro ideali e custodendone la bandiera in attesa del giorno in cui, passata la tempesta, si potesse riprendere il filo spezzato della lotta di classe e della sua organizzazione rivoluzionaria. Al contrario, Lenin. Dove Bordiga vedeva una tragedia e la necessità di testimoniare la verità in attesa di nuovi tempi, Lenin vedeva un'opportunità decisiva. La guerra c'era, ai rivoluzionari di trasformarla in guerra civile. Brest-Litovsk fu questo, e l'Ottobre del 1917 rispetto al Febbraio; e, fatalmente, la vera trasformazione dell'idea della Rivoluzione in quella della Guerra Civile, di una mobilitazione permanente della classe (cioè del Partito e dei suoi apparati polizieschi e militari) secondo i modi delle azioni di guerra, dell'economia di guerra, dei tribunali di guerra, della dittatura di guerra. La consacrazione feticista della guerra civile divenne il vero carattere del bolscevismo (e, poi, di altre colossali esperienze di comunismo asiatico): e, com'è noto, il suo oltranzismo classista - contro i kulaki, cioè i contadini ricchi e poveri, e i borghesi di ogni rango, e gli intellettuali ecc. - non gli impedì di includere un oltranzismo sciovinista, grande-russo, antisemita ecc. Mi scuso della pedanteria. Mi importava sottolineare il rovesciamento, inedito perlomeno con quella determinazione e su quella scala, della nozione di guerra civile in una idea positiva, un valore. E chiedermi se nell'irriducibile divergenza del nostro dopoguerra sull'uso di quella nozione per il '43-'45 avesse un peso anche la nuova tradizione che rendeva positiva la guerra civile. Per esempio, sull'aspirazione comunista rivoluzionaria a "completare" la Resistenza trasformando la guerra di Liberazione nazionale in guerra civile per l'avvento di una repubblica sovietista. Per l'ala radicale della Resistenza la guerra civile sarebbe stata piuttosto quella di classe, bandita dalla direzione togliattiana e trascinata poi variamente fino alla primavera del '48. Non tengo alla proprietà delle denominazioni quanto alla loro influenza sostanziale. Quella duplice e divergente nobilitazione della guerra civile, fascista-saloina e comunista-rivoluzionaria, si è protratta assai oltre. (Nello stesso nostro estremismo di sinistra degli anni '70 lo slogan sulla "guerra civile" tornò, con tanta altra rigatteria, ed ebbe una sua influenza sul tragico inganno della "lotta armata"). Di recente ne ho diffidato quando, quasi per inerzia, la guerra civile è stata evocata a spiegare (cioè: a non spiegare) la sanguinosa dissoluzione della Jugoslavia. Lì sono successe molte cose orribili, insieme o successivamente: anche una guerra fra Stati e nazioni, e soprattutto una guerra ai civili. Per un lunghissimo tempo in Bosnia si è svolta una guerra dello Stato e dell'esercito serbista contro i civili bosniaci. Descrivere l'assedio di Sarajevo con la categoria di guerra civile rischiava l'oltraggio alle vittime e al pudore. Oltretutto, affiancati al nome di guerra civile gli orrori prendono un senso atavico e pressoché metafisico. Succede che i crimini di guerra si pretendano inafferrabili, perché la guerra è per definizione madre di crimini e crimine essa stessa, e che gli orrori riempiano per definizione la guerra civile e ne siano quasi giustificati. Propongo di accorgersi che nel nostro mondo non esistono più - o esistono sempre meno, e più torbidamente - sia le guerre, che le guerre civili: esiste sempre più la guerra ai civili. Verrei ora alla discussione con Mieli: che ha bisogno però dello spazio di una prossima puntata.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-603741560116228154?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/603741560116228154/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=603741560116228154' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/603741560116228154'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/603741560116228154'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/04/il-tab-della-guerra-civile.html' title='Il tabù della guerra civile.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-6885866022266219578</id><published>2008-04-13T10:10:00.000-07:00</published><updated>2008-04-20T10:57:31.207-07:00</updated><title type='text'>Pasolini e la società</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;Delusione e "disperata vitalità" (1963-1975)&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;Ho dovuto decidere su quale anno fosse da porre come inizio della disperazione pasoliniana. La scelta è caduta sul 1963, a motivo di queste drammatiche espressioni:&lt;br /&gt;"Facciano scoppiare le atomiche o giungano alla completa industrializzazione del mondo, il risultato sarà lo stesso: una guerra in cui l'uomo sarà sconfitto e forse perduto per &lt;a name="sempre"&gt;sempre&lt;/a&gt;."&lt;br /&gt;"Si produrrà e si consumerà, ecco. E il mondo sarà esattamente come oggi la Televisione - questa degenerazione dei sensi umani - ce lo descrive, con stupenda, atroce ispirazione &lt;a name="profetica"&gt;profetica&lt;/a&gt;."&lt;br /&gt;Quanto sia oggettiva questa previsione senza luce di speranza e quanto invece derivi dalle ragioni poetiche particolari di lui, non posso, almeno per ora, nemmeno chiarirlo a me stesso. Quel "forse" di cui alla citazione n. 1, lascia intendere che una pur difficile via di salvezza è ancora possibile, purché si abbia il coraggio di mettersi in crisi e accettare umilmente il dolore (composto a volte di solitudine ed emarginazione) in vista della propria crescita umana e culturale.&lt;br /&gt;Il 1964 è un anno speciale per il nostro, che a motivo del suo film sul Vangelo di Matteo, auspica, attraverso dibattiti in giro per l'Italia e il dialogo con i lettori della rivista «Vie Nuove», la necessità di un incontro democratico tra cattolici non clericali e marxisti non dogmatici. Figura di riferimento è naturalmente Papa Giovanni, che grazie alla sua cultura ha saputo avere uno sguardo non autoritario sul mondo e sugli uomini, che non vanno perciò distinti in assolutamente buoni o assolutamente cattivi.&lt;br /&gt;Il marxismo, peraltro, può superare la necessità filosofica dell'ateismo, necessità che nasceva dal positivismo, ma che ora non ha più motivo d'essere perché la scienza ha superato lo stesso positivismo. Il marxismo non deve essere cristallizzato in un sistema fisso e dogmatico. Se così fosse, sarebbe la copia atea del dogmatismo clericale.&lt;br /&gt;Tuttavia Pasolini è pessimista riguardo al futuro, perché ritiene che i dirigenti comunisti non si sono accorti in tempo della svolta neocapitalistica della borghesia, che tende a &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_0"&gt;borghesizzare&lt;/span&gt; e disumanizzare il mondo, rendendo gli uomini degli automi. Gramsciana mente parlando, i neocapitalisti non sono classe dominante, ma qualcosa di peggio, cioè classe egemone, perché si pongono come centro culturale con la nuova lingua tecnocratica che uccide l'espressività in nome di una spietata strumentalità. Ce ne accorgiamo benissimo: tutto è merce, gli stessi individui sono merce da sfruttare. Questa disperazione però lascia spazio alla speranza che prima o poi, fosse anche nel corso di secoli, gli uomini ritrovino la loro libertà autentica che è nell'espressività, cioè nei sentimenti veri, non indotti dalla cultura di massa.&lt;br /&gt;Per questo vede - alla metà degli anni '60 - l'alleanza tra cattolici progressisti e marxisti non dogmatici, come uno dei mezzi possibili per lottare contro il materialismo (in senso volgare) ateo, cinico e disumanizzante alla base del neocapitalismo, sintesi di tutto ciò che è condannato dal Vangelo.&lt;br /&gt;Insistendo sul tema della crisi del marxismo, suscita le ire di suoi avversari intellettuali o semplici lettori, che lo accusano di essere un letterato decadente che non conosce nemmeno i primi elementi del marxismo. I toni usati da quegli avversari sono aspri e denigratori, l'ennesimo capitolo di una persecuzione, che è poi quella che lo ferisce di più giacché proviene da persone di sinistra.&lt;br /&gt;A una ragazza che gli scrive su «Vie Nuove» di voler studiare all'università ma non avere i soldi per farlo, risponde:&lt;br /&gt;"Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell'esperienza speciale che è la &lt;a name="cultura"&gt;cultura&lt;/a&gt;."&lt;br /&gt;Nel '66 prepara con Moravia una nuova serie della rivista «Nuovi Argomenti», finalizzata a chiarire la crisi del marxismo e prospettare le possibili soluzioni ad essa, cercando pure di rifondare la cultura marxista.&lt;br /&gt;In una intervista di Oriana Fallaci, durante una visita a New York, dice che ha ancora delle speranze, ma che queste gli vengono ora non dall'Europa, bensì dagli Stati Uniti, dove si è accorto che gli uomini sono idealisti pur nel loro pragmatismo; inoltre la Nuova Sinistra americana, gli studenti politicamente impegnati per l'emancipazione dei neri, promettono bene: a suo parere, essi non sono né comunisti né anticomunisti, ma mistici della democrazia, vogliono portarla cioè sino alle estreme conseguenze.&lt;br /&gt;Cominciando ad occuparsi del fenomeno "televisione", comprende che vengono accettati nel circuito televisivo solo gli imbecilli e gli ipocriti. La regola è dire fesserie o saper mentire. Se a dibattiti in TV sono invitati degli intellettuali, anche buoni come Moravia o Attilio &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_1"&gt;Bertolucci&lt;/span&gt;, questi devono tacere, non dire ciò che realmente pensano, perché altrimenti verrebbero danneggiati nei loro interessi di letterati.&lt;br /&gt;Nel '67, riguardo la Guerra dei Sei Giorni tra Israele e alcuni Stati arabi, il nostro è dalla parte di Israele, il cui Stato è minacciato dal fanatismo musulmano.&lt;br /&gt;Il neocapitalismo minaccia il mondo della cultura. Pasolini, nel '68, ritira per protesta il suo romanzo Teorema dal Premio Strega, ormai dominato dalle clientele editoriali. Si batte insieme ad altri registi per l'autogestione della Mostra del Cinema di Venezia, ma il Governo interviene con la polizia. Ovviamente il potere, che è cinico ed egoista, ha paura di ogni tentativo di democrazia reale e diretta.&lt;br /&gt;Contro gli studenti che a Roma si scontrano con la polizia, il primo marzo 1968, presso la Facoltà di Architettura dell'Università di Roma, scrive la famosa poesia Il PCI ai giovani!! che tante polemiche suscita in seno agli intellettuali di sinistra e al Movimento Studentesco: egli sostiene che gli studenti sono dei figli di papà, la loro è una finta rivoluzione, in realtà è la borghesia stessa che per auto perpetuarsi si punisce attraverso loro, che ormai appartengono al mondo del benessere consumistico: disprezzano la vera cultura, sono dei moralisti che aspirano al potere. Simpatizza invece per i poliziotti, essi sì figli di poveri, anche se resi "sicari" del mondo del potere. Insomma, una provocazione, con cui l'Autore dà ai giovani studenti contestatori un metaforico pugno nello stomaco, affinché nasca in loro una coscienza critica. Li invita infine ad occupare le fabbriche e le sedi del PCI.&lt;br /&gt;Solo Moravia ammette di pensarla come lui ma di non averlo detto perché uno scrittore deve prendersi i suoi tempi e non scrivere a caldo, come invece è tenuto a fare un poeta.&lt;br /&gt;Pasolini parla anche di quello che gli appare come "fascismo di sinistra", composto di taluni militanti e intellettuali marxisti (moralisti e borghesi) che creano un alone di terrore e ricatto intorno a chi non la pensa come loro, soprattutto nei confronti di intellettuali liberi da dogmi sia pur laici.&lt;br /&gt;Gli spiriti liberi sono sempre perseguitati, perché non hanno accettato alcun potere: vedi il caso &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_2"&gt;Braibanti&lt;/span&gt;, l'intellettuale omosessuale condannato per plagio, oppure, in campo cattolico, Padre Arpa, accusato di truffa, colui il quale ha difeso la Dolce Vita di Fellini contro le gerarchie ecclesiastiche.&lt;br /&gt;La droga diventa fenomeno di massa e Pasolini osserva che chi si droga lo fa per mancanza di cultura, per riempire un vuoto esistenziale, per un generale senso di "paura del futuro". Comunque è contrario ad ogni forma di repressione: la tossicomania è da tollerare come la pornografia, anche se entrambe sono fenomeni negativi.&lt;br /&gt;Nel 1969 il dodicenne &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_3"&gt;viareggino&lt;/span&gt; Ermanno &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_4"&gt;Lavorini&lt;/span&gt; viene rapito a scopo di estorsione da un gruppo di ragazzi monarchici, che lo uccidono; arrestati, depistano le indagini parlando di un giro di prostituzione maschile e segnalano, tra gli altri, Adolfo &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_5"&gt;Meciani&lt;/span&gt;, che si suiciderà in carcere. Viene quindi scoperta l'infondatezza delle loro accuse e Pasolini se la prende con gli investigatori e i giornalisti, che per accontentare il gusto di linciaggio dell'italiano medio, hanno enfatizzato la figura di "mostro" del diverso di turno, capro espiatorio di una società repressa e repressiva, essa sì "mostruosa".&lt;br /&gt;Quando viene scoperta la verità, è messo a tacere tutto sui giri di prostituzione &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_6"&gt;viareggini&lt;/span&gt;, perché sono implicati, come in ogni altra città d'Italia, personaggi eminenti di ogni classe sociale, partito, fede.&lt;br /&gt;In Sicilia, a &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_7"&gt;Zafferana&lt;/span&gt;, Pasolini fa parte della giuria che assegna il Premio Brancati al libro di Michele Pantaleone Antimafia: un'occasione mancata, coraggiosa denuncia contro il potere mafioso. Il premio viene contestato dai giornali fascisti e ignorato da quelli di sinistra.&lt;br /&gt;Prevede ormai l'imborghesimento di tutto il mondo, per cui il problema sarà sempre più quello di essere borghesi "buoni" e non borghesi "cattivi". I primi ovviamente sono &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_8"&gt;socialisteggianti&lt;/span&gt;, amanti della cultura, contrari ad ogni forma di livellamento e di massificazione e di acculturazione. Anche il Terzo Mondo è destinato a diventare piccolo-borghese e industriale. Ciò che però resta indiscussa è l'impossibilità di una previsione certa sul futuro: quindi lui stesso ammette che ogni suo giudizio vale per il momento in cui lo dà.&lt;br /&gt;All'estero, a Praga, il giovane &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_9"&gt;Jan&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_10"&gt;Palach&lt;/span&gt; si suicida dandosi fuoco come protesta contro l'oppressione sovietica in Cecoslovacchia. Pasolini dice che sul piano politico è stato un suicidio inutile e inopportuno in quanto strumentalizzato dalle forze reazionarie anti-comuniste; ma sul piano ideale, &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_11"&gt;Jan&lt;/span&gt; ha fatto bene in quanto si è espresso col suo corpo come un eroe antico. E' ovvio che Pasolini è contrario alla politica violenta sovietica e critica inoltre la classe dirigente dell'URSS che ha deformato il mito comunista.&lt;br /&gt;Assistendo per pochi minuti (di più non resiste) alle trasmissioni televisive come il Festival di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_12"&gt;Sanremo&lt;/span&gt; o &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_13"&gt;Canzonissima&lt;/span&gt;, si accorge dell'&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_14"&gt;involgarimento&lt;/span&gt; della società del benessere, la cui massa vive su un piano sottoculturale.&lt;br /&gt;Invita l'organizzazione per la difesa del patrimonio artistico e paesaggistico nazionale «Italia Nostra», a far propri certi metodi di contestazione studentesca, per convincere gli uomini politici ad occuparsi una buona volta dei monumenti italiani, che invece sembrano destinati alla deturpazione. Chi non sente l'urgenza del "problema della bellezza" ed è utilitarista, è come se non amasse realmente la vita, la sua continuità.&lt;br /&gt;Scomparsa la speranza in una rivoluzione comunista, a lui non resta che sorridere (con un male accettato umorismo) di cose che in passato lo avrebbero fatto arrabbiare e lottare (come l'&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_15"&gt;involgarimento&lt;/span&gt; delle masse); si rifugia quindi nell'utopia, che gli permette di sopravvivere. I suoi messaggi morali o politici non hanno un contenuto fisso, ma sono "a canone sospeso", cioè riempibili, da parte dei destinatari, di significati diversi nel tempo e nello spazio. Essere rivoluzionari a parole o senza tener conto delle condizioni obiettive della società, significherebbe fare il gioco della controrivoluzione.&lt;br /&gt;A chi lo accusa di misoginia, risponde che il suo difetto è semmai quello di rappresentare la donna solo nel suo lato angelico e di vedere in lei una esclusa come è anche lui stesso. Del resto, non è in grado di disprezzare nessuno completamente, etichettarlo con un giudizio definitivo, perché vede in ogni persona (e cosa e animale) un profondo sacro mistero. Per questo si scandalizza sempre più per l'assenza di senso del sacro nei suoi contemporanei.&lt;br /&gt;Nel 1970 non è ancora evidente la trasformazione corporale degli operai e dei contadini, che ai suoi occhi appaiono ancora innocenti nel fisico, anche se parlano come gli studenti contestatari borghesi, cioè dicono frasi moralistiche, ricattatorie e terroristiche. La povertà costringe chi ne è vittima ad essere buono, anche se si tratta di un "picciotto" della mafia, che in quanto povero non ha alternative; del resto, gli stessi vertici della società che lo esclude a una vita onesta, sono collusi con i capi-mafia.&lt;br /&gt;Società neocapitalistica e società comunista sono interscambiabili, ormai, in quanto distruggono con prepotente tecnicismo i valori e i monumenti tradizionali del mondo. Il passato, anche se crudele, rendeva più felici, con i suoi valori di semplicità e povertà.&lt;br /&gt;Considera i carcerati non fascisti i veri contestatari della società del benessere: essi sì poveri e appartenenti alla classe dominata, mentre i giudici fanno parte della classe dominante. Non c'è ancora il Pasolini (quasi) totalmente pessimista del '75, che vede il male sia negli sfruttati che negli sfruttatori, il male come desiderio di possedere e distruggere.&lt;br /&gt;Teme nel mondo una reazione di destra, favorita anche da certi estremismi di sinistra, che sono una forma di sottocultura borghese.&lt;br /&gt;Disprezza il revival spiritualista, attraverso il quale giovani e meno giovani contestano apparentemente la società del benessere, mentre in realtà, con la loro sottocultura, fanno il gioco della reazione di destra.&lt;br /&gt;Ai suoi occhi il connubio tra neoavanguardia e contestazione giovanile appare un "&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_16"&gt;monstrum&lt;/span&gt;" fatto di moralismo, ricatto e terrorismo.&lt;br /&gt;Nel luglio '70 alcuni rivoltosi democristiani e missini di Reggio Calabria provocano disordini perché come capoluogo della regione è stata scelta la città di Catanzaro: Pasolini, col solito acume, smaschera l'irrealtà di questo problema, che non ha alcuna attinenza con i reali bisogni della popolazione.&lt;br /&gt;In Italia il popolo aspira a diventare piccolo-borghese, consumando i beni imposti dalla società del benessere e, quel che è peggio, abiurando ai propri valori tradizionali dialettali. Solo i napoletani resistono, ma la loro resistenza è votata al fallimento, perché è fatale che il mondo diventi totalmente industrializzato e involga rito per mezzo della cultura di massa. Moriranno i napoletani autentici e fedeli a se stessi e saranno sostituiti da altro tipo di cittadini, obbedienti al Potere neocapitalistico.&lt;br /&gt;Nel '71 collabora, tacitando parte della sua coscienza, con alcuni militanti di «Lotta continua», a un anno dalla strage della Banca dell'Agricoltura di Milano; avverte i suoi nuovi amici che il pericolo maggiore per l'estrema sinistra è il moralismo. Presta anche il suo nome come direttore del giornale «Lotta continua» e verrà denunciato per reati di opinione.&lt;br /&gt;Nel '72 osserva che la falsa liberalizzazione sessuale è giunta anche nell'Italia centro-meridionale. I ragazzi non si iniziano più tra loro e con le prostitute, ma vengono istruiti dalle ragazze secondo i valori del benessere piccolo-borghese neocapitalistico. Avere la fidanzata diventa un obbligo sociale, quindi spesso la si ha non per amore ma per farsi invidiare da chi non ce l'ha e per non passare per incapace o diverso.&lt;br /&gt;L'eccesso sessuale, non associato ad interessi culturali, determina nevrosi nelle nuove generazioni. Il corpo della donna viene più che nel passato, strumentalizzato, ridotto a merce in televisione o sui giornali, e nei quartieri popolari una ragazzina fa l'amore anche con dieci ragazzi al giorno. Chi è diverso viene tollerato purché resti nel suo ghetto mentale e fisico: la permissività è la peggiore delle forme di repressione.&lt;br /&gt;Tra il '73 e il '75 intensifica la sua attività di polemista nei confronti di società e mondo politico, affermandosi come il "Pasolini corsaro".&lt;br /&gt;Accusa la magistratura di parzialità nelle indagini e nei processi. Quando ci sono per un crimine politico due piste, una che porta all'estremismo rosso, l'altra a quello nero, i magistrati italiani preferiscono, per tacita solidarietà di classe dominante, seguire la pista rossa. Gli appare chiaro che le azioni violente e delittuose dei fascisti sono dettate e calcolate nel cuore delle istituzioni, con freddo machiavellismo.&lt;br /&gt;Occupandosi del fenomeno dei "capelloni" ricorda che nei primi tempi in cui comparvero, cioè ancor prima della contestazione del '68, poteva essere un fenomeno tutto sommato positivo, di silenziosa e anarchica protesta contro la società del benessere. In seguito capelloni sono diventati tutti, così che non si distinguono più militanti di destra da militanti di sinistra e c'è sempre il pericolo concreto, nelle manifestazioni comuniste o estremiste di sinistra, della presenza di agenti provocatori fascisti per nulla diversi nell'abbigliamento e nella fisionomia dai veri militanti.&lt;br /&gt;Capelloni possono anche essere ormai dei piccolo o medio borghesi che testimoniano la loro moderna integrazione nella società del benessere.&lt;br /&gt;Prevede che la Chiesa pagherà con la estinzione il suo pragmatico accordo col potere neocapitalistico, che la usa come usa anche i fascisti tradizionali, cioè per lotte storicamente ritardate. In effetti il nuovo Potere è del tutto irreligioso e non sa che farsene dei valori &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_17"&gt;clerico&lt;/span&gt;-fascisti. Esso vuole una società di consumatori e basta.&lt;br /&gt;Quindi la reazione di destra, nei primi anni '70, secondo lui ha due aspetti: 1) una lotta reazionaria contingente per l'affermazione del &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_18"&gt;clerico&lt;/span&gt;-fascismo; 2) l'effettiva nuova e definitiva rivoluzione neocapitalistica in nome dell'edonismo consumistico e della cultura di massa (vengono così distrutti i valori popolari e umanistici); quindi in politica e in economia, il nuovo fascismo tecnocratico.&lt;br /&gt;Nel '73 si ha un breve periodo di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_19"&gt;austerity&lt;/span&gt;, a causa della crisi petrolifera: Pasolini si illude che l'Italia potrebbe tornare indietro, seguire la via del "progresso" e non più dello "sviluppo", ma presto capisce che la società consumistica è irreversibile.&lt;br /&gt;"Progresso" è per lui ciò che vorrebbero i lavoratori e gli intellettuali di sinistra, cioè un mondo a misura d'uomo, che rispetti tutti i valori culturali che rendono la vita basata non solo sull'utile ma anche sul bello. "Sviluppo" è invece l'industrializzazione totale del mondo, voluta dai cinici produttori di beni superflui e dagli inconsapevoli, ma non meno trionfanti, consumatori. Lo "sviluppo" è sempre di destra, anche se viene accettato pure dalla sinistra. Il "progresso" infatti resta un ideale astratto, perché tutti quanti vivono &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_20"&gt;esistenzialmente&lt;/span&gt; come consumatori.&lt;br /&gt;Ormai la repressione neocapitalistica l'ha avuta vinta sulle menti della massa dei giovani sottoproletari. Mentre prima erano fieri di avere una propria identità popolare e disprezzavano i "figli di papà", cioè gli studenti borghesi, adesso invece vogliono essere all'altezza di questi ultimi, e non riuscendovi (perché non hanno abbastanza denaro), diventano infelici e nevrotici, o spietati criminali. Prima possedevano, pur nell'ignoranza, il mistero della realtà; adesso vivono nella Irrealtà. Nessun potere mai in passato era riuscito ad attuare un simile genocidio di valori.&lt;br /&gt;Cosa può salvare l'Italia dal diventare un Paese completamente nazista, se è vero che questi giovani cominciano a somigliare alle &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_21"&gt;SS&lt;/span&gt; di Hitler? Una opposizione di sinistra efficace, una nazione onesta dentro la nazione disonesta. E inoltre una opposizione (culturale) alla cultura di massa. &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_22"&gt;Velleitariamente&lt;/span&gt; Pasolini parla ancora di rivoluzione comunista, ma sotto sotto è consapevole che ci si dovrà sempre più accontentare del "potere meno peggio" dato dal compromesso storico tra democristiani e comunisti: la socialdemocrazia. Quanto a sé come persona, lui resta legato al mondo antico &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_23"&gt;preborghese&lt;/span&gt; e preindustriale: per questo viaggia spesso nel Terzo mondo, dove ha ancora la possibilità di incontrare sguardi di autentica simpatia e felicità, pur nella miseria (ma è fatale che ogni uomo appartenga al tipo di cultura in cui si è formato; e la sua esperienza decisiva è stata tra i contadini friulani: non può abiurare a tale formazione).&lt;br /&gt;Vede di buon occhio il movimento dei radicali, che stanno promuovendo nel '74 una serie di referendum per tentare di riportare una legalità democratica in Italia e per valorizzare i diritti civili, tra i quali spiccano divorzio e aborto. Su quest'ultimo, come vedremo più in là, Pasolini ha delle riserve.&lt;br /&gt;La vittoria dei radicali sul divorzio è prevista dal nostro (più lungimirante evidentemente sia dei democristiani sia della Chiesa sia degli stessi comunisti). I potenti al governo e alla opposizione non si sono accorti che la gente è mutata antropologicamente e non è più attaccata ai valori tradizionali di Patria Chiesa Famiglia, bensì a quelli del benessere superfluo. E' il Potere consumistico che ha voluto la vittoria del divorzio, perché ciò rientra nel suo progetto di una dittatura che vuole ridurre tutti a edonisti di bassa lega.&lt;br /&gt;La Chiesa sta scomparendo come figura istituzionale morale: resta solo un potere finanziario alleato dei potenti di turno. Paolo VI è consapevole di ciò, della fine della religione, ma non ha altro rimedio da consigliare che quello irrazionale della preghiera. Invece, secondo Pasolini, la Chiesa dovrebbe rinunciare al potere e diventare guida dell'opposizione a questo tipo di società disumana che è la società dei consumi superflui. Dovrebbe ritornare alle origini, al tempo della predicazione di Cristo e dei suoi discepoli. Dovrebbe rinunciare alla sua cultura assolutista e abbracciare la cultura libera e antiautoritaria, in continuo divenire, contraddittoria, collettiva e scandalosa. Dovrebbe rifiutare il Concordato tra Stato e Chiesa. Ma è chiaro che non farà nessuna di queste cose per non perdere soldi e potere. C'è chi, all'interno della Chiesa, cerca di porsi realmente questi problemi e dare analoghe soluzioni, come Dom Giovanni Franzoni, che viene sospeso dal Vaticano a divinis.&lt;br /&gt;Continuano intanto le "stragi di Stato": in esse lui vede una "strategia della tensione", voluta dai potenti, prima in funzione anticomunista (per combattere contro il pericolo di una vittoria della contestazione del '68) poi in funzione antifascista, per darsi una verginità di antifascismo che non ha più senso storico, in quanto il fascismo tradizionale è del tutto superato e chi spera in una dittatura di tipo mussoliniano o è uno stupido ingenuo o è in malafede, come appunto questi governanti di centro-destra, che sono i reali nuovi fascisti. I giovani estremisti di destra e di sinistra sono solo le pedine di un gioco diretto dal nuovo fascismo tecnocratico.&lt;br /&gt;Rimprovera se stesso e gli altri intellettuali di sinistra di non aver dialogato con i giovani neofascisti, la cui scelta ideologica è stata dettata dalla disperazione: se fosse stato fatto il tentativo di farli ragionare, forse alcuni di loro non sarebbero diventati fascisti.&lt;br /&gt;Per le sue idee scomode a tutti (tranne evidentemente a Pannella e ai radicali, il cui realismo fondato però su ideali intransigenti, spaventa il Potere) viene criticato da tanti anche di sinistra, come Maurizio Ferrara, che lo accusa di estetismo, di rimpiangere una "età dell'oro", ed anche Italo Calvino, che pensa a un rimpianto pasoliniano dell'«Italietta» piccolo-borghese: Pasolini è offeso perché Calvino dovrebbe sapere che il suo rimpianto è rivolto alla Resistenza e alle speranze di una repubblica nazional-popolare, l'esatto contrario dell'«Italietta».&lt;br /&gt;Precisa che la sua disperazione non è mai totale, perché altrimenti cesserebbe anche di parlare, di occuparsi dei problemi del mondo.&lt;br /&gt;Il 14 novembre 1974 esce sul «Corriere della Sera» il famoso articolo di Pasolini sul "romanzo delle stragi". Dice di sapere i nomi dei responsabili e dei mandanti politici delle stragi, ma non può farli perché manca di prove e indizi. Chi, anche se fa parte dell'opposizione, ha prove e indizi non li fa certo i nomi perché è compromesso col potere.&lt;br /&gt;Il 1975, l'ultimo anno di vita, lo vede battagliare su più fronti:&lt;br /&gt;1) sua prima meditazione metafisica, determinata dagli interessi semiologici che lo avevano già convinto che la Realtà è Linguaggio (adesso approda ad una sorta di concezione spinoziana del divino: Dio sarebbe la Realtà che parla con se stessa);&lt;br /&gt;2) riflessione sul consumismo (egli non è contrario al consumismo come viene vissuto nelle altre nazioni, dove le brutture della cultura di massa sono compensate da una reale qualità della vita data da istituzioni forti e opere pubbliche necessarie - scuole, ospedali ecc. - decenti; è contrario al consumismo italiano, che fa circolare beni superflui senza aver prima risolto il problema dei beni necessari);&lt;br /&gt;3) lotta contro l'intolleranza reale (mascherata dalla finta tolleranza) che colpisce gli omosessuali: l'omosessualità è un rapporto sessuale come tutti gli altri, che non degrada chi lo compie, anzi lo fa diventare più fraterno rispetto agli altri uomini e consapevole della costitutiva bisessualità di ogni essere sessuato;&lt;br /&gt;4) polemizza con i giornalisti, da cui ritiene di essere perseguitato perché è un artista che si può permettere, al contrario della gran massa dei giornalisti italiani, di fare anche del giornalismo indipendente: non potendogli perdonare questa insubordinazione, lo accusano di essere un vizioso;&lt;br /&gt;5) l'aborto: lo ritiene un omicidio, perché il feto ha una volontà di crescere e nascere; l'aborto va prevenuto informando la popolazione su una sessualità alternativa al coito e sui metodi anticoncezionali: è chiaro per lui poi, come dice il Pci, che l'aborto va legalizzato in determinati casi e responsabilmente, e non in ogni caso e trionfalmente come vorrebbe il Potere consumistico, che enfatizza il coito tra maschio e femmina per motivi di produzione e consumo di beni superflui: chi fa l'amore consuma maggiormente questi beni (una coppia non può, ad esempio, non possedere un'auto);&lt;br /&gt;6) propone un (metaforico, ma possibilmente anche concreto) Processo penale ai governanti democristiani rei di non aver compreso e tanto meno lottato contro il nuovo Potere consumistico: essi sono rimasti mentalmente all'epoca del clerico-fascismo e nei fatti hanno rovinato l'Italia deturpandola sia paesaggisticamente che antropologicamente, perpetuando la solita politica mafioso-clientelare;&lt;br /&gt;7) dà alcune lezioni di pedagogia a un ipotetico ragazzo napoletano di nome Gennariello, al quale consiglia la forza della critica totale, del rifiuto, della denuncia disperata e inutile; gli ricorda che è il possesso culturale del mondo che dà la felicità;&lt;br /&gt;8) contro la criminalità di massa (ritiene che tutti i giovani siano dei criminaloidi, potenziali carnefici tipo i massacratori del Circeo, senza un conflitto interiore tra bene e male, perché la loro colpa viene prima ed è nell'aver scelto di non avere alcuna pietà) propone due soluzioni "assurde": a) abolire immediatamente la scuola media dell'obbligo (che insegna a diventare dei presuntuosi ignoranti ipocriti piccolo borghesi); b) abolire immediatamente la televisione (che toglie i valori della tradizione popolare sostituendoli con falsi modelli consumistici che rendono i giovani nevrotici, infelici e appunto criminali, perché molti non hanno i soldi per essere all'altezza dei "figli di papà", da loro invidiati). Nel suo gergo abolire sta per riformare radicalmente, perché la scuola dell'obbligo dovrebbe insegnare ai ragazzi la scuola guida e il galateo stradale, oltre a come risolvere i problemi burocratici e rispettare il paesaggio... dovrebbe insegnare una sessualità completa ma non nevrotica e dare la possibilità di molte libere letture commentate; la televisione sarebbe meglio che diventasse pluralista, con programmi concorrenziali gestiti dagli stessi partiti politici (si tratterebbe di portare alla luce del sole la sotterranea lottizzazione della Rai): lo spettatore potrà confrontare criticamente i vari programmi e farsi una idea propria;&lt;br /&gt;9) prepara il testo di un intervento al Congresso del Partito radicale, ma non fa in tempo a leggerlo (verrà letto a Firenze due giorni dopo la sua morte): ribadendo di essere sempre un marxista che vota Pci, ha speranze sia nel Pci che nei radicali; avverte il pericolo di una falsa realizzazione dei diritti civili, falsa perché intollerante verso ogni reale alterità; suggerisce per questo ai radicali di valorizzare tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura; li esorta a restare sempre se stessi, eternamente contrari e irriconoscibili, a identificarsi col diverso, a scandalizzare;&lt;br /&gt;10) rilascia, il giorno prima di essere ucciso, la sua ultima intervista, a Furio Colombo, nella quale dice che ormai gli sfruttati vogliono stare al posto dei padroni, tutti sono ormai vittime e carnefici a causa dello stesso sistema di educazione al possedere e al distruggere; però dice anche di sperare in un ritorno futuro della autentica mentalità rivoluzionaria di chi vuole lottare contro i padroni senza prenderne il posto; una delle sue ultime frasi dà il titolo all'intervista: "Siamo tutti in pericolo."&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-6885866022266219578?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/6885866022266219578/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=6885866022266219578' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/6885866022266219578'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/6885866022266219578'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2007/04/pasolini-e-la-societ.html' title='Pasolini e la società'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-7878942981027126293</id><published>2008-04-06T15:47:00.000-07:00</published><updated>2008-04-06T15:44:29.478-07:00</updated><title type='text'>Recessione o depressione?</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;Siamo al &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_0"&gt;Big&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_1"&gt;One&lt;/span&gt;?&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_2"&gt;Mike&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_3"&gt;Whitney&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Lunedì i mercati asiatici sono stati dominati dal timore di una recessione statunitense, e il corso delle azioni è precipitato. Gli indici hanno incalzato gli operatori in quella che è diventata la peggiore giornata borsistica dal 2001. Il &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_4"&gt;Bombay&lt;/span&gt; Sensitive &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_5"&gt;Index&lt;/span&gt; indiano ha perso 1.408 punti (fermandosi a 17.605), lo &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_6"&gt;Shanghai&lt;/span&gt; Composite cinese ha ceduto 266 punti, cioè il 5,5% (calando a 23.818), e il &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_7"&gt;Nikkei&lt;/span&gt; giapponese è sceso di 535 punti (attestandosi a 13.325 punti). Il salasso si è ripetuto in tutto il continente ed è arrivato in Europa, dove i titoli sono precipitati di oltre il 4% a metà giornata, "avviandosi verso quello che poteva diventare il peggior crollo in un solo giorno da oltre quattro anni e mezzo".Le vendite massicce indicano chiaramente che gli investitori non credono i tagli del &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_8"&gt;FED&lt;/span&gt; ai tassi e il "pacchetto d'incentivi" da 150 miliardi di dollari del presidente &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_9"&gt;Bush&lt;/span&gt; sufficienti a rianimare la moribonda economia o a dare respiro a un consumatore americano &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_10"&gt;sovraindebitato&lt;/span&gt;. Dopo il netto ribasso di lunedì, le possibilità di evitare una profonda e prolungata recessione sono ridottissime o nulle. &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_11"&gt;Nouriel&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_12"&gt;Roubini&lt;/span&gt;, docente di scienze economiche, aveva delineato uno scenario simile circa un mese fa:"Gli Stati Uniti sono definitivamente entrati in una grave e dolorosa recessione. Non ci si domanda più se l'economia subirà una caduta morbida o violenta; ci si domanda piuttosto quanto sarà violenta la caduta dovuta alla recessione. I fattori che rendono quest'ultima inevitabile sono: la peggiore (e diventerà ancora più grave) recessione mobiliare mai registrata nel paese, la disastrosa situazione di liquidità e credito dei mercati finanziari (che si sta dimostrando molto più seria di quanto non lo fosse all'inizio dell'estate), gli elevati prezzi del petrolio e della benzina, la contrazione delle spese in conto capitale del settore aziendale, la crisi del mercato del lavoro (dove vengono creati meno posti e il tasso di disoccupazione sta rapidamente crescendo), la situazione dei consumatori americani (con pochi risparmi, oberati di debiti e senza potere d'acquisto) che, a causa del crollo dei prezzi nel settore immobiliare, non sono più in grado di usare le proprie case come fonte di moneta per spendere più di quanto guadagnano. Negli USA il consumo privato supera il 70% del PIL; il fatto che i consumatori stiano adesso limitando e tagliando le spese mostra chiaramente che la recessione è in arrivo. Oltre alla recessione, negli USA si delineano adesso seri rischi di una crisi finanziaria dell'intero sistema. Le perdite finanziarie si stanno allargando dai &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_13"&gt;subprime&lt;/span&gt; ai prime e ai mutui prime, al credito al consumo (carte di credito, finanziamenti auto, prestiti agli studenti), ai finanziamenti per immobili commerciali, ai mutui con capitale di prestito, alle acquisizioni con capitale di prestito riportate/ristrutturate/cancellate, e, ben presto, ai livelli d'inadempienza sulle obbligazioni societarie, con un ulteriore giro di enormi perdite nei crediti per &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_14"&gt;swap&lt;/span&gt; inadempienti. Il totale di tutte questi passivi finanziari potrebbe superare il trilione di dollari, innescando così massicce perdite nel credito e una crisi sistematica del settore finanziario" ( &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_15"&gt;Nouriel&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_16"&gt;Roubini&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_17"&gt;Global&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_18"&gt;EconoMonitor&lt;/span&gt;).I periodi di stagnazione che si sono susseguiti negli ultimi decenni hanno lasciato i lavoratori americani a mal partito e incapaci di continuare a contribuire per il 25% al consumo globale. Il ridursi del credito e l'impossibilità di un risparmio personale hanno aggravato il problema. I consumatori americani sono fuori gioco. Ciò significa che la domanda aggregata cadrà drammaticamente, provocando maggiore disoccupazione, minore espansione del capitale e una più marcata riduzione dell'attività commerciale. Si tratta dei primi segni di una spirale deflazionistica che spazzerà via trilioni di dollari di capitalizzazione di mercato nel settore immobiliare, azionario e obbligazionario. Anche il prezzo dell'oro e del petrolio scenderà sensibilmente (come abbiamo constatato nei risultati di lunedì).La crisi attuale non è imputabile alle normali forze di mercato, ma alla politica di fissazione dei prezzi praticata dalla &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_19"&gt;Federal&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_20"&gt;Reserve&lt;/span&gt; e all'ingegneria finanziaria delle principali banche d'investimento. Se le attività della Banca centrale fossero state sufficientemente regolamentate, evitando così di tenere per oltre 31 mesi (sotto &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_21"&gt;Greenspan&lt;/span&gt;) il tasso d'interesse al di sotto del tasso d'inflazione, il mercato immobiliare non sarebbe stato sommerso da trilioni di dollari in crediti a basso interesse, che hanno dato il via a un'ondata di acquisti immobiliari speculativi e alla più grande bolla speculativa della storia statunitense. Nonostante le sue inconsistenti giustificazioni, nessuno più dubita del ruolo giocato da &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_22"&gt;Greenspan&lt;/span&gt; nel distruggere l'economia americana. Nella sua edizione di sabato, persino l'editorialista di estrema destra del &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_23"&gt;Wall&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_24"&gt;Street&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_25"&gt;Journal&lt;/span&gt; ammette la responsabilità di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_26"&gt;Greenspan&lt;/span&gt;. Ecco cosa dice: "Durante il solito caos quotidiano del mercato, e per evitare un crollo, può essere utile fare un passo indietro e riflettere su come siamo arrivati a questo punto. Col senno di poi, tutti possono vedere che l'economia americana è cresciuta su un'enorme bolla creditizia che adesso è scoppiata. Il nostro personale punto di vista, che avevamo già espresso sin dal 2003, è che la bolla è imputabile soprattutto alla Riserva federale, che ha mantenuto i tassi d'interesse reali troppo bassi e troppo a lungo. In questo modo ha creato un sussidio al credito e una perturbazione dei prezzi sul mercato a termine".I bassi tassi d'interesse di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_27"&gt;Greenspan&lt;/span&gt; hanno stimolato rischiose speculazioni sfociate in bolle speculative su titoli da incubo. La politica del "denaro economico" della &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_28"&gt;FED&lt;/span&gt; ha generato una domanda artificiale di abitazioni che ha fatto salire i prezzi a livelli insostenibili. Adesso possiamo aspettarci un crollo del mercato immobiliare come non si è mai visto in questo paese dopo gli anni '30. È l'inevitabile sbocco dell'ingannevole prosperità dei "bassi interessi" voluta da &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_29"&gt;Greenspan&lt;/span&gt;. &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_30"&gt;Greenspan&lt;/span&gt; non è l'unico responsabile del disastro attuale. I mercati finanziari sono stati ridisegnati in modo tale da favorire tutti i tipi di corruzione. Il nuovo modello, la "finanza strutturata", permette di mascherare con &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_31"&gt;rating&lt;/span&gt; fraudolenti attività prive di valore e di venderle a investitori inconsapevoli. Un tempo affermazioni di questo tipo sarebbero state accantonate come deliri di un maniaco delle cospirazioni, ma adesso possiamo trovare accuse simili persino sul &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_32"&gt;Wall&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_33"&gt;Street&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_34"&gt;Journal&lt;/span&gt; e alla &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_35"&gt;CNBC&lt;/span&gt;. Il &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_36"&gt;Wall&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_37"&gt;Street&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_38"&gt;Journal&lt;/span&gt; spiega come il deficit di 800 miliardi di dollari delle partite correnti abbia creato un circolo che ha riportato il denaro di nuovo negli USA:"Il flusso di capitale e il sussidio al credito, a loro volta, sono diventati un incentivo per i funzionari più furbi delle società di credito ipotecario e delle banche d'investimento che, in un certo senso, hanno creato un nuovo sistema finanziario (crediti &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_39"&gt;subprime&lt;/span&gt;, &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_40"&gt;SIV&lt;/span&gt;, &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_41"&gt;CDO&lt;/span&gt;, eccetera) estremamente efficiente e hanno trasferito soldi in nuovi settori. Ma grazie ai bassi tassi d'interesse e alla carica di entusiasmo, la follia del credito si è sparsa dappertutto"."Carica di entusiasmo"? È forse un eufemismo per "insaziabile ingordigia"?Il &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_42"&gt;Wall&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_43"&gt;Street&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_44"&gt;Journal&lt;/span&gt; ammette che era stato creato un nuovo mercato del "debito strutturato" per infiocchettare dubbi crediti &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_45"&gt;subprime&lt;/span&gt; (di richiedenti "non documentabili" "non &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_46"&gt;collateralizzati&lt;/span&gt;" o "con credito negativo") e rivenderli, come se si trattasse di preziosi gioielli, a fondi d'investimento speculativo, società di assicurazione, o banche estere. Il &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_47"&gt;WSJ&lt;/span&gt; dichiara che questo era il modo in cui "i funzionari più furbi" "sfruttavano" le opportunità offerte dai munifici "flussi di capitale".Ma si trattava di "furbi" o di "criminali"?Per fortuna, la risposta è arrivata questa settimana in un succedersi d'interventi di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_48"&gt;Jim&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_49"&gt;Cramer&lt;/span&gt;, guru degli insider di mercato e dei titoli, sulle onde della televisione. Nell'ultima apparizione ha spiegato in dettaglio il suo coinvolgimento nella creazione e vendita dei "prodotti strutturati", che non erano mai stati testati a fondo in un mercato in crisi. Nessuno sapeva fino a che punto sarebbero andati male. &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_50"&gt;Cramer&lt;/span&gt; ha ammesso che la spinta a rifilare questa spazzatura &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_51"&gt;agl&lt;/span&gt;'investitori creduloni era semplicemente l'ingordigia. Ecco cosa ha detto:"E' TUTTA UNA QUESTIONE DI COMMISSIONI""Le commissioni sui prodotti strutturati sono talmente grandi che vale la pena di occuparsene" (nota: "occuparsene" significa rifilarle al compratore). È tutto una questione di commissioni: quelle sui prodotti strutturati sono GIGANTESCHE. Avrei potuto far fortuna "RIFILANDO QUESTA CARTA STRACCIA" ma avevo una certa coscienza, che cosa sensazionale! Avevamo l'abitudine di fissare regole per la gente, ma all'epoca di Reagan decisero che era un male. Così non abbiamo più imposto regole a nessuno. E le commissioni sui prodotti strutturati sono così gigantesche (pausa). Prima di tutto il compratore non ha la minima idea di che cosa si tratti, dato che è un prodotto inventato. In secondo luogo l'idea è che il compratore è veramente stupido; come dicevamo a proposito delle banche tedesche "I banchieri tedeschi sono proprio dei &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_52"&gt;ragazzoni&lt;/span&gt;. Rifilategli qualsiasi cosa". E gli australiani 'STUPIDI', e i Florida &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_53"&gt;Fund&lt;/span&gt; (ha ha ) "Sono così stupidi che possiamo rifilargli un B3 (livello spazzatura). Poi dobbiamo solo ridere e ridere dei compratori e affibbiare loro le commissioni... Ed è quello che è accaduto... Ricordatevi che è tutta una questione di commissioni, di quanti soldi potete fare raggirando stupidi compratori. Ho visto la stessa cosa in tutta la mia vita; voi stupidi compratori". Leggete tutta la confessione su&lt;a href="http://www.cnbc.com/id/22706231"&gt;http://www.cnbc.com/id/22706231&lt;/a&gt; http:// Trilioni di dollari in investimenti strutturati (&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_54"&gt;CDO&lt;/span&gt;, &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_55"&gt;MBS&lt;/span&gt; e &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_56"&gt;ASCP&lt;/span&gt;) hanno adesso bloccato il sistema economico globale e stanno facendo precipitare a capofitto il mondo in una recessione/depressione. La confessione di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_57"&gt;Cramer&lt;/span&gt; è una candida ammissione dell'intento criminale di frodare il pubblico vendendogli prodotti che gente all'interno del sistema finanziario SAPEVA essere falsamente sopravvalutati grazie ai loro &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_58"&gt;rating&lt;/span&gt;. Li hanno venduti semplicemente per rimpinguare il proprio conto in banca e perché non esiste più un'agenzia all'interno del governo statunitense che stronchi le attività illecite. BOICOTTARE I PRODOTTI FINANZIARI STATUNITENSI ? Mentre il mercato azionario continua la sua inesorabile caduta, le banche centrali estere e gl'investitori debbono riconsiderare la situazione attuale e perseguire in modo aggressivo alternative legali. Bisognerebbe iniziare un boicottaggio di tutti i prodotti finanziari statunitensi fino a quando non sarà stato negoziato un equo accordo per le centinaia di miliardi di perdite dovute alla truffa della "finanza strutturata". È il miglior modo di proteggere gl'interessi del proprio paese e dei propri clienti.La deregolamentazione ha distrutto la credibilità dei mercati USA. Non c'è errore possibile: siamo nel selvaggio Far West. I titoli vengono presentati in modo ingannevole, i &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_59"&gt;rating&lt;/span&gt; non hanno nessun valore, ed esiste una chiara intenzione di truffare. Ciò significa che la guida del sistema economico mondiale non è più in buone mani. C'è bisogno di un cambiamento radicale. Mentre lo "scenario da incubo" della recessione globale continua a svilupparsi, abbiamo bisogno che appaiano nuovi leader in Europa e in Asia e colmino il vuoto. &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_60"&gt;Mike&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_61"&gt;Whitney&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-7878942981027126293?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/7878942981027126293/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=7878942981027126293' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/7878942981027126293'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/7878942981027126293'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/03/recessione-o-depressione.html' title='Recessione o depressione?'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-465930992009941178</id><published>2008-04-03T16:16:00.000-07:00</published><updated>2008-04-03T16:19:28.852-07:00</updated><title type='text'>Il tradimento dei chierici, ovvero i sofisti della modernità.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;Nel 1927 appariva il libro del filosofo francese &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_0"&gt;Julien&lt;/span&gt; Benda La &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_1"&gt;trahison&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_2"&gt;des&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_3"&gt;clercs&lt;/span&gt; (tradotto in Italia solo nel 1976!), in cui sosteneva che gli intellettuali hanno tradito la loro vocazione alla ricerca pura e disinteressata per gettarsi nel fiume delle polemiche politico-sociali, abbandonando la loro funzione di guide spassionate dell’umanità, capaci di stare al di fuori e al di sopra della mischia e delle turbolenze contingenti. Oggi si potrebbe ancora parlare di “tradimento dei chierici”, ossia degli intellettuali, ma con riferimento a un’altra e - secondo noi - più grave deviazione dalla loro missione culturale e spirituale: la diserzione dal loro impegno naturale di fornire dei punti di riferimento etici, estetici ed esistenziali per farsi “cattivi maestri” di un sapere sofistico e nichilista, dove tutto è uguale a tutto e dove l’uomo non riesce a scorgere alcun orizzonte di senso. Senza voler sopravvalutare la loro funzione in seno alla società (ma come non essere tentati di farlo? Platone ci parla ancora, a &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_4"&gt;ventiquattro&lt;/span&gt; secoli di distanza, con forza prorompente), non possiamo non notare che coloro i quali dovrebbero costituire le guide ideali della società si sono auto-retrocessi al ruolo di spettatori o, al massimo, di testimoni di una crisi sempre più profonda e non priva di autocompiacimento. &lt;a id="more-903"&gt;&lt;/a&gt;Si direbbe che, nel caos dei punti di vista soggettivi e nel senso di sgretolamento che è l’inevitabile conseguenza di una prolungata idolatria dell’esistente - volta a volta la scienza, la storia, il comunismo, il capitalismo, la tecnologia - gli intellettuali altro non sappiano fare che unire le loro voci spaventate, tremebonde e assai poco virili al coro di gemiti, imprecazioni, deliri e spacconate che la modernità ha prodotto e continua a produrre, in una specie di frenetico &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_5"&gt;cupio&lt;/span&gt; dissolvi.&lt;br /&gt;Ci piace citare a questo proposito un passo del bel romanzo di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_6"&gt;Vintila&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_7"&gt;Horia&lt;/span&gt;, La settima lettera (Milano, Edizioni del Borghese, 1965, traduzione di Orsola &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_8"&gt;Nemi&lt;/span&gt;), in cui Socrate si rivolge al giovane discepolo Platone, lamentando la decadenza morale della città di Atene e individuandone con lucida semplicità le cause: “Sai che cosa penso? Che la decadenza della nostra città viene dai cattivi medici che hanno avuto in cura le giovani anime, e che i tuoi colleghi sono quello che sono, ubriaconi, traditori, profanatori degli &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_9"&gt;déi&lt;/span&gt;, perché ignorano tutto della saggezza, e i sofisti, loro maestri, fabbricando imitazioni e omonimi di esseri reali, li hanno spinti verso la ignoranza, e dunque verso la presente cattiveria. E a questo, amico mio, non v’è rimedio.”&lt;br /&gt;A noi, invece, piace pensare e credere che vi sia ancora un possibile rimedio: sferzare a sangue, se occorre, i sofisti; scacciare il coro dei cattivi maestri che seminano dubbio, angoscia e paura; rincuorare le giovani anime con un messaggio positivo di speranza, amore e fede nella bellezza, nella bontà e nella verità. I giovani ‘esistenzialisti’ parigini degli anni ‘50, che hanno fatto scuola in tutto il mondo, erano i portatori di un mondo decadente e desideroso di auto-distruzione, il mondo descritto dal loro maestro Sartre nel suo romanzo La nausea: dove tutto è nauseante, l’esistenza stessa non desta altro che disgusto e repulsione. Che brutta cosa essere al mondo, era il messaggio da essi raccolto e volonterosamente trasmesso; che maledizione, la libertà. E &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_10"&gt;Heidegger&lt;/span&gt;, maestro - in un certo senso - di Sartre, non aveva forse insegnato che l’unica certezza data all’essere umano è il suo essere-per-la-morte? Quanto smarrimento, quanta confusione sono stati seminati dai chierici, sotto le apparenze di una cultura spregiudicata e anticonformista, insofferente dei valori tradizionali ma totalmente incapace di elaborarne di nuovi!&lt;br /&gt;La verità è che, specialmente oggi, nulla vi è di più piattamente conformistico di questa arte d’avanguardia, che odia e detesta l’estetica del bello e del naturale (l’art brut); di questa poesia che sa cantare solo il male di vivere (Montale, Pavese); di questa filosofia che esalta solo la rivolta il furore (Nietzsche, Camus); di questa musica che vuol buttare nel cestino un’intera civiltà musicale (dodecafonia); di questa scienza o pseudo-scienza che, nell’uomo, non vede altro che un animale (Darwin) in preda a pulsioni selvagge e inconfessabili (Freud); di questa cultura, in una parola, che esalta solo l’azione, la tecnica, il profitto e deride tutto ciò che è ascolto, disinteresse, contemplazione. Siamo caduti veramente in basso: sguazziamo come rane nello stagno, scambiando l’acqua fangosa per il limpido cielo sopra di noi. Ci siamo reclusi volontariamente nella più buia e maleodorante delle cantine, benché abbiamo a disposizione uno splendido palazzo circondato da un magnifico parco verdeggiante, ove risuona il canto d’innumerevoli uccelli. L’uomo - è questa una grande verità - finisce per diventare quello che pensa di essere. Se si guarda allo specchio e si vede come un lupo feroce per i suoi simili (&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_11"&gt;Hobbes&lt;/span&gt;), o come un profeta di giustizia senza amore e senza misericordia (Marx), o come una scimmia evoluta a caso e destinata a sparire per caso (Darwin) o, ancora, come un grande organo sessuale in perenne eccitazione e sconvolto da desideri vergognosi d’incesto e parricidio (Freud), tale finirà per diventare. Se invece pensa a se stesso come a una persona, sostanza spirituale fatta di socialità e individualità originariamente unite (&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_12"&gt;Rosmini&lt;/span&gt;), a un essere singolo, unico e irripetibile e perciò sommamente prezioso (&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_13"&gt;Kierkegaard&lt;/span&gt;), che opera non per la sua propria gloria, ma a maggior gloria di Dio (Bach) e che al Cielo aspira a ritornare dopo essersi purificato con una vita generosa e volta al bene (Platone, Agostino, Tommaso d’Aquino, Dante), allora tenderà a diventare tutto questo.&lt;br /&gt;L’uomo è quello che mangia, dice il materialista; sì, ma l’uomo non si nutre solo di alimenti sensibili: egli ha anche fame di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_14"&gt;qualcos&lt;/span&gt;’altro, ha fame di spiritualità: e, se riesce a nutrirsi di buoni cibi spirituali, può conquistare la salute dell’anima; ma dipende solo da lui.&lt;br /&gt;Ecco perché vivere all’insegna della Bruttezza (che Elsa &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_15"&gt;Morante&lt;/span&gt; descriveva come il grande peccato della modernità), nelle brutte città rumorose e inquinate, nei brutti palazzi di acciaio e cemento che sono altrettante torri di Babele, circondati da odori sgradevoli, da rumori incessanti e cacofonici, istupiditi da uno stile di vita consumistico che rasenta il masochismo (le torture della moda, della cosmesi, della chirurgia estetica), abbrutiti da una vita sedentaria e in buona parte consumata davanti alla TV o allo schermo del computer, esasperati dalla ripetitività e dagli ‘effetti collaterali’ dello sviluppo, imprigionati dal conformismo, sovreccitati dalla pornografia, manipolati da una politica demagogica, assuefatti a dosi sempre più massicce di violenza…, ecco perché tutto questo significa retrocedere, giorno per giorno, dalla condizione di persone a quella di cose, di oggetti utili come consumatori, contribuenti, utenti, elettori, spettatori, tutto tranne che soggetti di libere scelte, con una propria individualità e una propria dignità insopprimibile.&lt;br /&gt;È questo un discorso troppo generico, troppo velleitario, troppo rozzo nel suo rifiuto di eleganti giri di parole per descrivere la presente degradazione dell’essere umano? Può darsi: ma sta di fatto che il re è nudo, è in mutande, e da un bel pezzo: e siamo stanchi di sentire i nostri chierici-sofisti che &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_16"&gt;servilmente&lt;/span&gt; ripetono: “Ma come è bello il vestito nuovo dell’imperatore! Ma come è sfarzoso, ma come gli sta bene!”. Basta, signori chierici; basta. Ne abbiamo udite fin troppe di sciocchezze e di piaggerie, in questi ultimi anni. Voi, maestri di menzogna e di compromesso: voi, che avete inventato espressioni repellenti come lo sviluppo sostenibile per poter continuare a devastare e inquinare la terra senza sensi di colpa, o come &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_17"&gt;peace&lt;/span&gt;-&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_18"&gt;keeping&lt;/span&gt; per la democrazia, per poter scatenare sporche guerre di puro dominio, camuffandole da nobili crociate del Bene contro il Male! Basta, signori chierici: così non va. Ci aspettavamo qualche cosa di meglio da voi. In fondo, siete una parte della classe dirigente (la parte più nobile e attenta ai valori dello spirito, vi vorrebbe dire). E che razza di classe dirigente è quella che, invece di dirigere, si mette a rimorchio di tutte le mode, di tutte le follie, di tutte le viltà, di tutte le menzogne?&lt;br /&gt;Quante menzogne avete detto finora, signori chierici. Ad esempio, che la tecnica è solo un mezzo e che basta usarla bene perché tutto vada a posto. Andatelo a dire ai bambini di Hiroshima, andatelo a dire ai bambini di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_19"&gt;Chernobyl&lt;/span&gt;, che la tecnica è solo un mezzo. Voi sapete di mentire, signori chierici: sapete che la tecnica, quando supera una certa soglia di potenza e quando viene messa sul mercato a disposizione di tutti, ma proprio di tutti, ci strappa le redini e ci trascina là dove lei vuole: cioè verso una sua potenza sempre maggiore, senza limiti, all’infinito… E la cosa più triste è che tutte queste menzogne le dite per il più sordido dei motivi: l’interesse. Sì, perché dicendo queste menzogne voi ci guadagnate. Vi pagano bene, e vi chiamano anche in televisione a pontificare, ad affollare i salotti del piccolo schermo, dove schiere di tuttologi impettiti a tanto il chilo blaterano e dissertano di tutto un po’, ma - alla fine - di una cosa sola: evviva la moda del momento, i gusti del momento, gli umori del momento, i potenti del momento! E domani, quando il vento sarà cambiato (il vento dell’audience, per esempio), ecco sarete lì di nuovo, a dire esattamente il contrario di quel che dicevate oggi; e a dire - ecco l’impudenza, ecco il peccato che non vi verrà perdonato - che voi lo avevate sempre detto che le cose stanno così: e vi chiamerete a testimoni l’uno dell’altro, l’uno a coprire la menzogna spudorata dell’altro. Senza pudore, senza dignità, senza senso della decenza e del ridicolo: bandiere al vento, buone per tutte le stagioni, purché vi paghino bene, vi stampino i vostri libri, vi offrano prestigiose carriere universitarie, o politiche, o… d’altro genere.&lt;br /&gt;Quando la nave è in pericolo, sballottata dai marosi, i passeggeri tremano e guardano il capitano, smarriti. Guardano il timoniere, guardano i marinai: da loro si aspettano qualche motivo di speranza. Ma oggi non è più così: il capitano è un mercenario, che ha già abbandonato la nave di soppiatto per mettere in salvo la sua preziosa pelle (vedi l’emblematico Lord &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_20"&gt;Jim&lt;/span&gt; di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_21"&gt;Joseph&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_22"&gt;Conrad&lt;/span&gt;); il timoniere è un incapace e un ubriacone, i marinai si contendono ferocemente le scialuppe di salvataggio: hanno altro da fare, che preoccuparsi della salvezza dei passeggeri! E allora? E allora bisogna che i passeggeri ritrovino un soprassalto di dignità e di coraggio, prendano il timone nelle loro mani, traccino la rotta con le loro forze. Forse non tutto è perduto; forse, &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_23"&gt;sbarazzatisi&lt;/span&gt; di un equipaggio di vili parassiti, sapranno evitare gli scogli a fior d’acqua, pur non essendo degli esperti di navi e di navigazione. Forse si accorgeranno che guidare la nave non è poi cosa impossibile, anche senza goniometro e senza carte nautiche: con un po’ di buon senso e con molto coraggio, tenendosi al largo dalle secche e lasciandosi guidare dall’istinto di sopravvivenza, che raramente fallisce, ce la faranno. Se non altro, ci avranno provato: ora come ora, stipati sul ponte come un gregge di pecore condotte al macello, non hanno la benché minima probabilità di cavarsela.&lt;br /&gt;Coraggio, facciamo un tentativo da uomini. Se affonderemo sugli scogli, almeno periremo con onore. Altrimenti, c’è perfino il rischio di scoprire che, nella navigazione della vita umana, è giusto e doveroso tracciare da sé la propria rotta, guardando il sole e le stelle, respirando l’aria libera e il &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_24"&gt;salmastro&lt;/span&gt; del mare, dritto incontro alla meravigliosa avventura cui siamo chiamati a collaborare: ma da uomini liberi, non da servi drogati e smidollati dalle graziose catene d’oro.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;di Francesco &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_25"&gt;Lamendola&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-465930992009941178?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/465930992009941178/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=465930992009941178' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/465930992009941178'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/465930992009941178'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/04/il-tradimento-dei-chierici-ovvero-i.html' title='Il tradimento dei chierici, ovvero i sofisti della modernità.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-6849769429522192618</id><published>2008-03-31T00:55:00.000-07:00</published><updated>2008-03-30T13:57:56.823-07:00</updated><title type='text'>La crisi del superamento della metà della vita.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;di Luciano Manicardi&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Forma specifica della "crisi" che investe l'uomo nella sua esistenza è quella connessa all'età di mezzo e chiamata midlife-crisis, più comunemente "crisi dei quarant'anni". Si tratta di una crisi di tipo depressivo di cui si può trovare una poetica evocazione nelle battute iniziali della Divina Commedia che Dante scrisse a trentasette anni: «Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita. Ahi quanto a dir qual era è cosa dura, esta selva selvaggia ed aspra e forte, che nel pensier rinnova la paura! Tanto è amara, che poco più è morte».&lt;br /&gt;Quale che sia l'interpretazione di" questo incipit del capolavoro dantesco, certo qui vediamo una ri&amp;shy;uscita descrizione della crisi emo&amp;shy;zionale della mezz'età, caratteriz&amp;shy;zata dall'incontro con la morte.&lt;br /&gt;Osservando la vita di molti arti&amp;shy;sti (poeti, musicisti, scrittori...) si può notare come l'età fra i 35 e i 40 anni sia critica: a volte interviene la morte (Mozart, Raffaello, Chopin, Rimbaud...), oppure si no&amp;shy;ta un inaridimento dalla vena creativa (Rossini, attivissimo fino ai 40 anni, da allora fino alla mor&amp;shy;te, avvenuta a 74 anni, si chiude in un sostanziale silenzio) o un suo emergere potente (Gauguin lascia il lavoro in banca a 33 anni e a 39 è già felicemente inserito nella sua carriera pittorica) o un cam&amp;shy;biamento del modo di lavorare o dello stile (Donatello, Goethe...). Ma questa crisi riguarda ogni uomo.&lt;br /&gt;Senza poter fissare l'anno in cui cade la crisi, che ha ovviamente un innesto biografico particolare per ogni persona e che è connessa an&amp;shy;che a condizioni sociali e culturali (lavoro, famiglia...), tuttavia la fase tra i 35 e i 45 anni rappresenta un passaggio dalla giovinezza alla ma&amp;shy;turità che comporta un sovverti&amp;shy;mento dei valori precedenti, è il la&amp;shy;sciarsi alle spalle lo zenit della vita, il mezzogiorno dell' esistenza, per iniziare la seconda curva, discen&amp;shy;dente, della parabola della vita.&lt;br /&gt;Subentrano, in questa fase, cambiamenti fisico-biologici e nasce un diverso senso del tempo (si comincia a "contare" non tanto il tempo passato, ma quanto resta da vivere). Per la. donna l'approssimarsi alla menopausa e il fatto che i figli possano ormai essere adulti o comunque usciti da casa, provoca un mutamento radicale.&lt;br /&gt;Questa fase dell' esistenza che, in parallelo con l'adolescenza, alcuni chiamano "maturescenza", è momento di bilanci, spesso in ros&amp;shy;so, circa la propria vita lavorativa e affettiva, relazionale e sociale famigliare e spirituale. È fase in cui più facilmente avvengono abbandoni dal Ministero presbitera&amp;shy;le o dalla vita religiosa e monastica, in cui più di frequente si fran&amp;shy;tumano matrimoni...&lt;br /&gt;«Cala la vista, si aumenta di peso, la sessualità crea qualche pro&amp;shy;blema. È il tempo del cambiamento o della perdita del posto di lavoro, della rottura con il proprio entou&amp;shy;rage, dei traslochi, della ricerca di ambienti nuovi, dei progetti per buttarsi negli affari o per creare un'impresa in proprio, dei viaggi, della malattia, delle depressioni nervose, dei divorzi. Le pratiche ed i principi religiosi, dell'infanzia vengono abbandonati a favore di altri percorsi: New Age, sette, cir&amp;shy;coli di crescita personale più o meno liberanti…» (Jacques Gauthier).&lt;br /&gt;L'uomo valuta le speranze rea&amp;shy;lizzate e le aspettative andate de&amp;shy;luse, Si rende conto che di fronte ha un futuro limitato, che molte porte sono ormai irrimediabilmente chiuse, e allora è chiamato ad accettare di non poter realizza&amp;shy;re progetti e ideali, ad accettare la parzialità e la limitatezza. del proprio essere. In questo periodo dell'esistenza, in cui ormai la prima fase della vita adulta è stata supe&amp;shy;rata, si ha un lavoro, una famiglia, si è preti o religiosi: compito psi&amp;shy;cologico di questa fase dell' età è il conseguimento dello stato piena&amp;shy;mente maturo, ma, mentre si en&amp;shy;tra nella pienezza, si entra anche nella crisi. La morte entra nella nostra vita, e non solo più attra&amp;shy;verso la morte degli altri, ma come prospettiva personale, nostra.&lt;br /&gt;Un paziente di 36 anni, depres&amp;shy;so, in analisi dallo psicanalista El&amp;shy;liot Jaques dice: «Finora la vita mi è parsa un' ascesa senza fine, con nulla, se non il lontano orizzonte in vista. Ora, improvvisamente, mi sembra di aver raggiunto la ci&amp;shy;ma della collina, e là davanti a me si snoda la discesa con la fine in vista, ancora lontana, è vero, ma dove la morte è chiaramente di&amp;shy;stinguibile presente alla meta». Scrive Jung: «Nella seconda metà dell' esistenza rimane vivo solo chi, con la vita, vuole morire. Per&amp;shy;ché ciò che accade nell' ora segreta del mezzogiorno della vita è l'inversione della parabola, è la nasci&amp;shy;ta della morte».&lt;br /&gt;Carlo Carretto (nelle sue Lette&amp;shy;re dal deserto) ha saputo esprime&amp;shy;re con efficacia la valenza spiri&amp;shy;tuale di questa crisi: «A metà del nostro cammino non sappiamo se andare avanti o indietro; meglio...sentiamo di andare indietro. Solo, a1lora incomincia la vera battaglia e le cose si fanno serie. Si fanno serie perché si fanno vere. Inco&amp;shy;minciamo a scoprire ciò che valia&amp;shy;mo: nulla o poco più. Credevamo di essere generosi e ci scopriamo egoisti. Pensavamo di saper prega&amp;shy;re e ci accorgiamo che non sappiamo più dire "Padre". Ci eravamo convinti di essere umili, servizievoli, ubbidienti e constatiamo che l'orgoglio ha invaso tutto il nostro essere. È l’ora della resa dei conti; e questi sono molto magri... Nor&amp;shy;malmente ciò capita sui 40 anni: grande data Iiturgica della vita, data biblica, data del demonio me&amp;shy;ridiano, data della seconda giovi&amp;shy;nezza, data seria dell'uomo: "Per quarant' anni fui disgustato con questa generazione e dissi: Sempre costoro sono traviati di cuore"&lt;br /&gt;(Sal 95, 10). È,la data in cui Dio ha deciso di mettere con le spalle al muro l’uomo che gli è sfuggito fi&amp;shy;no ad ora dietro la cortina fumo&amp;shy;gena del "mezzo sì e mezzo no”. Coi rovesci, la noia, il buio, e più sovente ancora, e più profonda&amp;shy;mente ancora, la visione o l’espe&amp;shy;rienza del peccato. L'uomo scopre ciò che è: una povera cosa, un es&amp;shy;sere fragile, debole, un insieme d'orgoglio e di meschinità, un in&amp;shy;costante, un pigro, un illogico».&lt;br /&gt;Molte illusioni e idealizzazioni di sé devono ormai cadere: molti progetti non sono più realistici: occorre uscire radicalmente dalle fantasie di onnipotenza. Di fronte a queste difficoltà l'uomo rischia di difendersi con diverse reazioni: la svalutazione (la perdita di pote&amp;shy;re, forza, bellezza, seduzione, im&amp;shy;portanza di fronte ai più giovani che incalzano e crescono, conduce a svalutare sé e il proprio lavoro), l’arroccamento al potere (vittime dell'invidia per i più giovani, ci si attacca al potere, si diviene autoritari, intolleranti) la depressione (i bilanci, i paragoni con gli altri, le nostalgie per ciò che poteva essere o non essere e non sarà mai più, conducono a reazioni depressive), l’intontimento (“a quarant’anni la stupidità ci attende al varco”: Jacques Gauthier; si danno i casi delle per&amp;shy;sone inebetite e frustrate dall'in&amp;shy;successo), l'alcolismo (si fa più forte in certuni il desiderio di autoannullamento perseguito con alcol o droghe)...&lt;br /&gt;Spesso ci si aliena nell’ esteriorità, mentre ci viene richiesto di abitare l'interiorità, «Ciò che, il giovane ha trovato e doveva trova&amp;shy;re al di fuori, l'uomo maturo lo deve trovare dentro di sé» (C.G.Jung). Il religioso che vive questa crisi può reagirvi rifugiandosi nel ritualismo, nelle forme esteriori, nel rubricismo, in una visione religiosa legalistica e giuridica, pur di evitare il doloroso confronto con l’enigma che lo abita, con l’ombra che è in lui e che, secondo Jung, è “ciò che uno non vorrebbe essere”.&lt;br /&gt;L'instabilità, il sognare un’altra forma di vita (in un altro monastero, in un nuovo matrimonio), tutto andrebbe meglio, è un'altra: forma di fuga dal lavoro che la crisi, se accolta, potrebbe fare sul cuore dell'uomo. Fuga, di&amp;shy;fesa, rimozione: sono i principali motori di reazioni che impedisco&amp;shy;no a questa crisi di avere un esito positivo. Ma appunto, che fare di fronte a questa crisi che è, in ra&amp;shy;dice, crisi di senso?&lt;br /&gt;Si tratta essenzialmente di accet&amp;shy;tare realisticamente il trascorrere del tempo, i propri limiti, la respon&amp;shy;sabilità della propria vita, passata.&lt;br /&gt;Per il credente tutto questo avviene al cospetto di Dio e nella fede del suo amore manifestato in Gesù Cristo. In particolare, siamo di fronte a una crisi del desiderio (quello che ha a che fare con il senso stesso della vita e con la verità intima dell’uomo) profondo della persona che domanda un itinerario in cui innanzitutto riconoscere la propria insoddisfazione, quindi ascoltare le domande che salgono dal proprio cuore, ascolto che dischiude la possibilità di dare un senso rinnovato alla propria vita.&lt;br /&gt;Questo richiede che si passi dalla superficie alla profondità, dall’esteriorità all’interiorità: se si perde in estensione, si può guadagnare in profondità.&lt;br /&gt;Dare il nome alle proprie paure e integrare la parte non amata di sé, entrare in contatto con la propria sofferenza profonda, unificare parte femminile e maschile presenti in sé, consente di sviluppare una più profonda e unitaria capacità di amore e compassione. E di uscire da questa crisi con un rinnovamento fecondo dell’esistenza e della fede.&lt;br /&gt;In profondità, infatti, nella crisi è la Spirito stesso di Dio che opera sul cuore dell’uomo per condurlo a sempre maggiore verità e autenticità, per condurlo a scoprire la presenza di Dio nel più profondo dell’essere. Una presenza più radicata di ogni paura e angoscia.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-6849769429522192618?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/6849769429522192618/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=6849769429522192618' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/6849769429522192618'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/6849769429522192618'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/03/la-crisi-del-superamento-della-met.html' title='La crisi del superamento della metà della vita.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-6442186529428339536</id><published>2008-03-30T14:17:00.000-07:00</published><updated>2008-03-30T05:24:27.892-07:00</updated><title type='text'>Il Mezzogiorno tra dominio criminale e progetto di liberazione.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;di Umberto Santino&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Premessa &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Premetto che la mia conoscenza di don Milani è molto limitata. Ho letto a suo tempo La lettera a una professoressa e il libro con le lettere edito da Mondadori; il ricordo più vivo che ho della sua opera è legato alla campagna per l'obiezione di coscienza che gli valse il processo penale. Per quei tempi un atto rivoluzionario e scandaloso che ha contribuito a farne un personaggio dirompente in un paesaggio in cui gli atti di ribellione non erano isolati ma neppure consueti. La relazione che mi è stata chiesta è un po' troppo ampia, quasi smisurata se si tiene conto dell'abbondanza della letteratura che si è andata accumulando sull'argomento. Qui mi limiterò ad alcune riflessioni su alcuni temi che ritengo fondamentali, soprattutto per stimolare un dibattito. Mi soffermerò sui seguenti punti: comincerò con un breve promemoria sulla questione meridionale, seguiranno alcune osservazioni sulle recenti riflessioni sul cosiddetto "pensiero meridiano", quindi traccerò un quadro dei fenomeni di criminalità organizzata e concluderò con alcune indicazioni per un possibile progetto alternativo ricavate da esperienze recenti. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Dalla "questione meridionale" alla "liberazione dal meridionalismo"&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Com'è noto la nascita di una questione meridionale si fa rimontare alla formazione dello Stato unitario. Nel contesto nazionale il Mezzogiorno viene rappresentato come altro dal resto d'Italia: se il Nord è europeo il Sud è greco e mediterraneo, se il Nord è sabaudo il Sud è borbonico, se il Nord è urbanizzato e industriale il Sud è contadino... L'immaginario collettivo che si forma nei primi decenni di Stato unitario è dominato dalle immagini che arrivavano dal Sud dove era in atto la guerra contro il brigantaggio: briganti e brigantesse posavano per i fotografi che decidevano pose e abbigliamenti in modo da farli passare per dei primitivi assetati di sangue. E Lombroso avrebbe dimostrato che dalla misurazione dei crani dei briganti meridionali risultava una predisposizione al delitto che marcava una diversità di razza. Si sarebbe così formata e affermata l'immagine del Sud "inferno terrestre" o "paradiso naturale abitato da diavoli". Un marchio di natura antropologica. Benedetto Croce, in una conferenza alla Società napoletana di Storia patria, del giugno del 1923, ripercorreva il cammino dell'espressione secondo cui il meridione è un "paradiso abitato da diavoli", forse d'origine trecentesca e più recentemente usata da uno studioso tedesco, Andrea Bühel, in una conferenza all'università di Altdorf dell'11 novembre 1707. E nel cercarne le motivazioni indicava l'anarchia feudale del regno di Napoli, le carenze della vita civile e politica come connotazioni negative rispetto all'Italia centrale e settentrionale 1. Da allora l'inferno meridionale ha fatto strada, fino ad arrivare ai nostri giorni 2. Più che di un'idea nata da un'analisi, si tratta di una rappresentazione (ma la ricerca di Croce di elementi su cui essa si è fondata non era infruttuosa) e non per caso negli ultimi anni si è parlato di decostruire la questione meridionale, cioè di svelarne la sua natura di costruzione ideologica tendente a rappresentare il Sud come un coacervo di negatività. Il Mezzogiorno è stato, di volta in volta, arretrato strutturalmente, semifeudale e privo di una borghesia moderna e di uno spirito d'impresa, amoralmente familista, individualista, clientelare, mafioso e criminale 3. Non sono mancate rappresentazioni diverse. Si portano gli esempi di Gramsci e Dorso che riportavano i problemi del Meridione al quadro complessivo dei rapporti di dominio e di classe, alla vicenda risorgimentale vista come conquista regia, o di Sturzo che ne dava una valutazione positiva come depositario di valori familiari, culturali e religiosi in antitesi al socialismo internazionalista. Ma l'idea più diffusa e radicata è rimasta quella dell'inferno meridionale o comunque dell'altro rispetto al resto del Paese. Gli studi più recenti hanno cercato di "liberare il Sud dal meridionalismo", facendo emergere al posto di un Sud omogeneo un Sud a macchia di leopardo, cioè una realtà differenziata al suo interno. Questi studi si sono sviluppati in un contesto in cui la chiusura della Cassa per il Mezzogiorno (1950-1992) determinava la fine dell'intervento straordinario, che aveva visto il succedersi di fasi diverse (dalle politiche miranti alla costruzione di infrastrutture a quelle sulla creazione dei "poli di sviluppo", alla programmazione e ai "progetti speciali") e si era concretato in un enorme impiego di risorse che aveva cementato il dominio sul territorio del partito di maggioranza relativo, fondato sull'estensione e articolazione delle reti clientelari. Un cinquantennio di dominio democristiano che aveva avuto nel Sud uno dei pilastri portanti. Negli ultimi anni le spiegazioni che possono considerarsi paradigmatiche non sono molte. Si è parlato di "sviluppo senza autonomia" (Trigilia), di "Mezzo giorno e mezzo no" (la rivista "Meridiana"), di un Mezzogiorno afflitto da mancanza di civicness (un filo lungo che va da Banfield a Putnam) e rappresentabile come Gemeinshaft rurale contrapposta a una Gesellshaft urbana. Il sociologo Carlo Trigilia ha studiato gli "effetti perversi" delle politiche per il Mezzogiorno che hanno prodotto una realtà caratterizzata da un'eccessiva dipendenza dalla politica, dall'intervento pubblico, e ha considerato il meridionalismo come un'ideologia rivendicativa, fondata sul dato economico, con la sottovalutazione dei fattori socio-culturali e politici. Negli anni '90 ci sarebbe stata un'occasione storica, con la formazione di una nuova classe politica, grazie all'adozione del sistema elettorale maggioritario e all'elezione diretta dei presidenti regionali e dei sindaci. E si sarebbe profilata un'alternativa, attraverso lo sviluppo fondato sulle risorse locali, sulle business communities, sul ruolo della società civile, sul decentramento, sulla riqualificazione dei servizi pubblici, a cominciare dalla scuola 4. Resta da vedere quanto di queste potenzialità siano state spazzate via dall'ondata di berlusconismo che ha travolto anche le amministrazioni di sinistra più storiche e radicate. Il gruppo redazionale della rivista Meridiana ha evidenziato un Mezzo giorno ricco di dati positivi. Qualche esempio: nel Sud è localizzato il 60% dell'industria automobilistica nazionale, la concentrazione più elevata d'Europa (dovuta al basso costo del lavoro), e si sarebbe formato un tessuto produttivo in crescita e autonomo. L'altra faccia della medaglia è un Mezzo no, e l'esempio più significativo di questa negatività è dato dal tasso di disoccupazione elevato. Alcuni dati relativi al 1995: al Centro-Nord i disoccupati erano l'8,3%, nel Mezzogiorno il 21,7%. In testa era la Campania con il 26,2, seguivano la Calabria con il 23,6, la Sicilia con il 23,0, la Sardegna con il 22,2, la Basilicata con il 18,8, la Puglia con il 17,5, il Molise con il 17,2, l'Abruzzo con il 10,1. Per le città avevamo il 30 a Napoli, il 32,5 a Enna. Anche il tasso di attività della popolazione meridionale registrava uno scarto rispetto al resto del Paese: al Sud era il 35%, nel Centro-Nord il 43,1. Molti residenti nell'area meridionale non cercavano occupazione e quindi il tasso di disoccupazione reale nel Sud era ancora più elevato: 33%. Un terzo del lavoro era in nero 5. Una pesante ipoteca caratterizza la vicenda dell'industrializzazione della Sicilia e del Mezzogiorno. Dall'"industrializzazione senza sviluppo" dei poli chimici di Gela, di Augusta, di Milazzo, che hanno ridotto la Sicilia a pattumiera d'Europa e indotto malattie professionali e malformazioni alla nascita, al "modello Melfi", con la "fabbrica integrata" che richiede prestazioni logoranti e relazioni sociali alienanti 6. Da alcuni anni è in atto un processo di deindustrializzazione, il cui caso più noto è Bagnoli, e che minaccia di estendersi anche ad altri insediamenti come la Fiat di Termini Imerese, mentre il polo operaio più consistente di Palermo, il Cantiere navale, attraversa una crisi permanente. I dati pubblicati nel rapporto SVIMEZ del 2006, registrano, a fronte di un ristagno in tutta l'Italia, una recessione nel Mezzogiorno 7. L'occupazione tra il 1997 e il 2002 era cresciuta di 450 mila unità, ma negli ultimi anni è diminuita di 69 mila unità. I dati 2004-2005 sugli occupati sono i seguenti: in Campania -34,4, in Calabria -16,7, in Puglia -13, ci sono stati incrementi solo in Abruzzo e in Sicilia. In termini di crescita economica, essa è più accentuata nei Paesi dell'Unione europea, soprattutto in quelli entrati da poco (Europa a 25) che nelle regioni meridionali. I nuovi Paesi esercitano una forte pressione competitiva (sul costo del lavoro in particolare) e le politiche comunitarie dovranno tenere conto sempre di più delle aree sottosviluppate dei nuovi Paesi. La vecchia "questione meridionale" nelle sue componenti strutturali (disoccupazione, lavoro nero e precario, deficit di servizi) è già diventata la questione dei Sud del mondo all'interno dei processi di globalizzazione. Il rapporto ISTAT del maggio 2007 è venuto a confermare che il divario Nord-Sud permane e si aggrava: su vari terreni (occupazione, produttività, reddito) le situazioni migliori del Sud sono inferiori a quelle peggiori del Nord. Le famiglie lombarde hanno il reddito medio più alto (32 mila euro), quelle siciliane il più basso (21 mila euro); 7 su 10 dei 2,5 milioni di famiglie sotto la soglia di povertà sono nel Sud; la disoccupazione è all'11 % nel Nordest, al 34,3% nel Sud 8. Accanto alle ipotesi decostruttive di un immaginario sedimentato convivono visioni che rappresentano il Mezzogiorno come una riserva di modelli culturali datati ma ancora vitali. Penso in particolare a una linea analitica che dagli anni '50 arriva fino ai nostri giorni: è quella improntata al "familismo amorale" di Banfield, aggiornata nella versione di Putnam della "mancanza di senso civico" 9. Il Mezzogiorno sarebbe affetto da una sorta di malattia morale: non esisterebbe una morale pubblica, una cultura dell'associazionismo e della convivenza civile; comportamenti e mentalità sarebbero improntati al culto della famiglia, per di più ristretta, e al più gretto individualismo. La storia dei grandi movimenti di massa che hanno caratterizzato in particolare la Sicilia, totalmente ignorata da ricercatori dommaticamente fedeli al verbo americano, è una netta smentita di questi stereotipi che continuano a circolare non solo nelle elaborazioni degli studiosi ma pure nell'immaginario dei media 10. Dentro questa linea si collocano anche i riferimenti alle categorie di Tönnies che distingueva tra Gemeinshaft (comunità) e Gesellshaft (società), intendendo con la prima una forma di "vita reale e organica", e con la seconda una "formazione ideale e meccanica" 11. il Mezzogiorno sarebbe ancor'oggi abbarbicato a una sorta di stato di natura e sarebbe lontano dalle forme societarie evolute. Il "pensiero meridiano" Com'è noto il sociologo Franco Cassano ha proposto un rovesciamento dell'immaginario consueto che vuole il Sud come oggetto passivo e ha analizzato un Sud soggetto del pensiero 12. Bisogna uscire dalla dicotomia paradiso turistico e incubo mafioso, faccia legale e illegale della subalternità. Dobbiamo recuperare in positivo il Sud: la sua storia, la sua collocazione geografica, la sua cultura, i suoi modi di vivere e di essere, la lentezza ecc. Su questa falsariga si muove anche il filosofo Mario Alcaro che nel ricostruire l'identità meridionale, tramuta le tradizionali "piaghe del Sud" nelle sue virtù: la pratica del dono, il senso della famiglia, della parentela, del vicinato, della comunità sono considerati radice ed espressione di uno spirito civico, cultura e prassi della democrazia 13. Un ex leader della sinistra extraparlamentare degli anni '60 e '70, Franco Piperno, ha tessuto un "elogio dello spirito pubblico meridionale", partendo da una premessa: l'esodo semantico, cioè la fuga dai luoghi comuni. Il Sud vivrebbe una condizione analoga a quella dei paesi dell'Est dopo il crollo del socialismo. Viene portato l'esempio della produzione criminale intesa come "cooperazione lavorativa gestita e controllata attraverso l'uso della violenza" e si sostiene che la fase dell'accumulazione originaria, presente in tutte le società, nel Sud italiano viene penalizzata dalla legislazione nazionale in una misura sconosciuta negli altri Paesi in corsa verso il capitalismo, in cui il passaggio degli imprenditori criminali alla borghesia sarebbe avvenuto nell'arco di una generazione. Altrove non si è impedito il riciclaggio del denaro sporco, nel Mezzogiorno invece si pagherebbe il costo aggiuntivo di una borghesia allo stato nascente in perenne stato di illegalità. Una lettura frettolosamente ideologica che ignora che il passaggio dall'illegalità alla legalità è potuto avvenire in società come quella americana in cui il mercato legale offre notevoli convenienze e che la mafia siciliana e le altre mafie italiane hanno saputo inserirsi nel mercato capitalistico utilizzando le ingenti risorse dell'accumulazione criminale, ben oltre la fase dell'accumulazione originaria, fino all'attuale fase di globalizzazione del mercato e dei capitali. Le proposte si racchiudono in una sorta di manifesto del "potere alle città e della potenza ai cittadini" che dà per scontata e auspicabile la dissoluzione dello Stato nazionale 14. L'economista e organizzatore sociale Tonino Perna ha parlato di un Sud non schiacciato dalla dicotomia sviluppo-sottosviluppo, oltre la visione economicistica che vede lo sviluppo come crescita del prodotto interno lordo, ma aperto e plurale, ricco di valori storici e attuali, e di un "bisogno di Sud" vivo nel resto del Paese, mortificato da una religione del successo sempre più deludente 15. Questi approcci costituiscono uno dei tentativi più rilevanti di uscire dalle secche tradizionali del meridionalismo piagnone e depresso o pateticamente rievocativo di un passato di glorie monumentali. In Sicilia abbiamo versioni sedimentate, sotto forma di un sicilianismo patriottico, spesso coinvolto nell'apologia o nella negazione dello stesso fenomeno mafioso, assunto a panoplia di valori tradizionali (l'onore, la famiglia, l'ipertrofia dell'io), o nella variante letteraria della sicilitudine (il modo siciliano di vivere e di sentire), da cui spesso è originata quella che ho chiamato sicilianite, una sorta di sindrome depressiva diffusa che porta a considerare tutto ciò che si inscena nell'isola come negativo in radice e destinato inguaribilmente alla disfatta, mentre al di là dello Stretto tutto sarebbe normale e positivo 16. Non senza ragione si è osservato che in questo neomeridionalismo si avverte la presenza di un certo "antimodernismo post-modernista", all'insegna del recupero di valori dimenticati 17. Personalmente ritengo che ci sia il rischio di varare un altro stereotipo, quello della meridionalità e della mediterraneità sempre e comunque intese come positività. Bisogna chiedersi: cos'è stato e cos'è in realtà il Mediterraneo? Una sorta di condominio abitato da condomini eguali e rispettosi l'uno dell'altro, un mare di dialogo e di pace, un ponte tra culture diverse o al contrario un'area di conflitti, storici e attuali, più frontiera che ponte, con Paesi rivieraschi diversissimi per economia, cultura, religione? Propendo più per la seconda ipotesi che per la prima 18. Fenomenologia del dominio criminale Alcuni dati sulla consistenza delle principali organizzazioni criminali: Cosa nostra conta 5.500 affiliati su una popolazione della Sicilia (al 2005) di 5.021.000 abitanti: c'è un mafioso ogni 903 abitanti, il giro d'affari del crimine mafioso sarebbe di 30 miliardi di euro. La 'ndrangheta ha 6.000 affiliati su una popolazione della Calabria di 2.077.000: c'è un affiliato ogni 345 abitanti, il giro d'affari sarebbe di 35 miliardi. Gli affiliati alla camorra sono 6.700, su una popolazione della Campania di 5.788.000 abitanti: un camorrista ogni 840 abitanti, il giro d'affari di 28 miliardi. La Sacra corona unita conta 2.000 affiliati, la popolazione della Puglia è di 4.077.000 abitanti: c'è un affiliato ogni 2.000 abitanti. Il problema è se questi fenomeni di criminalità organizzata si limitino ai dati sopra richiamati. Il modello mafioso siciliano, che è il più storico e complesso, vede i criminali di professione agire dentro un sistema di relazioni, un blocco sociale transclassista, che va dagli strati più bassi agli strati più alti, in cui la funzione dominante è svolta da rappresentanti del mondo delle professioni, dell'imprenditoria, della pubblica amministrazione, della politica e delle istituzioni, definibili come "borghesia mafiosa". Questo modello è in qualche modo utilizzabile anche per altri gruppi che presentano aspetti specifici, storici e attuali. È indubbio che i fenomeni di criminalità organizzata, prima presenti in aree limitate, negli ultimi decenni si sono estesi a quasi tutto il Mezzogiorno. In essi convivono sopravvivenze arcaiche e modernizzazione reale. Perché il Mezzogiorno è la fabbrica delle mafie? Nei miei studi ho parlato di "società mafiogena", indicandone le caratteristiche principali 19. Li riassumo: buona parte della popolazione considera violenza e illegalità come mezzi di sopravvivenza e canali per l'acquisizione di un ruolo sociale, inaccessibile per altre vie; l'economia legale non offre opportunità adeguate; le istituzioni sono viste come mondi lontani e chiusi, abbordabili soltanto attraverso la mediazione delle organizzazioni criminali e dei loro amici; nel sentire comune prevale l'idea dell'inutilità delle lotte e domina la cultura della sfiducia e del fatalismo; il tessuto di società civile è fragile e precario e nei comportamenti quotidiani l'aggressività è la norma e vige la solidarietà nell'illegalità. Queste caratteri propri del villaggio originario negli ultimi decenni si sono estesi al villaggio globale, come prodotto di alcuni aspetti fondamentali della globalizzazione capitalistica. Nel contesto della globalizzazione gli squilibri territoriali e i divari sociali tendono ad aggravarsi (il 23 per cento della popolazione mondiale consuma l'80 per cento delle risorse), e per molte aree del pianeta (l'Africa, l'America latina, gli ex paesi socialisti ecc.) l'unica risorsa disponibile è il ricorso all'accumulazione illegale; l'economia produttiva si è drasticamente ridotta e si è espansa l'economia finanziaria, con miliardi di dollari in circuitazione permanente alla ricerca di sbocchi speculativi. Il sistema finanziario è sempre più opaco, con l'introduzione di nuove forme di raccolta e impiego dei capitali (le innovazioni finanziarie), ed è diventato sempre più difficile distinguere flussi di capitale illegali e legali. In questo quadro l'unico "valore", radicato e diffuso, è il successo a ogni costo e con tutti i mezzi, a cominciare da quelli illegali con la conseguente ricerca dell'impunità come forma di legittimazione e status symbol. Queste caratteristiche determinano la forte criminogenicità dei processi di globalizzazione, sia nei centri, trasformati in supermercati dell'iperconsumo, che nelle periferie, dove si accalcano le masse degli esclusi e degli emarginati, pronti a imboccare le vie di fuga dell'emigrazione clandestina, offerte da gruppi criminali emergenti. Le mafie proliferano all'interno di questi processi, in cui si incontrano le nuove forme dello sviluppo e del sottosviluppo, con un'accumulazione illegale cresciuta a dismisura e con un associazionismo criminale capace di assicurare ruoli e potere, fino a coincidere in molti casi con le formazioni statali, vere e proprie criminocrazie o Stati-mafia. Tutto ciò non vuol dire che si sia formata una sorta di Supermafia o Piovra universale; ci sono vari gruppi, storici e nuovi, che convivono dividendosi il lavoro e nonostante la forte conflittualità interna di parecchi gruppi finora è prevalsa la convivenza pacifica. A fronte di questa realtà il vecchio paradigma eziologico che riportava la formazione della mafia e di altri gruppi criminali alla "deprivazione relativa" non può non tenere conto dell'ipertrofia delle opportunità che offrono le attività criminali e illegali, capaci di sfruttare tanto le occasioni offerte dalle distorsioni dello sviluppo che quelle dell'emarginazione e della periferizzazione. Se vogliamo riportare il discorso a due regioni-chiave del Mezzogiorno, la Sicilia e la Campania, vengono a galla sintonie e distonie. Nelle due regioni operano organizzazioni criminali storiche che presentano notevoli differenze. Cosa nostra siciliana è strutturata in forme rigidamente gerarchiche, anche se la dittatura imposta dai cosiddetti corleonesi negli ultimi anni si è andata attenuando e si è tornati a forme collegiali collaudate storicamente. La camorra, anzi le camorre, sono gruppi pulviscolari, in guerra permanente tra loro. Di recente Isaia Sales ha operato un raffronto tra la mafia, così com'è definita nel mio "paradigma della complessità" 20, e la camorra, pervenendo al seguente risultato: la mafia siciliana è organizzata, ha una regia unitaria e una strategia condivisa, la camorra non ha gerarchie, non ha regia né strategia unitaria; anch'essa agisce all'interno di un contesto relazionale radicato nei vicoli, nei quartieri, nelle periferie di Napoli e attorno alla città; anch'essa ha come finalità l'accumulazione e la gestione del potere, ha un codice culturale e gode di un certo consenso sociale, ma non c'è un'estesa borghesia camorristica "in quanto l'integrazione tra camorristi e l'insieme della società circostante è meno agevole e trova più barriere che in Sicilia". La "signoria territoriale" della camorra è totale ma si diluisce al di fuori del territorio in cui è insediata e "l'intreccio con le istituzioni è meno forte e duraturo nel tempo". Essa "resiste e prospera anche senza un rapporto organico con la politica. Ha bisogno di godere della tolleranza delle istituzioni dello Stato per dominare sui mercati illegali, ma non può vantarne un intreccio stabile. Fanno eccezioni a questo schema alcune bande di camorra della provincia di Napoli, Salerno e Caserta, le cui somiglianze con la mafia sono maggiori" 21. Non c'è una saldatura tra camorra cittadina e provinciale e la violenza, invece che configurarsi come omicidio-progetto ed essere regolata da un governo centrale, è espressione di un'anarchia criminale e dà luogo a una guerra permanente. Nella metropoli partenopea, la camorra sarebbe "uno dei risultati del mancato riassorbimento nella modernizzazione urbana dei ceti sottoproletari di massa" 22. C'è da chiedersi se la pervasività della camorra nel mondo degli affari, per esempio nella ricostruzione dopo il terremoto dell'Irpinia, non sia il frutto di una forte interazione tra camorra e soggetti imprenditoriali e quanto pesi questa interazione sul quadro amministrativo e istituzionale 23. Per quanto riguarda il sottoproletariato urbano l'inserimento nei gruppi camorristici è una forma di modernizzazione, l'unica possibile, o la più conveniente, in un contesto sociale che non offre grandi possibilità, soprattutto dopo lo smantellamento dell'apparato industriale. E questo non vale solo per Napoli, vale pure per Palermo e per la Sicilia. Sul piano politico, mentre in Sicilia dopo il grande flusso migratorio degli anni '50 e '70, in seguito alla sconfitta delle lotte contadine, si è imposta una sorta di regime prima democristiano e ora del centrodestra, in Campania le forze del centrosinistra governano regione, province e grandi città come Napoli, ma non riescono a far fronte ai problemi del territorio, dall'esplosione della violenza criminale alla pervasività della camorra, dallo smantellamento del tessuto produttivo (esemplare il destino dell'Italsider di Bagnoli) all'emergenza permanente dei rifiuti. Questo quadro non vuole avallare l'immagine dell'inferno irredimibile 24 e va completato con quel tanto che si è riusciti e si riesce fare, per esempio sul piano dell'impegno dei gruppi organizzati di società civile. Su vari terreni: da quello culturale all'antiracket. Esperienze e proposte per un progetto di liberazione Nella mia Storia del movimento antimafia indicavo tra le principali iniziative degli ultimi anni, sviluppatesi con una certa continuità, il lavoro nelle scuole, l'associazionismo antiracket, l'uso sociale dei beni confiscati. Ne indicavo anche i limiti: le attività scolastiche di "educazione alla legalità" hanno alla base un'idea emergenziale delle mafie, legata all'escalation nell'uso della violenza e soprattutto ai grandi delitti e alle stragi che hanno scosso l'opinione pubblica, sono caratterizzate da una concezione formalistica della legalità (il rispetto delle leggi, a prescindere dal loro contenuto) e rimangono separate dai programmi curricolari. L'associazionismo antiracket è stato finora limitato territorialmente e numericamente, mentre estorsioni e usura si sono estese a tutto il territorio nazionale. L'uso dei beni confiscati è alle prime esperienze, con un numero ridotto di cooperative e di beni da usare, con tempi lunghissimi per l'assegnazione, mentre rimane inesplorato l'immenso patrimonio finanziario. In ogni caso un progetto che miri alla liberazione dalle mafie non può che essere parte di un progetto più generale di rinnovamento sociale che abbia come basi una conoscenza adeguata, un programma di sviluppo delle comunità fondato sull'uso razionale delle risorse, sul controllo delle istituzioni e la partecipazione democratica in forme capillari e permanenti. Le tematiche sull'antimafia integrata, l'antimafia sociale, la cittadinanza attiva rimandano a un nuovo modo di concepire e di vivere la cittadinanza che vada oltre i rituali elettorali e si ponga come alternativa concreta alle sempre più diffuse tentazioni di rilasciare deleghe in bianco a presunti liberatori. Ho racchiuso queste considerazioni nelle pagine finali del mio Oltre la legalità, destinato soprattutto agli insegnanti e agli operatori sociali, in cui parlo di Stato diffuso, di economia sociale, di ridefinizione della quotidianità, di etica comune. 25 Provo a enuclearne i contenuti specifici. Per "Stato diffuso" intendo "una struttura del potere articolata e non concentrata, basata su un nuovo concetto di cittadinanza, fondato non sulla delega ma sull'impegno e la partecipazione diretta e sostanziato da una continua tensione per l'affermazione dei diritti sociali". Democratizzare il potere vuol dire in primo luogo legalizzarlo, cioè decriminalizzarlo e visibilizzarlo, espellendo qualsiasi fenomeno di criminalizzazione delle istituzioni, tagliando qualsiasi rapporto tra politica e mafia, operando in modo che non abbiano a riprodursi né l'interazione con il crimine né l'opacità di settori istituzionali, come i servizi segreti, che sono all'origine di stragi e di delitti che hanno condizionato la vita democratica del nostro Paese, non solo del Mezzogiorno, e ne hanno cagionato l'impunità. In questa prospettiva bisognerà coniugare democrazia rappresentativa e democrazia diretta, risanando la prima da vizi ormai inveterati, come le spese per campagne elettorali sempre più dominate dalle forme più deteriori della pubblicità ingannevole, istituendo forme di verifica e di controllo da parte dei cittadini; organizzando la società civile e costruendo strutture stabili e dotate di poteri reali, per fare uscire la seconda dalla precarietà e dal velleitarismo delle buone intenzioni. Facevo l'esempio del controllo democratico del territorio, in alternativa a forme di giustizialismo espresso da iniziative come le ronde di quartiere dettate da concezioni più o meno razzistiche e xenofobiche. In territori come i nostri dominati dalle presenze di criminalità organizzate con il loro indotto socio-economico, si tratta di elaborare e praticare una strategia di appropriazione del territorio che passa attraverso la costruzione di un tessuto di presenze attive, con la gestione di servizi e di spazi di socializzazione. La scuola può avere un ruolo se si apre al territorio e se è cogestita da alunni e genitori. A Palermo in alcuni quartieri popolari le scuole sono regolarmente assaltate e distrutte, perché sono sentite come corpi estranei e perchè, a fronte di una illegalità condivisa come identità e praticata come risorsa, l'insegnamento e la predicazione della legalità sono vissuti come presenza e verbo del nemico. Il concetto di sviluppo troppo spesso è legato alla visione economicistica della crescita del Pil, a prescindere dall'utilità o meno delle merci che si producono e sempre più viene contestato anche nelle versioni che lo coniugano al rispetto dell'ambiente (l'aggettivo più usato è "sostenibile"). Si parla di "decrescita", un sostantivo che come la "nonviolenza" vuole essere alternativo ma si limita a esprimere una negazione. Quel che è certo è che a un'economia unicamente preoccupata del profitto e della crescita, che troppo spesso si coniuga con l'economia criminale e illegale, bisogna contrapporre un'economia che si ponga il problema fondamentale di soddisfare i bisogni essenziali di tutti e questo non è possibile se non si socializza l'economia, cioè se non si organizzano i soggetti produttori e fruitori, oggi ridotti a forza lavoro da pagare al più basso prezzo e a consumatori di prodotti inutili se non dannosi, imposti attraverso l'ossessionante messaggio pubblicitario. Nel Mezzogiorno in particolare bisogna organizzare disoccupati, precari ed emarginati, indigeni e immigrati con forme apposite (il sindacato è nato soprattutto per gli occupati raggruppati all'interno della fabbrica), in grado di conferire peso contrattuale nella conduzione di vertenze per l'attuazione di piani per l'occupazione e per "lavori socialmente utili" (formula usata abitualmente per l'impiego precario in attività di dubbia utilità). L'uso sociale dei beni confiscati se si estende può essere una delle forme più significative di questa socializzazione dell'economia, riconvertendo in utilità sociale i prodotti dell'accumulazione illegale. Nel vuoto di alternative praticabili l'accumulazione criminale resterà l'unica chance, o la più conveniente, per ampi strati della popolazione. La quotidianità è il terreno su cui si misura la civiltà di una comunità e la sua cultura, e la sua ridefinizione passa attraverso vari canali: la conoscenza, l'etica, la politica, l'economia, la pedagogia, intese non come materie per specialisti e occasioni eccezionali ma come pratiche concrete e gesti abituali, dal rifiuto della raccomandazione al boicottaggio dell'economia mafiosa, al consumo critico, dalla convivenza pacifica alla sobrietà, alla partecipazione 26. Siamo i giganti della tecnica e i nani dell'etica, dicono filosofi e "profeti del nostro tempo" (da Günther Anders a Ernesto Balducci, ad Hans Jonas ) che sottolineano lo scarto tra l'altissimo livello delle capacità operative e il vuoto di coscienza rispetto agli scopi del vivere. Ma un'etica comune non può nascere da credi religiosi o politici, più atti a dividere che ad unire. Può nascere da una grammatica condivisa, fondata sulla valorizzazione del pluralismo e della diversità, il contrario delle pulsioni identitarie, sulla concretezza, sul fare, sul sentirsi membri di una comunità, sulla radicalità e sul conflitto, sul qui e ora. In quest'ottica anche alcune indicazioni del "pensiero meridiano" possono tornare utili, se non si limitano a registrare una diversità più mitizzata che reale. E l'esempio di Lorenzo Milani, con i suoi piccoli alunni in un Sud apparentemente desolato come Barbiana, fatto di emarginati e di immigrati, la sua etica della disobbedienza verso saperi e poteri costituiti, possono accompagnarci su un percorso che sappiamo difficile ma non impossibile. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;NOTE 1 Cf P. PEZZINO, Il Paradiso abitato dai diavoli. Società, élites, istituzioni nel Mezzogiorno contemporaneo, F. Angeli, Milano 1992. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;2 Cf G. BOCCA, L'inferno. Profondo Sud, male oscuro, Mondadori, Milano 1992. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;3 Cf M. PETRUSEWICZ, Come il Meridione divenne una Questione. Rappresentazioni del Sud prima e dopo il Quarantotto, Rubbettino, Soveria Mannelli 1998. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;4 Cf C. TRIGILIA, Sviluppo senza autonomia. Effetti perversi delle politiche nel Mezzogiorno, il Mulino, Bologna 1994. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;5 Cf in particolare il numero 26-27, maggio-settembre 1996, sul tema Mezzogiorno oggi. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;6 Cf E. HITTEN - M. MARCHIONI, Industrializzazione senza sviluppo. Gela: una storia meridionale, F. Angeli, Milano 1970; G. COMMISSO, Il conflitto invisibile. Forma del potere, relazioni sociali e soggettività operaia alla Fiat di Melfi, Rubbettino, Soveria Mannelli 1999. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;7 Cf SVIMEZ, Rapporto 2006 sull'economia del Mezzogiorno, il Mulino, Bologna 2006. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;8 I dati sono tratti dai quotidiani del 24 maggio 2007. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;9 Cf E.C. BANFIELD, The Moral Basis of a Backward Society, The Free Press, Glencoe, Ill: 1958; traduzioni italiane: Una comunità del Mezzogiorno, il Mulino, Bologna 1961, Le basi morali di una società arretrata, il Mulino, Bologna 1976; R.D. PUTNAM, Making Democracy Work. Civic Traditions in Modern Italy, Pricenton University Press, Princeton 1993, trad. it.: La tradizione civica nelle regioni italiane, Mondadori, Milano 1993. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;10 Si veda la mia Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe all'impegno civile, Editori Riuniti, Roma 2000. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;11 Cf F. TÖNNIES, Comunità e società, Edizioni di Comunità, Milano 1979. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;12 F. CASSANO, Il pensiero meridiano, Laterza, Roma-Bari 1999. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;13 M. ALCARO, Sull'identità meridionale. Forme di una cultura mediterranea, Bollati Boringhieri, Torino 1999. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;14 Cf. F. PIPERNO, Elogio dello spirito pubblico meridionale, manifestolibri, Roma 1997. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;15 T. PERNA, Cari amici del Nord. C'era una volta il Sud... e c'è ancora, Carta - Intra moenia, Roma 2006. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;16 Rimando al mio Dalla mafia alle mafie. Scienze sociali e crimine organizzato, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, 281 s. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;17 M. PETRUSEWICZ, Come il Meridione divenne una Questione, cit., 13. 18 Rimando al mio "Mafie e Mediterraneo", in Mafie e globalizzazione, Di Girolamo, Trapani 2007, 231-239. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;19 Cf il mio Dalla mafia alle mafie, cit., 287 ss. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;20 Cf i miei La mafia interpretata. Dilemmi, stereotipi, paradigmi, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995 e Dalla mafia alle mafie, cit. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;21 I. SALES, Le strade della violenza. Malviventi e bande di camorra a Napoli, l'ancora del Mediterraneo, Napoli 2006, 31 s. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;22 ID., op. cit., 10. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;23 Scrive Roberto Saviano, Gomorra. Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Mondadori, Milano 2006, 57 s.: "I clan di camorra non hanno bisogno dei politici come i gruppi mafiosi siciliani, ma sono i politici che hanno necessità estrema del Sistema. Si è innescata in Campania una strategia che lascia le strutture politiche più visibili e mediaticamente più esposte immuni formalmente da connivenze e attiguità, ma in provincia, nei paesi dove i clan hanno bisogno di sostegni militari, di coperture alla latitanza, di manovre economiche più esposte, le alleanze tra politici e famiglie camorristiche sono più strette". Come si vede l'affermazione iniziale è stemperata, anzi contraddetta, dal periodo successivo. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;24 La lettura di un libro di successo come quello di Roberto Saviano, cit., può indurre una visione secondo cui il "Sistema" camorristico è talmente onnipresente e pervasivo ("Ogni angolo del globo era stato raggiunto dalle aziende, dagli uomini, dai prodotti del Sistema": cit., 48) da non lasciare spazio a una possibile alternativa. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;25 Cf U. Santino, Oltre la legalità. Appunti per un programma di lavoro in terra di mafie, Centro Impastato, Palermo 2002. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;26 Significativa la campagna antiracket e per il consumo critico avviata negli ultimi anni a Palermo dal comitato Addiopizzo, che ha raccolto migliaia di adesioni di consumatori e qualche centinaio tra commercianti e imprenditori. &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-6442186529428339536?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/6442186529428339536/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=6442186529428339536' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/6442186529428339536'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/6442186529428339536'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/03/il-mezzogiorno-tra-dominio-criminale-e.html' title='Il Mezzogiorno tra dominio criminale e progetto di liberazione.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-3217943388125721356</id><published>2008-03-27T07:14:00.000-07:00</published><updated>2008-03-28T17:56:26.130-07:00</updated><title type='text'>Farfalla d'amore.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;di ENZO &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_0"&gt;BIAGI&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Quando penso al Primo Maggio, penso ai vecchi socialisti: a Nenni, a Pertini. O a mio padre che diceva che il fondatore era stato Gesù. Infatti distribuì agli affamati pane e pesci e predicò: «Gli ultimi saranno i primi». Sono passati 110 anni da quando i promotori del partito, in un lontano agosto, e approfittando delle ferie e delle riduzioni ferroviarie concesse in occasione delle celebrazioni colombiane, si trovarono a Genova. «Il loro Marx - raccontano gli storici - aveva i tratti di Garibaldi e anche di Cristo, era un liberatore e un apostolo».Si rivolgevano ai lavoratori, parlavano di sfruttatori, di emancipazione, anche della donna che - come scriveva una russa, la signora &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_1"&gt;Kulisciov&lt;/span&gt; compagna di Turati - era «schiava del marito e del capitale».La paga era «la mercede», il popolo «la plebe». Gli intellettuali si definivano «scapigliati», e usciva una rivista che si chiamava La farfalla . Pensarono qualche tempo dopo di fondare un quotidiano. Per la testata ci fu chi propose Italia nuova , poi si adeguarono al modello tedesco: Avanti! .Il primo direttore fu Leonida &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_2"&gt;Bissolati&lt;/span&gt;, figlio di un prete spretato e della traduttrice dell’anarchico &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_3"&gt;Bakunin&lt;/span&gt;. Seguirono, più tardi, Benito Mussolini e Pietro Nenni, «uomini che nel bene e nel male lasciarono una impronta».I primi lettori erano braccianti, operai, risaiole, ma erano i borghesi che predicavano la nuova dottrina. Quando si presentarono alle elezioni presero 77 mila voti e 12 seggi: il primo deputato si chiamava Andrea Costa e le lapidi lo ricordano come «apostolo dell’umana redenzione».Pietro Nenni mi raccontò che il Primo Maggio, a Faenza, i signori sprangavano le finestre e i portoni dei palazzi. Sospirava: «La vita è metà gioia e metà dolore». Togliatti gli disse una volta: «Tu hai un grave difetto: sei incapace di odiare». Anche per questo molti gli vollero bene.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-3217943388125721356?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/3217943388125721356/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=3217943388125721356' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/3217943388125721356'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/3217943388125721356'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/03/farfalla-damore.html' title='Farfalla d&apos;amore.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-4484615590241071599</id><published>2008-03-24T07:21:00.000-07:00</published><updated>2008-03-24T07:23:47.784-07:00</updated><title type='text'>Giustizia e libertà: la storia di Uomini che non trionfarono mai, ma che non furono mai vinti.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;di Gaetano &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_0"&gt;Arfè&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Ho dato inizio alla mia milizia politica nel 1942 aderendo a un piccolo gruppo clandestino di 'Italia Libera', che faceva capo a un libraio di Napoli, Ettore &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_1"&gt;Ceccoli&lt;/span&gt;, originariamente comunista, amico di mio padre, socialista, devoto al culto di Benedetto Croce, frequentatore abituale della sua libreria. Con Croce egli mi procurò un incontro nel corso del quale ebbi preziosi consigli, scrupolosamente seguiti, di letture risorgimentali, tra cui lettere dal carcere di Silvio Spaventa: l'idea dell'antifascismo come 'secondo Risorgimento' mi è venuta, precocemente di là, quando mi trovai &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_2"&gt;anch&lt;/span&gt;'io a fare un breve assaggio di galera.Ricordo questo piccolo episodio perché, al di la del caso personale, mi pare indicativo dei modi attraverso i quali si poteva diventare &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_3"&gt;giellisti&lt;/span&gt;: una educazione vagamente e genericamente socialista, indirizzata, al momento della scelta, da un ex-comunista, fervido credente della &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_4"&gt;crociana&lt;/span&gt; religione della libertà.Ho partecipato poi alla Resistenza nelle formazioni Giustizia e Libertà dell'Alta Valtellina. Saltai l'esperienza del Partito d'Azione per aderire nel maggio del '45 al Partito Socialista, seguendo questa volta la tradizione familiare, ma rimanendo in rapporti di collaborazione assai stretta con gli azionisti e per essi in particolare, ritornato nella mia Napoli, con Francesco De Martino. Seguii &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_5"&gt;Saragat&lt;/span&gt; nella sua scissione e a darmi la spinta decisiva fu un discorso di Tristano &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_6"&gt;Codignola&lt;/span&gt;, fortemente critico nei confronti del comunismo, che prendeva le mosse dal libro di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_7"&gt;Koestler&lt;/span&gt;, Buio a mezzogiorno. Presto, però, giunsi alla convinzione che alla rivendicata e conquistata autonomia dal Partito comunista corrispondeva una non voluta, ma ineluttabile, subalternità alla Democrazia Cristiana e rientrai così nella casa madre in coincidenza con la confluenza in essa della maggioranza del Partito d'Azione, guidata da Riccardo Lombardi. Ricordo l'emozione che provai quando lessi il testo del discorso col quale egli annunciava e motivava la confluenza nel Partito Socialista. Alcune frasi, non più rilette, mi sono rimaste impresse nella memoria: tra esse quella del 'crisma', della sacra unzione, che ciascun azionista si sarebbe portato addosso per tutta la vita.Considero tra i maggiori privilegi che mi siano toccati quello di essere stato legato come a padri o fratelli maggiori a uomini - rammento solo alcuni di quelli scomparsi - come Gaetano &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_8"&gt;Salvemini&lt;/span&gt;, Ferruccio &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_9"&gt;Parri&lt;/span&gt;, Piero &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_10"&gt;Calamandrei&lt;/span&gt;, Ernesto Rossi, Riccardo Lombardi, Tristano &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_11"&gt;Codignola&lt;/span&gt;, Piero &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_12"&gt;Caleffi&lt;/span&gt;, Luciano &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_13"&gt;Bolis&lt;/span&gt;, Giuliano &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_14"&gt;Pischel&lt;/span&gt;, Enzo &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_15"&gt;Enriques&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_16"&gt;Agnoletti&lt;/span&gt;, &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_17"&gt;Altiero&lt;/span&gt; Spinelli, Franco Venturi, &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_18"&gt;Manlio&lt;/span&gt; Rossi &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_19"&gt;Doria&lt;/span&gt;.Ho tra i miei ricordi più cari quello di un compagno, tra i meno noti e tra più nobili, che a questo gruppo appartenne, Nello &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_20"&gt;Traquandi&lt;/span&gt;, il solo uomo capace di intimidire &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_21"&gt;Salvemini&lt;/span&gt; con uno sguardo di disapprovazione, il quale volle, a suggello di un'amicizia che ancora mi riempie di commosso orgoglio, che io lo accompagnassi in una delle sue visite alle tombe di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_22"&gt;Trespiano&lt;/span&gt;, a salutare, mi disse, Carlo e Nello, quasi a presentarmi a loro.Tutto questo mi consente di sottrarmi alla regola, oggi tornata di moda, che sterilizza la ricerca storica in nome di una presunta scientificità, liberandola anche dall'impegno alla riflessione che perennemente ritorna su se stessa, via via adeguando la nostra capacita di intendere la storia al perenne maturare della nostra coscienza.Andrò ancora oltre dicendo che scrivo non già nelle vesti di storico, ma di chi è stato partecipe, tra gli ultimi e i più modesti, di una storia che ha avuto i colori dell'epopea e l'andamento di una &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_23"&gt;chanson&lt;/span&gt; de geste, la storia di uomini che non trionfarono mai, ma che non furono mai vinti e che del loro operare hanno lasciato un segno &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_24"&gt;incancellato&lt;/span&gt; e incancellabile. E' un fatto che mentre la seconda generazione &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_25"&gt;giellista&lt;/span&gt;, la mia, si viene &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_26"&gt;anch&lt;/span&gt;'essa &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_27"&gt;estinguendo&lt;/span&gt;, gruppi di giovani si vanno formando per i quali Giustizia e Libertà non è una sigla depositata negli archivi, ma un motto che indica le ragioni per le quali la vita è degna di essere vissuta.Poco meno di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_28"&gt;sessant&lt;/span&gt;'anni sono passati dalla morte di Carlo &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_29"&gt;Rosselli&lt;/span&gt; e circa mezzo secolo dalla scomparsa del Partito d'Azione che fu, per breve stagione, l'incarnazione del movimento di Giustizia e Libertà. Il ciclo storico dell'antifascismo militante si è chiuso e si è chiusa con esso una fase della storia della nostra repubblica. Non si è spento il dibattito sulla tradizione &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_30"&gt;giellista&lt;/span&gt; e azionista, anzi, al contrario di quanto è avvenuto per altri movimenti politici, esso è trapassato dal piano storiografico a quello ideologico e politico.Quanto forte sia la carica di questo dibattito e quanto ancora calato esso sia nella 'battaglia delle idee' lo prova il fatto che di volta in volta &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_31"&gt;Rosselli&lt;/span&gt; è stato presentato come il precursore di un liberal-socialismo pudibondo - sia detto con tutto il rispetto per la persona - alla Giuliano Amato; come il costruttore di una ideologia da 'utili idioti', che ha fatto del &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_32"&gt;giellismo&lt;/span&gt; e dell'&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_33"&gt;azionismo&lt;/span&gt; la maschera del frontismo comunista - si è inventata nelle accademie la formula un po' goffa, da &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_34"&gt;agit&lt;/span&gt;-&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_35"&gt;prop&lt;/span&gt; più che da studiosi, di Gramsci- &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_36"&gt;azionismo&lt;/span&gt;-; come l'ispiratore remoto - e qui siamo alla faziosità sfrontata e canagliesca - delle brigate rosse.Una rassegna critica e ben ragionata di tali interpretazioni costituirebbe un contributo di notevole interesse alla storia delle sub-ideologie politiche del nostro tempo.Vero è che nella tradizione &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_37"&gt;giellista&lt;/span&gt; coesistono e convivono in connessione dialettica motivi contraddittori che non sono meramente ideologici, che esprimono contraddizioni reali, a volte laceranti, le quali necessariamente si riflettono in chi nella storia in divenire intende incidere. Basti solo pensare che la formazione del gruppo dirigente di GL avviene nei brevi anni che vedono l'avvento di Hitler nella acquiescenza delle democrazie e delle socialdemocrazie; la sedizione franchista di fronte alla quale, da solo, si schiera dalla parte del governo legittimo, facendo gravare, però, attraverso i partiti comunisti una pesante e a volte fosca ipoteca sulla pericolante repubblica aggredita dal fascismo internazionale, mentre contemporaneamente esplode a Mosca, in forme ripugnanti, il terrorismo staliniano, mentre le democrazie preparano la vile e miope capitolazione di Monaco.Nella notte che seguì la conclusione del congresso di Venezia del 1957, nelle lunghe ore di attesa dei risultati, Nenni, che &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_38"&gt;Rosselli&lt;/span&gt; aveva voluto al suo fianco nella impresa di 'Quarto Stato', la rivista dell'autocritica socialista, mi parlò a lungo di lui e delle ragioni per le quali era stato possibile l'inserimento nel partito socialista di molti degli elementi migliori dell'&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_39"&gt;azionismo&lt;/span&gt; &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_40"&gt;giellistico&lt;/span&gt;, ma non la saldatura delle due esperienze.Tra le ragioni della singolarità della vicenda di GL egli collocava al primo posto l'ispirazione aristocraticamente libertaria del socialismo &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_41"&gt;rosselliano&lt;/span&gt;, che era stimolo a intuire e anti-vedere i fatti ma incorrendo nell'errore, non sempre rimediabile e difficilmente perdonato, di aver ragione prima del tempo. Questo lo aveva predestinato a una funzione preziosa ma necessariamente minoritaria. Un destino analogo egli prevedeva per Riccardo Lombardi, in quel momento suo alleato nella guida della svolta autonomistica.La vocazione libertaria di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_42"&gt;Rosselli&lt;/span&gt; esiste e tra le sue componenti entra anche l'attrazione irresistibile per l'eresia, il gusto, a volte ostentato, per l'avventura intellettuale e politica. Va però anche detto che, pur restando in ogni momento un eretico, a differenza di quanto accade presso altri gruppi minoritari, egli non contrappone mai una propria ortodossia a quella delle maggioranze, è aperto al dialogo su tutti i versanti, dagli anarchici e dai trotzkisti ai neo-socialisti francesi, conservando sempre acuta e vigile, la capacità di intendere la relatività e la precarietà delle ideologie, di cogliere in esse quello che viene via via travolto e ridotto ad ammasso di ruderi resi inutilizzabili dal procedere vorticoso degli avvenimenti. A preservarlo da quello che nel gergo comunista veniva, un tempo, definito avventurismo sta il culto, professato con religioso rigore, dei principi, saldati in nesso indissolubile e sintetizzati nel suo motto 'Giustizia e Libertà'.&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_43"&gt;Rosselli&lt;/span&gt; è socialista perché liberale. Il suo liberalismo è umanesimo integrale, è processo permanente di liberazione dell'uomo dai vincoli di classe e questo nella realtà del XX secolo si definisce come socialismo e in esso si esprime. La società socialista potrà anche non realizzarsi, il 'paradiso socialista' potrà anche non esser raggiunto: giustizia e libertà restano gli imperativi etici ai quali uniformare la propria condotta.Il partito al quale aderisce è il partito di Matteotti, l'uomo che egli erigerà a esempio, per la vita e per la morte. Elegge Turati a rappresentante dell'Italia libera, ne progetta, ne organizza e ne conduce l'evasione in Francia, gli resterà legato da filiale affetto. Il libro che egli scrive a Lipari, Socialismo Liberale, sviluppa in sede dottrinale il tema della rivalutazione del volontarismo contro il determinismo marxista, riprende in sede politica, rielaborandoli originalmente, i motivi della polemica &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_44"&gt;antiriformista&lt;/span&gt; di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_45"&gt;Salvemini&lt;/span&gt;, disegna il modello di un laburismo dinamico e volitivo di cui il movimento operaio inglese fornisce un apprezzabile esempio, resta, tuttavia, nell'ambito della tradizione del socialismo democratico europeo.Quel libro dovrebbe segnare il suo punto di approdo, e tale generalmente è stato considerato: è, invece, il punto di partenza di un processo di revisione permanente che lo porterà a un graduale, crescente distacco dalla ideologia socialdemocratica, dalla sua cultura, dalla sua politica. Le tappe del suo revisionismo procedono al passo con gli avvenimenti, sul filo di un serrato superamento critico, nutrito di robusto senso della storia.Lo scritto dedicato alla memoria di Turati è un commosso atto d'amore per il vecchio maestro, è il riconoscimento argomentato e documentato di quanto egli ha dato, fino all'ultimo suo giorno di vita, alla causa della libertà, del socialismo, della nazione; è anche storicizzazione di una esperienza irripetibile perché irreversibile è il mutamento avvenuto nei moduli della lotta sociale, politica, ideologica. I motivi polemici che egli verrà via via sviluppando fondono le riflessioni sul passato, l'analisi del presente, le intuizioni su quel che sarà l'imminente e incombente futuro; è stato merito del socialismo democratico, per &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_46"&gt;Rosselli&lt;/span&gt;, avere indirizzato il movimento operaio sulla via della legalità, ma il &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_47"&gt;legalitarismo&lt;/span&gt; condanna alla sconfitta qualora sia elevato a dogma: lo dimostra il caso dell'Aventino, quando si erano affidate le sorti della battaglia a una forza esterna e tendenzialmente avversa, la monarchia. La sovranità popolare espressa col voto è sacrosanta, ma in circostanze date - questa volta è il caso della &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_48"&gt;Saar&lt;/span&gt;, dove gli operai socialdemocratici avevano votato per l'annessione alla Germania di Hitler - essa può &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_49"&gt;plebiscitariamente&lt;/span&gt; soffocare la libertà. La pace resta il bene supremo dei popoli, ma l'avvento del nazismo annuncia, &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_50"&gt;fuor&lt;/span&gt; d'ogni equivoco, 'la guerra che torna', la guerra dei fascismi contro l'Europa e non sarà il rugiadoso pacifismo socialista né l'ignavia delle diplomazie democratiche a fermarla. L'internazionalismo socialista è meritevole di ogni rispetto, ma esso resta una patetica manifestazione di ecumenico sentimentalismo quando non sa calarsi nella realtà nella quale il socialismo opera e che è quella europea. Le dottrine, le ideologie, le formule organizzative democratiche e socialdemocratiche sono vecchie, sono l'espressione di un mondo che non vive, ma sopravvive, non sono più capaci di animare fedi, di suscitare trascinanti passioni, di ispirare etiche di combattimento in una fase nella quale lo scontro frontale coi fascismi sta per diventare inevitabile.La risposta, sfortunata ma eroica, degli operai socialisti di 'Vienna la rossa' ai &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_51"&gt;clerico&lt;/span&gt;-fascisti di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_52"&gt;Dollfuss&lt;/span&gt;, quella degli operai e dei contadini spagnoli alla sedizione franchista indicano la strada da battere nella lotta contro il fascismo e il nazismo. In questo quadro il grande fatto nuovo: la svolta, dopo l'avvento di Hitler, in senso antifascista della politica estera sovietica, cui corrisponde quella della Internazionale Comunista e dei suoi partiti, che accantonano la formula del '&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_53"&gt;social&lt;/span&gt;-fascismo', della equivalenza tra socialismo e fascismo rispetto all'obiettivo della rivoluzione proletaria, e lanciano la parola d'ordine delle larghe alleanze antifasciste che troveranno nei fronti popolari la loro espressione. Non sfugge a &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_54"&gt;Rosselli&lt;/span&gt; quanto c'è di ambiguo e di strumentale nella svolta dell'&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_55"&gt;Urss&lt;/span&gt; e della sua Internazionale, ma il fatto nuovo è innegabile ed è di portata tale da imporre una revisione delle posizioni dell'antifascismo nei confronti del comunismo. L'operazione di Stalin, infatti, è stata resa possibile ed è diventata inevitabile per effetto di due fatti reali e concomitanti: l'interesse dello stato sovietico alla difesa da una ormai ipotizzabile aggressione nazista, l'iniziativa spontanea delle avanguardie proletarie, controllate ancora dai vecchi gruppi dirigenti, ma cariche di un potenziale autonomistico che non mancherà di farsi valere perché sarà il corso stesso delle cose a creare le condizioni idonee a che esso si sviluppi. Ma perché il moto così avviato proceda lungo la linea giusta è necessario affermare, nelle parole e nei fatti, la piena autonomia dell'antifascismo non soltanto dallo stato sovietico, ma anche dalle gerarchie partitiche e sindacali, influenzabili dai governi, quelli democratici come quello comunista, ai quali ideologicamente e politicamente esse fanno capo. Il &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_56"&gt;Rosselli&lt;/span&gt; di 'Socialismo Liberale' diventa a questo punto l'autore della proposta, rivoluzionaria, classista, &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_57"&gt;sovietista&lt;/span&gt;, 'per l'unificazione politica del proletariato italiano' nel quadro di una europeizzazione della lotta antifascista.Non può essere considerato neanche questo un punto di approdo: a troncare il filo non sarà il compimento di una esperienza, ma il ferro freddo di mussoliniana memoria.'Il partito unico del proletariato - egli scrive poco prima di morire - se vorrà essere una forza innovatrice autentica, dovrà essere, più che un partito in senso stretto, una larga forza sociale, una sorta di anticipazione della società futura, di microcosmo sociale, con la sua organizzazione di combattimento, ma anche con la sua vita intellettuale dal respiro ampio incitatore.'GL si propone di esserne una delle componenti essenziali, portandovi un programma i cui cardini sono due: la liberazione dal fascismo deve essere opera del popolo italiano, riallacciando il filo della tradizione della sinistra risorgimentale - ne sarà &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_58"&gt;Parri&lt;/span&gt; l'interprete più fedele -, dovrà avere il proletariato come forza motrice e dirigente, non potrà limitarsi a proporre la restaurazione del regime &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_59"&gt;prefascista&lt;/span&gt;; la lotta non potrà essere condotta da un partito solo ma da un vasto e possente schieramento unitario, rispettoso delle reciproche autonomie e animato dalla stessa volontà.Il quadro è quello europeo: in esso si colloca, senza riserve e senza residui la rivoluzione antifascista italiana.A tracciare le grandi linee è &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_60"&gt;Rosselli&lt;/span&gt;, ma egli dà voce a motivi discussi e maturati nell'ambito del movimento, in rapporto, in una prima fase, con &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_61"&gt;Salvemini&lt;/span&gt;, col concorso di compagni come Silvio &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_62"&gt;Trentin&lt;/span&gt;, come Emilio &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_63"&gt;Lussu&lt;/span&gt;, come Andrea &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_64"&gt;Caffi&lt;/span&gt;, come Franco Venturi, come Aldo &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_65"&gt;Garosci&lt;/span&gt;, in costante rapporto di scambio con la cultura europea, soprattutto quella francese. Su questo tema, mi piace ricordare, associandovi la rinnovata espressione del nostro omaggio, le pagine scritte con la finezza del grande intellettuale, il rigore dello storico, la passione del testimone, da Franco Venturi, scomparso nella giornata conclusiva del nostro convegno su &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_66"&gt;Parri&lt;/span&gt;.Questo insieme di ispirazioni e di motivazioni diverse e tendenzialmente divergenti non può comporsi in dottrina, ma crea qualcosa di più che una dottrina, un ethos politico che ha il rigore dei comandamenti. Ne scaturisce un'etica che si caratterizza, come quella comunista, per la sua carica di volontarismo teorico e pratico, ma che non è condizionata dalla mistica del partito: la fedeltà è tutta e solo ai principi che si professano, la responsabilità delle scelte è tutta e solo di chi le compie. è un'etica necessariamente minoritaria, di una aristocrazia militante e combattente, nella quale l'eroismo entra, si potrebbe dire, come componente organica. Nella graduatoria di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_67"&gt;Rosselli&lt;/span&gt; al primo posto è Matteotti, ma tutti gli eroi, dai martiri del Risorgimento ai fucilati e ai perseguitati di Mussolini, ai combattenti di Vienna e di Madrid sono oggetto di culto.E' un ethos che cerca e trova le sue radici nella storia nazionale. Il richiamo al Risorgimento non ha nulla di strumentale o di occasionale. Acquisizione tardiva per i comunisti, esso è per &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_68"&gt;Rosselli&lt;/span&gt; il motivo ispiratore dominante fin dal suo primo ingresso nella lotta politica e penetra nella cultura &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_69"&gt;giellista&lt;/span&gt;, &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_70"&gt;decantandosi&lt;/span&gt; lungo una linea storiograficamente revisionistica nella quale Mazzini e Pisacane diventano i simboli. E' il tema che Nello &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_71"&gt;Rosselli&lt;/span&gt; affronta in sede storica, - i suoi studi lasciano su &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_72"&gt;Parri&lt;/span&gt;, oltre che su Carlo, una impronta profonda - e che riallaccia il filo con la tradizione della sinistra risorgimentale, mazziniana, garibaldina, anarchica, quella della propaganda del fatto, quella per la quale il sacrificio personale diventa un dovere quando esso serve a svegliare le coscienze, a propagare una fede, a tener viva e desta una volontà di lotta. La sua sconfitta ha lasciato aperto il problema storico di una rigenerazione nazionale che abbia a protagoniste le classi popolari.Ma di qui non derivano ripiegamenti nazionalistici e neanche patriottici nel senso tradizionale del termine. Partito da un'analisi del fascismo quale fenomeno tipicamente italiano, sbocco di un processo di unificazione nazionale compresso, mortificato e corrotto dal moderatismo, dal trasformismo, dal giolittismo, egli è il primo nell'antifascismo italiano, tra i primi in quello europeo, a cogliere tutta l'importanza del fatto nuovo costituito dall'avvento di Hitler che fa del fascismo nella sua nuova, imponente e minacciosa dimensione il fattore necessariamente sconvolgente dell'equilibrio internazionale. Tutta l'Europa libera, a questo punto, è chiamata a una prova che ha per posta la sopravvivenza della sua civiltà quale l'hanno costruita il cristianesimo, il liberalismo, il socialismo.Quei motivi si arricchiranno negli anni successivi con l'apporto dei &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_73"&gt;giellisti&lt;/span&gt; d'Italia.A Giustizia e Libertà, prima rappresentanza unitaria della emigrazione antifascista non comunista, aveva fatto capo nei primi anni Trenta tutta la cospirazione democratica e socialista attiva in Italia. La costituzione di GL in movimento autonomo aveva provocato differenziazioni e divisioni che si erano ripercosse anche tra i suoi fondatori. Ma di qui prende le mosse il processo di formazione di nuovi gruppi, presenti nei maggiori centri d'Italia, dove più, dove meno direttamente influenzati dalla centrale parigina, ciascuno portandovi proprie esperienze e proprie tradizioni: a Torino sono gli echi dei consigli operai di Gramsci e della rivoluzione liberale di Piero &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_74"&gt;Gobetti&lt;/span&gt;; a Milano è la tradizione risorgimentale impersonata da uomini come &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_75"&gt;Parri&lt;/span&gt; e Riccardo &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_76"&gt;Bauer&lt;/span&gt; e il moderno liberalismo di Ugo La &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_77"&gt;Malfa&lt;/span&gt;, il giovane economista che conosce &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_78"&gt;Keynes&lt;/span&gt;; nel Mezzogiorno intorno al pugliesi Tommaso Fiore e Michele &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_79"&gt;Cifarelli&lt;/span&gt;, all'avellinese Guido Dorso, ai napoletani Pasquale &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_80"&gt;Schiano&lt;/span&gt; e Francesco De Martino rinasce il meridionalismo democratico. Firenze, che coi &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_81"&gt;Rosselli&lt;/span&gt;, con Salvemini, con Rossi, con Calamandrei, di GL era stata la culla, è centro di un episodio di grande interesse nella storia ideale e culturale del movimento: il rapporto che si instaura tra il socialismo liberale di Rosselli e il liberalsocialismo che ha in Guido Calogero e in Aldo Capitini i suoi teorici e trova in Toscana le adesioni di Tristano Codignola, di Enzo Enriques Agnoletti, di Carlo Ludovico Ragghianti di Mario Bracci, di Mario Delle Piane. Lo stesso Codignola, che ne diventerà il rappresentante politico di maggiore originalità e di maggiore spicco, ha raccontato, ricostruendola dall'interno con lucida intelligenza storica, l'avventura intellettuale e politica del gruppo di giovani, maturati sotto il fascismo ma nel solco del crocianesimo, e che per quella via pervennero all'antifascismo militante. L'ultimo episodio di rilievo internazionale è quello che ha protagonista il primo compagno di Carlo Rosselli, Ernesto Rossi, veterano della galera, deportato a Ventotene, che si associa a un ex-comunista, Altiero Spinelli - finirà anche lui nel Partito d'Azione - per lanciare, in collaborazione col socialista Eugenio Colorni il Manifesto che dall'isola ha preso il nome 'Per una Europa libera e unita', per una federazione europea da costruire sulle rovine della guerra in corso. Sarà opera loro la fondazione a Milano del movimento federalista europeo, che sarà di fatto, con la eccezione di Colorni, una articolazione del Partito d'Azione nella Resistenza e un efficace strumento di collegamento tra i movimenti europeistici fioriti, a partire dal '41, in tutta l'Europa occupata e nella stessa Germania. In Francia è un giellista, un amico di Rosselli, Silvio Trentin a dar vita un gruppo di resistenza che ha per motto Libérér et fédérer.E' necessario soffermarsi, anche se assai fugacemente e lacunosamente, su Carlo Rosselli e sulla fase di formazione del Partito d'Azione perché senza di questo diventa impossibile spiegare il fenomeno - Calamandrei diceva 'il miracolo' - di GL nella Resistenza e più ancora il fatto che il 'giellismo' sopravvive al Partito d'Azione, diventa anima di quel filone di cultura storica e politica la cui vitalità è confermata dalla constatazione che contro di esso è ancora in atto, virulenta, l'offensiva ideologica dei fondatori della 'seconda repubblica'.Il Partito d'Azione immette questo patrimonio di pensieri e di azioni, tanto ricco quanto composito, nel corpo vivo della Resistenza. Vi si trovano uomini formatisi nella cospirazione, nella galera, nelle trincee di Spagna e studiosi la cui vita si è svolta nelle biblioteche e nelle accademie, liberali alla Cavour e bolscevichi ravveduti, riformisti e rivoluzionari, protestanti e cattolici: le loro biografie costituiscono la sintesi della migliore storia d'Italia. Questo è il dato da cui bisogna partire per spiegare la singolarità della vicenda dell'azionismo nella storia della nostra repubblica.L'operazione di innesto della tradizione giellista nel movimento resistenziale ha il suo maggiore artefice in Ferruccio Parri.Parri era stato con Rosselli l'organizzatore della evasione di Turati dall'Italia. Il suo comportamento nell'impresa e di fronte alle persecuzioni che ne erano seguite aveva profondamente impressionato Rosselli che con l'enfasi in lui non rara, ma con sincera e commossa ammirazione, scriveva in una pagina autobiografica di aver visto in Parri la reincarnazione, alta e pura, dell'eroe mazziniano.Parri non ha vocazioni libertarie, non sogna ardite sintesi delle diverse esperienze di matrice socialista, non vagheggia unificazioni politiche a base classista. Con la malinconica e sottilmente amara ironia che gli era propria mi disse una volta: 'Io sono un conservatore disperato perché non trovo molto che meriti di essere conservato'. Ma Parri è l'interprete più fedele, più intransigente, più conseguente della direttiva principale e centrale di Rosselli: la liberazione dal fascismo deve essere opera del popolo italiano, deve coinvolgere le classi popolari, deve portare a compimento quel processo di rigenerazione nazionale rimasto incompiuto dal Risorgimento sabaudo-garibaldino. Quell'amor di patria austero, pudico, ma granitico, che lo aveva portato all'interventismo e che aveva fatto di lui uno degli eroi veri della prima guerra mondiale, che lo aveva indotto a scendere in campo contro il fascismo, in nome, come Matteotti, della dignità nazionale offesa, è il sentimento dominante nella concezione che egli ha della funzione della Resistenza e dell'azione militare e politica nella quale essa deve manifestarsi. I suoi amici sanno, dalle ammissioni che a volte compaiono, si potrebbe dire traspaiono, nei suoi scritti, dalle confessioni sommesse fatte a mezza voce, quanto strazio questa scelta gli sia costata: al suo appello rispondevano giovani e giovanissimi tanti dei quali andavano incontro a un destino ben più atroce della morte in combattimento, al suo comando italiani combattevano non soltanto contro l'invasore, ma anche contro italiani. Più volte il dubbio lo attanagliò, ogni volta lo respinse, in solitudine.Incarnazione dell'eroe mazziniano, simbolo di una unità nazionale accolta non come formula politica, ma come risposta storica a un imperativo etico, egli apparve, perciò, anche agli uomini, assai distanti tra loro che allora gli furono vicini, a Luigi Longo e a Edgardo Sogno.Confermato dai documenti e dalle testimonianze, emerge dagli studi dedicati alla Resistenza giellista l'articolato quadro di un movimento organizzato e diretto da un partito di freschissima costituzione e che pure è il solo in grado di emulare il partito comunista sul terreno militare per efficienza e audacia, di contendergli l'egemonia su quello etico-politico.Va riconosciuto che a questo concorrono fattori di non secondaria importanza. Le formazioni GL costituiscono il nucleo più numeroso, più combattivo e più compatto della Resistenza non comunista e c'è chi ipotizza il loro concorso al fine di fronteggiare i comunisti qualora essi scendessero su terreno rivoluzionario. Questo consente a GL di accogliere nelle proprie file uomini che appartengono ai ceti dirigenti inseriti in una rete di efficienti e efficaci solidarietà, quadri militari professionali - il comandante della mia divisione e infine di tutta la zona Valtellina-Lario era un tenente colonnello dei carabinieri, Edoardo Alessi, dichiaratamente monarchico, caduto in combattimento alla immediata vigilia della Liberazione - e di godere dei lanci di armi e viveri da parte degli Alleati, generalmente negati alle formazioni comuniste.Ma questo non basta a spiegare il fenomeno. La Resistenza giellista non ha una dottrina che la cementi, non ha una ideologia radicata nelle masse ma è nel suo quadro dirigente pervasa da valori etico-politici di respiro universale, che superano i limiti del patriottismo tradizionale e le angustie di un acerbo classismo, che non hanno bisogno di propagande per risultar veri perché si saldano a esperienze e speranze di tutto un popolo, ne esprimono le aspirazioni massicciamente diffuse alla pace, alla libertà, alla giustizia, alla restaurazione della dignità nazionale, alla conquista di una solidarietà permanente tra tutti i popoli d'Europa. Sotto la stessa bandiera, nella breve stagione il cui autunno comincia già il 25 aprile, possono così militare accademici di altissima levatura di fede liberale come Adolfo Omodeo e Guido De Ruggero e rivoluzionari professionali come Leo Valiani, per lunghi anni comunista, passato per la galera, per la guerra di Spagna, per il campo del Vernet, moderni illuministi, aperti alle più audaci riforme - si troveranno parecchi di essi intorno al Mondo di Mario Pannunzio e intellettuali inquieti come Riccardo Lombardi, proveniente dalla estrema sinistra cattolica, vicino nella cospirazione ai comunisti, approdato a un suo originale socialismo, democratico e autonomistico e federalisti come Altiero Spinelli che conserva nella forma mentis e nel temperamento i tratti del leninista che era stato...Sono qui le ragioni della forza e della debolezza del Partito d'Azione, un partito d'eccezione per tempi di eccezione. Protagonista nella guerra di liberazione, esso va infatti in frantumi a un anno dalla insurrezione, dopo aver dato all'Italia liberata il primo presidente del consiglio. La sparuta pattuglia dei suoi eletti alla Costituente riuscirà ancora, tuttavia, a dare un contributo di straordinaria importanza alla elaborazione della carta costituzionale e valga per tutti il nome di Piero Calamandrei, che della costituzione fu tra i maggiori artefici nell'aula di Montecitorio, il più strenuo difensore dei suoi dettami nella battaglia politica e parlamentare, il più appassionato divulgatore dei suoi principi nel paese.La sconfitta del governo Parri è un momento della più vasta sconfitta delle avanguardie della Resistenza europea, è il trionfo del realismo politico delle grandi potenze e delle grandi formazioni politiche che ad esse ideologicamente e politicamente fanno capo, quel realismo che regalerà al mondo l'equilibrio della guerra fredda e delle contrapposizioni frontali che spaccano la Resistenza all'interno dei maggiori paesi europei, in prima linea Italia e Francia.Il disegno di Parri della rigenerazione nazionale nel segno di una rivoluzione democratica si scontra col composito fronte della conservazione, sulla quale grava l'ipoteca della destra monarchica, clericale, neo-fascista, massicciamente presente nel paese. Non avrà dalla sua parte le forze della sinistra, egemonizzata e diretta da un partito comunista inserito senza riserve in una strategia che ha a Mosca il suo centro e sulla quale minima, se non pari a zero, è la sua capacità di intervento. La ricostruzione sarà perciò anche restaurazione. L'integrazione europea, nel cui quadro Parri collocava il suo disegno, partirˆ tardivamente e prenderˆ le mosse da tutt'altri impulsi.Il Partito d'Azione - è la ragione della sua debolezza - non può in queste circostanze sopravvivere senza snaturare se stesso. E così esso si scioglie in un congresso composto e commosso, in un clima di reciproca rispettosa comprensione degli elementi di contraddittorietà che ciascuna scelta ha in sè. Non ci saranno strascichi penosi di risentimenti settari.Il Partito d'Azione si dissolve, non si dissolve l'ethos politico che esso ha incarnato e che ha costituito nella fase più tragica della storia d'Italia il suo elemento di forza. Non è un'espressione libresca e tanto meno retorica, non è uno scolastico ritorno alla metodologia crociana. Nei grandi momenti storici, quando necessariamente intensa è la partecipazione collettiva agli eventi, quando le idee dei pionieri e dei martiri trovano conferme nei fatti, sorgono e prendono consistenza movimenti dove fermenti nuovi si concentrano, maturano, esprimono aspirazioni largamente diffuse, che si compongono in principi e valori, che generano culture, che ispirano norme etiche.Nell'ambito della Resistenza la tradizione giellista diventa il luogo nel quale questo fenomeno più compiutamene si esprime, perché non gravato, come accade ai socialisti, da ideologie ereditate, con tutto quello di positivo ma anche di negativo che questo comporta, perché non vincolato, come accade ai comunisti, dalla ferrea disciplina che li lega, ideologicamente e sentimentalmente, oltre che politicamente al partito-guida e allo stato-guida e li fa strumenti di una strategia internazionale il cui centro sta fuori e sopra di loro. E' per questo che l'antifascismo si costituisce in autonomo sistema di principi e di valori intorno al nucleo ideale della tradizione azionista, intesa in senso lato, che ingloba in sè il filone di moderno socialismo che va da Matteotti, l'eroe di Rosselli, a Colorni, che l'azionista Norberto Bobbio ha immesso nel circolo della cultura filosofica e politica. E' questa la linea di discrimine nei confronti dell'antifascismo comunista: le conquiste di libertà e di giustizia non passano per la dittatura del proletariato; l'internazionalismo non è obbedienza passiva al partito-guida e al suo infallibile capo, è innanzi tutto europeismo e non ha bisogno di uno stato-guida, il rapporto tra cultura e politica è dialettico scambio che non ammette dogmi e non tollera direttive burocratiche di gerarchie partitiche.A questo dato sono riconducibili certi tratti che caratterizzano i comportamenti politici della diaspora azionista, al di là della diversità delle scelte dei singoli militanti e dei gruppi.Parri vota per l'adesione dell'Italia al Patto Atlantico, consapevolmente andando incontro alla condanna, per lui dolorosa, della Resistenza social-comunista, rompe l'unità della organizzazione partigiana e fonda la FIAP, in contrapposizione all'ANPI per sottrarre al controllo del comunismo di osservanza staliniana la tradizione antifascista e resistenziale e preservarne così, come di fatto è avvenuto, il potenziale unitario.Riccardo Lombardi, di fresco entrato nel partito socialista, si cimenta, con l'appoggio di Alberto Jacometti, nella temeraria impresa di rovesciarne la maggioranza frontista, sull'onda della volontà di riscossa autonomista dopo la sconfitta del 18 aprile. Fu un successo effimero, che pagò con anni di isolamento: aveva avuto il torto di aver ragione prima del tempo.Codignola e Calamandrei scelgono il versante socialdemocratico, trattati, diceva Codignola, come meteci, gli stranieri nell'antica Grecia ai quali veniva riconosciuta una cittadinanza dimezzata, la libertà ma non i diritti politici. Il Ponte, la rivista fondata da Calamandrei, al suo fianco Enzo Enriques Agnoletti, Codignola editore, è la sola rivista italiana di cultura politica che ha respiro europeo, che si sottrae alla egemonia comunista e la contrasta con successo, che non fa dell'anticomunismo una ideologia, che difende, con armi manovrate da un maestro del diritto dell'altezza di Piero Calamandrei, tutte le libertà dall'offensiva preannunciata da Mario Scelba contro il 'culturame' democratico, laico e protestantico, in nome di un clericalismo rozzo e provinciale, esaltato dal voto del 18 aprile.Bobbio impegna coi comunisti un serrato dibattito, aperto allo scambio, ma rigidamente intransigente nell'avversione alle dottrine e alle pratiche dello stalinismo, immette autorevolmente nella cultura politica di sinistra autori che socialisti e comunisti avevano ignorati, come Rodolfo Mondolfo e Colorni.Parri, tenace e infaticabile, facendo appello innanzi tutto a storici, come egli diceva, senza galloni, fonda l'Istituto per la storia del movimento di Liberazione, costruisce la rete degli Istituti di storia della Resistenza. Nella sua memoria era vivo il ricordo - fu lui a parlarmene - dell'apporto che avevano dato le Società di Storia Patria alla creazione e alla diffusione del mito che Benedetto Croce definì 'l'epopea sabaudo-garibaldina' e al consolidamento, su di esso, del consenso alla monarchia liberale. Con i suoi Istituti, Parri volle e seppe superare di gran lunga il modello, per rigore di metodo, per efficienza organizzativa, per impegno civile, sottraendo il patrimonio etico-politico della Resistenza a strumentalizzazioni di parte, facendone al tempo stesso, senza forzature, strumenti di enorme importanza ai fini della motivazione storica del mito della Resistenza quale 'secondo Risorgimento' e della formula della Costituzione come 'nata dalla Resistenza'. Con gli scritti, con i discorsi, con le epigrafi, Calamandrei si fa il grande propagandista di queste idee, il poeta in prosa: quel che fu Carducci, ha notato Aldo Garosci, per il Risorgimento.Parlare degli azionisti dopo la fine del loro partito come degli 'utili idioti' del comunismo staliniano è offesa che si reca non a loro ma alla verità della storia.Quel che c'è di vero è che anche negli inverni più rigidi della guerra fredda la loro opposizione al comunismo non concede mai nulla allo spirito di crociata dell'anticomunismo professionale.C'è, certamente, tra le componenti di questo atteggiamento un sentimento di solidarietà combattentistica nato e alimentato dalla conoscenza diretta dell'eroismo di cui i comunisti hanno dato prova nella Resistenza. Prevalente e determinante è però la convinzione che il problema di fondo di cui la Resistenza ha posto le premesse, ma non ha risolto, quello ereditato dal Risorgimento di una rigenerazione d'Italia nel segno della democrazia, esige l'apporto attivo delle forze che il comunismo rappresenta, esige l'innesto nel patrimonio etico-politico della nazione, a conclusione di un processo di revisione, di depurazione, di decantazione, dell'apporto di idee, di valori, di sacrifici, della tradizione comunista italiana, da Gramsci ai fratelli Cervi.La storia della diaspora azionista è assai frastagliata. E' storia difficile da ricostruire, di gruppi non più collegati tra loro se non da relazioni personali, di personaggi che scelgono collocazioni politiche diverse o che abbandonano la politica militante: li ritroviamo questi - e spesso vi eccellono per capacità e per rigore - nelle università, nelle professioni, nella magistratura, tra i pochi grands commis degni di questo titolo: ultimo esempio Carlo Azeglio Ciampi. Ma è una presenza che non viene mai meno e che riemerge nei momenti difficili lungo una linea di continuità che non si può attribuire al caso.Nel '53 la pattuglia che aveva trovato ospitalità nella socialdemocrazia ne esce per ingaggiar dura battaglia - chiedo scusa ai politologi e ai politici che hanno scoperto le virtù del sistema maggioritario - contro la legge elettorale passata alla storia come legge-truffa - e qui chiedo scusa agli ideatori di essa, che furono mossi da una ragion politica i cui moventi erano contestabili ma non truffaldini. Intorno a Tristano Codignola che promosse l'operazione e a Ferruccio Parri si radunò, col concorso di molti giovani, la diaspora azionista, ne nacque il movimento di 'Unità Popolare' col preciso e dichiarato intento di impedire lo scatto della legge, in obbedienza a una questione di principio: il rispetto della volontà popolare quale espressa dalle urne, a una ragione politica opposta a quella della maggioranza: evitare che si approfondisse il solco che aveva diviso il paese nel 1948 e che si rinsaldasse la catena dell'assedio intorno alla sinistra frontista. E quel gruppo dette un contributo quantitativamente modesto ma elettoralmente determinante ai fini del rigetto della legge, stimolò la svolta autonomista del Partito Socialista nel quale il movimento confluì dopo il congresso di Venezia. Riccardo Lombardi ebbe al suo fianco non pochi di essi nel corso del dibattito politico e nel lavoro di elaborazione programmatica che sfociò in quel centro-sinistra che oggi appare come circonfuso di un alone da ottobre rosso rispetto al centro-sinistra che saremo chiamati a votare.Fu l'antifascismo azionista - è un punto questo che meriterebbe un'attenta e metodologicamente difficile ricerca - che dette una sua forte impronta a quella operazione di immissione tra le masse della tradizione antifascista e di saldatura tra due generazioni, che ebbe il suo momento di maggiore intensità nel '60, nella lotta contro il governo Tambroni. L'ideologia resistenziale comunista strumentalmente intrisa di elementi contraddittori tenuti insieme dalla 'boria di partito' ne ebbe la spinta a un processo di decantazione, cui dialetticamente contribuirono anche le contestazioni di sinistra, di cui Parri non condivise le ragioni ma intese e difese la ragion d'essere.La crisi del centro-sinistra - di cui fui quale direttore dell'Avanti! leale sostenitore e non me ne pento - su uno sfondo che oggi appare assai più torbido e minaccioso di quanto allora si potesse intuire, ripropone in termini politici e non più etico-politici, il problema del rapporto coi comunisti. Gli uomini dell'azionismo sono in prima fila.Nel partito socialista Riccardo Lombardi organizza la sua corrente di opposizione nel segno dell'alternativa, a coronamento di una riorganizzazione unitaria della sinistra. A conclusioni non dissimili giungerà, a suo tempo, anche Francesco De Martino, capo della maggioranza, segretario del partito, che del centro-sinistra aveva fatto diretta esperienza quale vice-presidente del consiglio e che giocherà coraggiosamente e consapevolmente le sue fortune politiche sulla formula degli 'equilibri più avanzati', del coinvolgimento comunista nella direzione politica del paese.L'episodio di maggior rilievo, in questa nuova fase, è legato, ancora una volta, al nome di Ferruccio Parri.Egli era stato il primo a prendere le distanze dalla politica nenniana per passare alla opposizione aperta al centro-sinistra. Infaticabile e tenace come sempre - 'la mia sola qualità è la testardaggine', egli diceva - Parri tesse la sua rete, lancia un appello alle forze disperse dell'antifascismo, fonda una rivista, L'Astrolabio, dà vita alla Sinistra Indipendente. L'interlocutore è Enrico Berlinguer. I suoi candidati sono eletti nelle liste del partito comunista che accetta un consistente sacrificio della propria rappresentanza parlamentare, accompagnandolo al riconoscimento formale e sostanziale dell'autonomia politica della nuova formazione.La storia della Sinistra Indipendente e dei suoi rapporti col Partito Comunista è ancora da scrivere, nei suoi aspetti di collaborazione politica e in quelli, meno visibili, di compenetrazione delle idee.Ma non c'è bisogno di ricerche per cogliere l'importanza che a questo processo si collega anche l'azionista Altiero Spinelli, l'uomo di Ventotene, confluito dopo lunga odissea - Ulisse era il suo eroe - nelle file della Sinistra Indipendente. Con la baldanza velata dalla ironia che lo distingueva, ma che in questo caso non era ingiustificata, egli spiegò la sua scelta dicendo che erano stati i comunisti ad andare a lui e non lui ai comunisti. Il suo vanto era quello di aver convertito all'europeismo prima De Gasperi, poi Nenni, infine Berlinguer. I tramiti per l'ultima conquista erano stati Giorgio Amendola e Umberto Terracini. E in realtà è da lui che viene l'ultima spinta al processo di nazionalizzazione del partito comunista, questa volta per la via maestra della sua europeizzazione. Sarà lui ad accreditarlo e a legittimarlo in sede europea, promuovendo e guidando nel parlamento di Straburgo la grande battaglia per l'unione politica d'Europa, facendo approvare, col voto di una maggioranza da lui costruita pezzo per pezzo, con tutti gli strumenti disponibili, un progetto di trattato in grado di dare sbocco politicamente e tecnicamente adeguato ad una necessità storica e ridotto poi dai governi d'Europa al rachitico e asfittico mostriciattolo di Maastricht.La scomparsa di Berlinguer, cui segue a breve distanza quella di Spinelli, la defenestrazione di Natta segnano l'inizio del malinconico declino dell'ultimo tentativo di Parri.Il nuovo gruppo dirigente del partito comunista in via di metamorfosi, con l'autolesionismo proprio degli ignari e degli ignavi, procede alla liquidazione di una eredità troppo pesante per le sue gracili spalle. La formazione creata da Parri finisce nella fossa comune, senza neanche l'onore di un necrologio.L'operazione si colloca nel quadro del reganismo e del tatcherismo trionfanti e della offensiva ideologica ideata da Bettino Craxi e condotta con grande rozzezza culturale ma con superiore intelligenza tattica.Craxi precorre Occhetto, nella cancellazione della tradizione azionista, isolando in un vigilato ghetto De Martino e Lombardi, espellendo Codignola e Enriques Agnoletti, provocando il distacco dal suo partito di Vittorio Foa e di chi vi parla, epurando la storia del partito socialista, fino a oscurare Turati sotto la grande ombra di Garibaldi: il tutto nel segno di un anticomunismo postumo che sembrava non avere più alcun senso nel momento in cui i motivi della insidia comunista alla democrazia e della minaccia sovietica al mondo libero erano ormai venuti a mancare. In realtà, l'obiettivo perseguito e conseguito è quello di dare motivazione ideologica al passaggio dalla repubblica nata dalla Resistenza a quella che ha ancora i tratti di un identikit confuso e incompiuto, vagamente minaccioso.Il ciclo storico apertosi con la prima guerra mondiale si è chiuso, alla storia appartiene ormai il problema di una storia d'Italia da correggere, di un nuovo Risorgimento da conquistare che fu il denominatore comune dell'interventismo, di quello nazionalistico, di quello democratico, di quello rivoluzionario. La storia non risolve i problemi, ma neanche li seppellisce e il circolo dialettico che essa perennemente instaura con la politica è inesauribile. Rosselli e Parri fanno rivivere nella nazione l'eredità di Mazzini. Tra i giovani di oggi ci sono quelli che intendono restituire vitalità e vigore ai valori dei quali Rosselli e Parri ci sono stati maestri, che, come loro, per battersi non hanno bisogno della sicurezza di vincere.Credere nel successo è un atto di fede. Risponde invece a una mia convinzione politica profonda quella che, ove la tradizione di Matteotti e di Rosselli fosse cancellata, avremmo una nuova barbarie, forse non sanguinaria, ma capace, forse, con più forte radicalità del fascismo, di offendere e calpestare la dignità umana.Ogni processo storico contiene in sè sbocchi tendenzialmente diversi, ed è certo che il solo modo per rendere irrimediabile una sconfitta è quello di non dare battaglia, fingendo di non accorgersi o addirittura non accorgendosi, come sta accadendo oggi alle rappresentanze ufficiali della sinistra italiana, che una battaglia sia in corso.Noi non siamo tra questi.In questo spirito ho rievocato, soprattutto per i giovani, una storia della quale sono stato partecipe e che si configura, nella mia non più giovane fantasia, come una saga i cui eroi battono strade diverse, incontrano avventure che rendono a volte assai lunghe le distanze tra loro, ma che tutti restano fedeli al motto cui questa saga si intitola: Giustizia e Libertà.Ho scritto all'inizio che non avrei parlato in veste di storico ma di attore, tra gli ultimi in ordine di tempo e di importanza, di una nobile storia. E così è stato.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-4484615590241071599?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/4484615590241071599/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=4484615590241071599' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/4484615590241071599'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/4484615590241071599'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/03/giustizia-e-libert-la-storia-di-uomini.html' title='Giustizia e libertà: la storia di Uomini che non trionfarono mai, ma che non furono mai vinti.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-6452125465133821736</id><published>2008-03-23T08:05:00.000-07:00</published><updated>2008-03-23T08:10:46.555-07:00</updated><title type='text'>Buona Pasqua.</title><content type='html'>&lt;div align="center"&gt;Trova il tempo..&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Trova il tempo di pensare&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Trova il tempo di pregare&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Trova il tempo di ridere&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;È la fonte del potere&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;È il più grande potere sulla Terra&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;È la musica dell'anima.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Trova il tempo per giocare&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Trova il tempo per amare ed essere amato&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Trova il tempo di dare&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;È il segreto dell'eterna giovinezza&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;È il privilegio dato da Dio&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;La giornata è troppo corta per essere egoisti.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Trova il tempo di leggere&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Trova il tempo di essere amico&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Trova il tempo di lavorare&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;E' la fonte della saggezza&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;E' la strada della felicità&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;E' il prezzo del successo.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Trova il tempo di fare la carità&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;E' la chiave del Paradiso. &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;(Iscrizione trovata sul muro della Casa dei Bambini di Calcutta.)&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;br /&gt;Ama&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Ama finché’ non ti fa male, &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;e se ti fa male, &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;proprio per questo sarà’ meglio. &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Perché’ lamentarsi? &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Se accetti la sofferenza e la offri a Dio, &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;ti darà’ gioia. &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;La sofferenza e’ un grande dono di Dio: &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;chi l’accoglie, &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;chi ama con tutto il cuore, &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;chi offre se stesso ne conosce il valore.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;br /&gt;Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;i capelli diventano bianchi,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;i giorni si trasformano in anni.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Però ciò che é importante non cambia; &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;la tua forza e la tua convinzione non hanno età.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Il tuo spirito e` la colla di qualsiasi tela di ragno.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Dietro ogni linea di arrivo c`e` una linea di partenza.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Dietro ogni successo c`e` un`altra delusione.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Fino a quando sei viva, sentiti viva. &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Se ti manca ciò` che facevi, torna a farlo. &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Non vivere di foto ingiallite…&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni. &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Non lasciare che si arrugginisca il ferro che c`e` in te.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Fai in modo che invece che compassione, &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;ti portino rispetto. &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Quando a causa degli anni non potrai correre, &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;cammina veloce.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Quando non potrai camminare veloce,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt; cammina.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Quando non potrai camminare, &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;usa il bastone.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Pero` non trattenerti mai! &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-6452125465133821736?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/6452125465133821736/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=6452125465133821736' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/6452125465133821736'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/6452125465133821736'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/03/buona-pasqua.html' title='Buona Pasqua.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-8177662346488834959</id><published>2008-03-22T13:32:00.000-07:00</published><updated>2008-03-22T13:33:10.624-07:00</updated><title type='text'>Il Vangelo secondo Matteo.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;di Alberto Moravia L'Espresso, 4 ottobre 1964 &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Alcuni critici si sono meravigliati che Pier Paolo Pasolini, scrittore marxista, traducendo sullo schermo Il Vangelo secondo Matteo, si sia mantenuto fedele al testo originale. Non c'è, infatti, incompatibilità assoluta fra il cristianesimo e il marxismo? Fra gli apostoli e i ragazzi di vita? Fra la poesia civile di sinistra e il cattolicesimo di destra? Nella meraviglia si esprimeva il moralismo d'una società come quella italiana, pochissimo religiosa e perciò costretta ad un conformismo di comportamento, Pasolini s'era “comportato” fin ora in un certo modo; come poteva, ad un tratto, “comportarsi” in un modo tanto diverso?&lt;br /&gt;In realtà Pasolini s'è mantenuto soprattutto fedele a se stesso; e poiché il cristianesimo costituisce in lui il nesso sentimentale e ideologico che collega le ardue esperienze opposte del marxismo e del decadentismo, egli è stato anche, in maniera molto naturale, fedele al cristianesimo. Un cristianesimo, appunto, di specie insieme popolare e raffinata, che gli ha permesso da un lato di illuminare il carattere rivoluzionario del messaggio cristiano, dall'altro di recuperare la bellezza che è nel testo del Vangelo e nelle interpretazioni che ne ha dato l'arte di tutti i tempi.&lt;br /&gt;Rispetto ad Accattone, Il Vangelo secondo Matteo segna un processo indubbio, prima di tutto per l'eccezionale impeto espressivo che in questo film rivela direttamente e immediatamente quali sono le cose che stanno a cuore a Pasolini. E in secondo luogo perché, nelle singole parti, Pasolini mostra questa volta di sapere alleare la poesia ad una rifinitezza e levità che in Accattone, più elementare, non si potevano ancora che intravvedere.&lt;br /&gt;Pasolini ha un senso acuto della realtà del volto umano, come luogo d'incontro di energie ineffabili che esplodono nell'espressione, cioè in qualche cosa di asimmetrico, di individuale, di impuro, di composito, insomma il contrario del tipico. I primi piani di Pasolini sarebbero sufficienti da soli a mettere Il Vangelo secondo Matteo sopra un livello eccezionale. Ma questi primi piani non basterebbero a darci la storia di Gesù, come una galleria di ritratti non basta a darci l'idea degli avvenimenti ai quali hanno preso parte i personaggi. Il film, dunque, sarà un alternarsi di volti in primo piano e di scene drammatiche per lo più contemplate da lontano, cioè come può vederli uno spettatore il quale ora fissi lo sguardo sulle facce, ora cerchi d'abbracciare la scena intera. Niente dunque di naturalistico in questa maniera ora di avvicinare, ora di allontanare, volti e scena, semmai una rappresentazione francamente estetizzante, che non pretende mai, come fa il naturalismo, di darci la verità fotografica delle cose.&lt;br /&gt;Pasolini ha capito il valore plastico e poetico, così del silenzio, come della parola. Diciamo subito che i silenzi sono la forza del film e le parole la debolezza. I silenzi di Pasolini sono affidati all'organo che è più legato al silenzio: gli occhi. Non parliamo qui degli occhi degli spettatori, bensì degli occhi dei personaggi. Le sequenze silenziose del Vangelo secondo Matteo sono le più belle, appunto perché il silenzio è il mezzo più sicuro per farci fare il salto vertiginoso all'indietro che ci propone Pasolini con il suo film. La parola è sempre storica; il silenzio si pone fuori della storia, nell'assolutezza delle immagini: il silenzio  della Annunciazione, il silenzio che accompagna la morte di Erode, il silenzio degli apostoli che guardano Gesù e di Gesù che guarda gli apostoli, il silenzio di Giuda che sta per tradire, il silenzio di Gesù che sa di essere tradito. Il silenzio nel film di Pasolini non è, d'altra parte, quello del cinema muto, cioè un silenzio per difetto; bensì è il silenzio del parlato, cioè un silenzio plastico, espressivo, poetico.&lt;br /&gt;Mentre i silenzi sono di Pasolini, le parole, ovviamente, sono del Vangelo. Abbiamo sempre pensato che la parola nel cinema ha un carattere veristico, cioè, in fondo, superfluo, come dimostra se non altro il fatto che per molto tempo il cinema fu muto e tuttavia lo stesso completamente e felicemente espressivo. Questo carattere della parola nel cinema rendeva tanto più difficile la trascrizione cinematografica d'un linguaggio così denso e così ricco di metafore, come quello del Vangelo. &lt;br /&gt;Vedendo il film di Pasolini si riporta l'impressione che lo schermo, per sua natura adatto all'immagine che scorre e si mostra, piuttosto che alla parola che si ferma e dice, non sia il luogo migliore per accogliere la risonanza di un discorso che sembra esigere le architetture e gli sfondi dipinti d'un tempio. Pasolini, il quale s'è servito della voce assai efficace di Enrico Maria Salerno, ha cercato in tutti i modi di risolvere il problema di questa incompatibilità, ma non vi è riuscito che parzialmente.&lt;br /&gt;Adesso resta da dire che specie di Gesù è questo di Pasolini. Diciamo subito che si tratta d'un Gesù molto diverso da quello conformistico che predomina ancora oggi. Non vogliamo sprecare troppe parole su un fatto ovvio: è chiaro che la bontà di Gesù ha, in sede storica, un carattere paradossale e rivoluzionario, e che, nel momento stesso che Gesù diceva: “Ama il tuo prossimo come te stesso”, egli diceva qualche cosa che non era soltanto l'espressione di un sentimento, ma soprattutto, rispetto al mondo di allora, qualcosa di oggettivamente sovvertitore. &lt;br /&gt;Per questo, Pasolini ha mirato a darci un Gesù duro, violento, iconoclasta, inflessibile, come appunto doveva apparire ai suoi contemporanei e non come appare oggi a noi che, com'è stato già detto, non possiamo non dichiararci tutti cristiani. &lt;br /&gt;Lo stesso va detto dell'ambiente nel quale Gesù si trovò a predicare. Per essere pienamente rivoluzionario, il cristianesimo doveva essere non soltanto paradossale, ma anche “invisibile”. Che cosa di più invisibile allora, d'una religione predicata da un povero tra i poveri, in una provincia remota, in un linguaggio sconosciuto ai potenti? E così ci pare che anche il “miserabilismo” di Pasolini trovi una sua giustificazione storica e ideologica oltre che artistica.&lt;br /&gt;Pasolini ha preso i suoi attori dalla strada, sia si tratti di amici dell'ambiente letterario, sia di popolani dei luoghi dove il film è stato girato. E stata ancora una volta una buona idea e il rendimento è notevole. Enrique Irazoqui, lo studente spagnolo che interpreta il personaggio di Gesù, ha un volto che ricorda il greco, i bizantini e i primitivi. Questo volto, spesso grave oppure adirato, più di rado sorridente, è una delle più belle invenzioni del film.   &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-8177662346488834959?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/8177662346488834959/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=8177662346488834959' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/8177662346488834959'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/8177662346488834959'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/03/il-vangelo-secondo-matteo.html' title='Il Vangelo secondo Matteo.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-6575878583277018660</id><published>2008-03-19T10:17:00.000-07:00</published><updated>2008-03-19T05:54:59.617-07:00</updated><title type='text'>Io, schiavo di Puglia.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;di Fabrizio Gatti&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Il padrone ha la camicia bianca, i pantaloni neri e le scarpe impolverate. È pugliese, ma parla pochissimo italiano. Per farsi capire chiede aiuto al suo guardaspalle, un maghrebino che gli garantisce l'ordine e la sicurezza nei campi. "Senti un po' cosa vuole questo: se cerca lavoro, digli che oggi siamo a posto", lo avverte in dialetto e se ne va su un fuoristrada. Il maghrebino parla un ottimo italiano. Non ha gradi sulla maglietta sudata. Ma si sente subito che lui qui è il caporale: "Sei rumeno?". Un mezzo sorriso lo convince. "Ti posso prendere, ma domani", promette, "ce l'hai un'amica?". "Un'amica?". "Mi devi portare una tua amica. Per il padrone. Se gliela porti, lui ti fa lavorare subito. Basta una ragazza qualunque". Il caporale indica una ventenne e il suo compagno, indaffarati alla cremagliera di un grosso trattore per la raccolta meccanizzata dei pomodori: "Quei due sono rumeni come te. Lei col padrone c'è stata". "Ma io sono solo". "Allora niente lavoro".&lt;br /&gt;Non c'è limite alla vergogna nel triangolo degli schiavi. Il caporale vuole una ragazza da far violentare dal padrone. Questo è il prezzo della manodopera nel cuore della Puglia. Un triangolo senza legge che copre quasi tutta la provincia di Foggia. Da Cerignola a Candela e su, più a Nord, fin oltre San Severo. Nella regione progressista di Nichi Vendola. A mezz'ora dalle spiagge del Gargano. Nella terra di Giuseppe Di Vittorio, eroe delle lotte sindacali e storico segretario della Cgil. Lungo la via che porta i pellegrini al megasantuario di San Giovanni Rotondo. Una settimana da infiltrato tra gli schiavi è un viaggio al di là di ogni disumana previsione. Ma non ci sono alternative per guardare da vicino l'orrore che gli immigrati devono sopportare.&lt;br /&gt;Sono almeno cinquemila. Forse settemila. Nessuno ha mai fatto un censimento preciso. Tutti stranieri. Tutti sfruttati in nero. Rumeni con e senza permesso di soggiorno. Bulgari. Polacchi. E africani. Da Nigeria, Niger, Mali, Burkina Faso, Uganda, Senegal, Sudan, Eritrea. Alcuni sono sbarcati da pochi giorni. Sono partiti dalla Libia e sono venuti qui perché sapevano che qui d'estate si trova lavoro. Inutile pattugliare le coste, se poi gli imprenditori se ne infischiano delle norme. Ma da queste parti se ne infischiano anche della Costituzione: articoli uno, due e tre. E della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Per proteggere i loro affari, agricoltori e proprietari terrieri hanno coltivato una rete di caporali spietati: italiani, arabi, europei dell'Est. Alloggiano i loro braccianti in tuguri pericolanti, dove nemmeno i cani randagi vanno più a dormire. Senza acqua, né luce, né igiene. Li fanno lavorare dalle sei del mattino alle dieci di sera. E li pagano, quando pagano, quindici, venti euro al giorno. Chi protesta viene zittito a colpi di spranga. Qualcuno si è rivolto alla questura di Foggia. E ha scoperto la legge voluta da Umberto Bossi e Gianfranco Fini: è stato arrestato o espulso perché non in regola con i permessi di lavoro. Altri sono scappati. I caporali li hanno cercati tutta notte. Come nella caccia all'uomo raccontata da Alan Parker nel film 'Mississippi burning'. Qualcuno alla fine è stato raggiunto. Qualcun altro l'hanno ucciso.&lt;br /&gt;Adesso è la stagione dell'oro rosso: la raccolta dei pomodori. La provincia di Foggia è il serbatoio di quasi tutte le industrie della trasformazione di Salerno, Napoli e Caserta. I perini cresciuti qui diventano pelati in scatola. Diventano passata. E, i meno maturi, pomodori da insalata. Partono dal triangolo degli schiavi e finiscono nei piatti di tutta Italia e di mezza Europa. Poi ci sono i pomodori a grappolo per la pizza. Gli altri ortaggi, come melanzane e peperoni. Tra poco la vendemmia. Gli imprenditori fanno finta di non sapere. E a fine raccolto si mettono in coda per incassare le sovvenzioni da Bruxelles. 'L'espresso' ha controllato decine di campi. Non ce n'è uno in regola con la manodopera stagionale. Ma questa non è soltanto concorrenza sleale all'Unione europea. Dentro questi orizzonti di ulivi e campagne vengono tollerati i peggiori crimini contro i diritti umani.&lt;br /&gt;Non ci vuole molto per entrare nel mercato più sporco dell'Europa agricola. Qualche nome inventato da usare di volta in volta. Una fotocopia del decreto di respingimento rilasciato un anno fa a Lampedusa dal centro di detenzione per immigrati. E la bicicletta, per scappare il più lontano possibile in caso di pericolo. Il caporale che pretende una ragazza in sacrificio controlla la raccolta dei perini a Stornara. Uno dei primi campi a sinistra appena fuori paese, lungo il rettilineo di afa che porta a Stornarella. Meglio lasciar perdere. Per arrivare fin qui bisogna pedalare sulla statale 16 e poi infilarsi per dieci chilometri negli uliveti. Il borgo è una piccola isola di case nell'agro. Alla stazione di Foggia, Mahmoud, 35 anni, della Costa d'Avorio, aveva detto che quaggiù la raccolta, forse, è già cominciata. Lui, che dorme in una buca dalle parti di Lucera, è senza lavoro: lì a Nord i pomodori devono ancora maturare. Così Mahmoud campa vendendo informazioni agli ultimi arrivati in treno. In cambio di qualche moneta.&lt;br /&gt;Oggi dev'essere la giornata più torrida dell'estate. Quarantadue gradi, annunciavano i titoli all'edicola della stazione. Sperduta nei campi appare nell'aria bollente una stalla abbandonata. È abitata. Sono africani. Stanno riposando su un vecchio divano sotto un albero. Qualcuno parla tamashek, sono tuareg. Un saluto nella loro lingua aiuta con le presentazioni. La segregazione razziale è rigorosa in provincia di Foggia. I rumeni dormono con i rumeni. I bulgari con i bulgari. Gli africani con gli africani. È così anche nel reclutamento. I caporali non tollerano eccezioni. Un bianco non ha scelta se vuole vedere come sono trattati i neri. Bisogna prendere un nome in prestito. Donald Woods, sudafricano. Come il leggendario giornalista che ha denunciato al mondo gli orrori dell'apartheid. "Se sei sudafricano resta pure", dice Asserid, 28 anni. È partito da Tahoua in Niger nel settembre 2005. È sbarcato a Lampedusa nel giugno 2006. Racconta che è in Puglia da cinque giorni. Dopo essere stato rinchiuso quaranta giorni nel centro di detenzione di Caltanissetta e alla fine rilasciato con un decreto di respingimento. Asserid ha attraversato il Sahara a piedi e su vecchi fuoristrada. Fino ad Al Zuwara, la città libica dei trafficanti e delle barche che salpano verso l'Italia. "In Libia tutti gli immigrati sanno che gli italiani reclutano stranieri per la raccolta dei pomodori. Ecco perché sono qui. Questa è solo una tappa. Non avevo alternative", ammette Asserid: "Ma spero di risparmiare presto qualche soldo e di arrivare a Parigi". Adama, 40 anni, tuareg nigerino di Agadez, ha fatto il percorso inverso. A Parigi è atterrato in aereo, con un visto da turista. Poi gli è andata male. Dalla Francia l'hanno espulso come lavoratore clandestino. Ed è sceso in Puglia, richiamato dalla stagione dell'oro rosso. "Questo è l'accampamento tuareg più a Nord della storia", ride Adama. Ma c'è poco da ridere. L'acqua che tirano su dal pozzo con taniche riciclate non la possono bere. È inquinata da liquami e diserbanti. Il gabinetto è uno sciame di mosche sopra una buca. Per dormire in due su materassi luridi buttati a terra, devono pagare al caporale cinquanta euro al mese a testa. Ed è già una tariffa scontata. Perché in altri tuguri i caporali trattengono dalla paga fino a cinque euro a notte. Da aggiungere a cinquanta centesimi o un euro per ogni ora lavorata. Più i cinque euro al giorno per il trasporto nei campi. Lo si vede subito quanto è facile il guadagno per il caporale. Alle due e mezzo del pomeriggio arriva con la sua Golf. E la carica all'inverosimile. "Davvero questo è africano?", chiede agli altri davanti all'unico bianco. Nessuno sa dare risposte sicure. "Io pago tre euro l'ora. Ti vanno bene? Se è così, sali", offre l'uomo, calzoncini, canottiera e sul bicipite il tatuaggio di una donna in bikini ritratta di schiena.&lt;br /&gt;Si parte. In nove sulla Golf. Tre davanti. Cinque sul sedile dietro. E un ragazzo raggomitolato come un peluche sul pianale posteriore. Solo per questo trasporto di dieci minuti il caporale incasserà quaranta euro. I ragazzi lo chiamano Giovanni. Loro hanno già lavorato dalle 6 alle 12.30. La pausa di due ore non è una cortesia. Oggi faceva troppo caldo anche per i padroni perché rinunciassero a una siesta. Giovanni si presenta subito dopo, guardando attraverso lo specchietto retrovisore: "Io John e tu?". Poi avverte: "John è bravo se tu bravo. Ma se tu cattivo...". Non capisce l'inglese né il francese. E questo basta a far cadere il discorso. Ma il pugnale da sub che tiene bene in vista sul cruscotto parla per lui. Amadou, 29 anni, nigerino di Filingue, rivela lo stato d'animo dei ragazzi: "Giovanni, oggi è venerdì e non ci paghi da tre settimane. Ormai stiamo finendo le scorte di pasta. Da quindici giorni mangiamo solo pasta e pomodoro. I ragazzi sono sfiniti. Hanno bisogno di carne per lavorare". I tre euro l'ora promessi erano solo una bugia. Ma Giovanni promette ancora. Quando risponde dice sempre: "Noi turchi". Anche se la targa della macchina è bulgara. E per il suo accento potrebbe essere russo oppure ucraino. "Ti giuro su Dio", continua il caporale, "oggi arrivano i soldi e vi paghiamo. Tu mi devi credere. Io lavoro come te a Stornara. Non prendo in giro i miei colleghi". Giovanni abita alla periferia. Un villino di mattoni sulla destra, a metà del rettilineo per Stornarella. Quasi di fronte a un'altra stalla pericolante senz'acqua, riempita di materassi e schiavi.&lt;br /&gt;Si smette solo quando il sole va a nascondersi dietro i monti Dauni. Michele sta meglio. I rumeni si raccolgono intorno al loro caporale. Giovanni scatta una foto ai suoi ragazzi. Serve per i pagamenti e per scoprire se qualcuno scappa dal gruppo. Poi fa firmare il registro con le ore lavorate. Oggi si finisce prima del solito. Il perché lo racconta il caporale ad Amadou, in macchina durante il ritorno: "Ci sono in giro i carabinieri". Giovanni segnala un campo di pomodori lungo la strada: "Vedi qua? Questo pomeriggio i carabinieri sono venuti a prendere dei miei ragazzi. Io lavoro anche qui. Africani come te e rumeni. Li hanno portati via per il rimpatrio. Ma non avere paura, il campo dove lavorate voi", dice indicandosi le spalle come se avesse i gradi, "è controllato dalla mafia". Succede spesso quando è giorno di paga. A volte sono gli stessi padroni a chiamare vigili, polizia o carabinieri e a segnalare gli immigrati nelle campagne. Basta una telefonata anonima. Così i caporali si tengono i loro soldi. E la prefettura aggiorna le statistiche con le nuove espulsioni.&lt;br /&gt;Amadou però fa notare che nemmeno oggi i ragazzi verranno pagati: "Tu sei musulmano?", chiede Giovanni: "Sì? Allora io ti giuro su Allah che la prossima settimana vi pago tutti. E se avete bisogno di carne, ti giuro che vi invito tutti a casa mia. Ovviamente la prossima settimana. Quando potrete pagare la carne".&lt;br /&gt;Il 14 maggio 1904 qua vicino la polizia attaccò una manifestazione di braccianti. C'era anche il giovane Giuseppe Di Vittorio. Morirono in quattro quel giorno. Tra le vittime Antonio Morra, 14 anni, amico d'infanzia del futuro leader sindacale. Adesso le proteste vengono spente prima che possano dilagare. I caporali agiscono come una polizia parallela. Gli imprenditori si rivolgono a loro se ci sono problemi. A cominciare dall'imposizione delle regole: "Domani mattina vengo a prendervi alle cinque", annuncia Giovanni dopo aver scaricato i suoi passeggeri. Sono quasi le dieci di sera ormai. Calcolando una doccia improvvisata con l'acqua del pozzo e la misera cena, restano appena cinque ore di sonno. I ragazzi africani spiegano subito le sanzioni. Chi si presenta tardi, una volta al campo viene punito a pugni. Chi non va a lavorare deve versare al caporale la multa. Anche se si ammala. Sono venti euro, praticamente un giorno di lavoro gratis.&lt;br /&gt;Una cinquantina di chilometri più a nord, stesse storie. La carta stradale indica Villaggio Amendola. Era un borgo agricolo. Ora è solo un paese fantasma riempito da immigrati rumeni e bulgari ridotti in schiavitù. Come l'ex zuccherificio di Rignano o il Ghetto che la sera, al suono della township music, sembra Soweto. Al Villaggio Amendola perfino la chiesa abbandonata è stata riempita di materassi. Qui il cento per cento degli abitanti non è italiano. Tutti raccoglitori. E tutti stranieri. Tranne una. Giuseppina Lombardo, 51 anni. Viene dalla Calabria. Per gli agricoltori del posto è una santa donna. Lei e il suo amico tunisino che si fa chiamare Asis sono capaci di mettere insieme una squadra di raccoglitori di pomodori in meno di mezz'ora. Giuseppina e Asis con gli schiavi ci campano. L'unico pozzo di Villaggio Amendola è loro. L'acqua è inquinata ma la vendono ugualmente: cinquanta centesimi una tanica da 20 litri. Anche l'unico negozio del borgo è loro. Hanno bottiglie di minerale, se uno proprio non vuole perdere la giornata per la dissenteria. E hanno carne e pollame: "A prezzi maggiorati del cento per cento e di dubbia qualità", dicono gli abitanti. Non è facile infiltrarsi come immigrato in questo ghetto e vincere la paura dei suoi prigionieri. Perché Asis, come tutti i caporali, non perdona chi parla. Lui e la sua compagna qui sono l'unica legge. Chi c'era si ricorda bene cosa è successo la settimana di Pasqua del 2005. Quel pomeriggio un ragazzo rumeno, 22 anni, arrivato da appena quattro giorni, torna al Villaggio Amendola con i sacchetti della spesa. È stato a Foggia e cammina davanti al negozio del caporale con quello che si è procurato. Una bottiglia d'olio, un po' di pasta. Il testimone che parla con 'L'espresso' è convinto che Asis abbia considerato quel gesto una ribellione al suo controllo. I rumeni raccontano di aver visto poco dopo due uomini affrontare il nuovo arrivato. Uno, secondo i testimoni, è parente di Asis. Con una spranga lo centrano in mezzo alla testa. Un colpo solo. Poi trascinano il corpo sanguinante e semisvenuto su un furgone. Nessuno al villaggio rivedrà più quel ragazzo.&lt;br /&gt;Michele ritorna a caricare il rimorchio aiutato da altri rumeni. Ma dopo mezz'ora è ancora seduto a terra. Si tiene la testa. Perde molto sangue dal naso. Un suo compagno di lavoro spreme un pomodoro maturo per bagnarli la fronte. Cosa ha fatto lo spiega a Leonardo l'uomo con i baffetti curati: "Ho dovuto spaccargli una pietra in mezzo agli occhi. Ho dovuto. Quello stronzo se l'è presa con me perché tu prima l'hai picchiato. E poi perché stasera non ci sono i soldi per pagarli. Ma che c'entro io? Lui ha raccolto una pietra e io gliel'ho tolta dalle mani. Tu pensa se un rumeno di merda mi deve minacciare". Leonardo sorride.&lt;br /&gt;Si smette solo quando il sole va a nascondersi dietro i monti Dauni. Michele sta meglio. I rumeni si raccolgono intorno al loro caporale. Giovanni scatta una foto ai suoi ragazzi. Serve per i pagamenti e per scoprire se qualcuno scappa dal gruppo. Poi fa firmare il registro con le ore lavorate. Oggi si finisce prima del solito. Il perché lo racconta il caporale ad Amadou, in macchina durante il ritorno: "Ci sono in giro i carabinieri". Giovanni segnala un campo di pomodori lungo la strada: "Vedi qua? Questo pomeriggio i carabinieri sono venuti a prendere dei miei ragazzi. Io lavoro anche qui. Africani come te e rumeni. Li hanno portati via per il rimpatrio. Ma non avere paura, il campo dove lavorate voi", dice indicandosi le spalle come se avesse i gradi, "è controllato dalla mafia". Succede spesso quando è giorno di paga. A volte sono gli stessi padroni a chiamare vigili, polizia o carabinieri e a segnalare gli immigrati nelle campagne. Basta una telefonata anonima. Così i caporali si tengono i loro soldi. E la prefettura aggiorna le statistiche con le nuove espulsioni.&lt;br /&gt;Amadou però fa notare che nemmeno oggi i ragazzi verranno pagati: "Tu sei musulmano?", chiede Giovanni: "Sì? Allora io ti giuro su Allah che la prossima settimana vi pago tutti. E se avete bisogno di carne, ti giuro che vi invito tutti a casa mia. Ovviamente la prossima settimana. Quando potrete pagare la carne".&lt;br /&gt;Il 14 maggio 1904 qua vicino la polizia attaccò una manifestazione di braccianti. C'era anche il giovane Giuseppe Di Vittorio. Morirono in quattro quel giorno. Tra le vittime Antonio Morra, 14 anni, amico d'infanzia del futuro leader sindacale. Adesso le proteste vengono spente prima che possano dilagare. I caporali agiscono come una polizia parallela. Gli imprenditori si rivolgono a loro se ci sono problemi. A cominciare dall'imposizione delle regole: "Domani mattina vengo a prendervi alle cinque", annuncia Giovanni dopo aver scaricato i suoi passeggeri. Sono quasi le dieci di sera ormai. Calcolando una doccia improvvisata con l'acqua del pozzo e la misera cena, restano appena cinque ore di sonno. I ragazzi africani spiegano subito le sanzioni. Chi si presenta tardi, una volta al campo viene punito a pugni. Chi non va a lavorare deve versare al caporale la multa. Anche se si ammala. Sono venti euro, praticamente un giorno di lavoro gratis.&lt;br /&gt;Una cinquantina di chilometri più a nord, stesse storie. La carta stradale indica Villaggio Amendola. Era un borgo agricolo. Ora è solo un paese fantasma riempito da immigrati rumeni e bulgari ridotti in schiavitù. Come l'ex zuccherificio di Rignano o il Ghetto che la sera, al suono della township music, sembra Soweto. Al Villaggio Amendola perfino la chiesa abbandonata è stata riempita di materassi. Qui il cento per cento degli abitanti non è italiano. Tutti raccoglitori. E tutti stranieri. Tranne una. Giuseppina Lombardo, 51 anni. Viene dalla Calabria. Per gli agricoltori del posto è una santa donna. Lei e il suo amico tunisino che si fa chiamare Asis sono capaci di mettere insieme una squadra di raccoglitori di pomodori in meno di mezz'ora. Giuseppina e Asis con gli schiavi ci campano. L'unico pozzo di Villaggio Amendola è loro. L'acqua è inquinata ma la vendono ugualmente: cinquanta centesimi una tanica da 20 litri. Anche l'unico negozio del borgo è loro. Hanno bottiglie di minerale, se uno proprio non vuole perdere la giornata per la dissenteria. E hanno carne e pollame: "A prezzi maggiorati del cento per cento e di dubbia qualità", dicono gli abitanti. Non è facile infiltrarsi come immigrato in questo ghetto e vincere la paura dei suoi prigionieri. Perché Asis, come tutti i caporali, non perdona chi parla. Lui e la sua compagna qui sono l'unica legge. Chi c'era si ricorda bene cosa è successo la settimana di Pasqua del 2005. Quel pomeriggio un ragazzo rumeno, 22 anni, arrivato da appena quattro giorni, torna al Villaggio Amendola con i sacchetti della spesa. È stato a Foggia e cammina davanti al negozio del caporale con quello che si è procurato. Una bottiglia d'olio, un po' di pasta. Il testimone che parla con 'L'espresso' è convinto che Asis abbia considerato quel gesto una ribellione al suo controllo. I rumeni raccontano di aver visto poco dopo due uomini affrontare il nuovo arrivato. Uno, secondo i testimoni, è parente di Asis. Con una spranga lo centrano in mezzo alla testa. Un colpo solo. Poi trascinano il corpo sanguinante e semisvenuto su un furgone. Nessuno al villaggio rivedrà più quel ragazzo.&lt;br /&gt;Lo stesso accade il 20 luglio di quest'anno. Il giorno prima Pavel, 39 anni, ha una discussione con Giuseppina Lombardo. Gli sono caduti quindici euro nel negozio e lei crede che glieli abbia rubati dalla cassa. Pavel in Romania faceva il cuoco per 150 euro al mese. Dal 20 marzo 2004, quando è arrivato in Puglia, sopporta violenze e angherie. Lo fa per mandare quanto risparmia alla moglie e alla sua "fata", la figlia studentessa, che ha 15 anni. Pavel ha braccia veloci. L'anno scorso è riuscito a riempire fino a 15 cassoni al giorno: 45 quintali di pomodori, lavorando dall'alba a notte. Con il cottimo a 3 euro a cassone, era una buona paga secondo lui: tolti il trasporto al campo e la tangente per il caporale, Pavel riusciva a guadagnare anche 25 o 30 euro al giorno. Ma il 20 luglio Asis gli impedisce di ripetere il record. Qualcuno gli ha riferito che Pavel ha protestato per la faccenda dei soldi e per lo sfruttamento dei braccianti. Il tunisino lo colpisce nel sonno, in una giornata senza lavoro, alle due del pomeriggio. Pavel si protegge la testa con le braccia. La sbarra di ferro gli rompe le ossa e apre profonde ferite nella carne.&lt;br /&gt;Lui è sicuro di non essere stato ucciso soltanto per l'intervento dei suoi compagni di stanza. Ma lo lasciano lì a sanguinare sul materasso fino all'una di notte. Gli altri stranieri hanno troppa paura di Asis. Anche di chiamare la polizia e correre il rischio di essere rimpatriati. Alle otto di sera qualcuno finalmente telefona di nascosto all'ospedale. L'ambulanza e una pattuglia dei carabinieri, al Villaggio Amendola, arrivano soltanto cinque ore dopo. Così è andata, secondo la denuncia.&lt;br /&gt;Il 31 luglio Pavel viene dimesso dall'ospedale di Foggia. È stato operato da appena quattro giorni. Ha quasi due mesi di prognosi. Ferri e chiodi nelle ossa. Le braccia ingessate. Medici e infermieri lo consegnano alla polizia, violando il codice deontologico. E in questura lo trattano da clandestino. Anche se dal primo gennaio 2007 tutti i rumeni potrebbero essere cittadini dell'Unione europea. Con le braccia immobilizzate, Pavel non riesce a impugnare la penna. Il 'Primo dirigente dottoressa Piera Romagnosi', siglando la notifica del decreto di espulsione, scrive che lui 'si rifiuta di firmare'. Anche la prefettura di Foggia va per le spicce: nel decreto di espulsione annota che Pavel è 'sprovvisto di passaporto'. Un'aggravante. Eppure Pavel il passaporto ce l'ha. Alla fine, non trovando alternative, un ispettore gli dona dieci euro. E una macchina della questura lo riporta al Villaggio Amendola. Lo scaricano davanti al negozio di Giuseppina e Asis. Il tunisino se ne occupa subito. Vuole dimostrare a tutti chi comanda. Minaccia Pavel e lui va a rifugiarsi in un casolare a un chilometro dal villaggio. Qualche connazionale gli porta in segreto un po' di pane e da bere. Dopo nove giorni di dolori e sofferenze un amico rumeno riesce a contattare un avvocato di Foggia, Nicola D'Altilia, ex poliziotto al Nord. L'avvocato trova il casolare. Incontra Pavel e lo riporta immediatamente in ospedale. Le ferite sono infette. Il bracciante rumeno è grave. Denutrito. Viene ricoverato per setticemia. Il resto è cronaca degli ultimi giorni. Il 21 agosto Pavel è di nuovo dimesso dall'ospedale. Va in questura a completare la denuncia contro il caporale tunisino e la sua complice italiana, che era riuscito a presentare al posto di polizia del pronto soccorso soltanto il 14 agosto. Lo accompagna l'avvocato che l'ha salvato. Ma dopo una giornata in questura, la Procura fa arrestare Pavel come immigrato clandestino: non ha rispettato il decreto di espulsione che, così è scritto, lo obbligava a lasciare l'Italia dall'aeroporto di Roma Fiumicino. Non importa se in quelle condizioni comunque non avrebbe potuto viaggiare. Lo costringono a dormire su una panca di legno nelle camere di sicurezza. Nonostante le operazioni, le ossa rotte e le ferite ancora fresche.&lt;br /&gt;Il giorno dopo si apre il processo, immediatamente rinviato a ottobre. Oltre ad aver perso il lavoro, grazie alla legge Bossi-Fini Pavel rischia da uno a quattro anni di prigione. Più di quanto potrebbe prendersi il suo caporale che intanto resta libero. "Quell'uomo", racconta Pavel terrorizzato, "mirava alla testa. Voleva uccidermi". Qualche bracciante morto da queste parti l'hanno già trovato. Slavomit R., polacco, aveva 44 anni quando è stato bruciato il 2 luglio 2005 in un campo a Stornara. Un caso irrisolto. Come quello di due cadaveri mai identificati abbandonati a Foggia. Le scomparse sono un altro capitolo dell'orrore. Nessuno sa quanti siano i lavoratori rumeni, bulgari o africani spariti. I caporali, quando li ingaggiano o li massacrano di botte, non sanno nemmeno come si chiamano. Gli unici casi sono stati scoperti grazie alle denunce dell'ambasciata di Polonia. Hanno dovuto insistere i diplomatici di Varsavia. È dal 2005 che cercano notizie di tredici connazionali. Erano venuti a lavorare come stagionali nel triangolo degli schiavi. E non sono più tornati a casa. L'elenco compilato in agosto dal consolato sulle ricerche delle persone scomparse non rende onore all'Italia. Su dodici "richieste indirizzate alla questura di Foggia", l'ambasciata ha dovuto prendere atto che per nove casi non c'è stata "nessuna risposta da parte della questura". Dopo mesi di inutile attesa l'appello è stato girato al Comando generale dei carabinieri. E, attraverso gli investigatori del Ros, la Procura antimafia di Bari ha finalmente aperto un'inchiesta.&lt;br /&gt;Nessuno sta invece indagando sulla morte di un bambino. Perché quello che è successo apparentemente non è reato. Il piccolo sarebbe nato a fine settembre. Liliana D., 20 anni, quasi all'ottavo mese di gravidanza, la settimana di Ferragosto arranca con il suo pancione tra piante di pomodoro. La fanno lavorare in un campo vicino a San Severo. Né il marito, né il caporale, né il padrone italiano pensano a proteggerla dal sole e dalla fatica. Quando Liliana sta male, è troppo tardi. Ha un'emorragia. Resta due giorni senza cure nel rudere in cui abita. Gli schiavi della provincia di Foggia non hanno il medico di famiglia. Sabato 18 agosto, di pomeriggio, il marito la porta all'ospedale a San Severo. La ragazza rischia di morire. Viene ricoverata in rianimazione. Il bimbo lo fanno nascere con il taglio cesareo. Ma i medici già hanno sentito che il suo cuore non batte più. Anche lui vittima collaterale. Di questa corsa disumana che premia chi più taglia i costi di produzione.&lt;br /&gt;L'industria alimentare campana paga i pomodori pugliesi da 4 a 5 centesimi al chilo. Sulle bancarelle lungo le strade di Foggia i perini salgono già a 60 centesimi al chilo. A Milano 1,20 euro quelli maturi da salsa e 2,80 euro al chilo quelli ancora dorati. Al supermercato la passata prodotta in Campania costa da 86 centesimi a 1,91 euro al chilo. I pelati da 1,04 a 3 euro al chilo. Eppure, nel ghetto di Stornara, nemmeno stasera che il mese è quasi finito ci sono i soldi per comprare un pezzo di carne. "Donald, non te ne andare", si fa avanti Amadou, "Giovanni è molto arrabbiato con te perché hai lasciato il gruppo. Ti sta cercando, vado a dirgli che sei qui". Nel fondo di questa miseria, Amadou sa già con chi stare. Tra tanti uomini costretti a inginocchiarsi, lui ha scelto i caporali. È il momento di prendere la bici e scappare. Nel buio. Prima che Giovanni decida di chiamare i suoi sgherri. E di dare il via alla caccia nei campi.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-6575878583277018660?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/6575878583277018660/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=6575878583277018660' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/6575878583277018660'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/6575878583277018660'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/03/io-schiavo-di-puglia.html' title='Io, schiavo di Puglia.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-5347275028606135512</id><published>2008-03-18T09:47:00.000-07:00</published><updated>2008-03-18T09:58:08.356-07:00</updated><title type='text'>I nuovi poveri: donne e stranieri.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;a name="nuovi"&gt;&lt;/a&gt;Sempre più emarginati, anche gli anziani e chi ha perso il lavoro.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Don Virginio Colmegna: "La povertà peggiore è la conseguenza della solitudine e dell´abbandono" Indagine della Caritas.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Tra gli immigrati soffrono anche i giovani tra i 18 e i 35 anni che hanno un titolo di studio &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;ZITA DAZZI &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Poveri e non sempre belli. Molte donne, ucraine, affaticate e malinconiche per i figli lasciati in patria. Molti anziani, italiani, rimasti senza lavoro e spesso anche senza famiglia, con problemi di alcol e di depressione. E accanto a loro, un esercito di giovani uomini arrivati dal Terzo mondo, con un inutile diploma di scuola superiore in tasca, alla ricerca disperata di un´occupazione, anche in nero, disposti ad accamparsi in qualche modo in dieci per stanza, pagando cifre esorbitanti per l´affitto. Sono alcuni degli identikit dei poveri che abitano nelle province di Milano, Lecco e Varese, il territorio della Diocesi, ambito sul quale la Caritas Ambrosiana ha studiato per realizzare il suo primo «Rapporto sulle povertà». Uno studio di 160 pagine appena pubblicato con le edizioni Oltre, che contiene l´analisi dei 12.757 questionari elaborati nel corso di 30.625 colloqui con gente bisognosa che nel corso del 2001 si è rivolta ai centri d´ascolto nelle parrocchie. È la prima indagine di queste dimensioni sui bisogni delle fasce deboli nel territorio milanese. Le sorprese sono molte. L´EMARGINATO TIPO. Donna, straniera, di età compresa fra 18 e 35 anni, coniugata, con livello di scolarità medio-alto, in cerca di lavoro e priva di reddito sufficiente a soddisfare le normali esigenze. Sono queste le caratteristiche prevalenti fra le oltre 12.000 persone che hanno chiesto aiuto ai centri d´ascolto. Il 64,3 per cento delle schede elaborate racconta storie di donne, mentre il campione di uomini arriva al 35,7 per cento. Inoltre il 70 per cento delle richieste è arrivato da stranieri, mentre il 30 per cento da cittadini italiani. IL BOOM DELL´ECUADOR. Le cinque nazioni più rappresentate fra i poveri che hanno chiesto aiuto alla Chiesa sono Ecuador (31,6 per cento), Perù (17,7 per cento), Marocco /,7 per cento) Albania (5,1 per cento), Ucraina (4,5 per cento). Percentuali che non corrispondono per nulla a quelle ufficiali degli stranieri residenti e delle comunità più numerose, statistiche che mettono al primo posto filippini, egiziani, cinesi, peruvani e srylankesi. Nell´indagine Caritas trovano riscontro infatti i problemi dei clandestini, che rappresentano il 56 per cento degli immigrati censiti in questo studio, una realtà in continuo cambiamento. E così da questi dati emerge il fenomeno nuovo dell´arrivo in massa degli ecuadoregni, che sono aumentati dell´81,6 per cento nel corso del 2000. Fra gli stranieri in regola prevalgono i permessi di soggiorno per motivi di lavoro (il 28 per cento) e quelli per motivi di famiglia (8 per cento). POVERI ITALIANI. Il 90 per cento dei poveri avanti con gli anni che si sono rivolti alla Curia è costituito da italiani, confermando le più recenti analisi sociologiche che raccontano la terza età come quella più a rischio di disagio, di emarginazione, di esclusione dal circuito degli affetti e del lavoro. Fra gli ultrasessantenni prevalgono i vedovi (45 per cento), ma una buona quota è quella dei coniugati (28,2 per cento). Anche in questo caso le donne sembrano essere «le più esposte al rischio di povertà per l´intreccio di processi di diseguaglianza, la dipendenza economica in combinazione con la fragilità del legame matrimoniale», ha spiegato una delle curatrici, la sociologa Meri Salati. I BISOGNI PRIMARI. I 12.757 poveri hanno fatto presente ai centri d´ascolto 70.785 richieste. Sia tra gli italiani che tra gli immigrati il problema cardine è quello del lavoro (65 per cento fra gli stranieri, 38 per cento fra gli italiani), dal quale discendono a catena la questione della casa e dei mezzi economici per comperare il necessario per vivere. Gli stranieri sottolineano meno degli italiani la questione abitativa, per il semplice fatto che sono rassegnati ad adattarsi a qualsiasi condizione, a vivere in tuguri o anche per strada. LE NUOVE POVERTÀ. Le vecchie povertà sono quelle connesse ai bisogni materiali (reddito, casa, lavoro) che oggi colpiscono in maniera più dura gli stranieri clandestini, mentre le nuove povertà sono quelle forme di indigenza che non hanno come parametro la disponibilità di risorse economiche, ma la qualità della vita: è la povertà che oggi affligge soprattutto gli italiani, che vivono disagi e forme di esclusione protratte nel tempo, legate ai maltrattamenti, ai problemi psicologici, alle forme di depressione. Don Virginio Colmegna, direttore della Caritas Ambrosiana, a questo proposito sottolinea l´«esigenza di servizi sociali distribuiti sul territorio, capaci di ascoltare e supportare le vulnerabilità più complesse, le povertà estreme che hanno l´aspetto esteriore della normalità e che nascondono malattie gravi, sofferenza psichica, solitudine, abbandono». &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-5347275028606135512?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/5347275028606135512/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=5347275028606135512' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/5347275028606135512'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/5347275028606135512'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/03/i-nuovi-poveri-donne-e-stranieri.html' title='I nuovi poveri: donne e stranieri.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-1593538233892635468</id><published>2008-03-17T10:28:00.000-07:00</published><updated>2008-03-17T10:32:47.712-07:00</updated><title type='text'>PierPaolo Pasolini</title><content type='html'>&lt;div align="center"&gt;&lt;br /&gt;Frammento alla morte&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vengo da te e torno a te,&lt;br /&gt;sentimento nato con la luce, col caldo,&lt;br /&gt;battezzato quando il vagito era gioia,&lt;br /&gt;riconosciuto in PierPaolo&lt;br /&gt;all'origine di una smaniosa epopea:&lt;br /&gt;ho camminato alla luce della storia,&lt;br /&gt;ma, sempre, il mio essere fu eroico,&lt;br /&gt;sotto il tuo dominio, intimo pensiero.&lt;br /&gt;Si coagulava nella tua scia di luce&lt;br /&gt;nelle atroci sfiducie&lt;br /&gt;della tua fiamma, ogni atto vero&lt;br /&gt;del mondo, di quella&lt;br /&gt;storia: e in essa si verificava intero,&lt;br /&gt;vi perdeva la vita per riaverla:&lt;br /&gt;e la vita era reale solo se bella...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La furia della confessione,&lt;br /&gt;prima, poi la furia della chiarezza:&lt;br /&gt;era da te che nasceva, ipocrita, oscuro&lt;br /&gt;sentimento! E adesso,&lt;br /&gt;accusino pure ogni mia passione,&lt;br /&gt;m'infanghino, mi dicano informe, &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;impuro&lt;br /&gt;ossesso, dilettante, spergiuro:&lt;br /&gt;tu mi isoli, mi dai la certezza della vita:&lt;br /&gt;sono nel rogo, gioco la carta del fuoco,&lt;br /&gt;e vinco, questo mio poco,&lt;br /&gt;immenso bene, vinco quest'infinita,&lt;br /&gt;misera mia pietà&lt;br /&gt;che mi rende anche la giusta ira amica:&lt;br /&gt;posso farlo, perché ti ho troppo patita!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Torno a te, come torna&lt;br /&gt;un emigrato al suo paese e lo riscopre:&lt;br /&gt;ho fatto fortuna (nell'intelletto)&lt;br /&gt;e sono felice, proprio&lt;br /&gt;com'ero un tempo, destituito di norma.&lt;br /&gt;Una nera rabbia di poesia nel petto.&lt;br /&gt;Una pazza vecchiaia di giovinetto.&lt;br /&gt;Una volta la tua gioia era confusa&lt;br /&gt;con il terrore, è vero, e ora&lt;br /&gt;quasi con altra gioia,&lt;br /&gt;livida, arida: la mia passione delusa.&lt;br /&gt;Mi fai ora davvero paura,&lt;br /&gt;perché mi sei davvero vicina, inclusa&lt;br /&gt;nel mio stato di rabbia, di oscura&lt;br /&gt;fame, di ansia quasi di nuova creatura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono sano, come vuoi tu,&lt;br /&gt;la nevrosi mi ramifica accanto,&lt;br /&gt;l'esaurimento mi inaridisce, ma&lt;br /&gt;non mi ha: al mio fianco&lt;br /&gt;ride l'ultima luce di gioventù.&lt;br /&gt;Ho avuto tutto quello che volevo,&lt;br /&gt;ormai:&lt;br /&gt;sono anzi andato anche più in là&lt;br /&gt;di certe speranze del mondo: svuotato,&lt;br /&gt;eccoti lì, dentro di me, che empi&lt;br /&gt;il mio tempo e i tempi.&lt;br /&gt;Sono stato razionale e sono stato&lt;br /&gt;irrazionale: fino in fondo.&lt;br /&gt;E ora... ah, il deserto assordato&lt;br /&gt;dal vento, lo stupendo e immondo&lt;br /&gt;sole dell'Africa che illumina il mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Africa! Unica mia&lt;br /&gt;alternativa &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;br /&gt;Alla mia nazione&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico&lt;br /&gt;ma nazione vivente, ma nazione europea:&lt;br /&gt;e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,&lt;br /&gt;governanti impiegati di agrari, prefetti codini,&lt;br /&gt;avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,&lt;br /&gt;funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,&lt;br /&gt;una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!&lt;br /&gt;Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci&lt;br /&gt;pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,&lt;br /&gt;tra case coloniali scrostate ormai come chiese.&lt;br /&gt;Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,&lt;br /&gt;proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.&lt;br /&gt;E solo perché sei cattolica, non puoi pensare&lt;br /&gt;che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.&lt;br /&gt;Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-1593538233892635468?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/1593538233892635468/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=1593538233892635468' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/1593538233892635468'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/1593538233892635468'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/03/poesie-incivili-aprile-1960-frammento.html' title='PierPaolo Pasolini'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-8213048968878087158</id><published>2008-03-16T08:45:00.000-07:00</published><updated>2008-03-16T09:08:32.587-07:00</updated><title type='text'>Aldo Moro, il ricordo di Alfredo Reichlin.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;Pubblichiamo il discorso che Alfredo &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_0"&gt;Reichlin&lt;/span&gt; ha tenuto durante la commemorazione di Aldo Moro del gruppo &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_1"&gt;Pd&lt;/span&gt; alla Camera dei Deputati. 28 febbraio 2008&lt;br /&gt;Ricordiamo oggi Aldo Moro nel vivo di un passaggio cruciale della vicenda politica e della vita civile italiana. Dove sta andando il paese? L’animo è sospeso tra il timore di un tramonto e la speranza di un’alba nuova. Una cosa mi sembra certa. E’ in atto (quale che sia l’esito delle elezioni) una “rivoluzione politica”, un sommovimento profondo come da molti anni non avveniva, essendo venuta in discussione l’insieme della vecchia struttura politica. La comunità, priva com’è della vecchia rappresentanza, chiede una nuova guida. Questa è la posta in gioco. C’è nei dilemmi di oggi qualcosa che ricorda la crisi dell’altro fine secolo. E’ la tesi che, fin dagli anni ’80, sosteneva Beniamino &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_2"&gt;Andreatta&lt;/span&gt;. La svolta del 1901. Da un lato le cannonate di Bava &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_3"&gt;Beccaris&lt;/span&gt; spingevano all’indietro l’&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_4"&gt;Italietta&lt;/span&gt;, verso quello che si chiamò il “ritorno allo Statuto” e tutto questo in un quadro fosco con Milano che (anche allora) minacciava di separarsi dal Mezzogiorno. Ma dall’altro lato prevalse la svolta &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_5"&gt;giolittiana&lt;/span&gt; che rilanciava la democrazia parlamentare, includendo in essa il mondo socialista e del lavoro. In pochi anni l’Italia fece un balzo nella modernità, creò una grande industria, ci fu il riconoscimento dei sindacati e delle otto ore, la fine del “non &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_6"&gt;expedit&lt;/span&gt;” e il ritorno dei cattolici alla vita politica. Il primo suffragio universale maschile. Io non so quale sarà l’esito del dilemma di oggi. Spero che a prevalere saranno le forze democratiche. E’ alla luce di questo passaggio che chiama all’appello le risorse profonde, anche intellettuali, del paese che noi sentiamo l’attualità di Aldo Moro, la mancanza di uomini come lui, la nostalgia di una concezione della politica che non parte da sé, dai disegni personali di potere ma da una più alta coscienza storica. Dal compito –si potrebbe dire- che la storia ci assegna qui e ora, nell’assolvere il quale sta la grandezza e la moralità della politica. Così penso a Moro e al significato del suo assillo tenace, ininterrotto su come dare una risposta al problema di fondo, tuttora irrisolto, della storia italiana: la democrazia difficile. E’ questa l’espressione che ritorna continuamente nelle sue parole. Ed è su questo che vorrei ragionare. Perché è da qui che parte tutto il suo sforzo di allargare le basi della democrazia italiana e dare un nuovo fondamento popolare allo Stato. Fu il suo grande tema, ed è impressionante come questo tema continui ancora oggi ad essere attuale. Certo, nessun fascismo è alle porte. Non torneranno le camice nere. Il rischio è un altro. E’ di passare dal governo della politica, intesa come sovranità del cittadino al governo delle &lt;span class="blsp-spelling-corrected" id="SPELLING_ERROR_7"&gt;cosiddette&lt;/span&gt; “consorterie”. Cosa, del resto, non nuova nella storia italiana. Ieri era il partito di Corte, i grandi notabili, la massoneria. Oggi può essere –se vince la destra- lo svuotamento del Parlamento e delle istituzioni democratiche.La facciata resta ma al di là di essa ritorna la grande domanda che la crisi italiana ripropone: chi comanda? chi governa i grandi poteri, più o meno opachi, in lotta tra loro? Ai tempi di Moro la crisi della democrazia rappresentativa non era arrivata a questo punto. Ma colpisce molto come affrontò la crisi del centrismo e il tipo di analisi che poi lo spinse a realizzare la svolta del centro-sinistra. Era chiara in lui l’idea che al tramonto inesorabile dell’Italia contadina non si poteva rispondere con una visione troppo astratta e formale della libertà politica &lt;span class="blsp-spelling-corrected" id="SPELLING_ERROR_8"&gt;né&lt;/span&gt; con il rifiuto di fornire nuovi strumenti di rappresentanza alle masse escluse. E’ la polemica perfino aspra che egli fece col suo partito. “Dovete capire bene –disse rivolto al gruppo dirigente- perché, “attenti come siamo (parla di lui) a ogni evoluzione democratica guardiamo con particolare attenzione là dove sono masse di popolo e di lavoratori, là dove sono ideali e aspirazioni che riguardano l’avvenire della società e la difesa della dignità umana”. Questa era per lui la politica. Capire e interpretare i “tempi nuovi”. Quale risposta dare (era questo il suo assillo) all’esplosione della protesta giovanile e, insieme, ai bisogni delle plebi povere che abbandonavano il Mezzogiorno e che pur di entrare nelle fabbriche si adattavano a vivere nei tuguri di città sconosciute e premevano quindi per avere nuovi diritti non solo politici ma sociali. E tutto questo mentre le lotte operaie facevano saltare una delle condizioni essenziali su cui si reggeva il compromesso tra la democrazia repubblicana e una classe padronale ristretta, meschina: da un lato l’immensa fatica del lavoro umano sottopagato e dall’altro un capitalismo senza capitali finanziato dalla banca pubblica. Saltava cioè quel fattore che era stato alla base della recente industrializzazione: il &lt;span class="blsp-spelling-corrected" id="SPELLING_ERROR_9"&gt;cosiddetto&lt;/span&gt; regime dei bassi salari. Io credo che dopo tanti anni bisognerebbe pur dire le cose come stanno e capire perché il centro-sinistra spaventò tanto i ceti privilegiati e perché la sua rapida eclisse apparve alla intelligenza di Moro non una conseguenza dell’eterna disputa tra PSI e PCI ma la conferma che la democrazia italiana quando si arriva al dunque di certe riforme, diventa difficile. Cominciò così la tormentata riflessione &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_10"&gt;morotea&lt;/span&gt; sulla necessità di aprire una “terza fase” della vita italiana (dopo il centrismo e dopo il centro-sinistra). E quindi la sua attenzione verso la natura e l’evoluzione del comunismo italiano. Di che cosa si è trattato? Voglio essere breve e quindi –temo- sommario. Siamo chiari. Moro non era un “&lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_11"&gt;catto&lt;/span&gt;-comunista”. Era il capo della DC e aveva l’orgoglio di chi guida anche intellettualmente un grande partito che era al tempo stesso partito Stato e partito società. Per di più una forza che, si poneva come un avamposto di quella cortina di ferro &lt;span class="blsp-spelling-corrected" id="SPELLING_ERROR_12"&gt;che&lt;/span&gt; separava l’Italia da un mondo che era altro rispetto ai suoi valori: democratici e cristiani. Di questi valori io sono e continuerò a essere il vostro garante, disse Moro ai suoi parlamentari nel momento stesso in cui proponeva l’apertura al PCI. Parlo di quel discorso drammatico di 30 anni fa e che oggi ricordiamo. Moro era –lo disse egli stesso- un anticomunista. Ma –cito parole sue- il “nostro non è l’anticomunismo della destra, è un anticomunismo democratico”. E io vorrei dire perché ricordo questa categoria così poco frequentata (l’anticomunismo democratico). Perché essa segnò in realtà un vero &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_13"&gt;discrimine&lt;/span&gt;, senza tener conto del quale non si capisce molto della storia della democrazia italiana. E’ troppo semplice ridurre questa storia alla scelta tra comunismo e democrazia. Quale democrazia? Già De &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_14"&gt;Gasperi&lt;/span&gt;, resistendo a pressioni che furono potentissime,(dalla Chiesa al Dipartimento di Stato) tenne fermo che il PCI non dovesse essere combattuto con mezzi autoritari. Moro fondò tutta la sua riflessione sulla idea che la convivenza democratica poteva essere difesa solo con il concorso delle grandi forze popolari. Ma con ciò non pensava affatto che i governi di solidarietà nazionale significassero “passare la mano –sono parole sue- da uno schieramento all’altro né rinunciare al ruolo centrale della DC”. Ricordo queste cose &lt;span class="blsp-spelling-corrected" id="SPELLING_ERROR_15"&gt;perché&lt;/span&gt; non sarebbe serio né rispettoso da parte mia essere reticente o ambiguo su questo punto. E, poi, sarebbe ridicolo riscrivere la storia a soggetto, rappresentandola come un lungo antefatto del partito democratico. Non fu così. Ma allora è anche giusto che io dica un’altra cosa: che “cattocomunisti” non eravamo nemmeno noi, i capi del PCI. Venivamo da un marxismo letto come storicismo assoluto. Il nostro referente non era lo scientismo socialista alla &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_16"&gt;Engels&lt;/span&gt; ma Gramsci e la sua polemica con il positivismo. Il nostro pensiero era certamente classista ma soprattutto dominato dall’assillo di promuovere quella rivoluzione intellettuale e morale che l’Italia moderna non aveva conosciuto mai. La nostra fede era l’uomo, il suo stare nella società e nel divenire del mondo. E in ciò stava la nostra alterità verso la Chiesa e, al tempo stesso, un certo disprezzo per l’anticlericalismo che consideravamo piccolo-borghese. Noi conoscevamo il peso dei cattolici nella storia d’Italia ma, anche –voglio aggiungere- le speranze che il cattolicesimo democratico aveva suscitato nell’altro dopoguerra e poteva tornare a suscitare. Fu &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_17"&gt;Palmiro&lt;/span&gt; Togliatti che mi spiegò che non bisognava confondere la questione vaticana con la questione cattolica e che mi fece leggere quella famosa nota di Gramsci del 1919 in cui egli considerava la fondazione del partito popolare di don Sturzo come qualcosa che potenzialmente equivaleva, nella storia italiana, per importanza, all’avvio, finalmente, di una riforma religiosa (testuale). E ciò nel senso che il rapporto che i cattolici laici stabilivano con lo Stato, pur arrivando tardi rispetto alla Francia, avveniva però nella forma più avanzata e moderna di un partito politico di massa. Quindi non c’era più bisogno della mediazione politica del Vaticano. Finiva la tentazione neo-guelfa. Si spiega anche così –credo di poterlo dire- il fascino che Moro esercitava sul secondo piano di Botteghe Oscure. Non proponeva patteggiamenti. Era però acutamente consapevole che la crisi strisciante della democrazia italiana fosse arrivata al punto che il “destino non è più nelle nostre mani”. Il discorso era rivolto alla DC ma io credo che l’ammonimento non valesse solo per il suo partito. C’era in quella frase il timore che si stesse rompendo tutto l’equilibrio su cui si reggeva la Prima Repubblica e di cui la DC era l’architrave. Da un lato una democrazia di massa, basata sul consenso popolare ma che per le logiche della guerra fredda escludeva dal governo il PCI (ma fino a quando, -ecco la domanda- se raccoglieva un terzo dei voti?); dall’altro lato una economia mista largamente protetta dallo Stato ma che non reggeva più alle sfide dei grandi mercati che scavalcavano ormai i confini nazionali; e in più il fatto che la distensione entrava in crisi per il ritorno di fiamma del riarmo missilistico e della guerra fredda con tutte le conseguenze sulla sovranità di quel paese di confine che era l’Italia. E’ in nome di questa consapevolezza che Moro parlò ai suoi e sostenne che la DC era interessata a un incontro serio, non diplomatico con la realtà del comunismo italiano scommettendo sul fatto che il cammino di &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_18"&gt;Berlinguer&lt;/span&gt; si era ormai diviso da quello dell’URSS. Era vero. Ma per andare dove? Questa è la domanda che egli si era posto già nel grande discorso di Benevento. Ma alla quale, in verità, -se vogliamo dire le cose come stanno-, nemmeno noi sapevamo rispondere. E infatti cominciò il suo declino. &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_19"&gt;Berlinguer&lt;/span&gt; si poneva gli stessi interrogativi. Quali forze profonde, oscure, stavano tramando contro la democrazia italiana? Il Cile era una metafora. La realtà era il vuoto, l’assenza di una classe dirigente autonoma, consapevole della sua responsabilità nazionale. Il vero problema che stava alla base della proposta del compromesso storico era come reggere al rischio di una controffensiva di destra -quale del resto si profilava, dopo il ventennio &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_20"&gt;Keinesiano&lt;/span&gt; e socialdemocratico, in tutto l’Occidente- la &lt;span class="blsp-spelling-corrected" id="SPELLING_ERROR_21"&gt;cosiddetta&lt;/span&gt; rivoluzione conservatrice. In sostanza ci domandavamo anche noi come si poteva dare una base più larga e più solida alla democrazia italiana. Io posso testimoniare che &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_22"&gt;Berlinguer&lt;/span&gt; sentiva in modo perfino angoscioso che la Repubblica era a rischio. Chi la minacciava? L’anomalia del PCI? Certo, questo era un problema grosso. Ma, in realtà, la minaccia veniva da qualcosa di più profondo, cioè da qualcosa che in ultima istanza era la base storica stessa della Repubblica, la sua novità e la sua forza ma anche il suo “scandalo”. Parlo della ragione per cui la destra non ha mai sentito la Costituzione come propria. Quel documento infatti non fu scritta dalle forze realmente dominanti, quelle che stanno alla base della trama profonda e non contingente del potere. Fu scritta –ecco lo scandalo- dai capi delle masse escluse cioè da quelle forze popolari che erano state tenute fuori dalla costruzione della Nazione. Da un lato il mondo del lavoro, i famosi “sovversivi” animati dall’ideale socialista, e dall’altra il mondo popolare cattolico tenuto fuori dallo Stato anche per decisione della Chiesa che non aveva riconosciuto Porta Pia. Questo fu lo scandalo. Quella Costituzione è vero che garantiva a tutti (ricchi e poveri borghesi e proletari si sarebbe detto sull’Unità ai miei tempi) la libertà, la democrazia parlamentare e i diritti universali ma era stata scritta dai capi di quelle masse, i quali (peggio) venivano dall’esilio o uscivano dalle prigioni. La storia sappiamo come poi è finita. Su di essa è tuttora aperta una riflessione. Può essere discutibile come io l’ho evocata. Fu la storia di una illusione già fuori del tempo oppure quella di una grande occasione? A me importa &lt;span class="blsp-spelling-corrected" id="SPELLING_ERROR_23"&gt;soprattuto&lt;/span&gt; che sia chiaro il senso della drammaticità di quel passaggio. E’ li che si è misurata la grandezza di Moro, la sua statura di statista, il suo coraggio. E più passa il tempo più emerge la gravità e il senso di quel terribile delitto politico. Abbiamo osato troppo mi disse con l’aria smarrita uno dei suoi più stretti collaboratori. Può darsi. E può darsi che noi sbagliammo (mi ci metto &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_24"&gt;anch&lt;/span&gt;’io: ero direttore dell’Unità), che cioè non fummo abbastanza realisti. Ma è stato realista la cultura politica di questi anni? Ed è realistico il disegno del partito democratico? Questa è oggi la domanda. Io credo che ogni cosa ci dice che aveva ragione Pietro &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_25"&gt;Scoppola&lt;/span&gt; quando ci esortava, parlando delle ragioni del P.D. di portare a compimento quello che chiamava “il processo fondativo della democrazia italiana”. In sostanza, ciò che le vecchie classi dirigenti italiane, a differenza dei grandi paesi europei, non hanno mai voluto fare: accettare, cioè quel fondamentale “compromesso” democratico con il loro popolo che consiste nel riconoscere i suoi rappresentanti come governanti a pieno titolo. Senza di che ogni cambio di governo finisce in Italia col determinare una specie di crisi di regime. La guerra fredda, i caratteri specifici e gli errori del PCI hanno molto pesato ma non spiegano la singolarità della storia italiana: il fascismo (che viene prima del PCI) e il perché la borghesia italiana si affidò ad esso, nonché il fatto che anche dopo il crollo del comunismo e la fine del PCI il paese non è tornato ad essere normale. Vennero invece in piena luce le contraddizioni e le “incongruenze” della storia italiana. Riemerse, dal profondo della società, una destra senza storia di tipo non europeo, insieme con i vizi antichi di un popolo restio alla legalità, insofferente dello Stato e la debolezza, al tempo stesso, di uno Stato lontano dalla società. Di qui –dice &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_26"&gt;Scoppola&lt;/span&gt;- l’esigenza del compimento del processo fondativo della democrazia italiana, compimento che solo in parte era avvenuto con la Resistenza e il patto repubblicano e costituzionale ma che subì un duro colpo con l’assassinio di Moro. Si tratta quindi, necessariamente, di chiamare ad essere protagonisti i soggetti popolari radicati nella storia del Paese in stretta collaborazione con altri filoni del riformismo italiano. E aggiungeva (cito): “Abbiamo un po’ tutti commesso l’errore di immaginare la transizione italiana a un livello esclusivamente politologico; di non vederne le condizioni più profonde culturali ed etiche. Come se il passaggio al maggioritario e al bipolarismo garantisse di per sé il compimento di quello che ho chiamato (parla &lt;span class="blsp-spelling-error" id="SPELLING_ERROR_27"&gt;Scoppola&lt;/span&gt;) il processo fondativo della democrazia italiana”. Perciò Moro è attuale. E si capisce il perché del partito democratico. Esso, se vuole essere davvero un partito nuovo, e al tempo stesso avere un fondamento, deve riprendere questo processo incompiuto e portarlo avanti coerentemente. Non si tratta solo di culture riformiste da mettere insieme ma di pezzi di popolo che hanno perduto le vecchie identità e hanno bisogno di ritrovarsi in una identità comune, più ampia e più comprensiva. Questo è il nostro compito. E noi possiamo portarlo a buon fine. Ma se possiamo guardare avanti è &lt;span class="blsp-spelling-corrected" id="SPELLING_ERROR_28"&gt;perché&lt;/span&gt; alle nostre spalle c'è una storia la cui trama più profonda ci accomuna.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-8213048968878087158?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/8213048968878087158/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=8213048968878087158' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/8213048968878087158'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/8213048968878087158'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/03/aldo-moro-il-ricordo-di-alfredo.html' title='Aldo Moro, il ricordo di Alfredo Reichlin.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-1706244112404049968</id><published>2008-03-12T06:17:00.000-07:00</published><updated>2008-03-12T06:18:41.828-07:00</updated><title type='text'>La libertà individuale come impegno sociale.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;Sen, Amartya, La libertà individuale come impegno sociale.Bari, Laterza, 2007, pp. 101, € 6,50, ISBN 8842083191.&lt;br /&gt;Recensione di Gennaro De Falco – 08/07/2007&lt;br /&gt;Filosofia politica&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.recensionifilosofiche.it/crono/2008-01/sen.htm#indice"&gt;Indice&lt;/a&gt; - &lt;a href="http://www.recensionifilosofiche.it/crono/2008-01/sen.htm#autore"&gt;L'autore&lt;/a&gt; - &lt;a href="http://www.recensionifilosofiche.it/crono/2008-01/sen.htm#link"&gt;Links&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Un invito alla riflessione sulle libertà individuali, sulla giustizia sociale, sull’impegno degli Stati per colmare le disparità tra le classi: questi sono alcuni temi affrontati da Amartya Sen nei due saggi – il primo del 1990, il secondo del 1996 – raccolti in questo libro dalla scrittura chiara e limpida, arricchito da esempi concreti che l’autore attinge sia dalla sua esperienza vissuta (pp. 4-8), come la carestia del Bengala del 1943, che da eventi storici a tutti noti.&lt;br /&gt;Benché i due saggi abbiano ormai qualche anno, il lettore troverà attuali gli argomenti affrontati, le soluzioni tratteggiate, come pure la descrizione dei problemi relativi alla globalizzazione economica.&lt;br /&gt;Amartya Sen inizia la sua analisi affrontando la nozione di libertà, avvertendo che tale concetto può essere oggetto di pericolose ambiguità.&lt;br /&gt;È possibile individuare due diverse concezioni della libertà: la prima interpretata in senso positivo “riguarda ciò che, tenuto conto di tutto, una persona può o meno conseguire” (p. 9); la seconda, intesa in senso negativo, “si concentra precisamente sull’assenza di una serie di limitazioni che una persona può imporre a un’altra (o che lo Stato o altre istituzioni possono imporre agli individui)” (p. 9).&lt;br /&gt;Le due libertà hanno una natura ontologica diversa: “una violazione della libertà negativa implica una violazione della libertà positiva, mentre non è vero il contrario” (p. 10).&lt;br /&gt;Sen, pure affermando l’importanza delle due libertà, perché entrambe necessarie all’emancipazione ed all’affermazione dell’individuo nella società, è tuttavia convinto che l’intervento dello Stato, in certe situazioni, si configuri come l’unico elemento in grado di salvaguardare in maniera sostanziale le libertà positive: è il caso delle carestie avvenute nel paese natale dell’autore, l’India, dove un sistematico intervento pubblico, consistente principalmente nell’attuazione di politiche economiche basate su forme di integrazione di reddito delle fasce più vulnerabili della popolazione, ha consentito di limitare gli effetti atroci di queste situazioni che, come avverte lo stesso Sen, “sono avvenute quando la disponibilità di cibo era al suo massimo livello” (p. 14).&lt;br /&gt;L’autore prosegue la sua analisi, focalizzando l’attenzione sul rapporto evidente che intercorre tra l’intervento statale nell’erogazione di servizi pubblici e il tasso di mortalità: “gli uomini hanno meno probabilità di raggiungere i quaranta anni nei sobborghi neri di Harlem a New York che nell’affamato Bangladesh” (p. 32); e ciò si spiega senz’altro a causa della irrilevanza negli Stati Uniti di politiche pubbliche in materia di sanità.&lt;br /&gt;Ciò che Sen rende evidente è il modo in cui uno Stato, con le sue scelte sociali, influisce sulle libertà dell’individuo, in base ad una scala di valori che saranno (o così dovrebbe essere), in un paese democratico, il frutto del costante confronto tra forze politiche contrapposte. Amartya Sen sostiene con decisone la tesi secondo la quale la democrazia, e soprattutto un uso corretto degli efficaci mezzi di comunicazione di massa, capaci di sensibilizzare l’opinione pubblica, siano strumenti fondamentali per garantire ed estendere le libertà dell’individuo: “se le notizie di carestie, pubblicate sui giornali, sconvolgono il pubblico e mettono sotto pressione il governo, questo avviene proprio perché le persone si interessano a quanto succede agli altri” (p. 42).&lt;br /&gt;Un esempio di quanto detto è dato dalla politica degli Stati Uniti: le sue scelte realizzano nel massimo grado le libertà negative; la realizzazione delle libertà positive è per lo più affidata alla carità dei ricchi, proprio come è accaduto durante la carestia del 1943 nel Bengala.&lt;br /&gt;Sulla stessa linea prosegue il secondo saggio raccolto in questo libro.&lt;br /&gt;Sen analizza il rapporto tra l’impegno sociale ed i doveri di rigore e conservatorismo finanziario volti a non eccedere nella spesa pubblica (p. 45 sg.): da un lato quindi l’impegno della società a raggiungere un’eguaglianza sostanziale di tutti gli individui, e dall’altro la costante preoccupazione dei governi di tenere sotto controllo il bilancio dello Stato.&lt;br /&gt;Dopo aver accennato all’importanza dei movimenti socialisti sorti come critica al capitalismo (p. 64) e al conseguente rischio che la prosperità economica possa avvantaggiare solo alcuni ceti sociali, Amartya Sen sofferma la sua analisi sull’Europa e sulle scelte monetarie e fiscali che l’hanno caratterizzata a partire dagli inizi degli anni Novanta. Tali scelte puntavano sostanzialmente all’eliminazione dell’inflazione, con la chiara conseguenza della rinuncia a politiche fondamentali in termini di impegno sociale: “è assai significativo come l’impegno sociale teso ad evitare una disoccupazione non necessaria abbia perso rilievo fra gli obbiettivi politici perseguiti nell’Europa contemporanea” (p. 78).&lt;br /&gt;Il rapporto tra disoccupazione ed impegno sociale è stato analizzato da diversi studiosi, tra i quali il sociologo Zygmunt Bauman.&lt;br /&gt;Bauman, così come Sen, afferma che in Europa sia scomparso il dovere di protezione sociale verso le fasce più deboli della popolazione: svilimento delle tutele del lavoratore, precariato e terziarizzazione esasperati sarebbero prove a conferma di tale situazione.&lt;br /&gt;L’estremismo nelle scelte finanziarie degli Stati, ulteriore prova di quanto sostengono numerosi studiosi, non deve ridimensionare quelle priorità sociali (salute, istruzione, libero accesso alle posizioni sociali, uguaglianza di capacità), che fungono da sistemi di bilanciamento e di garanzia delle libertà e dei diritti fondamentali – in primis il diritto alla sopravvivenza – appartenenti a tutte le popolazioni della Terra, a tutti gli individui in quanto persone.&lt;br /&gt;È questo il messaggio finale che ci consegna l’autore, avvertendo nel contempo che le scelte dei governi non possono essere disgiunte dal confronto sociale e dalla concertazione (p. 87).&lt;br /&gt;Una politica unidirezionale porta ad esiti rovinosi che non possono durare a lungo: Sen porta l’esempio di Chirac e degli interventi sulle spese sociali che il suo governo intraprese senza alcuna preventiva consultazione con le parti interessate (e, sempre pensando alla Francia, sono recenti le sommosse delle Banlieue che dimostrano ancora una volta il disagio sociale presente in alcune fasce della popolazione).&lt;br /&gt;Una politica di tal genere è anche il frutto dell’eccessivo potere dato ai tecnocrati: il loro operato non può essere d’impedimento alla realizzazione degli obblighi sociali.&lt;br /&gt;A tal proposito è indicativo l’esempio delle banche centrali, la cui unica preoccupazione è quella legata all’aspetto finanziario del quadro economico. Nel contempo, tuttavia Sen prende atto del fatto che, con maggiore forza ed incisività, i movimenti politici dovrebbero sostenere le politiche sociali (p. 91).&lt;br /&gt;A fronte dell’insufficiente azione da parte dei movimenti politici e del loro sostanziale fallimento, gli scettici potranno non condividere lo slancio di fiducia nutrito da Sen verso gli individui che non perseguono solo il loro interesse personale, in quanto “come persone sociali, hanno valori e obbiettivi di più vasta portata” (p. 41); tuttavia è vero che la nascita e la diffusione di movimenti e organizzazioni in grado di cambiare e sensibilizzare l’opinione pubblica, sono il frutto di individui che hanno oltrepassato, con la forza degli ideali e la passione che gli ideali fanno nascere, l’orizzonte del loro interesse personale.&lt;a name="indice"&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.recensionifilosofiche.it/crono/2008-01/sen.htm#top"&gt;&lt;/a&gt;Indice&lt;br /&gt;La libertà individuale come impegno socialeImpegno sociale e partecipazione: esigenze di equità e vincolo di bilancio&lt;br /&gt;&lt;a name="autore"&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Amartya Sen (Santiniketan, Bengala, 1933) ha insegnato a Calcutta, Cambridge, Delhi, alla London School of Economics, Oxford e Harvard. Premio Nobel per l’economia nel 1988, nello stesso anno è divenuto rettore del Trinity College a Cambridge. Tra le sue opere ricordiamo: Poverty and Famines (1981), Utilitarismo e oltre (con Bernard Williams, 1984), Scelta, benessere, equità (1986), Etica ed economia (1988), Risorse, valori e sviluppo (1992), Il tenore di vita (1993), La disuguaglianza (1994), Lo sviluppo è libertà (2000), Identità e violenza (2006).&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-1706244112404049968?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/1706244112404049968/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=1706244112404049968' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/1706244112404049968'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/1706244112404049968'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/03/la-libert-individuale-come-impegno.html' title='La libertà individuale come impegno sociale.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-8032469823069843356</id><published>2008-03-10T15:53:00.000-07:00</published><updated>2008-03-10T08:14:37.473-07:00</updated><title type='text'>...con le armi della cultura...</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;La decadenza di una nazione si riflette anche nella sua letteratura. Il romanzo italiano, tranne le solite poche, doverose eccezioni, è noioso, asfittico, ripetitivo. Pratica il narcisismo, naviga nel qualunquismo, rimastica il vittimismo, sonnecchia nell'intimismo. Al fondo c'è sempre un io meschino e provinciale, sentimental-ideologico, e pianti, e tremori per un amore andato a male, per una causa politica rivelatasi fallimentare, per le ingiustizie della società... Non va da nessuna parte la nostra narrativa, continua a rimirarsi, a gemere, a compiangersi... Se si butta sul sesso fa della bassa macelleria, se riscopre l'impegno sbraca nella retorica, se pratica il disimpegno imbocca decisa la strada della banalità. Nei loro libri i nostri romanzieri viaggiano poco, e anche quelli che viaggiano molto in realtà non si muovono mai di casa. Che vadano in Centroamerica o in Cocincina, dietro c'è sempre l'Italia cinematografica dei Salvatores e dei Pieraccioni, l'eterno tanfo cittadino e campagnolo, gli eterni sfigati delusi che fuggono dal niente che erano per ritrovarsi nel niente che sono, le litanie dei tradimenti, dei rimpianti e dei rimorsi, le vecchie zie e i nuovi pederasti, le zingarate da liceali mai cresciuti, da precari della vita e del benessere... Nella vita di tutti i giorni, probabilmente viaggiano quanto l'italiano medio, tanto. Ma non vedono nulla e niente resta loro in mano. Perché viaggiano con l'occhio puntato a Merate o a Signalunga, raffrontando ciò che vedono con il metro locale di ciò che hanno lasciato, ingurgitano chilometri ma sono sempre nel cortile di casa, nell'androne, sulle scale... in attesa di rimettersi le pantofole del pensiero, di crogiolarsi nell'universo pensionistico delle loro certezze. Gli manca la dimensione della sfida e del sogno, gli fa paura l'ignoto, detestano l'avventura per quel coté “fascista” che anni di pensiero minimo gli hanno insegnato si porta con sé. Un Paese mediocre, senza ambizioni, senza volontà di grandezza, senza aspirazioni che vadano oltre la macchina nuova e il videoregistratore si rispecchia in una narrativa mediocre, dove gli orizzonti sono limitati, i protagonisti sono da operetta, le trame inesistenti o consunte, lo stile frusto, e solo l'ambizione, di carriera, di apparire, di monetizzare, è smisurata. La democristianeria applicata al romanzo... E poi ci si lamenta perché gli italiani leggono poco. Qualche anno fa chiesero a J.M.G. Le Clézio, scrittore francese poco noto in Italia ma che la nostra editoria, se volesse far bene il suo mestiere, dovrebbe tenere di conto, cosa fosse per lui scrivere. “Scrivere è AGIRE”, fu la risposta, con quel secondo verbo tutto in lettere maiuscole. Cosa sia l'azione per Le Clézio è ben spiegato nei suoi due ultimi libri, Gens des nuages (Stock editore) e La fête chantée (Gallimard). Innanzitutto è uscire dalla rotta ben oleata della modernità, con il suo pensiero unico, con l'idea che il modello di sviluppo occidentale sia il solo metro di giudizio per tutte le culture, e che il progresso, tecnico, scientifico, sociale sia una divinità a sé stante cui vada sacrificata ogni idea di diversità, di moderazione, di equilibrio. Quella di Le Clézio è una concezione sferica, non lineare, dell'esistenza: “La vita è tonda”, non c'è un inizio e una fine, una progressione continua... Si parte e si ritorna, siamo impastati del nostro ieri che sarà anche il nostro domani, e capire ciò che si è stati ci permette di affrontare con cognizione di causa ciò che siamo e che saremo. Come dice un antico verso arabo, “Questo mondo è una montagna. Le nostre azioni sono un grido il cui verso sempre ci ritorna addosso”. Viaggiare, così, non è necessariamente una fuga da qualcosa: “Non sono un disertore. Al contrario è sentire che qualcosa ti attrae. Io non fuggo la Francia, mi sento aspirato verso il Messico”. Fra la terra d'origine e quella d'elezione, Le Clézio divide più o meno equamente il suo tempo e La fête chantée è un atto di omaggio a quest'ultima, alla polvere di stelle che è rimasta delle grandi civiltà che la nutrirono, un mondo “che non era fondato sulla ragione, animato da questa danza, questo slancio verso la magia, il soprannaturale; basato su una percezione differente, più primitiva”. Nei suoi romanzi come nei suoi saggi, ciò che affascina Le Clézio sono i grandi spazi, le distese, il legame con la natura e con la storia, l'idea di un'identità, di una tradizione comuni pur nelle diversità delle esperienze umane. E' un antimoderno non perché sogna impossibili ritorni al passato, ma perché non condivide l'ansia da possesso, la frenesia dei ritmi e dei rapporti, lo sradicamento e l'esistenza da formicaio che il mondo moderno porta con sé. Gens des nuages è il viaggio fantastico ma reale che in compagnia di Jemia, la moglie marocchina della stirpe degli Aroussiyne, compie sulle tracce del passato di lei, “immagine sconosciuta di lei stessa”. “Volevamo sentir risuonare i nomi che sua madre le aveva insegnato, come un'antica leggenda, e che ora prendevano un senso diverso, un senso vivo: le donne blu, l'assemblea del venerdì, che aveva battezzato Jemia; la tribù chorfa (discendenti del Profeta); gli Ahel Jmal, il popolo del cammello; gli Ahel Mouzna, le genti delle nuvole, alla ricerca della pioggia”. E' un viaggio a rébours, all'indietro che però proietta chi lo fa in una dimensione senza tempo dove i piani si confondono, le tracce di ciò che è stato si legano al presente di quello che si è, servono a cementare cosa si sarà. E' un viaggio alla ricerca di un'armonia perduta, che non consiste in un rousseauismo vacuo e di maniera, un'età dell'oro, dell'amore e della bontà mai esistita, ma nella convinzione che la libertà dal bisogno va di pari passo con la libertà dal possesso, che i valori veri non si misurano con l'ottica del profitto, che esiste una dimensione del tempo più piena e più consona all'essere umano di quella che quest'ultimo ha poi finito per imporsi. Viaggiatore incantato dagli incanti del mondo, Le Clézio conferma nei suoi libri che la scrittura e l'azione vanno di pari passo nell'elaborazione di una Weltanschauung pluralista e non dogmatica, rispettosa delle diversità e dove l'uomo ritrova la sua libertà di essere e di creare. &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-8032469823069843356?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/8032469823069843356/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=8032469823069843356' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/8032469823069843356'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/8032469823069843356'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/03/con-le-armi-della-cultura.html' title='...con le armi della cultura...'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-1200386181837380401</id><published>2008-03-09T10:11:00.000-07:00</published><updated>2008-03-09T04:26:29.340-07:00</updated><title type='text'>A Matteo Salvatore.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;27-8-2005&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Oggi Matteo è morto. Era malato da tempo. Se n'è andato via un grande artista. Un vero artista. Geniale, imprevedibile, folle, sregolato. Nessun telegiornale ha annunciato la sua scomparsa. Troppo occupati a parlare di banalità sui rientri dalle ferie. Poi come parlare del grande Matteo in pochi istanti, come ridurre la sua complessità. La sua giovinezza fatta di grande miseria, di analfabetismo - condizioni che il nostro paese non ama ricordare ma che hanno riguardato molti nostri connazionali - riscattata con la dolcezza della sua chitarra, la forza poetica delle sue parole. Un precursore Matteo Salvatore, l'inventore di un nuovo stile, il cantastorie che ha anticipato la generazione dei grandi cantautori italiani (alcuni di loro lo riconoscono come maestro). Ma anche un "lazzarone", una persona sospettosa, intrattabile, inaffidabile. Insomma un artista. Piero Ciampi diceva: "Morto un poeta, se ne fa un altro". Spiace contraddirlo ma si sbagliava. I poeti sono sempre di meno. E un altro Matteo Salvatore non ci sarà più. Ma le sue canzoni rimarranno per sempre. E ci parleranno ancora di un mondo lontano ma sempre presente, di sentimenti veri, di sogni e bisogni. Un mondo senza silicio, senza plastica.&lt;br /&gt;Addio Matteo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per Matteo Salvatore&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;di Teresa De Sio&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Matteo è stato un vero uomo del Sud. Della vita ha conosciuto la durezza e la dolcezza, l’aspro e il passionale, e queste cose le ha sempre trasformate in musica. Quando ho incontrato Matteo per la prima volta (circa due anni fa) per me era già una leggenda, conoscevo a memoria le sue canzoni, le cantavo, sapevo della sua vita difficile e turbolenta. Pensavo che avrei trovato un uomo “domato”. Invece lui era una tigre. Inchiodato dall’indigenza, già molto malato, dimenticato da molti. Abitava in un monolocale a pian terreno in una sgangherata via di Foggia. Una tigre sulla sedia a rotelle. Matteo non voleva mollare. Quando gli parlai di “Craj”, lui disse: “Se facciamo questa cosa io campo un altro anno.” Ostinato nella vita è riuscito a camparne altri due. Mi sembrò che in lui ci fosse una vena di follia, ma non di quella follia che è elusiva della realtà, anzi, Matteo emanava un’intera “versione del mondo”, poeticamente compatta, diversa e niente affatto subalterna. La povertà dell’infanzia, il lavoro, la vita dei braccianti, gli amori, le donne. Le donne, che hanno avuto parte importante, grave, nella sua vita, gioco sulla sua anima, peso nelle sue canzoni. Non so se Matteo sapesse di essere un “grande”. Forse aveva accolto questo suo destino eccentrico di cantastorie maledetto, come un pescatore che si rassegna alla mareggiata. Se avesse avuto più fortuna sarebbe stato ricco come Modugno (che peraltro come lui stesso mi ha raccontato, lo amava molto e con cui lavorò). Se fosse stato un ragazzo degli anni settanta sarebbe stato una sorta di Syd Vicious. Se il mondo della cultura e della musica del nostro paese fosse meno volubile, ingrato, disattento e mercenario, Matteo oggi sarebbe celebrato da molte più persone. Io lo saluto, alzando a lui il mio brindisi (come gli sarebbe piaciuto). Continuerò a cantare le sue canzoni, perchè sono belle e perché sò che le cose che hanno radici così forti, col tempo, non possono che fiorire di più.&lt;br /&gt;C'è una ragione precisa perché si scriva tanto poco e si sia così avari di riconoscimenti formali nei confronti di un artista e di un produttore di cultura, quale è Matteo Salvatore, che pure in oltre cinquant'anni di attività ha dato alla Puglia, al Sud, all'Italia e al mondo uno straordinario contributo musicale, vocale, linguistico e tematico, giustamente considerato unico per quantità, qualità e tipologia. Questa ragione risiede nel carattere di Matteo, anzi nel suo caratteraccio, nella sua disperazione, nel suo anarchismo, nella sua ruffianeria, nella sua brutale e autistica indisciplinatezza. Diciamo pure nella sua doppiezza. E' difficile parlare di un angelo (in questo caso un angelo della musica popolare, del mondo dei diseredati), è difficile anche solo parlare con questo angelo, se puntualmente e improvvisamente egli appena smette di cantare come solo lui sa fare, passando con divina disinvoltura dai toni profondi al falsetto, e di suonare la chitarra, cioè di fare quello che vuole con la chitarra ti confonde e ti scoraggia opponendoti atteggiamenti, diciamo così, profanatori. Nel senso che profanano e quasi smentiscono quell'angelicità. Ma forse sta proprio qui la persistente grandezza di Matteo: nella sua irriducibilità, anzi nella sua imprendibilità. Così forse lui si è difeso per tutta la vita da un mondo che non è mai riuscito a capire o anche solo ad accettare nella sua complessità, rimanendo il solo, l'unico vero cantante popolare italiano, non cellofanato né dalla consapevolezza e dalla ricerca culturale né dall'industria discografica e dello spettacolo. E' rimasto quello di sempre: solo, disperato, intrattabile.  Beppe Lopez&lt;br /&gt;... Matteo si racconta, al solito, alternando fatti veri e quelle che sembrano a lume di buon senso sbruffonerie. La poverissima infanzia ad Apricena (dove è nato nel 1925). Il papà facchino e la mamma, "camuffata da mutilata", che va a chiedere l'elemosina a Poggio Imperiale per procurare un po' di pane ai figli. Fa il garzone di cantina a otto lire l'anno. Gli muore una sorella di quattro anni per denutrizione. E' tra gli uomini e i bambini di sette-nove anni che stanno "nella piazza del paese per essere venduti". "Gente, io ci sono stato nei campi di grano a mietere. Sotto il sole cocente, curvo dall'alba al tramonto". L'incontro storico con il vecchio maestro Pizzicoli, cieco, suonatore di violino, mandolino e chitarra, "portatore di serenate" (quasi esclusivamente canzoni napoletane), dal quale Matteo in tre anni impara a suonare "alla perfezione". A 20 anni si sposa con Antonietta, che però muore di tumore dopo poco più di un anno. A Benevento, che frequenta per contrabbando di tabacco, conosce e sposa una ragazza, con la quale ha una prima figlia. Finalmente emigra a Roma: ci mette un mese per arrivarci, saltando da un carretto di passaggio ad un altro. Cominciano gli anni vissuti in baracca. Canta con la chitarra canzoni napoletane ai tavoli di "Giggetto er Pescatore", ai Parioli. Qui lo nota il regista Giuseppe De Santis, che lo incarica di andare a registrare in Puglia canzoni popolari per un film ("Uomini e lupi" con Yves Montand). E' a questo punto che nasce l'angelotruffatore. "Dopo aver composto quattro ballate, telefonai a De Santis, spacciandole per canti popolari". Porta moglie e due figli da Benevento a Roma. Qui, in baracca, gli nasce il terzo figlio. Un giorno canta in una trattoria di Trastevere e viene scoperto da Claudio Villa, col quale farà poi tournée all'estero. Incide il primo 78 giri, quattro canzoni per facciata: La morte traditrice, Lu pugliese a Roma, Lu vecchie, Lu limone, Cuncettina, I maccheroni, I capelli neri, Zompa cardille. Verranno poi le incisioni per la Vis radio, la Fonit Cetra, la Cgd. Comincia il successo, Ma anche la sua guerra contro i discografici: lui sospetta sempre che vogliano imbrogliarlo e derubarlo ("non mi consegnavano tutto quanto mi spettava di diritto") e quindi è lui a imbrogliarli (consegnando le stesse incisioni, in esclusiva, a più etichette). Verranno le trasmissioni radiofoniche, grazie anche all'aiuto di amici ed estimatori come Renzo Arbore. Matteo diventa ricco. C'è poi la lunga e drammatica storia con Adriana, l'amante, ispiratrice e collaboratrice. Lo scoprono gli intellettuali: prima il regista Maurizio Corgnati, quindi Franco Antonicelli e Italo Calvino (per lo scrittore "Matteo è l'unica fonte di cultura popolare, in Italia e nel mondo, nel suo genere"). E' del 1966 il suo primo lp, inciso a Milano: Il lamento dei mendicanti, accolto trionfalmente dal mondo della cultura. Nel 1968 partecipa al Cantagiro con Lu soprastante. Vive ancora in baracca quando fa la sua prima tournée in Canada. "Ho inciso anche lì. Avevo guadagnato più di due miliardi di oggi". Nel 1972 arriva il suo capolavoro, Le quattro stagioni, un cofanetto di quattro lp con cinquanta canzoni incise per la Rca-Amico. Ad un certo punto Matteo annota: "La povera Adriana morì d'infarto". Si tratta in effetti di una vicenda oscura, per la quale Matteo conosce anche il carcere. Dopo, "per quattro lunghi anni sono uscito fuori dall'arte". Seguono un periodo di tournée e incisioni autogestite, il ritorno a Foggia ma anche i riconoscimenti informali di tutti coloro che praticano la musica popolare nei confronti del Maestro, del Pioniere. Lo venerano in particolare i napoletani: i Barra, i Bennato, Pino Daniele (per il quale Matteo "è il più grosso fenomeno musicale italiano, potrebbe rappresentare la nostra musica nel mondo").   Beppe Lopez&lt;br /&gt;Un uomo assolutamente fuori dal comune. Cantautore famoso, ha vissuto una giovinezza di miseria e di analfabetismo, riscattandosi poi con la dolcezza della sua chitarra e la forza poetica delle sue parole. Un riscatto accompagnato da mille straordinarie follie, poiché Matteo Salvatore è uomo che sfugge a ogni regola e a ogni legge, arguto e imprevedibile come ogni lazzarone, geniale e sregolato come un vero artista, ruffiano e incantatore come ogni uomo destinato al successo.-----------------------------------------------------------------------... non ricorre esplicitamente ad alcuna tradizione: inventa un nuovo stile, staccandosi da qualunque passato e anticipando la generazione dei grandi cantautori italiani che riconoscono nel cantastorie pugliese il loro maestro. Egli trova parole di struggente poesia e suona, anzi arpeggia, la chitarra divinamente, componendo stupende melodie...-----------------------------------------------------------------------... La poesia di Matteo non è solo moto dell’animo, ma, pur nella non conoscenza delle regole, è anche sapiente e raffinata capacità di piegare la sua lingua alle necessità del verseggiare, con genio, passione ed ironia.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-1200386181837380401?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/1200386181837380401/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=1200386181837380401' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/1200386181837380401'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/1200386181837380401'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/03/matteo-salvatore.html' title='A Matteo Salvatore.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-3168103811761886652</id><published>2008-03-09T04:18:00.000-07:00</published><updated>2008-03-09T04:07:46.105-07:00</updated><title type='text'>La Politica come servizio alla speranza.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;Ogni giorno i politici italiani litigano fra loro, non importa che siano di centro, di sinistra o di destra. Soprattutto litigano all’interno delle alleanze, delle unioni, delle coalizioni e del governo. Sicuramente la stampa ingigantisce il fenomeno, che comunque è esteso e preoccupante. Il voto degli italiani è tenuto in poco conto, e quello che è stato scelto dalle elezioni viene cambiato quando e come si preferisce. Spesso il voto è dato dopo avere valutato un programma politico, ma a causa dei litigi, dei disaccordi e purtroppo, alcune volte, della volontà di non realizzarlo (il programma) diventa inutile (il voto e il programma). L’Italia ha bisogno di progredire di migliorare, ma il cambiamento è lento, troppo lento, le leggi importanti non si fanno e se si fanno si fanno male. Si torna spesso indietro e si va poco avanti. Le coalizioni non sono più un bacino di idee da mettere in pratica, un sistema per trovare soluzioni migliori di quelle pensate da pochi, ma un modo per ottenere quello che si vuole minacciando la caduta del governo o dell’amministrazione locale. Molti politici si preoccupano e gridano che fra gli italiani sta crescendo il male: l’antipolitica. Si sbagliano, non è antipolitica, ma è voglia di fare e di riscoprire la politica, i fatti lo dimostrano: l’Italia è uno dei pochi paesi che hanno un’altissima affluenza alle urne. Protestare contro il modo di fare di molti parlamentari, assessori, ministri,… , non vuol dire essere contro la politica, desiderare un cambiamento in meglio è naturale. In parlamento non si va a litigare, ma ad attuare il programma, senza lotte per le poltrone, senza favori da chiedere e da soddisfare. Certo il confronto di idee ci deve essere, ma come accade nel resto del mondo civilizzato: proponendo, valutando, discutendo insieme per il bene di tutto il paese e di tutti i cittadini.&lt;a class="file-link image" id="file-link-125" title="cartello1.jpg" href="http://feeds.feedburner.com/~r/Disinformati/~3/177632709/javascript:void(0)" rel="nofollow"&gt; &lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-3168103811761886652?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/3168103811761886652/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=3168103811761886652' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/3168103811761886652'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/3168103811761886652'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/03/la-politica-come-servizio-alla-speranza.html' title='La Politica come servizio alla speranza.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-8795998522366054537</id><published>2008-03-05T16:53:00.000-08:00</published><updated>2008-03-06T13:09:17.516-08:00</updated><title type='text'>Elogio della brevità. Le Città invisibili della memoria.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;di Ilaria Scola&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;Il laboratorio della leggerezza  Le città invisibili La memoria &lt;a name="i"&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name="1"&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;«Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia; in entrambi i casi è ricerca d'un'espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile. È difficile mantenere questo tipo di tensione in opere molto lunghe; e d'altronde il mio temperamento mi porta a realizzarmi meglio in testi brevi: la mia opera è fatta in gran parte di short stories. Per esempio il tipo d'operazione che ho sperimentato in Le cosmicomiche e Ti con zero, dando evidenza narrativa a idee astratte dello spazio e del tempo, non potrebbe realizzarsi che nel breve arco della short story. Ma ho provato anche componimenti più brevi ancora, con uno sviluppo narrativo più ridotto, tra l'apologo e il petit-poème-en prose, nelle Città invisibili e ora nelle descrizioni di Palomar. Certo la lunghezza o la brevità del testo sono criteri esteriori, ma io parlo d'una particolare densità che, anche se può essere raggiunta pure in narrazioni di largo respiro, ha comunque la sua misura nella singola pagina».&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#1" target="Frame 2"&gt;1&lt;/a&gt;&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolatesto.html#ii"&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;I. Il laboratorio della leggerezza&lt;br /&gt;Nel brano in epigrafe, tratto dalle Lezioni americane, una raccolta postuma di conferenze che Italo Calvino avrebbe dovuto tenere all'Università di Harvard, si possono rintracciare alcune ragioni delle scelte e tecniche narrative dello scrittore. Le sue parole ci sembrano quasi un elogio del racconto breve come misura narrativa ideale per mantenere la tensione, l'energia interiore che deve permeare ogni trama narrativa.Alla scrittura Calvino affida il compito di trasformare in leggerezza «la pesantezza, l'inerzia, l'opacità del mondo». Leggerezza significa per lo scrittore alleggerimento del linguaggio, astrazione del discorso attraverso l'uso di immagini simboliche, ma soprattutto creazione di una sequenza narrativa rapida ed essenziale. In un testo come le Città invisibili (1972) Calvino ospita nei confini del racconto breve temi di una enorme densità concettuale come l'infinito, lo spazio, il tempo. Quello che risulta straordinario è la sua abilità di concentrarli in poche pagine grazie a una notevole precisione ed essenzialità espressiva.&lt;a name="ii"&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolatesto.html#iii"&gt;&lt;/a&gt;&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolatesto.html"&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;II. Le città invisibili&lt;br /&gt;Con le Città invisibili Calvino realizza una scrittura sospesa, fuori dal tempo, una specie di colloquio con se stesso che prende forma in città immaginarie, astratte e inafferrabili, che non corrispondono a città reali e collocano la scrittura nella dimensione surreale della memoria e dell'immaginazione.&lt;a name="2"&gt;&lt;/a&gt; Le città di Calvino riflettono lo spazio interiore dei desideri e delle paure:&lt;br /&gt;«È delle città come dei sogni: tutto l'immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure».&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#2" target="Frame 2"&gt;2&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name="3"&gt;&lt;/a&gt;Se le città hanno quindi la stessa forma dei sogni, Calvino può ricostruire nelle geometrie di città indefinite le tappe di un «viaggio nella memoria»: la città ricordata da Marco Polo è una città reinventata dalla immaginazione e, come dice Calvino nella Presentazione del libro, è costituita di «paesaggi della mia vita […] città immaginarie, fuori dal tempo e dallo spazio».&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#3" target="Frame 2"&gt;3&lt;/a&gt;&lt;a name="4"&gt;&lt;/a&gt;Calvino afferma nella sua Presentazione alle Città invisibili : «il libro è nato un pezzetto per volta, a intervalli anche lunghi».&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#4" target="Frame 2"&gt;4&lt;/a&gt; &lt;a name="5"&gt;&lt;/a&gt;&lt;a name="6"&gt;&lt;/a&gt;L'autore paragona la stesura delle Città invisibili a quella della poesia: «mettevo sulla carta, seguendo le più varie ispirazioni»&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#5" target="Frame 2"&gt;5&lt;/a&gt; e ancora: «cercavo di lasciare che ogni discorso avanzasse per conto suo».&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#6" target="Frame 2"&gt;6&lt;/a&gt; &lt;a name="7"&gt;&lt;/a&gt;Queste parole ci fanno pensare alle Città invisibili come a una narrazione che si sviluppa senza un disegno preciso: «il libro si discute e si interroga mentre si fa».&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#7" target="Frame 2"&gt;7&lt;/a&gt; &lt;a name="8"&gt;&lt;/a&gt;Calvino ci informa sul processo che lo ha portato alla elaborazione delle Città invisibili, sulla sua intenzione di dare, attraverso la struttura formale, un «intreccio, un itinerario, una soluzione»&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#8" target="Frame 2"&gt;8&lt;/a&gt; anche a un libro che manca di intreccio nel senso stretto del termine. La mancanza di un intreccio tematico è confermata dal fatto che si può leggere in ogni punto del libro e trovare un senso.&lt;a name="9"&gt;&lt;/a&gt; La narrazione segue molteplici piani: «è un libro fatto a poliedro - dice lo stesso Calvino - e di conclusioni ne ha un po' dappertutto, scritte lungo tutti i suoi spigoli».&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#9" target="Frame 2"&gt;9&lt;/a&gt; &lt;a name="10"&gt;&lt;/a&gt;Calvino parla di conclusioni «epigrammatiche o epigrafiche»&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#10" target="Frame 2"&gt;10&lt;/a&gt; disseminate in tutto il libro e, con questo, ci permette di sostenere che la sua scrittura con le Città invisibili si fa aforistica. L'aforisma è posto in genere a chiusura della descrizione e si armonizza con lo stile lapidario e enigmatico di tutto il libro.&lt;a name="11"&gt;&lt;/a&gt; Si realizza quella rapidità che Calvino teorizza nelle Lezioni americane:&lt;br /&gt;«La rapidità e la concisione dello stile piace perché presenta all'anima una folla d'idee simultanee, così rapidamente succedentesi, che paiono simultanee, e fanno ondeggiar l'anima in una tale abbondanza di pensieri […]. La forza dello stile poetico, che in gran parte è tutt'uno con la rapidità, non è piacevole per altro che per questi effetti, e non consiste in altro».&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#11" target="Frame 2"&gt;11&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Gli aforismi nella loro concentrazione concettuale rompono con la chiara razionalità di Cosmicomiche o Ti con zero dove tutto viene spiegato e chiarificato. Essi contribuiscono a rafforzare la natura metaforica del linguaggio delle Città invisibili.&lt;a name="12"&gt;&lt;/a&gt; La metafora centrale è rappresentata da Eudossia: la città rappresenta i lettori mentre il suo tappeto rappresenta il testo delle Città invisibili:&lt;br /&gt;«I ragli dei muli, le macchie di nerofumo, l'odore di pesce, è quanto appare nella prospettiva parziale che tu cogli; ma il tappeto prova che c'è un punto dal quale la città mostra le sue vere proporzioni, lo schema geometrico implicito in ogni suo minimo dettaglio».&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#12" target="Frame 2"&gt;12&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name="13"&gt;&lt;/a&gt;Il tappeto rappresenta dunque la conoscenza che ogni abitante di Eudossia guarda «quando confronta all'ordine immobile del tappeto una sua immagine della città, una sua angoscia, e ognuno può trovare nascosta tra gli arabeschi una risposta, il racconto della sua vita, le svolte del destino».&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#13" target="Frame 2"&gt;13&lt;/a&gt; Attraverso le due voci di Marco Polo e Kublai Kan, la scrittura si sviluppa come monologo alternato a dialogo ovvero, nei termini calviniani, "frammenti" alternati a "intermezzi" o "corsivi". Questi ultimi costituiscono la cornice della narrazione e introducono un livello polifonico che movimenta la trama silenziosa delle descrizioni.Gli intermezzi contrastano la frammentazione del discorso narrativo perché attraverso il filo dei dialoghi tra Polo e Kan legano le città in un discorso unitario. Se osserviamo da vicino la struttura delle Città invisibili, vediamo che la narrazione si sviluppa entro una cornice di otto intermezzi e di nove sezioni. Gli intermezzi fungono da introduzione e conclusione in forma di dialogo alle nove sezioni che invece sviluppano la narrazione sotto forma di descrizione. Le sezioni I e IX descrivono dieci città mentre dalla sezione II alla sezione VIII ogni sezione contiene la descrizione di cinque città. La struttura risulta dunque rigorosamente organizzata e unitaria e cerca di unificare la frammentazione della narrazione sia dal punto di vista formale che da quello tematico attraverso una sottile strategia di continuità per sottrazione per cui il primo titolo di ogni sezione scompare nella sezione successiva e automaticamente il secondo titolo della sezione precedente diventa il primo di quella successiva.&lt;a name="14"&gt;&lt;/a&gt; Possiamo riconoscere in quest'attività il movimento continuo della memoria che annulla lo schema cronologico della storia e passato e futuro si sovrappongono nel presente: il viaggio è fatto per rivivere il passato e ritrovare il futuro.&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#14" target="Frame 2"&gt;14&lt;/a&gt;&lt;a name="15"&gt;&lt;/a&gt;La continuità tematica è assicurata da questa strategia ma anche dal sentimento di nostalgia che scaturisce dal «guardare da lontano» la propria patria e che Polo, alter ego dell'autore, sente egualmente con la stessa intensità davanti a tutte le città descritte: «viaggiando ci s'accorge che le differenze si perdono: ogni città va somigliando a tutte le città, i luoghi si scambiano forma ordine distanze, un pulviscolo informe invade i continenti».&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#15" target="Frame 2"&gt;15&lt;/a&gt; Questo punto ci autorizza a pensare che le numerose città descritte da Polo siano le variazioni di un'unica città, Venezia.L'attenzione metaletteraria di Calvino si riconferma anche nelle Città invisibili dove viene problematizzata, in termini saussurriani, l'arbitrarietà del rapporto tra linguaggio e cose: &lt;a name="16"&gt;&lt;/a&gt;la menzogna e l'inganno riguardano tanto il linguaggio («non c'è linguaggio senza inganno»)&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#16" target="Frame 2"&gt;16&lt;/a&gt; &lt;a name="17"&gt;&lt;/a&gt;quanto le cose («la menzogna non è nel discorso, è nelle cose»).&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#17" target="Frame 2"&gt;17&lt;/a&gt;&lt;a name="18"&gt;&lt;/a&gt; Calvino metaforizza l'arbitrarietà del rapporto significato/significante nell'immagine della città Moriana che come il segno linguistico «non ha spessore, consiste solo in un diritto e in un rovescio, come un foglio di carta, con una figura di qua e una di là, che non possono staccarsi né guardarsi».&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#18" target="Frame 2"&gt;18&lt;/a&gt;&lt;a name="19"&gt;&lt;/a&gt;Sebbene si intraveda una possibilità di comunicare nonostante il rapporto arbitrario che lega le parole alle cose («Nessuno sa meglio di te, saggio Kublai, che non si deve mai confondere la città col discorso che la descrive. Eppure tra l'una e l'altro c'è un rapporto»),&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#19" target="Frame 2"&gt;19&lt;/a&gt;&lt;a name="20"&gt;&lt;/a&gt; la sfiducia nel linguaggio resta e la città di Tamara ne diventa l'emblema: «Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l'uomo esce da Tamara senza averlo saputo».&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#20" target="Frame 2"&gt;20&lt;/a&gt;&lt;a name="iii"&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolatesto.html#fine"&gt;&lt;/a&gt;&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolatesto.html"&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;III. La memoria&lt;br /&gt;Nella problematica non manca il riferimento al silenzio che si configura come spazio vuoto, non riempito di parole. Il silenzio diventa paradossalmente la via indicata da Calvino per combattere l'oblio e la perdita. &lt;a name="21"&gt;&lt;/a&gt;Leggiamo infatti nell'intermezzo in cui Kan chiede a Polo di parlargli di Venezia: «le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano… Forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo. O forse parlando d'altre città, l'ho già perduta a poco a poco».&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#21" target="Frame 2"&gt;21&lt;/a&gt; La parola anziché conservare il ricordo lo cancella nel momento in cui lo restituisce sbiadito e cristallizzato.La narrazione si muove tra il passato della vicenda narrata (il tempo dei viaggi di Polo) e il presente della narrazione (quando Polo racconta i viaggi al Kan). Le Città invisibili si sviluppano dunque da quel procedimento che Gerard Gènette chiama "metalessi" cioè dall'intreccio della storia (passato) con l'atto del narrare (presente). Calvino realizza un'operazione tipica della scrittura autobiografica in quanto, portando il passato sul piano del presente, trasforma la diacronia del vissuto in sincronia del narrato.La narrazione delle Città invisibili presenta la strategia di scrittura caratteristica di molti suoi romanzi e racconti dove a tessere le fila della narrazione è la prima persona del narratore che ha avuto diretta esperienza dei fatti ma che è anche osservatore distaccato dei fatti. &lt;a name="22"&gt;&lt;/a&gt;Di nuovo crea nel testo la figura dell'ascoltatore, Kublai Kan, che gli garantisce uno spazio dialettico per se stesso: «il veneziano sapeva che quando Kublai se la prendeva con lui era per seguire meglio il filo d'un suo ragionamento; e che le sue risposte e obiezioni trovavano il loro posto in un discorso che già si svolgeva per conto suo, nella testa del Gran Kan».&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#22" target="Frame 2"&gt;22&lt;/a&gt;&lt;a name="23"&gt;&lt;/a&gt; Per spiegare i rapporti dialogici tra Polo e Kan interviene direttamente la voce dell'autore: «ossia, tra loro era indifferente che quesiti e soluzioni fossero enunciati ad alta voce o che ognuno dei due continuasse a rimuginarli in silenzio».&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#23" target="Frame 2"&gt;23&lt;/a&gt;&lt;a name="24"&gt;&lt;/a&gt;Ritorna nelle Città invisibili il tentativo di dare ordine al mondo e all'irrazionalità del caso, e di creare una letteratura che serva come «mappa del mondo e dello scibile».&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#24" target="Frame 2"&gt;24&lt;/a&gt; &lt;a name="25"&gt;&lt;/a&gt;La scrittura riconferma il suo compito di razionalizzare il caos del mondo. Le Città invisibili rivelano infatti una continua tensione tra l'io dello scrittore e il mondo, un continuo interrogarsi che porta a conclusione del libro all'accettazione di un mondo fatto di frammenti dove, ci ammonisce Calvino, bisogna «cercare e saper riconoscere chi e che cosa in mezzo all'inferno non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».&lt;a href="http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2002-i/W-bol/Scola/Scolanote.html#25" target="Frame 2"&gt;25&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-8795998522366054537?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/8795998522366054537/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=8795998522366054537' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/8795998522366054537'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/8795998522366054537'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/03/elogio-della-brevit-le-citt-invisibili.html' title='Elogio della brevità. Le Città invisibili della memoria.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-6484295443011301377</id><published>2008-03-01T13:48:00.000-08:00</published><updated>2008-03-01T14:10:59.914-08:00</updated><title type='text'>Con le armi della poesia.</title><content type='html'>&lt;div align="center"&gt;Sono nata il ventuno a primavera&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;ma non sapevo che nascere folle,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;aprire le zolle&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;potesse scatenar tempesta.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Così Proserpina lieve&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;vede piovere sulle erbe,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;sui grossi frumenti gentili&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;e piange sempre la sera.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Forse è la sua preghiera.&lt;br /&gt;[Alda Merini, da Vuoto d'amore, 1991]&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;br /&gt;Nasce a Milano il 21 marzo 1931. La famiglia di Alda Merini è composta dal padre, funzionario delle Assicurazioni Generali Venezia, dalla madre casalinga, da una sorella maggiore e un fratello minore. Non potendo frequentare il liceo Manzoni perché respinta in Italiano, compie gli studi superiori all'Istituto professionale Laura Solera Mantegazza e, contemporaneamente, si dedica allo studio del pianoforte.&lt;br /&gt;Inizia a comporre le prime liriche a quindici anni e il primo, autentico incontro con il mondo letterario avviene l'anno successivo, quando Silvana Rovelli, cugina di Ada Negri, sottopone alcune delle sue poesie a Angelo Romanò che, a sua volta, le fa leggere a Giacinto Spagnoletti, considerato tuttora il primo scopritore della poetessa. Proprio nel '47 la Merini inizia a frequentare la casa di Spagnoletti, dove conosce, fra gli altri, Giorgio Manganelli — che fu un vero maestro di stile per lei, oltre che suo primo grande amore — Davide Turoldo, Maria Corti e Luciano Erba.&lt;br /&gt;Ma il '47 è anche l'anno in cui si manifestano i primi sintomi di quella che sarà una lunga malattia: viene internata per un mese nella clinica Villa Turro e, una volta dimessa, riceve l'aiuto degli amici più cari. Così scrive Maria Corti nell'introduzione a Vuoto d'amore: «[...] ogni sabato pomeriggio lei e Manganelli salivano le lunghe scale senza ascensore del mio pied-à-terre in via Sardegna e io li guardavo dalla tromba della scala: solo Dio poteva sapere che cosa sarebbe stato di loro. Manganelli più di ogni altro l'aiutava a raggiungere coscienza di sé, a giocarsi bene il destino della scrittura al di là delle ombre di Turro».&lt;br /&gt;Nel '50 Spagnoletti pubblica nell'antologia Poesia italiana contemporanea 1909-1949 le due liriche Il gobbo e Luce. L'anno successivo, le stesse liriche, insieme con altri due componimenti, vengono incluse da Vanni Scheiwiller nel volume Poetesse del Novecento, su consiglio di Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani. Già da questi primi componimenti si intuiscono quelli che saranno motivi ricorrenti nella poetica della Merini: l'intreccio di temi erotici e mistici, di luce e di ombra, il tutto però amalgamato da una concentrazione stilistica notevole, che nell'arco degli anni lascerà spazio a una poesia più immediata, intuitiva.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;br /&gt;Il gobbo&lt;br /&gt;Dalla solita sponda del mattino&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;io mi guadagno palmo a palmo il giorno:&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;il giorno dalle acque così grigie,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;dall'espressione assente.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Il giorno io lo guadagno con fatica&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;tra le due sponde che non si risolvono,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;insoluta io stessa per la vita... e nessuno m'aiuta.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Mi viene a volte un gobbo sfaccendato,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;un simbolo presago d'allegrezza&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;che ha il dono di una stana profezia.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;E perché vada incontro alla promessa&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;lui mi traghetta sulle proprie spalle.&lt;br /&gt;22 dicembre 1948&lt;br /&gt;[Da Poetesse del Novecento, 1951]&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;br /&gt;Dopo la partenza di Manganelli da Milano, nel periodo che va dal '50 al '53, la Merini frequenta Salvatore Quasimodo, al quale dedica le Due poesie per Q., edite ne Il volume del canto:&lt;br /&gt;I.&lt;br /&gt;Padre che fosti a me, &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;grande poeta,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;bene ricordo la tua cetra viva&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;e le tue dita bianche affusolate&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;che varcavano il solco del mio seno.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;E io ricordo tutto, le bufere&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;i venti aperti e quella confusione&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;che trovava la nostra poesia.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Parlavamo il linguaggio dei poeti&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;casto, accorato senza delusioni&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;o eravamo delusi di noi stessi&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;poveri, confinati nello spazio&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;come astronauti sulla stessa luna.&lt;br /&gt;[...]&lt;br /&gt;Nel '53 sposa Ettore Carniti, proprietario di alcune panetterie a Milano. Nello stesso anno esce la prima raccolta poetica La presenza di Orfeo, seguita nel '55 da Paura di Dio e Nozze romane.&lt;br /&gt;Il '55 è anche l'anno della nascita della prima figlia; al pediatra della bambina, Pietro, è dedicata la raccolta Tu sei Pietro, edita nel '61 da Scheiwiller. Segue un silenzio durato vent'anni.&lt;br /&gt;Nel '65 viene internata nel manicomio Paolo Pini, dal quale uscirà definitivamente solo nel '72 — a parte brevi periodi durante i quali ritorna in famiglia e nascono altre tre figlie — ma l'alternanza di periodi di lucidità e follia continua fino al '79.&lt;br /&gt;Nel '79 il silenzio è finalmente rotto e la Merini inizia a lavorare su quello che è considerato il suo capolavoro: La Terra Santa, vincitrice del Premio Librex Montale nel '93.&lt;br /&gt;La Terra Santa segna l'inizio di una poetica diversa, impregnata della devastante esperienza manicomiale. Si tratta di liriche di un'intensità potente, dove la realtà lascia il posto all'idea stessa del reale, sublimata e deformata dal delirio della follia.&lt;br /&gt;La prima proposta di stampa dell'opera fu accolta da una totale indifferenza da parte degli editori. Solo Paola Mauri accetta di pubblicare trenta liriche, scelte su un dattiloscritto di oltre un centinaio di testi composti dalla Merini durante l'internamento, sul n.4 della rivista «Il cavallo di Troia», è il 1982. Due anni dopo Schweiller riprende le trenta liriche e, con l'aggiunta di altre dieci, dà alle stampe la prima edizione de La Terra Santa, segnando la fine dell'ostracismo dell'artista.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;br /&gt;Le più belle poesie&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;si scrivono sopra le pietre&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;coi ginocchi piagati&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;e le menti aguzzate dal mistero.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Le più belle poesie si scrivono&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;davanti a un altare vuoto,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;accerchiati da agenti&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;della divina follia.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Così, pazzo criminale qual sei&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;tu detti versi all'umanità,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;i versi della riscossa&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;e le bibliche profezie&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;e sei fratello di Giona.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Ma nella Terra Promessa&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;dove germinano i pomi d'oro&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;e l'albero della conoscenza&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Dio non è mai disceso né ti ha mai maledetto.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Ma tu sì, maledici&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;ora per ora il tuo canto&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;perché sei sceso nel limbo,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;dove aspiri l'assenzio&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;di una sopravvivenza negata&lt;br /&gt;[Da La Terra Santa, 1984]&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;br /&gt;Nell'81 muore Ettore Carniti. Rimasta sola, la Merini inizia un'amicizia a distanza con il poeta tarantino Michele Pierri. L'intesa fra i due si fa sempre più forte, malgrado i trent'anni e la distanza che li separano. Nell'83 dedica al poeta, e alla memoria del padre, la raccolta Rime petrose, le liriche Per Michele Pierri e Le satire della Ripa; nell'ottobre dello stesso anno i due si sposano e la Merini si trasferisce a Taranto. Pierri — il quale era stato medico prima di dedicarsi interamente alla poesia — si prende cura di lei e nell'85 nascono le liriche della raccolta La gazza ladra. Sempre nello stesso periodo la Merini ultima la stesura del suo primo testo in prosa L'altra verità. Diario di una diversa, nel quale la devastante esperienza dell'internamento viene descritta in una prosa dal forte accento lirico, testimonianza di un'inevitabile uniformità percettiva.&lt;br /&gt;Questi anni di apparente tranquillità vengono però deturpati dal riaffacciarsi del demone della follia e la Merini sperimenta nuovamente le torture dell'ospedale psichiatrico a Taranto.&lt;br /&gt;Nell'86 fa ritorno a Milano e riprende a frequentare gli amici di un tempo. Ricomincia a scrivere con continuità, affiancando poesia e prosa: Delirio amoroso, scritto nell'89, e Il tormento delle figure, del '90, ne sono gli esempi.&lt;br /&gt;Nel '91 muore l'amico Giorgio Manganelli.&lt;br /&gt;Dal '92 al '96 escono Ipotenusa d'amore, La palude di Manganelli o il monarca del re e Un'anima indocile, testi misti di prosa e poesia nei quali la memoria diventa evocazione struggente e drammatica.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;br /&gt;A Manganelli&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;br /&gt;A te, Giorgio,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;noto istrione della parola,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;mio oscuro disegno,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;mio invincibile amore,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;sono sfuggita, tuo malgrado,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;eppure mi hai ingabbiato&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;nella salsedine&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;della tua lingua.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Tu, primissimo amore mio,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;hai avuto pudore&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;del mio atroce destino,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;tu mi hai preso un giorno&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;sull'erba, al calore del sole,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;la perla della mia giovinezza.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Com'era bello, amore,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;sentirti spergiuro.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;E tu che non volevi.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Tu, per cui ero&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;la sofferta Beatrice delle ombre.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Ma non eri tu ad avermi,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;era la psicanalisi.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;E in fondo, Giorgio,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;ho sempre patito&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;quel che ti ho fatto patire.&lt;br /&gt;[Da La palude di Manganelli, 1992]&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;br /&gt;Nel '93 viene pubblicata la raccolta Titano amori intorno, dallo stile più colloquiale rispetto alle precedenti. Nello stesso periodo esce la prosa La pazza della porta accanto e nel '94 il volume Sogno e poesia, con venti incisioni di venti artisti contemporanei.&lt;br /&gt;Nel '95 viene data alle stampe la raccolta Ballate non pagate e nel '96 le viene aggiudicato il Premio Viareggio per la Poesia. Nel 1996 Alda Merini viene proposta per il Premio Nobel per la Letteratura dall'Académie française.&lt;br /&gt;Del '97 è la raccolta La volpe e il sipario, la più alta dimostrazione dello stile poetico dell'artista: una poesia che nasce dall'emozione, improvvisa e violenta, mai ritoccata, riletta. Una scrittura nata di getto, sull'onda del pensiero che si fa man mano sempre più astratto, simbolico.&lt;br /&gt;Sempre del '97 un'antologia del lavoro dell'autrice, curata dall'amica Maria Corti, dal titolo Fiore di poesia 1951-1997, nella quale compaiono anche alcune liriche inedite.&lt;br /&gt;Nel 2002 esce per Frassinelli Magnificat. Un incontro con Maria, dove la Merini evoca la Vergine Madre indagandone soprattutto l'aspetto più umano e femminile e che, nel settembre dello stesso anno, le vale il Premio Dessì per la Poesia.&lt;br /&gt;Alda Merini è stata e continua ad essere una delle voci più potenti e prolifiche della poesia contemporanea. E' impossibile riuscire a dare un ordine, catalogare il lavoro di un'artista che ha fuso vita e arte in un'unica forma inscindibile.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;br /&gt;La mia poesia è alacre come il fuoco,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;trascorre tra le mie dita come un rosario.&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;Non prego perché sono un poeta della sventura&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;sono il poeta che grida e che gioca con le sue grida,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;sono il poeta che canta e non trova parole,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;sono la paglia arida sopra cui batte il suono,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;sono la ninnanànna che fa piangere i figli,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;sono la vanagloria che si lascia cadere,&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;il manto di metallo di una lunga preghiera&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;del passato cordoglio che non vede la luce.&lt;br /&gt;[Da La volpe e il sipario, 1997]&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-6484295443011301377?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/6484295443011301377/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=6484295443011301377' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/6484295443011301377'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/6484295443011301377'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/03/con-le-armi-della-poesia.html' title='Con le armi della poesia.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-2582334491384781635</id><published>2008-02-24T13:57:00.000-08:00</published><updated>2008-02-24T17:26:45.151-08:00</updated><title type='text'>Discorso all'Umanità.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;"Mi dispiace, ma io non voglio fare l'Imperatore, non è il mio mestiere, non voglio governare né conquistare nessuno, vorrei aiutare tutti se possibile, ebrei, ariani, uomini neri e bianchi, tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l'un l'altro. In questo mondo c'è posto per tutti, la natura è ricca, è sufficiente per tutti noi, la vita può essere felice e magnifica, ma noi lo abbiamo dimenticato. L'avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell'odio, ci ha condotti a passo d'oca fra le cose più abbiette, abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell'abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformato in cinici, l'avidità ci ha resi duri e cattivi, pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari ci serve umanità, più che abilità ci serve bontà e gentilezza, senza queste qualità la vita è violenza e tutto è perduto. L'aviazione e la radio hanno riavvicinato le genti, la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà nell'uomo, reclama la fratellanza universale, l'unione dell'umanità. Perfino ora la mia voce raggiunge milioni di persone nel mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di torturare e imprigionare gente innocente. A coloro che mi odono, io dico, non disperate! L'avidità che ci comanda è solamente un male passeggero, l'amarezza di uomini che temono le vie del progresso umano. L'odio degli uomini scompare insieme ai dittatori e il potere che hanno tolto al popolo ritornerà al popolo e qualsiasi mezzo usino la libertà non può essere soppressa. Soldati! Non cedete a dei bruti, uomini che vi disprezzano e vi sfruttano, che vi dicono come vivere, cosa fare, cosa dire, cosa pensare, che vi irreggimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie. Non vi consegnate a questa gente senza un'anima, uomini macchina, con macchine al posto del cervello e del cuore. Voi non siete macchine, voi non siete bestie, siete uomini!&lt;br /&gt;Voi avete l'amore dell'umanità nel cuore, voi non odiate, coloro che odiano sono quelli che non hanno l'amore altrui. Soldati! Non difendete la schiavitù, ma la libertà! Ricordate nel Vangelo di S. Luca è scritto – "Il Regno di Dio è nel cuore dell'uomo" – non di un solo uomo o di un gruppo di uomini, ma di tutti gli uomini. Voi, voi il popolo avete la forza di creare le macchine, la forza di creare la felicità, voi il popolo avete la forza di fare che la vita sia bella e libera, di fare di questa vita una splendida avventura. Quindi in nome della democrazia usiamo questa forza, uniamoci tutti! Combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore, che dia a tutti gli uomini lavoro, ai giovani un futuro, ai vecchi la sicurezza. Promettendovi queste cose dei bruti sono andati al potere, mentivano! Non hanno mantenuto quelle promesse e mai lo faranno! I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavi il popolo. Allora combattiamo per mantenere quelle promesse, combattiamo per liberare il mondo, eliminando confini e barriere, eliminando l'avidità, l'odio e l'intolleranza. Combattiamo per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Soldati, nel nome della democrazia siate tutti uniti!"&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-2582334491384781635?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/2582334491384781635/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=2582334491384781635' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/2582334491384781635'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/2582334491384781635'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/02/discorso-allumanit.html' title='Discorso all&apos;Umanità.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-8311254461703530974</id><published>2008-02-21T14:53:00.000-08:00</published><updated>2008-02-21T17:26:54.704-08:00</updated><title type='text'>I giovani del nostro Sud condannati all'ignoranza.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;UNA VERA EMERGENZA NAZIONALE&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Nelle regioni del nostro Mezzogiorno c'è una ver a e propria emergenza sociale di cui nessuno parla: la povertà di competenze dei giovani. A lanciare l'ultimo allarme è un volume appena pubblicato dall'Istituto Cattaneo «Povertà e benessere, a cura di Andrea Brandolini e Chiara Saraceno». I dati presentati nel saggio di Gianna Barbieri e Piero Cipollone fanno venire i brividi. Quasi un quarto dei quindicenni meridionali non sono capaci di svolgere semplici calcoli aritmetici, ordinare un insieme di numeri, calcolare il cambio fra due valute, leggere un grafico o una tabella. Ancora più grave, il 15% circa non è in grado di interpretare correttamente le informazioni di un elementare testo scritto, di utilizzarle per acquisire altre informazioni. Se non colmano il proprio deficit cognitivo, questi giovani sono condannati ad un destino di ignoranza e di emarginazione. La misurazione della «povertà di competenze» è stata effettuata partendo dai dati PISA, un'iniziativa dell'OCSE che valuta periodicamente la preparazione scolastica dei quindicenni in una quarantina di paesi. Il punteggio medio dei giovani meridionali è significativamente più basso di quello dei giovani del Centro- Nord, che è invece grosso modo in linea con la media europea. Ciò che emerge per il Sud è davvero un quadro da Terzo Mondo: in tutti i settori valutati (non solo matematica e lettura, ma anche scienze e capacità di ragionamento logico) i punteggi medi delle regioni meridionali si attestano ai livelli di paesi come Uruguay o Thailandia. L'indagine PISA misura le competenze solo di coloro che vanno a scuola. Sappiamo però che al Sud vi sono elevati tassi di abbandono: il 7% circa di quindicenni ha già smesso di studiare. Se tenessimo conto anche di questi ragazzi, la povertà di istruzione delle nuove leve meridionali risulterebbe ancora più elevata. Naturalmente vi è una quota di quindicenni meridionali che ottengono punteggi alti e che hanno perciò alte probabilità di arrivare alla laurea e di alimentare successivamente qualche circolo virtuoso di «economia della conoscenza » anche al Sud. Ma qui scatta un secondo meccanismo perverso: la fuga dei cervelli. Secondo i dati dell'ultimo Quaderno di ricerca della Svimez, redatto da Mariano D'Antonio e Margherita Scarlato, quasi due terzi degli studenti universitari meridionali s'iscrivono in atenei del Centro-nord (nel 1992 il fenomeno riguardava solo un terzo degli studenti). Molti di questi giovani non tornano più al Sud. E quando non avviene subito dopo la maturità, la fuga spesso avviene dopo la laurea. Su cento studenti che si diplomano in una università meridionale, più di un quarto si trasferisce al Nord per cercare lavoro, soprattutto i laureati in ingegneria ed economia. Se il programma dell'OCSE valutasse anche le competenze dei venticinquenni, il Sud registrerebbe livelli di povertà educativa ancora più elevati: i venticinquenni più bravi se ne sono andati. Questa drammatica situazione dovrebbe stare al centro del dibattito politico. E dovrebbe essere il punto di attacco più ovvio di una strategia di promozione del Mezzogiorno. Se il Sud non riesce a formare, valorizzare, trattenere (e magari anche attirare) giovani ricchi di competenze, quali possono essere le sue prospettive di sviluppo? L'alta incidenza della povertà educativa ha risvolti negativi non solo sul piano dell'efficienza, ma anche su quello dell'equità: i quindicenni con punteggi da Terzo Mondo (per non parlare di quelli che smettono di studiare) provengono quasi tutti da famiglie svantaggiate: i genitori hanno bassi livelli di istruzione e il bilancio familiare molto spesso non consente l'acquisto dei libri di testo, neppure usati. In che misura questo stato di cose dipende dal sistema scolastico? Spunti interessanti per rispondere a questa domanda arrivano da un'altra ricerca fresca di stampa (Bretti, Checchi e Filippin, «Da dove vengono le competenze degli studenti?» Fondazione per la Scuola). Al Sud la spesa pro-capite per istruzione non è più bassa che al Nord. Tende però ad essere più bassa la qualità delle strutture scolastiche e i dati dicono che gli studenti che frequentano istituti «poveri» di attrezzature (biblioteche, laboratori, computer) e situati in edifici degradati hanno anche in media punteggi inferiori nelle valutazioni PISA. Sulla qualità degli insegnanti e dei metodi didattici mancano i dati e non si possono attribuire responsabilità precise. Ma gli autori della ricerca notano, giustamente, che l'attuale sistema di incentivi (reclutamento, carriera, retribuzioni) fa sì che «i docenti incapaci finiscano con maggiore probabilità nelle scuole problematiche», con ciò perpetuando lo status quo. Combattere tutte queste dinamiche non dovrebbe essere una delle priorità dei ministri e delle forze politiche che si dicono di sinistra? In altri paesi OCSE, le indagini PISA hanno suscitato accesi dibattiti, hanno riorientato agende politiche e programmi di governo. In Italia ne parlano invece solo pochi studiosi. Ai quali non resta che registrare nei dati l'inesorabile conseguenza dell'inazione politica: il declino economico e sociale di un'area territoriale che fu e che dovrebbe tornare ad essere il più bel giardino d'Europa.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;MAURIZIO FERRERA&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-8311254461703530974?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/8311254461703530974/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=8311254461703530974' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/8311254461703530974'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/8311254461703530974'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/02/i-giovani-del-nostro-sud-condannati.html' title='I giovani del nostro Sud condannati all&apos;ignoranza.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-2352762509751224360</id><published>2008-02-20T14:30:00.000-08:00</published><updated>2008-02-20T14:31:28.524-08:00</updated><title type='text'>La grande fuga dal Meridione.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;di Maddalena Di Maio&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;La fuga di capitale umano dall’Italia non solo è una vicenda plateale ma complessa. Quando si parla di capitale umano in fuga ci si riferisce spesso, e con ragione ai giovani desiderosi di applicarsi nella ricerca che non trovano opportunità di alcun tipo in Italia, purtroppo il fenomeno non riguarda solo il livello più alto delle nostre intelligenze nazionali ma ahinoi si tratta di un fenomeno che abbraccia gran parte della società civile, e dico civile, del meridione d’Italia. Sono i figli e le figlie di quella terra, che hanno studiato, spesso facendo sacrifici o facendoli sopportare ai genitori che, pur di vedere quei figli emancipati in un mondo migliore si sono sottoposti ad una qualità di vita molto “ristretta”. Ma, a fronte di ogni aspettativa andata delusa, bisogna aggiungere il disinteresse delle classi governative per la ripresa violenta, del ritorno dell’emigrazione verso il nord d’Italia da parte del sud. Un fenomeno cominciato alla chetichella ed esploso negli ultimi anni. Un fenomeno che ancora più grave di quello descritto, perché i dati ISTAT si riferiscono ai trasferimenti di residenza. Ma in realtà il trasferimento di residenza di un meridionale al nord avviene solo nel momento in cui la sua posizione ha raggiunto una qualche stabilità, ergo trascorrono 4/5 anni prima che un meridionale decida di trasferire, oltre che sé stesso, anche la propria residenza. Dunque i dati ISTAT, vanno riconsiderati al rialzo. Ma, come dicevo, la gravità della vicenda è legata al disinteresse generale del Paese per questa piaga che impoverisce il sud di risorse e regala al Paese intero cittadini depressi, scontenti poco inclini a credere nelle istituzioni. Un peccato mortale se si considera che questi cittadini se non possono essere definiti come “le intelligenze del nostro Paese” di sicuro sono l’humus migliore che viene abbandonato e buttato via. Si tratta di quelle persone che rifiutano la logica dell’assistenza e dell’accontentarsi che c’è al sud, che potrebbero dare ai paesi e alle città del sud una cittadinanza migliore ed attiva che, solo per esempio, riconosce l’importanza del risparmio energetico e della raccolta differenziata, che crede nell’azione del singolo per il miglioramento di tutti e che, se non è classe dirigente diffusa sicuramente è quella classe lavoratrice che ogni buon dirigente vorrebbe avere. E’ gente piena di dignità che piuttosto che subire i ricatti di ogni tipo decide di “abbandonare il campo” e trasferirsi al nord. Ma non si tratta solo di diplomati e laureati, spesso è gente ancora più umile, dal punto di vista culturale che svolge lavori pesanti e che preferisce fare mille chilometri piuttosto che “stare sotto padrone”, un padrone che a sud non sempre ti paga e quanto lo fa usa una busta-paga completamente contraffatta, con il silenzio assenso di tutto il consorzio cosiddetto civile, organizzazioni sindacali in testa. Si tratta di persone che piuttosto che perdere la loro dignità decidono di emigrare. Ma non è più come alla fine della guerra, adesso si parte in silenzio, tra l’indifferenza della società e dello Stato. Senza aiuto e senza solidarietà.&lt;br /&gt;Questa emorragia è grave quanto quella della fuga dei cervelli dall’Italia. Dal sud, possiamo dire, c’è un fuggi fuggi generalizzato che lascia lì i vecchi, i bambini i peggiori e pochi eroi ed espelle tutto il resto.&lt;br /&gt;La distanza del Paese da questo problema è tale che basta fare un unico esempio per dimostrare quanta insipienza, ignoranza e indifferenza c’è nei confronti di tanti, troppi giovani italiani. L’esempio è quello della gestione scandalosa dei treni che viaggiano tra il sud e il nord del Paese. Uno scandalo alla luce del sole di cui nemmeno i media hanno preso bene coscienza. A fronte di investimenti plurimilionari degli ultimi anni, fatti a sostegno dello sviluppo dei corridoi europei e dell’alta velocità, niente è stato previsto ed è previsto per migliorare la qualità del servizio di quei treni che portano gli emigranti, erroneamente definiti pendolari, dal sud verso il nord. Si tratta di treni espressi, quelli che costano poco per intenderci e che sono sempre di meno e che viaggiano di notte, Eh sì perché se c’è una cosa pendolare di questa emigrazione è l’insistenza degli emigranti a non voler perdere i legami con la propria terra e così si sobbarcano lunghissimi viaggi notturni al fine settimana per poter tornare 36 ore a “casa loro”. Treni sporchi, stracolmi, a rischio perenne di tragedia, dove le intellighenzie e i dirigenti non viaggerebbero ma per un altro bel pezzo di umanità è una scelta obbligata. La vicenda del blocco della stazione Tiburtina a Roma da parte dei tanti che rifiutavano di pagare il prezzo del biglietto per intero dopo la fine della concessione, non più rinnovata, tra la regione Campania e la società dei treni che concedeva un abbonamento ai migranti nostrani è l’effetto del disinteresse, dell’ignoranza, della leggerezza con cui questo Stato abbandona i suoi figli e li spinge nelle braccia del qualunquismo, dell’antipolitica, dell’individualismo sfrenato, nel disincanto più totale. Penso che i mille servano anche a questo, a far aprire gli occhi, a porre questioni, ad allargare il fronte della conoscenza, a smuovere coscienze e soprattutto ad aggregare persone. E’ per questo che oggi i Mille si rivolgono ai giovani migranti meridionali, affinché insieme riescano a porre all’attenzione del nascente partito democratico sulla questione meridionale. Aggreghiamoci e non stanchiamoci di parlare, di proporre e di partecipare . Le cose cambiano.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-2352762509751224360?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/2352762509751224360/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=2352762509751224360' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/2352762509751224360'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/2352762509751224360'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/02/la-grande-fuga-dal-meridione.html' title='La grande fuga dal Meridione.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-5079403712734793000</id><published>2008-02-19T01:20:00.000-08:00</published><updated>2008-02-18T16:27:37.143-08:00</updated><title type='text'>Biblioteca del buon giellista.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;Costruire la biblioteca ideale del buon giellista non è affatto semplice: in primo luogo perché, quando si discute di un filone di pensiero eterodosso ed ereticale quale quello liberalsocialista e libertario, le scelte sono molto legate alle inclinazioni personali ed ai percorsi individuali, anche se un nucleo essenziale di testi è a nostro avviso rintracciabile; in secondo luogo, perché alcuni lavori fondamentali sono di difficile reperibilità, in quanto, pubblicati molto tempo fa, non sono stati più ristampati: in questo caso bisogna rivolgersi alle biblioteche o a qualche anziano compagno.&lt;br /&gt;Sembra ovvio ricordarlo, ma questa pagina è aperta al contributo di tutti: se c'è un libro che ritenete possa arricchire la "biblioteca del buon giellista", fatecelo sapere, motivando la scelta e indicando se sia ancora in commercio [&lt;a href="mailto:%20circolo_gl@lycosmail.com"&gt;mailto:%20circolo_gl@lycosmail.com&lt;/a&gt;].&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.ossimoro.it/gielle1.htm#carlo"&gt;C. Rosselli&lt;/a&gt; &lt;a href="http://www.ossimoro.it/gielle1.htm#carlo"&gt;&lt;/a&gt;- &lt;a href="http://www.ossimoro.it/gielle1.htm#piero"&gt;P. Gobetti&lt;/a&gt; - &lt;a href="http://www.ossimoro.it/gielle1.htm#giovanni"&gt;G. De Luna&lt;/a&gt; - &lt;a href="http://www.ossimoro.it/gielle1.htm#lussu"&gt;E. Lussu&lt;/a&gt; - &lt;a href="http://www.ossimoro.it/gielle1.htm#levi"&gt;C. Levi &lt;/a&gt;- &lt;a href="http://www.ossimoro.it/gielle1.htm#aldo"&gt;A. Capitini&lt;/a&gt; - &lt;a href="http://www.ossimoro.it/gielle1.htm#gaetano"&gt;G. Salvemini&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;a name="carlo"&gt;CARLO ROSSELLI&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Socialismo liberale&lt;br /&gt;Edizione economica Einaudi Tascabili (L. 15.000) con saggi introduttivi di Norberto Bobbio e John Rosselli (figlio di Carlo e storico). Pubblicato a Parigi nel 1930, ma composto in larga parte nel corso del confino nell'isola di Lipari, rappresenta l'opera più compiuta di Rosselli, anche se non bisogna dimenticare gli scritti apparsi in seguito sulla stampa antifascista. "Socialismo liberale", lucida e stringente critica del socialismo marxista e di quello riformista del suo tempo, presenta spunti di riflessione molto validi di teoria della politica per la sinistra dei nostri giorni. Alla luce della lettura di questo lavoro risulta chiaro che il suo assassinio per mano fascista ha privato l'Italia di un leader politico originale e coraggioso.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;" I MIEI CONTI COL MARXISMO "&lt;br /&gt;Da:Socialismo Liberale, Einaudi, Torino, 1997, pp. 143-144.&lt;br /&gt;Li vado facendo da parecchi anni sotto la scorta di molti nemici e carabinieri dottrinali, in compagnia di pochi eretici amici. Voglio renderne conto qui prima di tutti a me stesso, poi a quei miei compagni di destino che non credono terminate alle Alpi le frontiere del mondo. Sarò chiaro, semplice, sincero e, poi che i libri mi mancano, procederò per chiaroscuri senza i famosi "abiti professionali" e i non meno famosi "sussidi di note". Intanto, chi sono. Sono un socialista. Un socialista che, malgrado sia stato dichiarato motto da un pezzo, sente ancora il sangue circolar nelle arterie e affluire al cervello. Un socialista che non si liquida né con la critica dei vecchi programmi, né col ricordo della sconfitta, né col richiamo alle responsabilità del passato, né con le polemiche sulla guerra combattuta. Un socialista giovane, di una marca nuova e pericolosa, che ha studiato, sofferto, meditato e qualcosa capito della storia italiana lontana e vicina. E precisamente ha capito.&lt;br /&gt;i Che il socialismo è in primo luogo rivoluzione morale, e in secondo luogo trasformazione materiale.&lt;br /&gt;ii. Che, come tale, si attua sin da oggi nelle coscienze dei migliori, senza bisogno di aspettare il sole dell'avvenire.&lt;br /&gt;iii. Che tra socialismo e marxismo non v'è parentela necessaria.&lt;br /&gt;iv. Che anzi, ai giorni nostri, la filosofia marxista minaccia di compromettere la marcia socialista.&lt;br /&gt;v. Che socialismo senza democrazia è come volere la botte piena (uomini, non servi; coscienze, non numeri; produttori, non prodotti) e la moglie ubriaca (dittatura).&lt;br /&gt;vi. Che il socialismo, in quanto alfiere dinamico della classe più numerosa, misera, oppressa, è l'erede del liberalismo.&lt;br /&gt;vii. Che la libertà, presupposto della vita morale così del singolo come delle collettività, è il più efficace mezzo e l'ultimo fine del socialismo.&lt;br /&gt;viii. Che la socializzazione è un mezzo, sia pure importantissimo.&lt;br /&gt;ix. Che lo spauracchio della rivoluzione sociale violenta spaventa ormai solo i passerotti e gli esercenti, e mena acqua al mulino reazionario.&lt;br /&gt;x. Che il socialismo non si decreta dall'alto, ma si costruisce tutti i giorni dal basso, nelle coscienze, nei sindacati, nella cultura.&lt;br /&gt;xi. Che ha bisogno di idee poche e chiare, di gente nuova, di amore ai problemi concreti.&lt;br /&gt;xii. Che il nuovo movimento socialista italiano non dovrà esser frutto di appiccicature di partiti e partitelli ormai sepolti, ma organismo nuovo dai piedi al capo, sintesi federativa di tutte le forze che si battono per la causa della libertà e del lavoro.&lt;br /&gt;xiii. Che è assurdo imporre a così gigantesco moto di masse una unica filosofia, un unico schema, una sola divisa intellettuale.&lt;br /&gt;Il primo liberalismo ha da attuarsi all'interno.&lt;br /&gt;Le tesi sono tredici. Il tredici porta fortuna. Chi vivrà vedrà.&lt;br /&gt;Nota: "Socialismo senza democrazia significa fatalmente dittatura e dittatura significa uomini servi, numeri e non coscienze, prodotti e non produttori, e significa quindi negare i fini primi del socialismo".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Intervista a "L'Italia del Popolo" del 30 settembre 1929"&lt;br /&gt;Da:Liberalismo socialista e socialismo liberale, a cura di N. Terracciano, Galzerano, Casalvelino Scalo, 1992, pp. 53-54.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Domanda:-... Tra i socialisti giovani tu eri quello che forse più di ogni altro sostenevi la necessità di una profonda revisione delle posizioni teoriche e pratiche del moto socialista. Sei sempre dello stesso avviso?&lt;br /&gt;Risposta: ... - Sono convinto più che mai della necessità della revisione, dell'urgenza di un coraggioso esame di coscienza. Durante questi ultimi tre anni di riposo obbligato ho esaminato a fondo tutti i problemi del moto socialista giungendo a conclusioni ancora più radicali, se possibile. Queste conclusioni le ho anzi sviluppate in un breve libro scritto nascostamente al confino: libro che mi propongo presto di pubblicare.&lt;br /&gt;Domanda: - Non potresti riassumere le tesi principali?&lt;br /&gt;Risposta: - Mi riesce difficile, anche perché le questioni affrontate sono numerose e complesse. Se ti interessa posso citarti qualcuna delle tesi che mi paiono significative. Sarò però telegrafico. Dunque io sostengo che il socialismo è in primo luogo rivoluzione morale e in secondo luogo trasformazione materiale. Che come tale può attuarsi fin da oggi nelle coscienze dei migliori, senza bisogno di attendere il sole dell'avvenire. Che tra socialismo e marxismo non v'è parentela necessaria, e anzi, ai giorni nostri, la filosofia marxista minaccia di compromettere la marcia socialista. Che il socialismo senza democrazia è negazione dei fini primi del socialismo. Che il socialismo in quanto alfiere dinamico della classe più numerosa, misera e oppressa, è l'erede del liberalismo. Che la libertà, presupposto della vita morale così del singolo come della collettività, è il più efficace mezzo e l'ultimo fine del socialismo. Che la socializzazione è un mezzo, sia pure importantissimo. Che il socialismo non si decreta dall'alto, ma si conquista e si costruisce dal basso, nelle coscienze, nei sindacati, nella cultura, attraverso le innumeri, libere, autonome esperienze del moto operaio. Che il nuovo movimento socialista italiano non sarà probabilmente il frutto di appiccicature di vecchi partiti, ma organismo nuovo, sintesi federativa di tutte le forze che si battono per la causa della libertà e del lavoro.&lt;br /&gt;Domanda: - ... sui rapporti tra socialismo e libertà, davvero il problema più interessante in questo momento.&lt;br /&gt;Risposta: - E costituisce l'argomento essenziale del mio libro. Io sono un socialista liberale. Nella parola libertà si riassume per me tutto il finalismo socialista. Libertà come metodo e come fine. Libertà intesa e realizzata in senso integrale, in tutte le sfere dell'esistenza, e non solo in quella politica e spirituale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name="piero"&gt;PIERO GOBETTI&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;La Rivoluzione Liberale&lt;br /&gt;Edizione economica Einaudi Tascabili (L. 12.000) con saggi introduttivi di Paolo Flores d'Arcais (che dimostra come il metodo di analisi elaborato da Gobetti applicato alla situazione politica italiana attuale faccia scaturire risultati interpretativi molto interessanti) e di Ersilia Alessandrone Perona.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name="giovanni"&gt;GIOVANNI DE LUNA&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Storia del Partito d'Azione&lt;br /&gt;Recentemente rieditato presso Editori Riuniti, con una prefazione dell'autore che fa il punto sul dibattito sviluppatosi negli ultimi anni intorno all'azionismo, rappresenta la storia sinora più completa del Partito d'Azione. Vengono analizzate le posizioni delle diverse correnti politiche, i suoi programmi, le alleanze, le sue vicende dalla fondazione (1942) sino allo scioglimento (1947), cinque anni che hanno segnato la politica italiana con effetti che ancora oggi sono accesamente discussi dagli studiosi.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name="levi"&gt;CARLO LEVI&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;L'orologio&lt;br /&gt;Libro reperibile in edizione economica Einaudi, è il romanzo che raccoglie le memorie di Levi, allora direttore di Italia Libera, quotidiano del Partito d'Azione, riguardanti i giorni convulsi della caduta del governo Parri, posta ad emblema della chiusura di un'epoca - quella della lotta antifascista e partigiana, con l'esaurimento delle speranze di rinnovamento profondo della società italiana che aveva suscitato - e della riscossa della vecchia Italia visceralmente conservatrice che era stata complice del fascismo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name="aldo"&gt;ALDO CAPITINI&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Il potere di tutti&lt;br /&gt;Pubblicato poco tempo dopo la sua morte, è il punto più alto della riflessione nonviolenta e libertaria di Capitini. Edito da La Nuova Italia, è oggi fuori commercio: si può acquistare scrivendo alla redazione della rivista Azione nonviolenta fondata nel 1964 dallo stesso Capitini.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name="gaetano"&gt;GAETANO SALVEMINI&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Italia scombinata&lt;br /&gt;Raccoglie molti importanti saggi riguardanti il primo periodo dell'Italia repubblicana (Einaudi, 1959, non ci risulta che sia stato ripubblicato recentemente). Uno degli scritti contenuti in questa raccolta, "La pelle di zigrino", è particolarmente famoso: riportiamo il brano iniziale.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;" La pelle di zigrino "&lt;br /&gt;da: Italia scombinata, Einaudi, Torino, 1959, pp. 231-233.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Prego, chi siete voi?"&lt;br /&gt;Noi siamo una mezza dozzina di pazzi malinconici (o innocenti), ultimi eredi di una stirpe illustre, che si va rapidamente estinguendo; massi erratici, abbandonati nella pianura da un ghiacciaio che si è ritirato sulle alte montagne. E' il ghiacciaio che si chiamò "liberalismo", "democrazia", "socialismo", in quel secolo che il forsennato Léon Daudet chiamò "lo stupido secolo decimonono", mentre noi insistiamo a considerarlo come il più intelligente, il piu' umano, il più glorioso dei secoli. "Morituri te salutant".&lt;br /&gt;Il "liberale" di allora rispettava la libertà altrui e rivendicava la propria. Era anticlericale, perché i clericali minacciavano, e, dove potevano, soffocavano la sua libertà, ma non si sarebbe mai sognato di vietare al clericale di predicare le dottrine del clericalismo, anzi ci prendeva gusto a vedergliele predicare e a riderci su. Era monarchico e conservatore, ma lasciava cantare i repubblicani e gli anarchici. Era individualista, ma sopportava pazientemente la modestia dei socialisti, e magari arrivava a dire: "Oggi siamo tutti socialisti". Quando la paura dei "sovversivi" (e ne avevano più che questi poveracci meritassero) lo spingeva a stati di assedio, condanne al carcere o al domicilio coatto, sentiva vergogna di quel che faceva; e appena poteva dare qualche amnistia, e ritornare alla normalità, tirava un sospirone di sollievo e si metteva l'animo in pace. Impetrava l'alleanza elettorale dei clericali contro i "sovversivi", ma non si sarebbe mai sognato di sopprimere le libertà politiche dei "sovversivi", come i clericali avrebbero fatto, se avessero potuto, non solo coi sovversivi, ma con gli stessi liberali. La libertà (diceva il liberale di allora) è come la lancia di Achille: ferisce e risana. "Malo periculosam libertatem", ripeteva con Tacito. Motivo per cui noi ci denomineremmo volentieri "liberali". Ma la parola si è così debosciata nel secolo in cui respiriamo, che ci vuole oggi uno stomaco di struzzo per dirsi "liberale". Il liberalismo classico, quello, per intenderci, di un Cavour o di un John Stuart Mill, - più che un partito, è ormai uno stato d'animo, che si può trovare ovunque viva un uomo civile in qualunque partito. E molto spesso, fra quelli che rivendicano il monopolio della etichetta liberale, il medesimo individuo è liberale in un momento su una data questione, e totalitario subito dopo su un'altra. Ne consegue che a chiamarvi liberale correte il rischio di vedervi confuso con certa gente, con cui non vorreste avere nulla da fare neanche se il loro aiuto dovesse scamparvi dalla morte.&lt;br /&gt;Ci denomineremmo anche "democratici", dato che la libertà "signorile" come la chiamava Benedetto Croce, cioè riservata alle classi danarose e colte (e incolte purchè danarose), intendiamo estenderla agli uomini e donne di tutte le classi sociali. Ma anche la parola "democratico" si è debosciata: non meno e forse più che la parola "liberale".&lt;br /&gt;Ci chiameremmo socialisti o socialdemocratici, dato che ameremmo lavorare alla costruzione di un assetto sociale, nel quale i diritti di libertà siano integrati da un minimo di benessere e di sicurezza per tutti, senza il quale minimo, né può sorgere il desiderio della libertà, né i diritti di libertà possono essere di regola praticati. Tanto per evitare equivoci, il nostro socialismo si apparenta più con quello di Jaurès, dei laboristi inglesi, dei riformisti italiani alla Turati, alla Bissolati e alla Battisti, che con quello degli arcivescovi, vescovi, parroci e sacrestani della Chiesa stalinista. Ma questo socialismo (o socialdemocrazia) si è andato anche esso progressivamente così discreditando, che, oggi, dirsi socialista o socialdemocratico, specialmente dopo le esperienze di questi ultimi tempi, è come buttarsi giù dalla Rupe Tarpeia.&lt;br /&gt;Ci denomineremmo anche repubblicani, dato che Vittorio Emanuele III in venti anni di complicità con Mussolini ci rese repubblicani militanti (le repubbliche non nacquero mai dalle virtù o dalla sapienza dei repubblicani, ma dai delitti e dalle scempiaggini dei re). Ma è peggio che andar di notte. I repubblicani hanno avuto in Italia, in non più che cinque anni, l'abilità di discreditarsi più che liberali, democratici e socialisti si siano rovinati in mezzo secolo.&lt;br /&gt;In sintesi, ci denomineremmo "liberali-democratici-socialisti-repubblicani"; e, siccome la orribile abitudine americana delle iniziali ha invaso anche il paese dove il sì suona, ci diremmo LDSR: appena una lettera più del PCI, PSI, PLI, PRI, MSI, e tante quante il PSDI (questo non ha saputo neanche mettere insieme un gruppo di iniziali che si potesse pronunciare). Ma quelle quattro lettere ci ricorderebbero, combinate insieme, tutti i vituperi che accompagnano ormai le realtà separate.&lt;br /&gt;Dichiariamoci dunque niente altro che pazzi malinconici (PM) e chi vuol capire capisca, e chi non vuol capire passi via.&lt;br /&gt;&lt;a name="lussu"&gt;&lt;/a&gt;1999-1929&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;70 ANNI DALLA FONDAZIONE DI&lt;br /&gt;«GIUSTIZIA E LIBERTA'»&lt;br /&gt;«La nascita di Giustizia e Libertà»&lt;br /&gt;EMILIO LUSSU RICORDA QUEI GIORNI&lt;br /&gt;Tratto da: A.a.V.v., Dall'antifascismo alla Resistenza. Trent'anni di storia italiana (1915-1945). Lezioni con testimonianze presentate da Franco Antonicelli, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1973, pp. 173-177.&lt;br /&gt;Ecco la mia breve testimonianza. Bisogna riandare a qualcosa come trenta e più anni fa: estate 1929. Contrariamente a quello che credono molti anche tra quanti si occupano di problemi politici, Giustizia e Libertà, cioè il movimento rivoluzionario antifascista repubblicano e democratico, come si definiva, non fu costituito a causa della fuga da Lipari. Sì, la fuga da Lipari, della quale il freddo e perfetto organizzatore tecnico dalla Francia e dalla Tunisia è stato il qui presente Tarchiani, è stata certamente un fatto clamoroso, nel suo genere direi unico, ed ebbe in quel periodo molto stagnante all'interno una immensa ripercussione e in Italia e all'estero. Peraltro, tirate le somme, una fuga è una fuga e, per ispirarmi al re Borbone, a scappare siamo buoni tutti. La fuga non servì che a liberare alcuni di quelli che saranno fra poco i protagonisti di una più vivace attività politica, fra cui il grande scomparso Carlo Rosselli.&lt;br /&gt;Ma Giustizia e Libertà, in realtà, esisteva già in formazione un po' sparsa in varie parti d'Italia. A Firenze, attorno al gruppo "Non mollare" di Salvemini, erano i fratelli Rosselli, Ernesto Rossi, Nello Traquandi e altri. A Milano, attorno a Ferruccio Parri e Riccardo Bauer che avevano avuto già un'attività democratica culturale, erano alcuni giovani intellettuali e socialisti provenienti dal partito socialista. A Torino, attorno ai giovani venuti con "Rivoluzione Liberale" di Piero Gobetti, fra cui il più in vista Carlo Levi, erano quelli che erano stati allievi di Augusto Monti al liceo D'Azeglio, e qualche altro intellettuale e operaio. A Roma, era notevole anche numericamente, il gruppo giovanile repubblicano, con Baldazzi, Gioacchino Dolci, Fausto Nitti, Giuseppe Bruno, Dante Gianotti. E poi la parte più attiva del Partito Sardo d'Azione, di cui Piero Gobetti parlava già nel manifesto di "Rivoluzione Liberale", che aveva, con Francesco Fancello e Stefano Siglienti, un centro continentale a Roma, collegato a Firenze e a Milano. E infine qualche isolato liberale o democratico, come A. Tarchiani e A. Cianca già in esilio, e qualche altro isolato in più parti d'Italia. V'erano certamente, e in città e in provincia, centinaia di isolati o piccoli gruppi, ma si ignoravano tra di loro e noi stessi li ignoravamo.&lt;br /&gt;Giustizia e Libertà come noi la costituimmo dopo la fuga da Lipari nei mesi di agosto, settembre, ottobre del 1929, si riferiva a questi vari gruppi e ad essi si legava. Ci univa tutti una comune totale rivolta morale, ideale, politica e sociale contro il fascismo e i suoi sostegni. Eravamo, può darsi, animati da quello spirito che traspare dalla esposizione sintetica politica che ci ha voluto fare oggi il professor Bobbio. Mentre a Parigi la Concentrazione, già costituitasi nell'aprile del 1927, si poteva considerare attraverso gli elementi che la formavano - i due partiti socialisti, uno riformista, l'altro massimalista, il partito repubblicano, la Confederazione generale italiana del lavoro, la Lega dei diritti dell'uomo - una specie di continuazione dell'Aventino, noi di Giustizia e Libertà non lo eravamo. E questo è fondamentale. Questi gruppi che ho elencato cosi affrettatamente poc'anzi, pur avendo partecipato all'Aventino e avendo riconosciuto all'Aventino una superiore e utile intransigenza morale di fronte al fascismo, avevano sempre negato all'Aventino stesso la giustezza della sua posizione polemica verso il fascismo. Mentre l'Aventino giocava tutte le sue carte antifasciste sul re, noi era sul popolo, e solo sul popolo, che fondavamo le speranze della liberazione. Mentre i continuatori dell'Aventino, uomini e maestri di vita morale a tutti noi di qualunque partito - cito fra i massimi, Turati, Treves, Modigliani, Buozzi, Baldini -, credevano, anzi ne erano sicuri e il presidente Nitti rafforzava questa fiducia, che Mussolini sarebbe caduto fra un mese o fra due, noi calcolavamo ad anni: cinque, sette o dieci, "se ci va bene". Noi credevamo solo ed esclusivamente nella coscienza e nell'azione del popolo: solo il popolo sarà il protagonista della liberazione. E demmo a Giustizia e Libertà la definizione di movimento rivoluzionario antifascista, per la libertà, per la repubblica, per la giustizia sociale.&lt;br /&gt;Eravamo, cioè, la stessa espressione conciliativa e riassuntiva delle correnti politiche che avevano dato vita all'Aventino, ma potevamo esserne considerati come il superamento, non la continuazione. Eravamo socialisti, repubblicani, democratici, liberali, l'avanguardia, per i quali la lotta al fascismo continuava, ma con altri mezzi: l'Aventino era stato legalitario, Giustizia e Libertà era rivoluzionaria. I comunisti erano usciti dall'Aventino poco dopo la sua formazione e dopo le leggi eccezionali; in Francia, formavano un partito a sé, staccato dalla Concentrazione con cui non avevano che rapporti polemici. Io non saprei dirvi quale sarebbe stato il corso degli avvenimenti se dell'Aventino, prima, e della Concentrazione dopo, avessero fatto parte i comunisti. Eravamo due formazioni staccate, autonome, di cui quella comunista tendeva permanentemente all'organizzazione in Italia.&lt;br /&gt;Per definire il movimento di Giustizia e Libertà credo che dobbiamo fare uno sforzo di memoria. Discutemmo quasi due mesi a contatto con tutti i gruppi d'Italia e, a Parigi, non avevamo che riunioni permanenti. Si deve dire "Giustizia e Libertà" o "Libertà e Giustizia"? Sembra una cosa da nulla, eppure fu un continuo scambio di lettere clandestine, inchiostri simpatici, cifre, messaggi, tutti i nostri gruppi in Italia in movimento, e discussioni vivacissime a Parigi o a Saint-Germain-en-Laye, dove abitava Gaetano Salvemini, per breve tempo in Francia. "Giustizia e Libertà" o "Libertà e Giustizia"? A nessuno di chi si occupa di cose politiche sfugge la differenza. La corrente liberale democratica era per "Libertà e Giustizia", la corrente socialisteggiante era per "Giustizia e Libertà". Dopo lungo discutere, finalmente - e mi pare di ricordare che vi fu una manovra per ottenere la maggioranza - trionfò "Giustizia e Libertà". Ora io non rido più, e neppure sorrido, quando leggiamo che, durante la presa di Costantinopoli, i saggi erano riuniti in assemblea a discutere impassibili da che parte giusta venisse la luce sul Monte Tabor. Eh, c'è una bella differenza, perché se sul Monte Tabor la luce viene dall'oriente, si ha una civiltà, ma se viene dall'occidente, se ne ha un'altra. Una parola messa prima o messa dopo, un avverbio o una virgola non possono mutare totalmente il significato di un pensiero politico o filosofico? E ben per questo che io dicevo al tanto compianto e vecchio amico Adone Zoli, che la DC, quando si parla di "apertura a sinistra", mette la virgola subito dopo "apertura", sicché "sinistra" viene a parte. La discussione, dunque, era stata lunga.&lt;br /&gt;Ma ci buttammo subito dopo con frenesia nell'organizzazione. Niente organizzazione all'estero. All'estero, solo quel minimo di legami necessario per i rapporti con l'Italia. Tutta l'organizzazione è in Italia ed esclusivamente in Italia. La rivoluzione antifascista si fa in Italia, non cade dall'alto e non viene dal di fuori. O sarà un prodotto della nuova coscienza del popolo italiano o non sarà niente. La rivoluzione è in Italia ed è italiana. All'estero, in Francia, principalmente, dove era la massima emigrazione politica, la divulgazione dell'antifascismo politico, i rapporti con le correnti democratiche degli altri paesi, qualcosa di associativo, e questo lo faceva assai bene la Concentrazione. Tutto il resto in Italia, solo in Italia. Queste erano le nostre premesse politiche. Quello che distingue Giustizia e Libertà, come movimento rivoluzionario in quell'epoca, è precisamente la coscienza che dal di fuori non si fa nulla, che dall'alto non si deve attendere nulla e che tutto si costruisce in Italia. E ponemmo in forma drastica e pregiudiziale la questione istituzionale: cioè, la rivoluzione sarà fatta dal popolo italiano, sarà contro il fascismo, e contro la monarchia, per costruire una democrazia repubblicana. Ponemmo cioè, quando ancora molti attorno al re speravano interventi miracolosi, il problema della repubblica, e in termini di assoluta preclusione ad ogni altra soluzione.&lt;br /&gt;E' chiaro che, parlando di questi problemi, io sarei portato a svilupparli, ma mi fermo, perché, dal punto di vista cronometrico, la mia testimonianza si chiude qui. D'altronde io stesso sono in corso di chiarire parecchi dei problemi di fronte ai quali si è trovato il movimento di Giustizia e Libertà, di cui io ho parlato solo del primissimo periodo; lo sviluppo successivo è complesso. Giustizia e Libertà seguirà tutta la situazione nazionale e internazionale: è presente in Spagna, e Carlo Rosselli è stato ucciso perché fu un grande protagonista del primo intervento in Spagna. Dopo la caduta di Mussolini, Giustizia e Libertà e il Partito d'Azione si fondono pur non essendo la stessa cosa, come i più sostengono, e si proiettano in una situazione politica generale differente. Giustizia e Libertà si costituiva quando il fascismo era all'apogeo del suo trionfo, mentre il partito d'azione si organizzava quando il fascismo cominciava la parabola discendente.&lt;br /&gt;Molte cose occorrerà ancora chiarire, per vedere quali erano i limiti di Giustizia e Libertà e del Partito d'Azione, per spiegarne la scomparsa dalla scena politica, dopo aver scritto una pagina che è fra le massime della democrazia italiana moderna, ed essere stati fra i fattori più determinanti e decisivi della lotta politica culminata nella Resistenza. E voi a Torino e nel Piemonte ne avete una larga testimonianza. Per il problema istituzionale, poi, mi permetto affermare che, senza questa decisa e pregiudiziale istanza repubblicana, che noi demmo fin dall'inizio del movimento rivoluzionario, non si sarebbe arrivati alla repubblica. Ma tutti questi chiarimenti io li vado elaborando e spero prossimamente potrà uscire un mio lavoro, editore Einaudi, precisamente su Giustizia e Libertà e il Partito d'Azione. Come vedete, un uomo politico profitta sempre di una grande assemblea come questa, per farsi pubblicità.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;EMILIO LUSSU: BREVE NOTA BIOGRAFICA&lt;br /&gt;Nasce ad Armungia, piccolo paese in provincia di Cagliari, il 4 dicembre 1890. Della vita paesana serberà sempre un ricordo indelebile, considerandola indispensabile per la sua formazione democratica. La consapevolezza politica, dopo il confuso agitazionismo interventista che ne ha caratterizzato il periodo studentesco, nasce però sui fronti della Prima Guerra Mondiale, alla quale partecipa come capitano di fanteria della Brigata "Sassari". E' l'occasione in cui, non soltanto Lussu, ma una intera generazione di contadini e pastori sardi, hanno la possibilità di aprire gli occhi sulla propria condizione sociale: la guerra diventa perciò scuola rivoluzionaria (vedi Un anno sull'altipiano). La Sardegna post-bellica, gravemente impoverita dal conflitto, è terreno fertile per l'azione politica del Partito Sardo d'Azione, fondato nel 1921 da Lussu, Bellieni ed altri ex combattenti, che si pone a sinistra come portatore delle istanze delle classi proletarie in un quadro di recupero della questione nazionale sarda. Lussu è eletto deputato nelle elezioni del 1921 e del 1923, il periodo di ascesa del movimento fascista. Il sardismo si divide: abilmente gli emissari di Mussolini portano dalla loro una parte del partito, e lo stesso Lussu inizialmente non valuta a pieno il pericolo di un dialogo con i fascisti. Tuttavia la posizione successiva è netta: antifascismo intransigente. Per questo, avendo preso parte alla secessione aventiniana, nel 1926 è dichiarato decaduto dal mandato parlamentare e viene perseguitato dai fascisti: nello stesso anno è aggredito in casa da squadristi sardi e per legittima difesa è costretto ad uccidere uno degli assalitori (vedi Marcia su Roma e dintorni). La magistratura cagliaritana, non ancora soggiogata dal regime, lo assolve, ma viene immediatamente confinato a Lipari. E' l'isola che ospita di lì a poco un altro personaggio chiave del movimento antifascista: Carlo Rosselli. I due, con Fausto Nitti, e grazie all'indispensabile aiuto di Gioacchino Dolci e Paolo Fabbri, riescono ad evadere in motoscafo nel luglio del '29 (vedi La catena). Raggiunta Parigi si mettono in contatto con i fuorisciti riuniti intorno alla figura di Salvemini: nasce il movimento Giustizia e Libertà. Pur partecipando in modo saltuario alla vita politica a causa delle precarie condizioni di salute, riesce a collaborare con una certa assiduità al settimanale ed ai quaderni del Movimento, facendosi promotore di un suo più marcato e consapevole indirizzo socialista (vedi Lettere a Carlo Rosselli e altri scritti di Giustizia e Libertà; La teoria dell'insurrezione). Dopo l'assassinio di Carlo Rosselli nel '37 eredita il timone del Movimento, del quale evita la dispersione, specialmente nel difficile periodo dell'offensiva tedesca in Francia. Inizia il periodo della "diplomazia clandestina", con l'aiuto importantissimo dalla moglie Joyce, durante il quale tenta di proporre agli Alleati il progetto di un colpo di mano che permetta di far crollare il regime fascista a partire dall'insurrezione della Sardegna. Il suo peregrinare fra i centri di comando degli Alleati non porta alcun appoggio concreto al progetto, ma mostra loro, in ogni caso, l'esistenza di un fronte antifascista pronto ad assumere la responsabilità di una partecipazione diretta al conflitto (vedi Diplomazia clandestina). Riesce a rientrare in Italia soltanto nell'agosto del '43. Nel frattempo ha saputo della nascita del Partito d'Azione, nel quale, pur consapevole delle differenze politiche, ma spinto dalla superiore esigenza unitaria della lotta di liberazione, fa confluire il Movimento GL. Si installa nella Roma occupata dai nazisti e insieme a Ugo La Malfa regge il partito sino alla conclusione della guerra. Mentre il PdA si lacera in una lotta intestina fra filosocialisti (riuniti intorno a Lussu) e filocentristi (guidati da La Malfa), assume l'incarico di ministro nei governi Parri e De Gasperi (vedi Sul Partito d'azione e gli altri). E' inoltre deputato alla Costituente e senatore di diritto. Ma anche il Partito sardo, che aveva lasciato al momento dell'esilio su posizioni di sinistra, è ora retto da una maggioranza moderata, molto attenta agli interessi dei ceti proprietari e delle libere professioni, per di più attraversata da umori separatisti: la sua battaglia per riportare il partito allo spirito originario viene persa e Lussu va via per formare una gruppo che poi aderirà al PSI (con tessera retrodatata al 1919, l'anno delle grandi lotte contadine e operaie combattute in Sardegna, che lo videro fra i principali protagonisti). Il periodo da parlamentare socialista è ricco di interventi in aula e fuori: dalla questione dell'adesione alla NATO al riconoscimento della Cina comunista, dalla difesa della Repubblica democratica e antifascista alle lotte per lo sviluppo economico e il progresso sociale della Sardegna (vedi Essere a sinistra; Discorsi parlamentari). Il 1964 segna la rottura con il PSI: la decisione di Nenni di entrare nel governo di centrosinistra a guida democristiana provoca la scissione che porta alla fondazione del PSIUP, una formazione che avrà però vita breve: la sconfitta elettorale ne accelera l'adesione al PCI, ma Lussu, coerentemente con la sua storia, rifiuta di confluire. Si spegne a Roma nel 1975. Lussu è un personaggio scomodo e in Sardegna non ha mai trovato una formazione politica che facesse proprio il suo patrimonio di lotte e ideali: la sua statura morale e la fermezza del suo agire politico attendono ancora un erede.&lt;br /&gt;Fra le sue pubblicazioni: La catena, Baldini&amp;amp;Castoldi, Milano, 1997 (ed. or. 1930); Marcia su Roma e dintorni, Einaudi, Torino, 1994 (ed. or. 1933); Un anno sull'altipiano, Einaudi, Torino, 1996 (ed. or. 1938); La teoria dell'insurrezione, Jaka Book, Milano, 1976 (ed. or. 1936); Diplomazia clandestina (ed. or. 1955) in Per l'Italia dall'esilio, a cura di M. Brigaglia, Edizioni della Torre, Cagliari, 1976; Sul Partito d'azione e gli altri, Mursia, Milano, 1968; Il cinghiale del diavolo, Einaudi, Torino, 1976 (Lussu narratore).&lt;br /&gt;Indispensabili le testimonianze di Joyce, moglie e compagna di lotta: Fronti e frontiere, Mursia, Milano, 1969; L'olivastro e l'innesto, Edizioni della Torre, Cagliari, 1982.&lt;br /&gt;Fra le raccolte di scritti, si ricordano: Essere a sinistra, a cura del Collettivo Emilio Lussu di Cagliari, Mazzotta, Milano, 1976; Lettere a Carlo Rosselli e altri scritti di Giustizia e Libertà, a cura di Manlio Brigaglia, Dessì, Sassari, 1979; Discorsi parlamentari, a cura di Manlio Brigaglia, Roma, 1986, 2 voll.&lt;br /&gt;Su Lussu: la biografia di Giuseppe Fiori, Il Cavaliere dei Rossomori, Einaudi, Torino, 1985; l'analisi del periodo giellista di Manlio Brigaglia, Emilio Lussu e «Giustizia e Libertà», Edizioni della Torre, Cagliari, 1976.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Marcia su Roma e dintorni&lt;br /&gt;Pubblicato da Einaudi, è una efficace rappresentazione sarcastica del male più persistente della nostra storia patria: il trasformismo. All'indomani della "marcia su Roma", quando il fascismo prende il potere, un gran numero di persone capisce che il vento è cambiato e si adegua. Lussu racconta tutto questo ai lettori stranieri, mettendo in luce i lati ridicoli ma anche quelli tragici del nuovo corso politico. Memorabili le descrizioni dei passaggi di campo di amici e compagni dichiaratisi con veemenza sino a pochi giorni prima fieri avversari del fascismo. Forse è il migliore libro di Lussu.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-5079403712734793000?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/5079403712734793000/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=5079403712734793000' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/5079403712734793000'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/5079403712734793000'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/02/biblioteca-del-buon-giellista.html' title='Biblioteca del buon giellista.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-1432867243449962236</id><published>2008-02-18T19:50:00.000-08:00</published><updated>2008-02-18T10:11:02.192-08:00</updated><title type='text'>Biografia di una città invisibile.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;Paolo de Guidi&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;«Questa è la storia vera, perché è la storia che mi è stata tramandata dalla tradizione, da mio nonno» Elchide Trippa &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;Le città sono cipolle. Oppure, per usare un'altra immagine, sono come i tavoli da lavoro dei cartoni animati: serie di lucidi sovrapposti. Il primo lucido è lo sfondo naturale, il secondo contiene le strade, il terzo le reti elettriche e fognarie, poi gli edifici, poi l'arredamento urbano, poi gli uomini e i loro spostamenti – veri mattoni significanti. Alla fine si vede la città: stratificazione di elementi, accumulo di piani. Forse è proprio questa la sua caratteristica precipua: essere un conglomerato di strutture. Italo Calvino (sì, sempre lui quando si parla di città, non fate quella faccia scocciata) aveva rimescolato attraverso innumerevoli combinazioni la struttura della città, scomposto la sua materialità cognitiva; aveva fondamentalmente giocato con un versatilissimo meccano a costruire, decostruire e ricostruire ancora modelli di città secondo un procedimento ben più umanistico che architettonico. Una di queste era Armilla, città fatta solo di tubi dell'acqua, città disegnata per contrasto. Non si vedono muri, tetti, pavimenti: solo l'impalcatura idraulica che disegna la forma. Insomma, semplificando un po', uno solo dei molteplici elementi costitutivi dell'urbs, sufficiente comunque a renderne un'immagine funzionale. Un'operazione simile l'ha fatta Alessandro Portelli, 13 anni dopo, nel 1985 con un'altra città, vera ma non per questo meno invisibile nel panorama italiano. Portelli ha disegnato questa città scegliendo anch'egli solo uno degli elementi che la costituiscono: non i tubi, ma la memoria della sua gente. In Biografia di una città. Storia e racconto: Terni 1830-1985, Portelli ha dato il via alla cosiddetta “storia orale”. «Questo libro è il tentativo di dare forma narrativa a una città intera» come recita la prima riga della quarta di copertina dell'unica edizione Einaudi. Preceduto da un'interessante e spiazzante introduzione sull'etica della trascrizione (operazione apparentemente semplice ma in realtà tutt'altro che anodina), il testo ricostruisce la storia della città di Terni attraverso l'oralità e la memoria dei suoi abitanti. Poche volte come qui l'etimo della parola testo rende bene la natura dell'operazione di Portelli, che si è fatto vero tessitore di racconti. Non una foto, solo alcuni dati d'archivio, la voce del montatore che affiora pochissime volte per accompagnare le transizioni. Ecco dunque che dietro la facciata di una città rinomata per non essere rinomata (provate a chiedere in giro dove si trova Terni) si scopre un arazzo che raffigura una massa brulicante e combattiva mentre narra (c)oralmente la propria biografia urbana variegata, sofferente ed ingenua. Non è un caso se il cittadino che meglio di tutti l'ha raffigurata sia il calzolaio-pittore naïf Orneore Metelli.&lt;br /&gt;Il rigore storiografico è dislocato fin dall'inizio, fin dal sottotitolo dove “storia e racconto” sono da intendere come locuzione inscindibile. Non è un testo storico nel senso tradizionale del termine, non ne ha le premesse né il rigore scientifico (l'autore del resto non è uno storico bensì un insegnante di letteratura americana). Ma è un testo storico in quanto tessuto dalle parole impastate di dialetto (altro livello urbano) di chi quella storia l'ha fatta e vissuta. Ed è anche e necessariamente un testo narrativo, in quanto quelli che ci presenta sono racconti. Sono i “nonno, raccontami di quand'eri partigiano”. Sono il materiale che un altro autore, che di storie se ne intende, ha riciclato in una differente forma narrativa: Ascanio Celestini ne ha infatti tratto il suo Fabbrica nel 2002 e molto del contemporaneo teatro di narrazione deve qualcosa a operazioni storico-narrative come questa. L'acciaieria è in realtà meno presente nel testo di Portelli di quanto ci si potrebbe aspettare dal racconto di una città che è praticamente nata e cresciuta attorno alla sua fabbrica siderurgica, non solo urbanisticamente ma a livello identitario. Tra le memorie delle imprese garibaldine, i rapporti carnevaleschi tra contadini e i primi industriali, la resistenza partigiana e i 108 bombardamenti, l'acciaieria riveste un ruolo di accompagnamento più che di protagonismo: è il secondo lucido, quasi di sfondo, subito dopo le aspre colline umbre. Come ne Le città invisibili dove – per ammissione dello stesso autore – la parte più oulipiana era l'indice, in cui se ne rivelava la struttura combinatoria, così anche per Biografia di una città l'indice dei nomi è la vera anima del testo: circa 170 tra operai e operaie, casalinghe, impiegati, contadine, tecnici, studenti, artigiani, preti, commercianti, poeti e giornalisti nati tra il 1886 e il 1966. Questo elenco di nomi di tre generazioni di ternani è il cuore dell'opera, un finale anche foneticamente significativo del biografico ternano, nomi che significano la città: Agamante Androsciani (operaio specializzato), il quasi mitico Dante Bartolini (operaio, contadino, calzolaio, barista, ammazzatore di maiali, esperto di erbe medicinali, poeta, cantore, narratore, partigiano), Baconin Borzacchini (pilota automobilistico) che dovette cambiar nome in Mario Umberto e poi Canzio Eupizi, il comandante Alfredo Filipponi, il sindaco poeta Amerigo Matteucci, Diname Colesanti e il partigiano Comunardo Tobia. Nomi che hanno fatto, e ora anche scritto, la vita della città dai moti carbonari e dal brigantaggio alle ultime manifestazioni dei consigli di fabbrica, attraversando anche i generi letterari, con toni che da leggenda diventano via via più da cronaca man mano che la memoria dei racconti dei bisnonni è sostituita dai più scarni resoconti che i più giovani fanno di quell'ossimoro che chiamiamo “storia recente”.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-1432867243449962236?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/1432867243449962236/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=1432867243449962236' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/1432867243449962236'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/1432867243449962236'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/02/biografia-di-una-citt-invisibile.html' title='Biografia di una città invisibile.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-1245263680052529934</id><published>2008-02-17T01:41:00.000-08:00</published><updated>2008-02-16T16:45:43.719-08:00</updated><title type='text'>Le Città invisibili.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall'involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall'ultimo modello d'apparecchio. Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d'ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d'imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l'opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero, come dicono, il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l'espellere, l'allontanare da sé, il mondarsi d'una ricorrente impurità.Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell'esistenza di ieri è circondato d'un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare. Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori della città, certo; ma ogni anno la città s'espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l'imponenza del gettito aumenta e le cataste s'innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E` una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne. Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d'ieri che s'ammucchiano sulle spazzature dell'altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri. Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell'estremo crinale, immondezzai d'altre città, che anch'esse respingono lontano da sé montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell'una e dell'altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano. Più ne cresce l'altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spogliato rotoli dalla parte di Leonia ed una valanga di scarpe spaiate, calendari d'anni trascorsi, fiori secchi, sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;Italo Calvino&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-1245263680052529934?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/1245263680052529934/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=1245263680052529934' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/1245263680052529934'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/1245263680052529934'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/02/le-citt-invisibili.html' title='Le Città invisibili.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-2885175593550591223</id><published>2008-02-16T19:44:00.000-08:00</published><updated>2008-02-16T10:47:02.277-08:00</updated><title type='text'>Il futuro alle spalle.</title><content type='html'>George Orwell&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;George Orwell nasce in India il 25 giugno 1903 con il nome di Eric Arthur Blair, a Motihari, nel Bengala. La famiglia è di origine scozzese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il padre, angloindiano, è funzionario dell'Indian Civil Service, l'amministrazione britannica in India. La sua famiglia è di modeste condizioni economiche e appartiene a quella borghesia dei sahib che lo scrittore stesso definirà ironicamente "nobiltà senza terra", per le pretese di raffinatezza e decoro che contrastavano con gli scarsi mezzi finanziari a sua disposizione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tornato in patria nel 1907 con la madre e le due sorelle, si stabilisce nel Sussex, dove si iscrive alla Saint Cyprian School. Ne esce con un opprimente complesso d'inferiorità, dovuto alle sofferenze ed alle umiliazioni che era stato costretto a subire per tutti i sei anni di studio (come racconterà nel suo saggio autobiografico "Such, Such were the Joys" del 1947). Rivelatosi tuttavia studente precoce e brillante, vince una Borsa di Studio per la famosa Public School di Eton, che frequenta per quattro anni, e dove ha per insegnante Aldous Huxley, narratore che, con le sue Utopie alla rovescia, grande influenza avrà sul futuro scrittore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non prosegue gli studi, come invece ci si aspettava da lui, ad Oxford o Cambridge ma, spinto da un profondo impulso all'azione, e probabilmente anche dalla decisione di seguire le orme paterne, si arruola nel 1922 nella Indian Imperial Police, prestando servizio per cinque anni in Birmania. Pur avendo ispirato il suo primo romanzo, "Giorni birmani", l'esperienza vissuta nella Polizia Imperiale si rivela traumatica: diviso tra il crescente disgusto per l'arroganza imperialista e la funzione repressiva che il suo ruolo gli impone, si dimette nel 1928.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rientrato in Europa, il desiderio di conoscere le condizioni di vita delle classi subalterne lo induce a umili mestieri nei quartieri più poveri di Parigi e di Londra. Sopravvive grazie alla carità dell'Esercito della Salvezza e sobbarcandosi lavori umili e miseri. Questa esperienza è raccontata nel romanzo-resoconto "Miseria a Parigi e Londra".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tornato in Inghilterra alterna all'attività di romanziere quella di insegnante in scuole private, di commesso di libreria e di recensore di romanzi per il New English Weekly.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Scoppiata la Guerra Civile Spagnola vi prende parte combattendo tre le file del Partito Obrero de Unificacción Marxísta. L'esperienza spagnola e la disillusione procuratagli dai dissensi interni della Sinistra, lo portano a pubblicare un diario-reportage ricco di pagine drammatiche e polemiche, il celebre "Omaggio alla Catalogna" (pubblicato nel 1938), acclamato da più parti come il suo risultato migliore in campo letterario. Da qui in avanti, come dirà l'autore stesso nel saggio del 1946, "Perchè scrivo", ogni sua riga sarà spesa contro il Totalitarismo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Durante la Seconda Guerra Mondiale cura per la BBC una serie di trasmissioni propagandistiche dirette all'India, quindi è direttore del settimanale di Sinistra "The Tribune" ed infine corrispondente di guerra dalla Francia, Germania e Austria, per conto dell'Observer.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 1945 compare il primo dei suoi due famosi romanzi utopici "La fattoria degli animali" che coniugando il romanzo con la favola animale e la lezione satirica, costituisce un unicum della narrativa orwelliana; nel 1948 esce l'altra sua celebre opera "1984", utopia che prefigura un mondo dominato da due superstati perennemente in guerra tra loro, e scientificamente organizzati all'interno in modo da controllare ogni pensiero ed azione dei propri sudditi. Con questo romanzo George Orwell prosegue e dà nuova linfa alla cosiddetta tradizione della letteratura distopica, cioé dell'Utopia alla rovescia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infatti: «L'opera illustra, l'ingranaggio di un governo totalitario. L'azione si svolge in un futuro prossimo del mondo (l'anno 1984), in cui il potere si concentra in tre immensi super-stati: Oceania, Eurasia ed Estasia. Londra è la principale città di Oceania. Al vertice del potere politico in Oceania c'è il Grande Fratello, onnisciente e infallibile, che nessuno ha visto di persona. Sotto di lui c'è il Partito interno, quello esterno e la gran massa dei sudditi. Ovunque sono visibili grandi manifesti con il volto del Grande Fratello. Gli slogan politici ricorrenti sono: "La pace è guerra", "La libertà è schiavitù", "L'ignoranza è forza". Il Ministero della Verità, nel quale lavora il personaggio principale, Winston Smith, ha il compito di censurare libri e giornali non in linea con la politica ufficiale, di alterare la storia e di ridurre le possibilità espressive della lingua. Per quanto sia tenuto sotto controllo da telecamere, Smith comincia a condurre un'esistenza ispirata a principi opposti a quelli del regime: tiene un diario segreto, ricostruisce il passato, si innamora di una collega, Julia, e dà sempre più spazio a sentimenti individuali. Insieme con il compagno di lavoro O'Brien, Smith e Julia iniziano a collaborare con un'organizzazione clandestina, detta Lega della Fratellanza. Non sanno tuttavia che O'Brien è una spia che fa il doppio gioco ed è ormai sul punto di intrappolarli. Smith viene arrestato, sottoposto a torture e a un indicibile processo di degradazione. Alla fine di questo trattamento è costretto a denunciare Julia. Infine O'Brien rivela a Smith che non è sufficiente confessare e sottomettersi: il Grande Fratello vuole avere per sè l'anima e il cuore di ogni suddito prima di metterlo a morte»&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[sunto tratto da: "Enciclopedia della letteratura Garzanti"].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tuttavia, a differenza di altri campioni dell'escatologia negativa, come Aldous Huxley con il suo "Mondo nuovo" e di Evgenij Zamjatin con "Noi", per i quali la visione profetica era ancora piuttosto lontana (essendo ambientata nel millennio successivo), in Orwell viene profetizzata una situazione a noi vicina temporalmente. I nessi e le assonanze con il regime comunista non possono dunque sfuggire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;George Orwell scrisse anche molta saggistica. Tale sua produzione spazia dalla critica letteraria ad argomenti sociologici, sino al pericolo dell'"invasione della Letteratura da parte della Politica".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;George Orwell è morto il 21 gennaio 1950 per tubercolosi, in un ospedale di Londra.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-2885175593550591223?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/2885175593550591223/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=2885175593550591223' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/2885175593550591223'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/2885175593550591223'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/02/il-futuro-alle-spalle.html' title='Il futuro alle spalle.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-7102148929496011297</id><published>2008-02-15T02:11:00.000-08:00</published><updated>2008-02-14T17:14:14.795-08:00</updated><title type='text'>I primi che si amano...</title><content type='html'>"I primi che si amano &lt;br /&gt;sono i poeti e i pittori della generazione precedente, &lt;br /&gt;o dell'inizio del secolo; prendono &lt;br /&gt;nel nostro animo il posto dei padri, restando, &lt;br /&gt;però, giovani, come nelle loro fotografie ingiallite. &lt;br /&gt;Poeti e pittori per cui l'essere borghesi non era vergogna... &lt;br /&gt;figli in vigogna e feltri... &lt;br /&gt;o povere cravatte che sapevano di ribellione e di madre. &lt;br /&gt;[...] &lt;br /&gt;La ventata della disobbedienza sa di ciclamino &lt;br /&gt;sulle città ai piedi dei poeti giovani! &lt;br /&gt;[...] &lt;br /&gt;Abbi pure nostalgia di loro quando hai sedici anni. &lt;br /&gt;Ma comincia subito a sapere &lt;br /&gt;che nessuno ha fatto rivoluzioni prima di te; &lt;br /&gt;che i poeti e i pittori vecchi o morti, &lt;br /&gt;malgrado l'aria eroica di cui tu li aureoli, &lt;br /&gt;ti sono inutili, non t'insegnano nulla. &lt;br /&gt;Godi delle tue prime ingenue e testarde esperienze, &lt;br /&gt;timido dinamitardo, padrone delle notti libere, &lt;br /&gt;ma ricorda che tu sei qui solo per essere odiato, &lt;br /&gt;per rovesciare e uccidere." &lt;br /&gt;(P.P. Pasolini, Teorema)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-7102148929496011297?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/7102148929496011297/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=7102148929496011297' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/7102148929496011297'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/7102148929496011297'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/02/i-primi-che-si-amano.html' title='I primi che si amano...'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-1034507312367412576</id><published>2008-02-14T06:14:00.000-08:00</published><updated>2008-02-14T06:20:15.770-08:00</updated><title type='text'>Marcinelle.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;"Nous sommes une cinquantine. Nous fuyons les fumées vers les quatres paumes..."&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;--Fu scritto con il gesso su di una tavoletta di legno da una delle vittime, mentre cercavano scampo...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;--Dal 1946 al 1956 il numero dei lavoratori, provenienti dall'Italia, morti nelle miniere belghe e in altri incedenti sul lavoro è di oltre seicento.&lt;br /&gt;--A causa di un errore umano, l'otto agosto 1956 il Belgio venne scosso da una tragedia senza precedenti, un incendio scoppiato in uno dei pozzi della miniera di carbon fossile del Bois du Cazier, causò la morte di 262 persone di dodici diverse nazionalità, soprattutto italiane, 136 vittime, poi belghe, 95; fu una tragedia agghiacciante, i minatori rimasero senza via di scampo, soffocati dalle esalazioni di gas. Le operazioni di salvataggio furono disperate fino al 23 agosto quando uno dei soccorritori pronunciò in italiano: "Tutti cadaveri!"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a title="Marcinelle - Le Bois du  Cazier - il Museo" href="http://www.emigrati.it/Tragedie/MARCINELLE.asp#Le_Bois_du_Cazier"&gt;Marcinelle - Le Bois du Cazier - il Museo&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Marcinelle - Le Bois du Cazier - 8 agosto 1956 - rassegna stampa&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a title="VIA - Opera Teatrale di Fabrizio Saccomanno dedicata alla tragedia di Marcinelle" href="http://www.emigrati.it/Tragedie/MARCINELLE.asp#Teatro_Emigrazione"&gt;VIA - Opera Teatrale di Fabrizio Saccomanno dedicata alla tragedia di Marcinelle&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a title="Grandi Tragedie della Emigrazione Italiana - emigrati.it" href="http://www.emigrati.it/Tragedie/MARCINELLE.asp#Tragedie_Emigrazione_Italiana"&gt;Grandi Tragedie dell'Emigrazione Italiana&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;--Solo dopo la tremenda tragedia di Marcinelle venne finalmente introdotta nelle miniere del Belgio la maschera antigas. &lt;a href="http://www.emigrati.it/Tragedie/MARCINELLE.asp#Miniere_Marcinelle"&gt;Le condizioni in cui lavoravano i minatori erano deplorevoli&lt;/a&gt;; il Governo Italiano per la reazione scandalizzata della popolazione, della stampa e dei sindacati di fronte all'alta frequenza con cui si succedevano gli incidenti nelle miniere belghe, interruppe a volte l'enorme esodo di manovali italiani verso il Belgio. Altra conseguenza fu una regolamentazione più severa in materia di sicurezza sul lavoro.&lt;br /&gt;--In quegli anni partirono per il Belgio 140'000 lavoratori, 18'000 donne e 29'000 bambini, moltissimi di loro erano di &lt;a href="http://www.florense.it/Html/San%20Giovanni%20in%20Fiore.htm" target="_blank"&gt;San Giovanni in Fiore&lt;/a&gt;, &lt;a href="http://www.emigrati.it/Caccuri/Caccuri.asp"&gt;Caccuri&lt;/a&gt;, Cerenzia, &lt;a href="http://www.comune.castelsilano.kr.it/" target="_blank"&gt;Castelsilano&lt;/a&gt;, &lt;a href="http://www.santaseverinakr.it/" target="_blank"&gt;Santa Severina&lt;/a&gt;, Rocca Bernarda, &lt;a href="http://www.savellionline.it/" target="_blank"&gt;Savelli&lt;/a&gt;, Scandale, di tutta la &lt;a href="http://www.florense.it/Sila/Sila.asp" target="_blank"&gt;Sila&lt;/a&gt; e dell'intero Marchesato di Crotone. Un fiume di Calabresi giunse in Belgio con i convogli ferroviari che partivano da Milano.&lt;br /&gt;--La &lt;a href="http://www.emigrati.it/Tragedie/MARCINELLE.asp#Marcinelle_Tragedia"&gt;tragedia della miniera di Marcinelle&lt;/a&gt;, dopo quella della &lt;a href="http://www.emigrati.it/Tragedie/MONONGAH.asp"&gt;miniera di Monongah in West Virginia&lt;/a&gt;, è la più grande della storia dell'emigrazione italiana.&lt;br /&gt;&lt;a name="Le_Bois_du_Cazier"&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;--Esiste un Museo &lt;a title="Museo Le Bois du  Cazier - http://www.leboisducazier.be" href="http://www.leboisducazier.be/" target="_blank"&gt;"LE BOIS DU CAZIER"&lt;/a&gt; sulla grave tragedia mineraria avvenuta appunto nella miniera di carbone Bois du Cazier a Marcinelle, a sud di Charleroi; i due castelletti di estrazione danno immediatamente il senso del luogo, le strutture architettoniche in mattoni, classificate come monumento dal 1990, restaurati accuratamente allo scopo, ospitano lo spazio "8 agosto 1956", un Museo dell'Industria e un "forum" per ospitare manifestazioni culturali ed esposizioni temporanee...&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;a title="Biografia di Francesco Saverio ALESSIO - emigrati.it" href="http://www.emigrati.it/Mediterraneo/Alessio.asp"&gt;Francesco Saverio ALESSIO&lt;/a&gt;&lt;br /&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7079989319498534937-1034507312367412576?l=salvatoremangiacotti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/feeds/1034507312367412576/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7079989319498534937&amp;postID=1034507312367412576' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/1034507312367412576'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7079989319498534937/posts/default/1034507312367412576'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/2008/02/marcinelle.html' title='Marcinelle.'/><author><name>Salvatore Mangiacotti</name><uri>http://www.blogger.com/profile/14104513349291283310</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://bp2.blogger.com/_q0sYtesqcDM/R22lplsp-NI/AAAAAAAAAPs/L9wvw4quPfE/S220/gobetti.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7079989319498534937.post-4434984078779424155</id><published>2008-02-13T15:51:00.000-08:00</published><updated>2008-02-13T04:38:44.985-08:00</updated><title type='text'>Crisi finanziaria.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;Crisi finanziaria: dalla crisi di liquidità alla liquidazione del capitalismo!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'estate 2007 ha confermato lo sprofondamento del capitalismo in catastrofi sempre più frequenti: l’inferno imperialistico illustrato dai costanti bagni di sangue di civili in Iraq; le devastazioni causate dal cambiamento climatico provocato dalla ricerca sfrenata del profitto; un nuovo tonfo nella crisi economica che promette un maggiore impoverimento della popolazione mondiale. All'inverso, la classe operaia, la sola forza capace di salvare la società umana, è sempre più scontenta del sistema capitalista in putrefazione. Ma è sulla crisi economica che rivolgeremo la nostra attenzione in questo articolo, visto i drammatici avvenimenti iniziati nel settore immobiliare negli Stati Uniti e che hanno scosso la finanza internazionale ed il sistema economico del mondo intero. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;La bolla esplode&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;La crisi è stata scatenata dalla caduta dei prezzi immobiliari in America alla pari con un rallentamento dell'attività nell'industria dell'edilizia e dall'incapacità di numerosi debitori di rimborsare, a causa del rialzo dei tassi di interesse, i crediti, diventati ora famosi con il nome di subprime o prestiti a rischi. Da questo epicentro, le onde d'urto si sono estese a tutto il sistema finanziario mondiale. In agosto, fondi d’investimento ed intere banche commerciali i cui interessi comprendevano miliardi di dollari di questi prestiti a rischi, sono crollate o hanno dovuto essere soccorse. Anche gli hedge funds della banca americana Bear Sterns, sono crollati costando un miliardo di dollari agli investitori. La banca tedesca ADF è stata salvata in extremis, mentre la banca francese BNP Paribas è stata brutalmente scossa. Le azioni degli organismi di prestiti immobiliari e di altre banche si sono seriamente abbassate, implicando una caduta vertiginosa di tutte le principali piazze borsiste del pianeta, annientando miliardi di dollari di "lavoro accumulato". Per frenare la perdita di fiducia e la reticenza delle banche ad accordare prestiti, le banche centrali - la Federal Reserve americana (la FED) e la Banca Europea - sono intervenute per mettere a disposizione nuovi miliardi per prestiti meno cari. Certamente, questo denaro non era destinato alle centinaia di migliaia di persone che avevano perso il loro tetto nel fiasco dei subprimes, né alle decine di migliaia di operai gettati in stato di disoccupazione dalla crisi dell'edilizia, ma agli stessi mercati del credito. Così, gli istituti finanziari che hanno dilapidato quantità enormi di liquidità, sono stati ricompensati da nuovi apporti per continuare le loro scommesse. Tuttavia, tutto ciò non ha messo fine in nessun modo alla crisi. In Gran Bretagna, quest’ultima si trasformava in farsa.&lt;br /&gt;A settembre, la Banca dell'Inghilterra ha criticato le altre banche centrali per aver appoggiato gli investitori pericolosi ed imprudenti che avevano scatenato la crisi, raccomandando una politica più severa che punisse i cattivi protagonisti ed impedisse la ricomparsa degli stessi problemi di speculazione. Ma all'indomani stesso, il presidente della Banca, Mervyn King, ha effettuato una virata di 180°. La banca ha dovuto soccorrere il quinto fornitore di prestiti immobiliari del Regno Unito, il Northern Rock. La "strategia di impresa" di quest’ultima era prendere in prestito sul mercato del credito poi di riprestare il denaro, ad un tasso di interesse superiore, alle persone che acquistavano alloggi. Quando i mercati del credito hanno cominciato a crollare, anche il Northern Rock è crollato.&lt;br /&gt;Appena fu annunciato il soccorso alla banca, si sono viste formare enormi code davanti alle differenti agenzie: i risparmiatori volevano ritirare il loro denaro - in 3 giorni sono stati ritirati 2 miliardi di sterline. E’ stato il primo assalto di questo tipo su una banca inglese da 140 anni (1866). Per prevenire il rischio di contagio, il governo è dovuto intervenire di nuovo e ha dovuto dare il 100% di garanzia ai clienti del Northern Rock ed ai risparmiatori di altre banche minacciate&lt;a title="_ednref1" href="http://it.internationalism.org/rint29/edito#_edn1" name="_ednref1"&gt;[1]&lt;/a&gt;. Alla fine, "la vecchia signora di Threadneedle Street" - la Banca dell'Inghilterra - è stata obbligata, come tutte le altre banche centrali appena criticate da lei stessa, di iniettare enormi somme di denaro nello scalcinato sistema bancario. Risultato: la credibilità della stessa direzione del centro finanziario di Londra - che rappresenta oggi un quarto dell'economia britannica - era in rovina.&lt;br /&gt;L’atto successivo del dramma, che nel momento in cui scriviamo continua, riguarda l'effetto della crisi finanziaria sull'economia in generale. Il primo abbassamento da cinque anni dei tassi di interesse da parte della FED, al fine di rendere il credito più disponibile, non ha dato, per ora, risultati. Non ha messo fine al crollo continuo del mercato immobiliare negli Stati Uniti e non ha neanche allontanato la stessa prospettiva per gli altri 40 paesi in cui si è sviluppata la stessa bolla speculativa. Ed ancora non ha impedito lo sviluppo delle restrizioni di credito ed i loro effetti inevitabili sull'investimento e le spese delle famiglie nel loro insieme. Al posto di ciò, ha prodotto una veloce caduta del dollaro che è al suo più basso livello rispetto alle altre monete da quando il presidente Nixon lo aveva svalutato nel 1971, ed un salita record dell'Euro e delle materie prime come il petrolio e l'oro.&lt;br /&gt;Questi sono dei segni annunciatori di una caduta della crescita dell'economia mondiale, addirittura di una recessione aperta, ed al tempo stesso di uno sviluppo dell'inflazione nel prossimo futuro.&lt;br /&gt;In una parola, il periodo di crescita economica degli ultimi sei anni, costruita sul credito ipotecario e sul consumo e sul gigantesco debito estero e di bilancio degli Stati Uniti, è arrivato al termine.&lt;br /&gt;Questi sono i dati della situazione economica attuale. La domanda è: la recessione che si profila e che tutti pensano probabile si iscrive negli inevitabili alti e bassi di un'economia capitalista fondamentalmente sana, o è un sintomo di un processo di disintegrazione, di un guasto interno del capitalismo che sarà pertanto caratterizzato da convulsioni sempre più violente?&lt;br /&gt;Per rispondere a questa domanda, è innanzitutto necessario esaminare l'idea secondo cui lo sviluppo della speculazione e della crisi del credito che ne consegue sarebbe, in un certo modo, un'aberrazione o ancora una eccezione rispetto ad un sano funzionamento del sistema che potrebbero dunque essere corretti dal controllo dello Stato o attraverso una migliore regolazione. In altri termini, la crisi attuale è dovuta ai finanzieri che prendono l'economia in ostaggio?&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Il ruolo del credito nel capitalismo&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Lo sviluppo del sistema bancario, della Borsa e di altri meccanismi di credito è parte integrante dello sviluppo del capitalismo dal diciottesimo secolo. Questi sono stati necessari per accumulare e centralizzare il capitale finanziario e permettere i livelli di investimento richiesti per una vasta espansione industriale che anche il singolo capitalista più ricco non avrebbe potuto immaginare. L'idea dell'imprenditore industriale che accumula il suo capitale economizzando e rischiando il proprio denaro è una pura finzione. La borghesia deve avere accesso alle somme di capitale che sono state concentrate già sui mercati del credito. Sulle piazze finanziarie, non sono le loro fortune personali che i rappresentanti della classe borghese mettono in gioco, ma la ricchezza sociale sotto forma monetaria.&lt;br /&gt;Il credito, molto credito, ha dunque svolto un ruolo importante nell'enorme accelerazione della crescita delle forze produttive - rispetto alle epoche precedenti - e nella costituzione del mercato mondiale.&lt;br /&gt;D’altro lato, viste le tendenze inerenti alla produzione capitalista, il credito ha costituito anche un potente fattore acceleratore della sovrapproduzione, della sopravvalutazione della capacità del mercato ad assorbire dei prodotti e ha dunque catalizzato le bolle speculative con le loro conseguenze sotto forma di crisi e di prosciugamento del credito. Nello stesso momento in cui facilitavano queste catastrofi sociali, la Borsa ed il sistema bancario hanno incoraggiato tutti i vizi come l'avidità e la doppiezza, caratteristiche di una classe sfruttatrice che vive del lavoro altrui; vizi che oggi vediamo prosperare sotto forma di reati e di pagamenti fittizi, di "premi" scandalosi equivalenti ad enormi fortune o di "paracaduti dorati", di frodi contabili o di furti puri e semplici, ecc.&lt;br /&gt;La speculazione, i prestiti a rischio, le truffe, i tonfi in Borsa che ne conseguono e la scomparsa di enormi quantità di plusvalore sono dunque una caratteristica intrinseca dell'anarchia della produzione capitalista.&lt;br /&gt;In ultima analisi, la speculazione è una conseguenza, non una causa delle crisi capitaliste. E se oggi sembra che l'attività speculativa della finanza domini l'insieme dell'economia, è perché da 40 anni, la sovrapproduzione capitalista è entrata in modo crescente in una crisi continua, dove i mercati mondiali sono saturi di prodotti e l'investimento nella produzione sempre meno lucrativo; l'inevitabile ricorso al capitale finanziario è scommettere in quella che è diventata una "economia da casinò".&lt;a title="_ednref2" href="http://it.internationalism.org/rint29/edito#_edn2" name="_ednref2"&gt;[2]&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Un capitalismo senza eccessi finanziari non è dunque possibile; questi ultimi fanno intrinsecamente parte della tendenza del capitalismo a produrre come se il mercato non avesse limiti, da cui la stessa incapacità di un Alan Greenspan, l'ex presidente del FED, a sapere se "il mercato è sopravvalutato".&lt;br /&gt;Il recente crollo del mercato immobiliare negli Stati Uniti ed in altri paesi è un'illustrazione del reale rapporto tra la sovrapproduzione e le pressioni del credito.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;L'industria dell'immobiliare dimostra l'anacronismo della produzione capitalista&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Le caratteristiche della crisi del mercato immobiliare ricordano le descrizioni delle crisi capitaliste nel Manifesto comunista di Karl Marx: "Un'epidemia che, in tutt’altra epoca, sarebbe potuto sembrare un'assurdità, si abbatte sulla società, - l'epidemia della sovrapproduzione... la società ha troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio".&lt;br /&gt;Così, non è a causa di una penuria di alloggi che ci sono masse di persone senza tetto; paradossalmente, ce n’è sono troppi, una vera sovrabbondanza di case vuote. L'industria della costruzione ha lavorato senza pausa in quest’ultimi cinque anni. Ma allo stesso tempo, il potere di acquisto degli operai americani è diminuito perché il capitalismo americano ha cercato di aumentare i suoi profitti. Un fossato si è creato tra i nuovi alloggi messi sul mercato e la capacità di pagamento di quelli che ne avevano bisogno. Da qui i prestiti a rischio - i subprimes - per sedurre i nuovi acquirenti che non avevano i mezzi. La quadratura del cerchio. Alla fine il mercato è crollato. Oggi, mentre un numero sempre maggiore di proprietari di alloggi vengono sloggiati ed i loro beni pignorati a causa di tassi di interesse dei loro prestiti oppressivi, il mercato immobiliare sarà ancora più saturo - negli Stati Uniti, si prevede che 3 milioni di persone perdano il loro tetto per incapacità a rimborsare i loro prestiti subprime. Si aspetta lo stesso fenomeno di miseria in altri paesi dove la bolla immobiliare è esplosa o sta per esplodere. Così, lo sviluppo dell'attività edile e dei mutui ipotecari durante l'ultimo decennio, lungi dal ridurre il numero di senza tetto, ha messo l'alloggio decente fuori portata della massa della popolazione o i proprietari di casa in un situazione precaria.&lt;a title="_ednref3" href="http://it.internationalism.org/rint29/edito#_edn3" name="_ednref3"&gt;[3]&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Evidentemente, ciò che preoccupa i dirigenti del sistema capitalista - i suoi manager di hedge funds, i suoi ministri delle finanze, i suoi banchieri delle banche centrali, ecc. - nella crisi attuale, non sono le tragedie umane provocate dal crollo dei subprimes, e le piccole aspirazioni ad una vita migliore (a meno che esse non spingano a mettere in questione la stupidità di questo modo di produzione) ma l'impossibilità dei consumatori a pagare i prezzi che infiammano le case ed i tassi di interessi usurai sui prestiti.&lt;br /&gt;Il fiasco dei subprimes illustra la crisi del capitalismo, la sua tendenza cronica, nella sua corsa al profitto, alla sovrapproduzione rispetto alla domanda solvibile; dunque la sua incapacità, malgrado le risorse materiali, tecnologiche ed umane fenomenali a sua disposizione, a soddisfare i più elementari bisogni umani.&lt;a title="_ednref4" href="http://it.internationalism.org/rint29/edito#_edn4" name="_ednref4"&gt;[4]&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Tuttavia, per quanto assurdamente sprecone ed anacronistico appaia il sistema capitalista alla luce della recente crisi, la borghesia prova sempre a rassicurare sé stessa e l'insieme della popolazione: almeno questa non 
